Uno specchio deformato (ma lucido) del lavoro nelle grandi aziende
"Amore sotto processo" è un'opera che attira e respinge allo stesso tempo. Se cercate il solito K-drama aziendale tutto moine e uffici patinati, siete nel posto sbagliato. Qui la struttura aziendale è un un luogo dove gli spazi privati non esistono.
Ecco il bilancio dettagliato di questa folle JU Construction:
Voto 10 allo Sforzo di Denuncia Sociale:
Magistrale il modo in cui viene palesato un ambiente lavorativo opprimente, totalmente in mano a un controllo aziendale asfittico. L'occhio dell'Audit è ovunque: dalle stanze dei bottoni ai parcheggi sotterranei, fino ai fazzoletti nei bagni e alla vita privata dei dipendenti. Mostrare la normalizzazione della violazione della privacy e i ritmi disumani dei colletti bianchi coreani (costretti a vivere in ufficio fino a notte fonda) è un atto di coraggio sociologico da 10 pieno.
Voto 5 alla Visione Forzatamente Dualista:
Male, invece, la pigrizia ideologica della sceneggiatura, che ci incastra in un bivio ridicolo e senza sfumature. Secondo gli autori esistono solo due strade: o sei un "buon patacca" umano ma inconcludente e facilmente corrotto, o sei inflessibile, incorruttibile, efficiente ma necessariamente spietata, cattiva e soverchiatrice (come Miss Occhi).
Voto 9 al Realismo delle Pulsioni:
Finalmente una boccata d'aria fresca sul piano relazionale. C'è il coraggio di abbandonare i soliti cliché infantili e i "bacini posticci" da adolescenti per mostrare le pulsioni fisiche e la passione per quello che sono nella vita adulta: un anestetico genuino e una valvola di sfogo disperata contro il terrore della gabbia aziendale.
Voto 6 al Comparto Narrativo e al Romance:
La storia d'amore centrale è abbastanza poco realistica all'inizio e poggia su basi tossiche di prevaricazione e mobbing. La chimica fra i due protagonisti si sviluppa più su una base amichevole che passionale, a parte l'inizio.
Un drama che merita di essere visto per come mette a nudo i mostri del precariato e del potere dinastico, da guardare come una satira distopica, spegnendo la pretesa del realismo manageriale.
Ecco il bilancio dettagliato di questa folle JU Construction:
Voto 10 allo Sforzo di Denuncia Sociale:
Magistrale il modo in cui viene palesato un ambiente lavorativo opprimente, totalmente in mano a un controllo aziendale asfittico. L'occhio dell'Audit è ovunque: dalle stanze dei bottoni ai parcheggi sotterranei, fino ai fazzoletti nei bagni e alla vita privata dei dipendenti. Mostrare la normalizzazione della violazione della privacy e i ritmi disumani dei colletti bianchi coreani (costretti a vivere in ufficio fino a notte fonda) è un atto di coraggio sociologico da 10 pieno.
Voto 5 alla Visione Forzatamente Dualista:
Male, invece, la pigrizia ideologica della sceneggiatura, che ci incastra in un bivio ridicolo e senza sfumature. Secondo gli autori esistono solo due strade: o sei un "buon patacca" umano ma inconcludente e facilmente corrotto, o sei inflessibile, incorruttibile, efficiente ma necessariamente spietata, cattiva e soverchiatrice (come Miss Occhi).
Voto 9 al Realismo delle Pulsioni:
Finalmente una boccata d'aria fresca sul piano relazionale. C'è il coraggio di abbandonare i soliti cliché infantili e i "bacini posticci" da adolescenti per mostrare le pulsioni fisiche e la passione per quello che sono nella vita adulta: un anestetico genuino e una valvola di sfogo disperata contro il terrore della gabbia aziendale.
Voto 6 al Comparto Narrativo e al Romance:
La storia d'amore centrale è abbastanza poco realistica all'inizio e poggia su basi tossiche di prevaricazione e mobbing. La chimica fra i due protagonisti si sviluppa più su una base amichevole che passionale, a parte l'inizio.
Un drama che merita di essere visto per come mette a nudo i mostri del precariato e del potere dinastico, da guardare come una satira distopica, spegnendo la pretesa del realismo manageriale.
Was this review helpful to you?


