L' evoluzione "mancata" di Miss Tambourine
Miss Tambourine - il soprannome già da solo contiene metà (disprezzo ) del drama - è il nomignolo dispregiativo di Yoon Ji-na, protagonista della serie: una donna di 35 anni, assistent manager di una catena di caffetterie, Coffebay. Viene appellata così dalle colleghe di ufficio perché nel loro idioma avvelenato lei sarebbe quella donna che “fa atmosfera”: la ragazza graziosa, gradevole, un po’ ornamentale, quella che i colleghi maschi guardano con favore e che, nella fantasia tossica altrui, ottiene attenzione non per autorità o competenza ma perché sa intrattenere. Il tamburello richiama proprio quell’idea da karaoke, da hostess che sorridono, accompagnano, tengono su il clima. Insomma: non un complimento, ma il modo elegante con cui certi ambienti riescono a dire “non la prendetela sul serio”, "non seguire il suo esempio" senza usare parole troppo esplicite. E questa, in fondo, è già la fotografia perfetta della serie: bella superficie, sottotesto acidissimo.
>>>>>>>>>>>>>>>>Il drama non è più disponibile su netflix da domani ma potete seguirlo su Viki (e secondo me con sottotitoli migliori) <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<< .
Dal punto di vista estetico, Something in the Rain sa benissimo cosa sta facendo. La regia è classica, non sperimentale, ma ha un gusto visivo notevole: toni caldi, seppia morbido, una malinconia costante che sembra stendersi su ogni scena come una coperta calda, lisa per l'utilizzo. È un drama che non urla mai, ti siede accanto e ti mette addosso quell’aria da sera piovosa in cui tutto appare più romantico di quanto probabilmente sia. , Funziona finché non ti accorgi che spesso il silenzio viene usato più come sedazione che come intensità. I primi piani lunghissimi, i montaggi musicali, la musichetta che scorre sopra corse, abbracci e prese in braccio costruiscono un clima, sì, ma non sempre una vera tensione. E la differenza io la sento.
La prima metà della serie vive di questa illusione elegante. È il tratto più riuscito: ti convince di stare guardando una romance adulta, delicata, naturale, quasi osservata da una finestra appannata. Poi però arriva il problema fondamentale: la storia d’amore non viene davvero costruita, viene mostrata. Vedi loro due che sorridono, camminano, si cercano, si toccano, si abbracciano. Vedi la tenerezza. Vedi la familiarità. Ma la passione? La spinta? La ragione profonda per cui lui dovrebbe scegliere proprio lei, e lei proprio lui? Quella resta spesso fuori campo, come se bastasse mostrare due persone vicine per farci credere che l’amore sia diventato inevitabile. E invece no: non basta una canzone, non basta un ombrello stretto, un passaggio della metro, non basta un abbraccio preso bene in controluce. La romance, almeno per chi la guarda con un po’ di sangue nelle vene, deve far sentire il perché. A me il perché non è arrivato!
Joon-hee e Jin-a hanno una chimica che molti hanno celebrato come esplosiva; per me, più semplicemente, è una chimica discreta, fatta di comfort e desiderio trattenuto, ma non di vera tensione. I bacini ci sono, la tenerezza pure, ma quella corrente sotterranea che dovrebbe attraversare una storia d’amore adulta non sempre si accende. Joon-hee è scritto come l’uomo ideale visto attraverso gli occhi di lei: bello, comprensivo, paziente, quasi sempre pronto a reggere il mondo sulle spalle senza lamentarsi troppo. Solo che un uomo così, se non gli dai anche un interno umano, rischia di sembrare più una funzione che una persona. E in effetti la sua evoluzione è minima: tra traumi familiari, abbandoni, dolore e senso di spaesamento, si intuisce molto, ma si realizza poco. Non c’è una vera trasformazione che si faccia sentire fino in fondo.
Poi c’è Jin-a! Il vero centro nervoso della serie, e anche il suo punto più contestabile. Perché il problema non è che sia una vittima, o che sia sotto pressione, o che viva schiacciata tra famiglia, lavoro e giudizio sociale. Il problema è che il drama le assegna una lunga serie di scelte che la fanno apparire sempre meno come una donna che cresce e sempre più come una che oscilla, si ritira, rimanda, acconsente, si fa trascinare. La sua condotta con l’ex fidanzato è il primo grande schiaffo allo spettatore: la scena della macchina, con lui che si porta dietro un gesto da maniaco disperato e lei che finisce dentro un incubo di ansia e terrore, dovrebbe essere il momento in cui si capisce che certi legami sono tossici fino al midollo. E invece la serie, pur mostrando il pericolo, spesso non si prende abbastanza cura di farci sentire il terrore fino in fondo. Lo intuisce, lo sfiora, ma non lo porta sempre a compimento.
Il vero crollo, poi arriva nelle decisioni successive. Lei si piega a logiche familiari e sociali che la espongono sempre di più. Quando accetta l’appuntamento al buio per placare la madre, dopo che lui è stato persino picchiato dalla stessa, il danno è ormai evidente: non è più una donna alle prese con la paura, è una donna che continua a scegliere la via più comoda per non affrontare il conflitto, anche quando il costo lo paga l’uomo che dice di amare. E quando organizza di nascosto con il padre di lui e poi gli chiede di non essere infantile, lì il drama si tradisce da solo. Perché a quel punto non sei più davanti a una protagonista in difficoltà; sei davanti a una persona che continua a chiedere maturità agli altri mentre lei stessa scivola dentro compromessi che sembrano solo rimandi di colpa. E non ho avuto alcuna percezione della differenza di età, nel modo di vivere la relazione: lei e la madre mi sono sembrate oltremodo infantili.
La cosa più irritante, in tutto questo, è che Something in the Rain non approfondisce davvero il costo emotivo di ciò che racconta. Parla di molestie sul lavoro, di ambiente tossico, di sessismo quotidiano, di famiglia soffocante, e in teoria lo fa bene. Mostra, non spiega. Ma mostra senza scavare sempre abbastanza nella ferita. Jin-a subisce, minimizza, abbassa la testa, cerca di non preoccuparsi troppo di sé per non disturbare gli altri, e questo potrebbe essere un ritratto potentissimo di assuefazione e stanchezza. Invece, spesso, finisce per sembrare una donna che non reagisce nemmeno quando dovrebbe. Il che rende la sua figura meno tragica e più esasperante. E allora sì, capisci perché tanti spettatori smettono di vederla come la protagonista da proteggere e cominciano a guardarla come una presenza autosabotante.
La seconda metà del drama è il luogo in cui questa frustrazione diventa struttura. La madre entra come una calamità morale senza fine: controllo, giudizio, ricatto emotivo, status, reputazione, ossessione per ciò che “si deve” fare. Il padre resta terribile nella sua passività ambivalente, la sorella di lui vive un’ombra di serietà e ferite che però non si schiudono mai in una vera evoluzione. E i colleghi? Un catalogo di tossicità che la serie osserva con lucidità ma senza ribaltarlo davvero. C’è verità, ma non c’è riscatto, accennato alla fine. Hai vinto tu, JIn-a, in ascensore, 3 secondi di scena. Tutto resta addosso, come polvere.
Il punto non è che la serie sia brutta. È peggio: è una serie fatta bene che non convince fino in fondo proprio dove dovrebbe colpire di più. Tecnicamente regge, visivamente seduce, gli attori sono bravissimi, e la prima metà ha un fascino rilassante con qualche richiamo francese, sembrano quasi dei bistrot e non dei ristoranti asiatici. Ma quando si tratta di far crescere davvero la storia e i personaggi, si ritrae, ripete, si appoggia all’atmosfera e alla musica, e spera che basti. Non basta. La cosiddetta evoluzione di Jin-a, per come viene mostrata, è più un annuncio che un percorso. Lui non supera davvero i suoi traumi, lei non diventa mai pienamente la donna capace di scegliere senza dissociarsi, se non negli ultimi 20 minuti di lavoro, e il finale non cambia la sensazione di fondo: 90 secondi di punzecchiamenti e scherzi, un abbraccio goffo, dopo 3 anni di separazione, persone che avrebbero meritato una scrittura più coraggiosa.
Alla fine resta questo: una serie elegante, malinconica, ben recitata, molto più forte nella forma che nella sostanza. Una romance che sa vestirsi benissimo, ma che quando deve spiegarti perché dovresti amare davvero questi due, comincia a balbettare. E per una storia d’amore, è un difetto che pesa come un ombrello fradicio. Il voto, finisce lì: nel territorio del “buon lavoro, ma non mi ha conquistata”. Intorno al 7 pieno, con tutto l’onore e tutto il fastidio del caso.
PS: ero partita da 8,5 dopo il primo episodio, con premesse bellissime, e sono arrivata a 7 perché è un lavoro molto curato: la OST — e sottolineo che non c’è una canzone coreana — ti porta perfettamente dentro l’atmosfera emotiva, e si sposa benissimo con tutto, anche se le musiche sono oltremodo minimaliste e insistenti nel finale, partono in continuazione e alla lunga provocano stanchezza.
Il ritmo è terribile. Primi piani di cinque minuti di loro che si struggono, in una serie di venti ore complessive, sono la morte: è una serie lenta, lentissima, e quel tempo avrebbe potuto essere speso meglio per i dialoghi, per approfondire, per inserire scene che secondo me sono state tagliate, perché a volte i personaggi sanno di eventi e ti chiedi come diavolo abbiano fatto ad apprenderli, e finisci per doverti dare una spiegazione da sola.
Il payoff emotivo è tragico, e il finale è forse il più brutto e sbrigativo che io abbia visto in un lavoro del genere.
Il cast, a livello interpretativo, non mi ha convinta del tutto: gli attori che interpretano i padri abbassano la media complessiva del gruppo.
Voglio dire un’ultima cosa: forse lo scopo, mi sono detta, è parlare dell’evoluzione a tentoni di questa donna, perché la storia d’amore è il contorno, illustrata per lo più con dei videoclip musicali; i suoi problemi, invece, sono affrontati, mostrati, ma mai approfonditi. Non so come altro spiegarmelo. E la storia, come al solito, è infilata lì come motore che avvia la crescita personale e come polo attrattivo per acchiappare una grossa fetta di pubblico che ancora nelle recensioni parla della storia d’amore, ma la serie è molto altro.
E il lato positivo, questo lo sottolineo, è che mostra il lato scomodo della Corea, e dei coreani, altro che uomini da sogno: la società è posizionale, classista, il gender gap esiste ed è prodotto del patriarcato. Così insito che anche le donne sono deformate nel pensiero: “Dovresti sposarti”, “Sei più bella”, “Hai un fidanzato?”, “Ormai non ti applichi più, pensi al fidanzato”, “Lasci il lavoro?”, “Ti sposi?”. O la madre: la madre è quanto di più tossico possa rappresentare la società. “Se ti hanno umiliata è colpa tua”, “Se non andavi in pensione e avanzavi di carriera non si sarebbero permessi di umiliarla”, “Se ti tradiscono le coppie litigano, fa niente, può capitare”, “Ha molti fratelli, quando il padre morirà dovrà occuparsi di lui e anche nostra figlia dovrà occuparsene”, “Se sei orfano e tuo padre ti abbandona sei marcio”. E l’ipocrisia, quanta ipocrisia, cazzo.
C'è poi un altro aspetto che ho apprezzato e che raramente viene mostrato con questa schiettezza: la gestione delle molestie sul lavoro. È vero, anche qui il drama si ferma spesso sulla soglia dell'approfondimento e non entra fino in fondo nel costo psicologico che certe situazioni comportano. Tuttavia mostra molto bene una dinamica scomoda che spesso nelle narrazioni viene semplificata: le donne non diventano automaticamente solidali tra loro solo perché condividono la stessa discriminazione. Anzi! Molte colleghe prendono le distanze da chi denuncia, non perché credano che abbia torto, ma perché hanno paura di essere coinvolte, isolate o penalizzate a loro volta. Alcune scelgono il silenzio come forma di sopravvivenza. Altre arrivano persino a schierarsi con i molestatori o con il sistema che li protegge, nella speranza di ottenere vantaggi, protezione o semplicemente di non diventare il prossimo bersaglio.
È una rappresentazione dura, perfino deprimente, ma estremamente realistica. E non riguarda soltanto la Corea. Credo che la stessa dinamica possa verificarsi in moltissimi contesti occidentali. Il drama ha il merito di non trasformare le donne in un gomitolo di vittime virtuose: mostra invece persone inserite in un sistema competitivo e gerarchico che, per paura o convenienza, finiscono talvolta per perpetuare le stesse logiche che le danneggiano.
È forse uno degli aspetti più riusciti dell'intera serie, perché mette in scena una verità sgradevole: le donne non sono sempre complici tra loro. Molto spesso, soprattutto in ambienti tossici, diventano rivali prima ancora di riuscire a diventare alleate. E Something in the Rain questo lo mostra con una lucidità che fa male.
Un altro elemento che mi ha colpito è il rapporto quasi patologico con il lavoro e con il ruolo sociale: il lavoro non è soltanto un mezzo di sostentamento, è identità, status, legittimazione dell'esistenza. È il modo in cui una persona misura il proprio valore e quello degli altri.
Lo si vede benissimo nel padre di Jin-ah. Una volta andato in pensione, non riesce davvero a godersi il tempo libero. Si sveglia comunque all'alba perché quel ritmo è diventato il suo orologio biologico. Non sa cosa fare delle sue giornate. Si mette al computer, controlla la posta elettronica, studia inglese, cerca qualcosa che riempia quel vuoto lasciato dal lavoro. Non è la rappresentazione di un uomo finalmente libero, ma di una persona che ha costruito tutta la propria identità attorno a una funzione sociale e che, una volta persa quella funzione, fatica a capire chi sia e si obnubila nell'alcol già nel pomeriggio, tra noia e disturbo d'adattamento.
Una società, quella coreana, che appare moderna, efficiente e affascinante dall'esterno, ma che spesso sembra chiedere ai suoi membri un prezzo emotivo enorme. Ed è forse anche per questo che il drama mi è sembrato, a tratti, molto più interessante come ritratto sociale che come storia d'amore. Dietro il k-pop, le luci di Seoul e l'immaginario romantico esportato dall'esotismo dei drama, emerge un Paese duro, competitivo, classista e profondamente segnato dalle aspettative collettive. Non un paradiso sentimentale, ma un luogo in cui molte persone sembrano vivere costantemente sotto il peso di ciò che dovrebbero essere.
La serie di buono ha questo: non edulcora nulla, non fa sconti. La donna non è ritratta da un misogino, ma è prodotto del sistema, incapace di dissenso, frustrata e disposta a tollerare pur di seguire il percorso che la società indica come corretto, per non essere outsider, zitella. Peccato non averne mostrato il costo emotivo — i primi piani di lei che piange sul letto non contano.
>>>>>>>>>>>>>>>>Il drama non è più disponibile su netflix da domani ma potete seguirlo su Viki (e secondo me con sottotitoli migliori) <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<< .
Dal punto di vista estetico, Something in the Rain sa benissimo cosa sta facendo. La regia è classica, non sperimentale, ma ha un gusto visivo notevole: toni caldi, seppia morbido, una malinconia costante che sembra stendersi su ogni scena come una coperta calda, lisa per l'utilizzo. È un drama che non urla mai, ti siede accanto e ti mette addosso quell’aria da sera piovosa in cui tutto appare più romantico di quanto probabilmente sia. , Funziona finché non ti accorgi che spesso il silenzio viene usato più come sedazione che come intensità. I primi piani lunghissimi, i montaggi musicali, la musichetta che scorre sopra corse, abbracci e prese in braccio costruiscono un clima, sì, ma non sempre una vera tensione. E la differenza io la sento.
La prima metà della serie vive di questa illusione elegante. È il tratto più riuscito: ti convince di stare guardando una romance adulta, delicata, naturale, quasi osservata da una finestra appannata. Poi però arriva il problema fondamentale: la storia d’amore non viene davvero costruita, viene mostrata. Vedi loro due che sorridono, camminano, si cercano, si toccano, si abbracciano. Vedi la tenerezza. Vedi la familiarità. Ma la passione? La spinta? La ragione profonda per cui lui dovrebbe scegliere proprio lei, e lei proprio lui? Quella resta spesso fuori campo, come se bastasse mostrare due persone vicine per farci credere che l’amore sia diventato inevitabile. E invece no: non basta una canzone, non basta un ombrello stretto, un passaggio della metro, non basta un abbraccio preso bene in controluce. La romance, almeno per chi la guarda con un po’ di sangue nelle vene, deve far sentire il perché. A me il perché non è arrivato!
Joon-hee e Jin-a hanno una chimica che molti hanno celebrato come esplosiva; per me, più semplicemente, è una chimica discreta, fatta di comfort e desiderio trattenuto, ma non di vera tensione. I bacini ci sono, la tenerezza pure, ma quella corrente sotterranea che dovrebbe attraversare una storia d’amore adulta non sempre si accende. Joon-hee è scritto come l’uomo ideale visto attraverso gli occhi di lei: bello, comprensivo, paziente, quasi sempre pronto a reggere il mondo sulle spalle senza lamentarsi troppo. Solo che un uomo così, se non gli dai anche un interno umano, rischia di sembrare più una funzione che una persona. E in effetti la sua evoluzione è minima: tra traumi familiari, abbandoni, dolore e senso di spaesamento, si intuisce molto, ma si realizza poco. Non c’è una vera trasformazione che si faccia sentire fino in fondo.
Poi c’è Jin-a! Il vero centro nervoso della serie, e anche il suo punto più contestabile. Perché il problema non è che sia una vittima, o che sia sotto pressione, o che viva schiacciata tra famiglia, lavoro e giudizio sociale. Il problema è che il drama le assegna una lunga serie di scelte che la fanno apparire sempre meno come una donna che cresce e sempre più come una che oscilla, si ritira, rimanda, acconsente, si fa trascinare. La sua condotta con l’ex fidanzato è il primo grande schiaffo allo spettatore: la scena della macchina, con lui che si porta dietro un gesto da maniaco disperato e lei che finisce dentro un incubo di ansia e terrore, dovrebbe essere il momento in cui si capisce che certi legami sono tossici fino al midollo. E invece la serie, pur mostrando il pericolo, spesso non si prende abbastanza cura di farci sentire il terrore fino in fondo. Lo intuisce, lo sfiora, ma non lo porta sempre a compimento.
Il vero crollo, poi arriva nelle decisioni successive. Lei si piega a logiche familiari e sociali che la espongono sempre di più. Quando accetta l’appuntamento al buio per placare la madre, dopo che lui è stato persino picchiato dalla stessa, il danno è ormai evidente: non è più una donna alle prese con la paura, è una donna che continua a scegliere la via più comoda per non affrontare il conflitto, anche quando il costo lo paga l’uomo che dice di amare. E quando organizza di nascosto con il padre di lui e poi gli chiede di non essere infantile, lì il drama si tradisce da solo. Perché a quel punto non sei più davanti a una protagonista in difficoltà; sei davanti a una persona che continua a chiedere maturità agli altri mentre lei stessa scivola dentro compromessi che sembrano solo rimandi di colpa. E non ho avuto alcuna percezione della differenza di età, nel modo di vivere la relazione: lei e la madre mi sono sembrate oltremodo infantili.
La cosa più irritante, in tutto questo, è che Something in the Rain non approfondisce davvero il costo emotivo di ciò che racconta. Parla di molestie sul lavoro, di ambiente tossico, di sessismo quotidiano, di famiglia soffocante, e in teoria lo fa bene. Mostra, non spiega. Ma mostra senza scavare sempre abbastanza nella ferita. Jin-a subisce, minimizza, abbassa la testa, cerca di non preoccuparsi troppo di sé per non disturbare gli altri, e questo potrebbe essere un ritratto potentissimo di assuefazione e stanchezza. Invece, spesso, finisce per sembrare una donna che non reagisce nemmeno quando dovrebbe. Il che rende la sua figura meno tragica e più esasperante. E allora sì, capisci perché tanti spettatori smettono di vederla come la protagonista da proteggere e cominciano a guardarla come una presenza autosabotante.
La seconda metà del drama è il luogo in cui questa frustrazione diventa struttura. La madre entra come una calamità morale senza fine: controllo, giudizio, ricatto emotivo, status, reputazione, ossessione per ciò che “si deve” fare. Il padre resta terribile nella sua passività ambivalente, la sorella di lui vive un’ombra di serietà e ferite che però non si schiudono mai in una vera evoluzione. E i colleghi? Un catalogo di tossicità che la serie osserva con lucidità ma senza ribaltarlo davvero. C’è verità, ma non c’è riscatto, accennato alla fine. Hai vinto tu, JIn-a, in ascensore, 3 secondi di scena. Tutto resta addosso, come polvere.
Il punto non è che la serie sia brutta. È peggio: è una serie fatta bene che non convince fino in fondo proprio dove dovrebbe colpire di più. Tecnicamente regge, visivamente seduce, gli attori sono bravissimi, e la prima metà ha un fascino rilassante con qualche richiamo francese, sembrano quasi dei bistrot e non dei ristoranti asiatici. Ma quando si tratta di far crescere davvero la storia e i personaggi, si ritrae, ripete, si appoggia all’atmosfera e alla musica, e spera che basti. Non basta. La cosiddetta evoluzione di Jin-a, per come viene mostrata, è più un annuncio che un percorso. Lui non supera davvero i suoi traumi, lei non diventa mai pienamente la donna capace di scegliere senza dissociarsi, se non negli ultimi 20 minuti di lavoro, e il finale non cambia la sensazione di fondo: 90 secondi di punzecchiamenti e scherzi, un abbraccio goffo, dopo 3 anni di separazione, persone che avrebbero meritato una scrittura più coraggiosa.
Alla fine resta questo: una serie elegante, malinconica, ben recitata, molto più forte nella forma che nella sostanza. Una romance che sa vestirsi benissimo, ma che quando deve spiegarti perché dovresti amare davvero questi due, comincia a balbettare. E per una storia d’amore, è un difetto che pesa come un ombrello fradicio. Il voto, finisce lì: nel territorio del “buon lavoro, ma non mi ha conquistata”. Intorno al 7 pieno, con tutto l’onore e tutto il fastidio del caso.
PS: ero partita da 8,5 dopo il primo episodio, con premesse bellissime, e sono arrivata a 7 perché è un lavoro molto curato: la OST — e sottolineo che non c’è una canzone coreana — ti porta perfettamente dentro l’atmosfera emotiva, e si sposa benissimo con tutto, anche se le musiche sono oltremodo minimaliste e insistenti nel finale, partono in continuazione e alla lunga provocano stanchezza.
Il ritmo è terribile. Primi piani di cinque minuti di loro che si struggono, in una serie di venti ore complessive, sono la morte: è una serie lenta, lentissima, e quel tempo avrebbe potuto essere speso meglio per i dialoghi, per approfondire, per inserire scene che secondo me sono state tagliate, perché a volte i personaggi sanno di eventi e ti chiedi come diavolo abbiano fatto ad apprenderli, e finisci per doverti dare una spiegazione da sola.
Il payoff emotivo è tragico, e il finale è forse il più brutto e sbrigativo che io abbia visto in un lavoro del genere.
Il cast, a livello interpretativo, non mi ha convinta del tutto: gli attori che interpretano i padri abbassano la media complessiva del gruppo.
Voglio dire un’ultima cosa: forse lo scopo, mi sono detta, è parlare dell’evoluzione a tentoni di questa donna, perché la storia d’amore è il contorno, illustrata per lo più con dei videoclip musicali; i suoi problemi, invece, sono affrontati, mostrati, ma mai approfonditi. Non so come altro spiegarmelo. E la storia, come al solito, è infilata lì come motore che avvia la crescita personale e come polo attrattivo per acchiappare una grossa fetta di pubblico che ancora nelle recensioni parla della storia d’amore, ma la serie è molto altro.
E il lato positivo, questo lo sottolineo, è che mostra il lato scomodo della Corea, e dei coreani, altro che uomini da sogno: la società è posizionale, classista, il gender gap esiste ed è prodotto del patriarcato. Così insito che anche le donne sono deformate nel pensiero: “Dovresti sposarti”, “Sei più bella”, “Hai un fidanzato?”, “Ormai non ti applichi più, pensi al fidanzato”, “Lasci il lavoro?”, “Ti sposi?”. O la madre: la madre è quanto di più tossico possa rappresentare la società. “Se ti hanno umiliata è colpa tua”, “Se non andavi in pensione e avanzavi di carriera non si sarebbero permessi di umiliarla”, “Se ti tradiscono le coppie litigano, fa niente, può capitare”, “Ha molti fratelli, quando il padre morirà dovrà occuparsi di lui e anche nostra figlia dovrà occuparsene”, “Se sei orfano e tuo padre ti abbandona sei marcio”. E l’ipocrisia, quanta ipocrisia, cazzo.
C'è poi un altro aspetto che ho apprezzato e che raramente viene mostrato con questa schiettezza: la gestione delle molestie sul lavoro. È vero, anche qui il drama si ferma spesso sulla soglia dell'approfondimento e non entra fino in fondo nel costo psicologico che certe situazioni comportano. Tuttavia mostra molto bene una dinamica scomoda che spesso nelle narrazioni viene semplificata: le donne non diventano automaticamente solidali tra loro solo perché condividono la stessa discriminazione. Anzi! Molte colleghe prendono le distanze da chi denuncia, non perché credano che abbia torto, ma perché hanno paura di essere coinvolte, isolate o penalizzate a loro volta. Alcune scelgono il silenzio come forma di sopravvivenza. Altre arrivano persino a schierarsi con i molestatori o con il sistema che li protegge, nella speranza di ottenere vantaggi, protezione o semplicemente di non diventare il prossimo bersaglio.
È una rappresentazione dura, perfino deprimente, ma estremamente realistica. E non riguarda soltanto la Corea. Credo che la stessa dinamica possa verificarsi in moltissimi contesti occidentali. Il drama ha il merito di non trasformare le donne in un gomitolo di vittime virtuose: mostra invece persone inserite in un sistema competitivo e gerarchico che, per paura o convenienza, finiscono talvolta per perpetuare le stesse logiche che le danneggiano.
È forse uno degli aspetti più riusciti dell'intera serie, perché mette in scena una verità sgradevole: le donne non sono sempre complici tra loro. Molto spesso, soprattutto in ambienti tossici, diventano rivali prima ancora di riuscire a diventare alleate. E Something in the Rain questo lo mostra con una lucidità che fa male.
Un altro elemento che mi ha colpito è il rapporto quasi patologico con il lavoro e con il ruolo sociale: il lavoro non è soltanto un mezzo di sostentamento, è identità, status, legittimazione dell'esistenza. È il modo in cui una persona misura il proprio valore e quello degli altri.
Lo si vede benissimo nel padre di Jin-ah. Una volta andato in pensione, non riesce davvero a godersi il tempo libero. Si sveglia comunque all'alba perché quel ritmo è diventato il suo orologio biologico. Non sa cosa fare delle sue giornate. Si mette al computer, controlla la posta elettronica, studia inglese, cerca qualcosa che riempia quel vuoto lasciato dal lavoro. Non è la rappresentazione di un uomo finalmente libero, ma di una persona che ha costruito tutta la propria identità attorno a una funzione sociale e che, una volta persa quella funzione, fatica a capire chi sia e si obnubila nell'alcol già nel pomeriggio, tra noia e disturbo d'adattamento.
Una società, quella coreana, che appare moderna, efficiente e affascinante dall'esterno, ma che spesso sembra chiedere ai suoi membri un prezzo emotivo enorme. Ed è forse anche per questo che il drama mi è sembrato, a tratti, molto più interessante come ritratto sociale che come storia d'amore. Dietro il k-pop, le luci di Seoul e l'immaginario romantico esportato dall'esotismo dei drama, emerge un Paese duro, competitivo, classista e profondamente segnato dalle aspettative collettive. Non un paradiso sentimentale, ma un luogo in cui molte persone sembrano vivere costantemente sotto il peso di ciò che dovrebbero essere.
La serie di buono ha questo: non edulcora nulla, non fa sconti. La donna non è ritratta da un misogino, ma è prodotto del sistema, incapace di dissenso, frustrata e disposta a tollerare pur di seguire il percorso che la società indica come corretto, per non essere outsider, zitella. Peccato non averne mostrato il costo emotivo — i primi piani di lei che piange sul letto non contano.
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