FATED JUDAS- Quando lo stile prende il sopravvento sulla narrazione
Il titolo della recensione è volutamente provocatorio , Giuda non allude soltanto ai tradimenti che attraversano la trama da parte di persone vicine e care ai due protagonisti ma ad una storia che finisce per tradire se stessa. Tradisce le proprie ambizioni artistiche, il tono tragico che vorrebbe assumere e, soprattutto, il linguaggio cinematografico che tenta di appropriarsi con innovazioni senza sempre comprenderne la funzione.
Il problema dell'opera è una scrittura derivativa ( da almeno 6 drama storici- wuxia) che propone dei contenuti senza svilupparli fino in fondo.
La struttura narrativa costruisce un continuo gioco di specularità, i due protagonisti percorrono traiettorie quasi simmetriche: entrambi vengono traditi dalla persona di cui si fidano maggiormente, entrambi riportano ferite che modificano il loro destino, entrambi sperimentano la perdita della memoria, entrambi sono costretti a ridefinire la propria identità. Anche le coppie secondarie finiscono spesso per vivere, a ruoli invertiti, le stesse dinamiche emotive (Feng Xiyang e Xia Jinshi) quindi ha uno scopo , non è un cliché ripetuto , come scriveva qualcuno.... .
L'idea della specularità è probabilmente l'intuizione migliore dell'intera serie. Il problema è che resta quasi sempre un meccanismo strutturale più che un vero tema filosofico.
Lo stesso accade con gli altri argomenti affrontati. La guerra, il rapporto fra genitori e figli, il peso delle aspettative familiari, la memoria, il desiderio femminile qui mostrato con una certa modernità, il sacrificio, la responsabilità politica. Tutti elementi presenti. Nessuno realmente approfondito.
La sensazione costante è stata quella di assistere a una sceneggiatura che accumula temi invece di svilupparli.
Dal punto di vista narrativo l'opera aggiunge molto poco a un panorama ormai saturo di wuxia romantici. Dopo decine di produzioni storiche cinesi viste negli ultimi anni, è difficile non riconoscere una costruzione fortemente derivativa. Le dinamiche ricordano Rule the World; l'estetica visiva e sonora richiama spesso Fangs of Fortune; alcune scelte iconografiche – dai morsi sul collo alla costruzione predatore-preda fino all'erotizzazione della violenza – evocano apertamente un immaginario vampiresco che riporta inevitabilmente a Twilight.
Il revenge finale con la resa dei conti e la strage finale a casa del cattivo di turno Love like Galaxy e l'utilizzo di ipersaturazioni a contrasto e primi piani che stravolgono il volto, The Double.
Naturalmente il problema non è l'influenza, potrebbero essere citazioni. Tutto il cinema vive di influenze. Il problema nasce quando il mosaico non genera un'identità nuova.
Paradossalmente è proprio la regia a rappresentare il punto più interessante e, contemporaneamente, la maggiore occasione mancata. È evidente il desiderio di sperimentare:
Color grading fortemente saturo.
Flare luminosi.
Primi piani estremi.
Montaggio sincopato.
Sound design continuamente enfatizzato attraverso riverberi, code vocali e trattamenti artificiali delle voci.
Persino il dolly zoom (il cosiddetto Vertigo effect), caro a Hitchcock e presente dal 1960, finalmente compare in più occasioni , per la prima volta forse in un drama cinese. WOW !
Il Vertigo effect, ossia quel doppio effetto che consiste nell'avvicinare o allontanare il soggetto a fuoco e porre l'effetto opposto sullo sfondo, non nasce come semplice abbellimento estetico. È una figura retorica del linguaggio cinematografico. Tradizionalmente visualizza una frattura percettiva, una perdita di controllo, uno shock, un improvviso mutamento psicologico, può essere utilizzato per paranoia, sovvertimento, insomma avvisa che sta per accadere qualcosa dissociando i due piani: uno si avvicina e l'altro si allontana, una soluzione molto elegante e ormai realizzabile anche con la telecamera dello smartphone e un programma come CUPCUT.
In questo lavoro, in un paio di sequenze il suo utilizzo appare coerente con il vissuto dei personaggi.
In altre, invece, sembra trasformarsi in una firma stilistica applicata indipendentemente dal contenuto drammatico della scena.
Durante una frattura emotiva fra padre e figlio, ad esempio, la costruzione dell'inquadratura comprime lo spazio (l'inquadratura zoomma sui volti), anziché enfatizzare la distanza relazionale, producendo un'immagine suggestiva ma semanticamente poco coerente.
Una regia moderna che conosce gli strumenti del linguaggio cinematografico, ma che troppo spesso li utilizza come ornamento invece che come veicolo di significato.
Lo stesso discorso riguarda l'impianto estetico generale: l'opera oscilla costantemente fra un drama a sfondo storico e un idol drama (zero credibilità storica).
I costumi recuperano suggestioni delle popolazioni tibetane, per quanto riguarda la fazione avversaria, mentre trucco, contouring, sopracciglia perfettamente scolpite, manicure rosse e fotografia ipersatura appartengono chiaramente a un immaginario contemporaneo, stessa cosa per le scarpe con zeppe interne e polsiere in ecopelle ben visibile.
Il risultato costruisce un ibrido che finisce spesso per compromettere la credibilità del mondo rappresentato.
Persino il sound design contribuisce a questa impressione. Le voci vengono frequentemente trattate con riverberi e code artificiali che dovrebbero conferire maggiore epicità ai protagonisti. In realtà producono spesso l'effetto opposto: ricordano costantemente allo spettatore la presenza della post-produzione, interrompendo l'immersione narrativa.
Anche sul piano attoriale il cast appare discontinuo.
Li Qin sostiene gran parte del peso emotivo della serie con un'eroina finalmente desiderante, capace di scegliere, combattere e manifestare apertamente il proprio desiderio senza essere ridotta alla classica figura femminile passiva. Una sorta di Nikita dei tempi antichi sebbene troppo coreografica nei duelli. È probabilmente il personaggio meglio scritto dell'intera opera.
Chen Zheyuan, invece, non è affatto il pessimo attore che alcuni hanno descritto, ma nemmeno il protagonista carismatico necessario per sostenere un progetto così ambizioso. Alterna momenti convincenti ad altri molto più opachi, probabilmente penalizzato anche da una regia che privilegia continuamente l'immagine alla costruzione interpretativa. Un trucco eccessivamente levigato con un contouring a macchie ben visibile, una bocca che ricorda il becco di un'anatra, un volto quasi immobile in alcune sequenze e un'estetica troppo patinata finiscono inoltre per indebolire la credibilità di un personaggio che dovrebbe incarnare un generale temprato dalla guerra.
Peggiore è la prova da parte del cast secondario, in particolare dell'interprete di Murong Junior, la cui recitazione si riduce spesso a una successione di smorfie enfatizzate da un montaggio ossessivamente frammentato.
Mi sono chiesta più volte se il problema fosse davvero il cast o, piuttosto, la direzione data agli attori. La sensazione è che la regia abbia privilegiato costantemente la costruzione dell'immagine rispetto alla costruzione dell'interpretazione. Molti personaggi finiscono così per rifugiarsi in un repertorio di smorfie, sguardi esasperati e pose, senza raggiungere una reale credibilità emotiva.
Chen He Yi in "Perfect Match" (serie netflix, non a caso) aveva dimostrato di possedere un registro più naturale e sfumato; qui, invece, sembra costretto entro una recitazione caricata, quasi illustrativa, lontana dal suo potenziale. Lo stesso vale per diversi antagonisti, che raramente trasmettono quella sottile inquietudine che dovrebbe accompagnare un buon villain.
Anche Chen Zheyuan, pur non essendo affatto l'attore disastroso che qualcuno ha dipinto, non riesce a sostenere il peso del protagonista con il carisma necessario. Alterna momenti convincenti ad altri sorprendentemente anonimi, ma continuo a pensare che la responsabilità non sia esclusivamente sua. Un altro interprete avrebbe probabilmente migliorato il personaggio, senza però risolvere il problema principale dell'opera.
La tensione narrativa soffre dello stesso limite. I colpi di scena non sorprendono perché la regia sembra conoscere perfettamente i codici del thriller ma li utilizza in maniera troppo scoperta. Quando Murong Yao compare nascosto dietro la tenda lo spettatore esperto capisce. La messa in scena insiste così tanto sull'occultamento dell'identità che finisce, paradossalmente, per indicare allo spettatore dove guardare. I tradimenti, gli inganni e le rivelazioni perdono così gran parte della loro forza perché risultano intuibili fin dai primi episodi.
Lo stesso accade con la costruzione della tensione erotica. La regia ricorre continuamente a un repertorio fisico: combattimenti che diventano corteggiamenti, morsi sul collo, corpi che si sfiorano, prese, cadute, giri, personaggi posti in braccio, fermo immagine sugli sguardi. È un'estetica che cerca costantemente di suggerire desiderio attraverso la fisicità ma finisce spesso per sostituire l'intimità con la coreografia.
E qui emerge inevitabile il confronto con Joy of Life, dove bastava un semplice baciamano di Zhang Ruoyun, una pausa nel dialogo o un cambio quasi impercettibile dello sguardo perché si percepisse immediatamente la nascita di un sentimento. Nessun rallenty, nessun morso, nessuna spettacolarizzazione del contatto fisico. Solo recitazione, scrittura e tempi scenici.
Fated Hearts sembra credere che l'intensità emotiva possa essere costruita accumulando stimoli visivi e sonori; Joy of Life dimostra invece che basta un gesto minimo, quando è sostenuto da una scrittura solida e da interpreti diretti con precisione.
La regia avrebbe dovuto pretendere molto di più dai propri attori invece di coprirli con artifici visivi, perché il cinema può emozionare anche con un primo piano immobile se l'attore sente il personaggio. Quando invece ogni scena cerca disperatamente di stupire, il rischio è che lo spettatore finisca per ammirare il meccanismo senza credere davvero alle emozioni che dovrebbe raccontare.
Eppure non è stato un brutto drama.
È una serie che si guarda con piacere, mantiene un buon ritmo e possiede un'identità visiva riconoscibile. Semplicemente, non riesce mai a raggiungere il livello di profondità che continuamente promette. Vuole essere tragedia, ma mantiene spesso il tono del melodramma. Vuole essere innovativa, ma costruisce la propria identità attraverso suggestioni già viste. Vuole parlare della guerra, della memoria, del destino e del tradimento, ma preferisce quasi sempre l'immagine alla riflessione.
Alla fine resta un'opera esteticamente ambiziosa, tecnicamente curiosa, narrativamente derivativa e incapace di dare ai propri artifici una reale necessità espressiva, la regia è stata visionaria ma priva di coerenza espressiva, gli effetti nel cinema nascono per raccontare, suggerire, indicare, stessa cosa per l'impianto sonoro di un film, o di un'opera. Qui hanno confuso l'enfasi con il cinema.
Voto: 6,7/10. Un drama gradevole, a tratti visivamente affascinante, ma che confonde troppo spesso la ricerca stilistica con il linguaggio cinematografico e l'ambizione con la profondità.
Il problema dell'opera è una scrittura derivativa ( da almeno 6 drama storici- wuxia) che propone dei contenuti senza svilupparli fino in fondo.
La struttura narrativa costruisce un continuo gioco di specularità, i due protagonisti percorrono traiettorie quasi simmetriche: entrambi vengono traditi dalla persona di cui si fidano maggiormente, entrambi riportano ferite che modificano il loro destino, entrambi sperimentano la perdita della memoria, entrambi sono costretti a ridefinire la propria identità. Anche le coppie secondarie finiscono spesso per vivere, a ruoli invertiti, le stesse dinamiche emotive (Feng Xiyang e Xia Jinshi) quindi ha uno scopo , non è un cliché ripetuto , come scriveva qualcuno.... .
L'idea della specularità è probabilmente l'intuizione migliore dell'intera serie. Il problema è che resta quasi sempre un meccanismo strutturale più che un vero tema filosofico.
Lo stesso accade con gli altri argomenti affrontati. La guerra, il rapporto fra genitori e figli, il peso delle aspettative familiari, la memoria, il desiderio femminile qui mostrato con una certa modernità, il sacrificio, la responsabilità politica. Tutti elementi presenti. Nessuno realmente approfondito.
La sensazione costante è stata quella di assistere a una sceneggiatura che accumula temi invece di svilupparli.
Dal punto di vista narrativo l'opera aggiunge molto poco a un panorama ormai saturo di wuxia romantici. Dopo decine di produzioni storiche cinesi viste negli ultimi anni, è difficile non riconoscere una costruzione fortemente derivativa. Le dinamiche ricordano Rule the World; l'estetica visiva e sonora richiama spesso Fangs of Fortune; alcune scelte iconografiche – dai morsi sul collo alla costruzione predatore-preda fino all'erotizzazione della violenza – evocano apertamente un immaginario vampiresco che riporta inevitabilmente a Twilight.
Il revenge finale con la resa dei conti e la strage finale a casa del cattivo di turno Love like Galaxy e l'utilizzo di ipersaturazioni a contrasto e primi piani che stravolgono il volto, The Double.
Naturalmente il problema non è l'influenza, potrebbero essere citazioni. Tutto il cinema vive di influenze. Il problema nasce quando il mosaico non genera un'identità nuova.
Paradossalmente è proprio la regia a rappresentare il punto più interessante e, contemporaneamente, la maggiore occasione mancata. È evidente il desiderio di sperimentare:
Color grading fortemente saturo.
Flare luminosi.
Primi piani estremi.
Montaggio sincopato.
Sound design continuamente enfatizzato attraverso riverberi, code vocali e trattamenti artificiali delle voci.
Persino il dolly zoom (il cosiddetto Vertigo effect), caro a Hitchcock e presente dal 1960, finalmente compare in più occasioni , per la prima volta forse in un drama cinese. WOW !
Il Vertigo effect, ossia quel doppio effetto che consiste nell'avvicinare o allontanare il soggetto a fuoco e porre l'effetto opposto sullo sfondo, non nasce come semplice abbellimento estetico. È una figura retorica del linguaggio cinematografico. Tradizionalmente visualizza una frattura percettiva, una perdita di controllo, uno shock, un improvviso mutamento psicologico, può essere utilizzato per paranoia, sovvertimento, insomma avvisa che sta per accadere qualcosa dissociando i due piani: uno si avvicina e l'altro si allontana, una soluzione molto elegante e ormai realizzabile anche con la telecamera dello smartphone e un programma come CUPCUT.
In questo lavoro, in un paio di sequenze il suo utilizzo appare coerente con il vissuto dei personaggi.
In altre, invece, sembra trasformarsi in una firma stilistica applicata indipendentemente dal contenuto drammatico della scena.
Durante una frattura emotiva fra padre e figlio, ad esempio, la costruzione dell'inquadratura comprime lo spazio (l'inquadratura zoomma sui volti), anziché enfatizzare la distanza relazionale, producendo un'immagine suggestiva ma semanticamente poco coerente.
Una regia moderna che conosce gli strumenti del linguaggio cinematografico, ma che troppo spesso li utilizza come ornamento invece che come veicolo di significato.
Lo stesso discorso riguarda l'impianto estetico generale: l'opera oscilla costantemente fra un drama a sfondo storico e un idol drama (zero credibilità storica).
I costumi recuperano suggestioni delle popolazioni tibetane, per quanto riguarda la fazione avversaria, mentre trucco, contouring, sopracciglia perfettamente scolpite, manicure rosse e fotografia ipersatura appartengono chiaramente a un immaginario contemporaneo, stessa cosa per le scarpe con zeppe interne e polsiere in ecopelle ben visibile.
Il risultato costruisce un ibrido che finisce spesso per compromettere la credibilità del mondo rappresentato.
Persino il sound design contribuisce a questa impressione. Le voci vengono frequentemente trattate con riverberi e code artificiali che dovrebbero conferire maggiore epicità ai protagonisti. In realtà producono spesso l'effetto opposto: ricordano costantemente allo spettatore la presenza della post-produzione, interrompendo l'immersione narrativa.
Anche sul piano attoriale il cast appare discontinuo.
Li Qin sostiene gran parte del peso emotivo della serie con un'eroina finalmente desiderante, capace di scegliere, combattere e manifestare apertamente il proprio desiderio senza essere ridotta alla classica figura femminile passiva. Una sorta di Nikita dei tempi antichi sebbene troppo coreografica nei duelli. È probabilmente il personaggio meglio scritto dell'intera opera.
Chen Zheyuan, invece, non è affatto il pessimo attore che alcuni hanno descritto, ma nemmeno il protagonista carismatico necessario per sostenere un progetto così ambizioso. Alterna momenti convincenti ad altri molto più opachi, probabilmente penalizzato anche da una regia che privilegia continuamente l'immagine alla costruzione interpretativa. Un trucco eccessivamente levigato con un contouring a macchie ben visibile, una bocca che ricorda il becco di un'anatra, un volto quasi immobile in alcune sequenze e un'estetica troppo patinata finiscono inoltre per indebolire la credibilità di un personaggio che dovrebbe incarnare un generale temprato dalla guerra.
Peggiore è la prova da parte del cast secondario, in particolare dell'interprete di Murong Junior, la cui recitazione si riduce spesso a una successione di smorfie enfatizzate da un montaggio ossessivamente frammentato.
Mi sono chiesta più volte se il problema fosse davvero il cast o, piuttosto, la direzione data agli attori. La sensazione è che la regia abbia privilegiato costantemente la costruzione dell'immagine rispetto alla costruzione dell'interpretazione. Molti personaggi finiscono così per rifugiarsi in un repertorio di smorfie, sguardi esasperati e pose, senza raggiungere una reale credibilità emotiva.
Chen He Yi in "Perfect Match" (serie netflix, non a caso) aveva dimostrato di possedere un registro più naturale e sfumato; qui, invece, sembra costretto entro una recitazione caricata, quasi illustrativa, lontana dal suo potenziale. Lo stesso vale per diversi antagonisti, che raramente trasmettono quella sottile inquietudine che dovrebbe accompagnare un buon villain.
Anche Chen Zheyuan, pur non essendo affatto l'attore disastroso che qualcuno ha dipinto, non riesce a sostenere il peso del protagonista con il carisma necessario. Alterna momenti convincenti ad altri sorprendentemente anonimi, ma continuo a pensare che la responsabilità non sia esclusivamente sua. Un altro interprete avrebbe probabilmente migliorato il personaggio, senza però risolvere il problema principale dell'opera.
La tensione narrativa soffre dello stesso limite. I colpi di scena non sorprendono perché la regia sembra conoscere perfettamente i codici del thriller ma li utilizza in maniera troppo scoperta. Quando Murong Yao compare nascosto dietro la tenda lo spettatore esperto capisce. La messa in scena insiste così tanto sull'occultamento dell'identità che finisce, paradossalmente, per indicare allo spettatore dove guardare. I tradimenti, gli inganni e le rivelazioni perdono così gran parte della loro forza perché risultano intuibili fin dai primi episodi.
Lo stesso accade con la costruzione della tensione erotica. La regia ricorre continuamente a un repertorio fisico: combattimenti che diventano corteggiamenti, morsi sul collo, corpi che si sfiorano, prese, cadute, giri, personaggi posti in braccio, fermo immagine sugli sguardi. È un'estetica che cerca costantemente di suggerire desiderio attraverso la fisicità ma finisce spesso per sostituire l'intimità con la coreografia.
E qui emerge inevitabile il confronto con Joy of Life, dove bastava un semplice baciamano di Zhang Ruoyun, una pausa nel dialogo o un cambio quasi impercettibile dello sguardo perché si percepisse immediatamente la nascita di un sentimento. Nessun rallenty, nessun morso, nessuna spettacolarizzazione del contatto fisico. Solo recitazione, scrittura e tempi scenici.
Fated Hearts sembra credere che l'intensità emotiva possa essere costruita accumulando stimoli visivi e sonori; Joy of Life dimostra invece che basta un gesto minimo, quando è sostenuto da una scrittura solida e da interpreti diretti con precisione.
La regia avrebbe dovuto pretendere molto di più dai propri attori invece di coprirli con artifici visivi, perché il cinema può emozionare anche con un primo piano immobile se l'attore sente il personaggio. Quando invece ogni scena cerca disperatamente di stupire, il rischio è che lo spettatore finisca per ammirare il meccanismo senza credere davvero alle emozioni che dovrebbe raccontare.
Eppure non è stato un brutto drama.
È una serie che si guarda con piacere, mantiene un buon ritmo e possiede un'identità visiva riconoscibile. Semplicemente, non riesce mai a raggiungere il livello di profondità che continuamente promette. Vuole essere tragedia, ma mantiene spesso il tono del melodramma. Vuole essere innovativa, ma costruisce la propria identità attraverso suggestioni già viste. Vuole parlare della guerra, della memoria, del destino e del tradimento, ma preferisce quasi sempre l'immagine alla riflessione.
Alla fine resta un'opera esteticamente ambiziosa, tecnicamente curiosa, narrativamente derivativa e incapace di dare ai propri artifici una reale necessità espressiva, la regia è stata visionaria ma priva di coerenza espressiva, gli effetti nel cinema nascono per raccontare, suggerire, indicare, stessa cosa per l'impianto sonoro di un film, o di un'opera. Qui hanno confuso l'enfasi con il cinema.
Voto: 6,7/10. Un drama gradevole, a tratti visivamente affascinante, ma che confonde troppo spesso la ricerca stilistica con il linguaggio cinematografico e l'ambizione con la profondità.
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