Editorials Cambiare faccia non ci cambierà
Il tema della serie è estremamente attuale ma lo sviluppo lascia un po’ perplessi, non è chiaro dove voglia andare a parare. Ho avuto l’impressione che più si andava avanti più si tentava di giustificare la dipendenza da chirurgia estetica. Un mondo in cui è necessario essere esteticamente conformi ai canoni di bellezza della società per poter (per dirne una) anche semplicemente lavorare nel mondo del doppiaggio, è assurdo! Appoggiarlo, folle.
Anche l’episodio in cui, io pensavo, si volesse sensibilizzare sulla chirurgia estetica ‘infantile’ è risultato (non solo piatto ma soprattutto) estremamente problematico. Un padre che chiede alla figlia (la quale palesemente accetta perché si sente costretta a farlo, dopo essere stata monetizzata per tutta la vita!) di sottoporsi ad un’operazione chirurgica per ottenere più visualizzazioni online… Pronto, assistenti sociali?
Forse l’unica storia che ha davvero espresso bene l’insoddisfazione, la frustrazione, di queste donne - sì perché, tra l’altro, raramente si tratta di uomini! - è stata quella sulla paziente inserita nella black list. In quel caso si è evidenziato come il problema della chirurgia estatica sia proprio questo: non risolve i problemi di natura psicologica. L’aspetto esteriore non curerà le mancanze emotive, le insicurezze, né le sofferenze che ci portiamo dietro. Perché in fondo non è la nostra faccia il problema e cambiarla non cambierà le cose.
Peccato che poi tutte queste buone intenzioni si perdano. Non mi sento di bocciare in toto la serie perché alcuni spunti di riflessione li lascia, però si poteva fare molto di più — per esempio una critica alla società giapponese e alla sua ossessione per la giovinezza. O ammettere che se se si ricorre a queste procedure non è perché in maniera disinteressata lo si voglia, ma perché è la società stessa che ci spinge a conformarci ai suoi canoni (all’inizio della serie si dà molto spazio al ruolo della pubblicità).
Se a un bruco non venisse ripetuto quanto è bella la farfalla, non avrebbe fretta di diventare una farfalla.
Anche l’episodio in cui, io pensavo, si volesse sensibilizzare sulla chirurgia estetica ‘infantile’ è risultato (non solo piatto ma soprattutto) estremamente problematico. Un padre che chiede alla figlia (la quale palesemente accetta perché si sente costretta a farlo, dopo essere stata monetizzata per tutta la vita!) di sottoporsi ad un’operazione chirurgica per ottenere più visualizzazioni online… Pronto, assistenti sociali?
Forse l’unica storia che ha davvero espresso bene l’insoddisfazione, la frustrazione, di queste donne - sì perché, tra l’altro, raramente si tratta di uomini! - è stata quella sulla paziente inserita nella black list. In quel caso si è evidenziato come il problema della chirurgia estatica sia proprio questo: non risolve i problemi di natura psicologica. L’aspetto esteriore non curerà le mancanze emotive, le insicurezze, né le sofferenze che ci portiamo dietro. Perché in fondo non è la nostra faccia il problema e cambiarla non cambierà le cose.
Peccato che poi tutte queste buone intenzioni si perdano. Non mi sento di bocciare in toto la serie perché alcuni spunti di riflessione li lascia, però si poteva fare molto di più — per esempio una critica alla società giapponese e alla sua ossessione per la giovinezza. O ammettere che se se si ricorre a queste procedure non è perché in maniera disinteressata lo si voglia, ma perché è la società stessa che ci spinge a conformarci ai suoi canoni (all’inizio della serie si dà molto spazio al ruolo della pubblicità).
Se a un bruco non venisse ripetuto quanto è bella la farfalla, non avrebbe fretta di diventare una farfalla.
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