Details

  • Last Online: 1 hour ago
  • Gender: Female
  • Location: Gibilterra
  • Contribution Points: 0 LV0
  • Roles:
  • Join Date: September 6, 2024
  • Awards Received: Finger Heart Award2 Flower Award2 Reply Goblin Award1 Dumpster Fire Award1 Lore Scrolls Award1 Drama Bestie Award2 Emotional Support Commenter1 Clap Clap Clap Award1 Tomato of Chaos1 Notification Ninja2 Emotional Bandage2 Reply Hugger1 Soulmate Screamer2 Big Brain Award1
The East Palace korean drama review
Completed
The East Palace
2 people found this review helpful
by Hyperborea
6 hours ago
8 of 8 episodes seen
Completed 1
Overall 8.0
Story 6.5
Acting/Cast 8.5
Music 7.5
Rewatch Value 5.0

Sotto un palazzo c'è un "cane" pazzo...

Trattasi di un sageuk fantasy-horror soprannaturale, un drama a sfondo storico ambientato nella Corea Joseon che combina folklore, sciamanesimo, fantasmi, mistero e politica di corte. La trama ruota attorno a un cacciatore di spiriti e a una dama di corte capace di percepire i morti, coinvolti dal re in un'indagine all'interno del palazzo, dove i principi continuano a morire in circostanze misteriose.
Sulla carta, gli ingredienti per una grande serie ci sono tutti: il palazzo diventa uno spazio malato, nel quale i rituali non rappresentano soltanto una pratica religiosa, ma anche uno strumento di potere; il rapporto fra vivi e morti diventa la metafora di traumi dinastici mai risolti; lo sciamanesimo coreano viene utilizzato come mezzo per ristabilire un equilibrio spezzato, emerge il tema della colpa ereditaria, secondo cui i peccati commessi dalla corte finiscono per ricadere sulle generazioni successive, un motivo che appartiene a una tradizione simbolica molto più ampia e che troviamo, con declinazioni differenti, anche nell'ebraismo e nell'induismo.
È curioso che appena due serie fa abbia terminato un drama caratterizzato da una buona scrittura ma da una produzione audiovisiva assolutamente anonima; The East Palace ne rappresenta quasi l'opposto speculare. Vi troviamo una fortissima identità, sostenuta da sperimentazioni registiche che in alcuni momenti raggiungono un livello quasi cinematografico, mentre la scrittura è debole, troppo debole rispetto alle ambizioni formali, finendo per risultare quasi anonima. È un paradosso che, a mio avviso, ricorre non di rado nelle serie asiatiche: si concentra in maniera straordinaria l'attenzione su un determinato aspetto dell'opera, finendo però per trascurarne altri che avrebbero avuto bisogno della stessa cura.
La consiglierei soprattutto a chi ama le serie ricche di folklore e di suggestioni soprannaturali. Il potenziale, infatti, è enorme, ma non sempre viene trasformato in sostanza: la mitologia è affascinante, mentre la scrittura è poco originale e spesso eccessivamente arzigogolata, quasi cercasse attraverso la complessità apparente di superare una semplicità narrativa sostanziale. Le spiegazioni, inoltre, tendono a essere troppo numerose ed esplicite, invece di lasciare che il mistero si alimenti da solo e cresca attraverso ciò che lo spettatore non sa ancora. Personalmente ho apprezzato soprattutto l'estetica, la fotografia e l'atmosfera, molto più del lato emotivo (che ahimé mi ha preso poco).

ASPETTI TECNICI (no IA):
Adoro soffermarmi sugli aspetti scenografici, registici e fotografici, ma raramente mi è capitato di avere così tanto da dire a questo proposito, perché è una serie in cui ho percepito e compreso quasi ogni singola scelta visiva e, soprattutto, una serie in cui la ricerca formale ha rappresentato una parte consistente del piacere della visione. Vedere qualcosa di così dinamico, costruito con un'impronta filmica tanto precisa e riconoscibile, non è comune nel panorama delle serie asiatiche; per quanto mi riguarda, non mi viene in mente nessun drama cinese finora visto che raggiunga un livello di elaborazione registica paragonabile.
Il color grading è particolarmente riuscito, sebbene riprenda e rielabori soluzioni già viste in alcune produzioni molto curate degli ultimi anni, come Pa2myo" e "Dear Hongrang", che ho recensito a sua volta. La palette dominata dal rosso cremisi, dal nero e dai toni seppia richiama il sangue e il sacrificio, il mondo degli spiriti e, soprattutto, la memoria di un passato che continua a contaminare il presente. In TEP il rosso viene associato con frequenza ai rituali, alle presenze soprannaturali e agli spazi nei quali il confine fra vivi e morti sembra assottigliarsi, diventando quindi non soltanto una scelta cromatica, ma un elemento narrativo vero e proprio.
Anche alcuni primi piani mostrano una chiara affinità con determinati linguaggi dell'animazione e dell'horror giapponese: penso a produzioni come Hell Girl, Inuyasha e Demon Slayer, ma persino ad alcune tavole di autori come CLAMP, pur senza parlare di una citazione diretta. Il volto quasi immobile di Gu Cheon quando si prepara ad affrontare uno spirito, gli occhi ripresi in controluce, le ciocche di capelli che coprono parzialmente lo sguardo e la macchina da presa portata molto vicino al volto appartengono a un immaginario immediatamente riconoscibile. Non direi quindi che la serie “citi gli anime” in senso stretto: piuttosto, attinge a un repertorio estetico che cinema, animazione e fumetto giapponesi hanno contribuito a codificare.
Questa estetica, del resto, possiede una genealogia piuttosto lunga. Il cinema giapponese, soprattutto attraverso l'horror e il fantastico di opere come Kwaidan e Onmyoji, ha contribuito a codificare l'uso di figure immobili, capelli che ricadono sul volto, colori saturi e composizioni fortemente pittoriche. A partire dagli anni Novanta, gli anime hanno trasformato molti di questi codici in un linguaggio visivo autonomamente riconoscibile, fatto di primi piani estremi, occhi che diventano strumenti narrativi e capelli utilizzati persino per nascondere o suggerire le emozioni. Il cinema coreano contemporaneo ha poi assorbito e raffinato questi linguaggi attraverso una fotografia estremamente curata, e Dear Hongran e questo, rappresentano due esempi recenti di questa contaminazione.
Anche la componente musicale contribuisce a spostare la serie fuori da una percezione puramente storica. I filtri seppia e alcune musiche quasi jazzate che accompagnano la conclusione di alcuni episodi richiamano il cinema di Sergio Leone, soprattutto per quei toni caldi, polverosi e sospesi, mentre l'uso di musiche anacronistiche ricorda in parte la sensibilità di Tarantino, che utilizza spesso brani estranei all'epoca rappresentata per produrre straniamento dato dalla contaminazione. Il risultato è una scelta sorprendentemente moderna, che impedisce allo spettatore di percepire la Joseon soltanto come un'ambientazione storica ma la trasforma bensì in una Joseon mitologica, sospesa fuori dal tempo.
La regia cerca quindi di costruire un'identità visiva molto forte attraverso la sovrapposizione di riferimenti diversi: folklore coreano, horror giapponese, estetica da anime, suggestioni western e musica contemporanea. È un'operazione interessante e, sul piano formale, estremamente consapevole; il problema è che, quando la storia non possiede la stessa forza, il rischio è che lo spettatore finisca per percepire soprattutto il collage delle influenze invece di essere completamente trascinato dentro il mondo narrativo.
La cosa che ho apprezzato maggiormente è che le tecniche contemporanee utilizzate dalla regia non sembrano essere inserite per puro sfoggio ma associate a una precisa funzione narrativa, e questo le distingue da quelle sperimentazioni prive di reale necessità che, per esempio, avevo criticato in Fated Hearts.
Per esempio, il Dutch angle (o piano olandese), con l'orizzonte inclinato, viene utilizzato per suggerire che qualcosa nell'ordine del mondo si è incrinato: instabilità, possessione, perdita dell'equilibrio, sovvertimento. All'interno di una storia costruita intorno a fantasmi e rituali, è una soluzione particolarmente efficace perché traduce visivamente una realtà che ha smesso di essere stabile.
È inoltre frequente il montaggio per associazione: un primo piano mostra un oggetto, l'oggetto viene alterato — si rompe, si sporca, viene capovolto — e il taglio conduce immediatamente a un'altra scena. È un tipo di montaggio quasi intellettuale, molto più vicino a determinate soluzioni del cinema d'autore che alla televisione classica, perché stabilisce un rapporto concettuale fra immagini che non appartengono necessariamente alla stessa situazione narrativa.
Anche i duelli vengono costruiti attraverso un montaggio sincopato, rallentamenti e freeze frame che interrompono il movimento per isolare determinati istanti. L'obiettivo non è rappresentare il combattimento in maniera realistica ma trasformare alcuni momenti in immagini iconiche, quasi fossero tavole di un manga o vignette di un fumetto, il movimento viene quindi scomposto per dare maggiore forza proprio ai fotogrammi che la regia considera significativi.

SPIRITI E SILHOUETTE
Le forme degli spiriti sono generalmente molto riconoscibili, anche se spesso sembrano attingere a un immaginario più occidentale e soprattutto legato ai videogiochi contemporanei che al folklore coreano tradizionale. Fa eccezione il Primordial Gwi-mae, il Gwi-mae primordiale, che occupa una posizione particolare all'interno dell'universo soprannaturale della serie. Non si tratta di un fantasma umano e non corrisponde, nella sua forma specifica, a una precisa creatura del folklore coreano. Il concetto di gwi-mae viene invece rielaborato dalla serie a partire dalla tradizione folklorica coreana: si tratta di un'entità generata dall'accumulo di energia negativa e, diversamente dal gwi-shin, non è l'anima di una persona morta.
Il regista Choi Jung-kyu ha spiegato un aspetto particolarmente interessante della sua concezione: al di sotto di tutti gli strati di fantasmi e gwi presenti nella serie doveva esistere un'entità primordiale, quasi una radice della negatività. Il Primordial Gwi-mae rappresenta quindi la radice dei desideri e dell'oscurità umana e proprio per questo viene collocato sotto il palazzo, un luogo dominato da desiderio, ambizione e lotta per il potere. È un collegamento simbolico particolarmente efficace e, non a caso, è anche alla base del titolo provocatorio che ho scelto per questa recensione.
Non mi sono piaciuti tutti gli spiriti, alcuni mi hanno ricordato come silhouette di one piece, tekken ed il vecchio vestito di bianco , richiamato dallo sciamano, sembra quasi un monaco eremita con il volto di un pirata di una casa stregata, l'ho trovato di bassa qualità rispetto a tutto il resto.

ATTENZIONE!!!
Un'altra somiglianza visiva che mi ha colpita riguarda il mondo dei videogiochi. L'universo delle creature di TEP richiama curiosamente quello di Wo Long: Fallen Dynasty, videogioco dark fantasy cinese ambientato nella dinastia Han, contaminata da presenze demoniache. In entrambi i casi troviamo la contaminazione fra un'ambientazione storica orientale molto concreta e un dark fantasy popolato da creature deformate e materiche, oltre al contrasto fra la precisione del mondo reale e l'irruzione di esseri che sembrano provenire da un'altra dimensione.
Nel drama, inoltre, il palazzo viene presentato quasi come un luogo capace di generare letteralmente le proprie creature attraverso avidità, corruzione, rancore e desiderio, mentre Wo Long trasforma a sua volta la storia cinese in un universo contaminato dal qi e dai demoni.

SCRITTURA
La scrittura, al contrario, si fonda su un'idea sorprendentemente semplice: il colpevole appartiene sempre all'interno della stessa "specie". La complessità non nasce quindi da dinamiche realmente profonde o da una rete di cause particolarmente articolata, ma dal continuo spostamento del sospetto da un personaggio all'altro. Il meccanismo narrativo non si concentra tanto sulla domanda cosa stia accadendo, quanto su 'chi' ne sia responsabile: il re, la regina, la consorte, l'altra regina, il principe ereditario o uno spirito. È un mistero fondato più sull'identità del colpevole che sulle cause profonde degli eventi, e la serie riesce a dilatare questa premessa semplice attraverso una regia molto più sofisticata della scrittura che la sostiene. In sostanza, non costruisce una trama realmente complessa, ma rende complessa un'idea semplice attraverso il continuo spostamento del sospetto; il risultato è un gioco di identificazione del colpevole più che una vera stratificazione narrativa. Molte spiegazioni inoltre non sono plausibili.

INTERPRETAZIONI
Quasi ottime anche le interpretazioni, con due prove nettamente superiori alle altre. La regina madre, interpretata da un'attrice sulla cinquantina già apparsa, tra gli altri, in Like Flowers in Sand* e Our Unwritten Seoul, costruisce una donna fisicamente sofferente, segnata da possibili ischemie, con la bocca storta e una postura che restituisce perfettamente anche le sue caratteristiche interiori: arcigna, rigida, sprezzante, acida, ormai quasi inviperita. È una prova estremamente fisica, nella quale il corpo diventa un'estensione del carattere e rende visibile ciò che il personaggio porta dentro di sé. Per questo le assegno un 10: provate voi a interpretare in maniera credibile una paziente con ischemia ed emiparalisi facciale, senza trasformare la caratterizzazione in una semplice caricatura.
Ottimi i costumi, gli strumenti e gli oggetti dell'epoca (pipe, parrucche, strumenti musicali), storicamente la serie mi è sembrata attendibile e curata.

10 anche al re. Sono soprattutto loro due a tenere banco , lui è un personaggio che comunica moltissimo attraverso il controllo della voce: modulazione, pause, volume e minime variazioni dell'intonazione diventano strumenti espressivi veri e propri. È una recitazione trattenuta ma potentissima, capace di suggerire tensioni, paura, autorità e conflitti senza la necessità di esplicitarli.
Molto buona anche l'interpretazione dello sciamano, mentre è ottima quella di Nam Joo-hyuk, che riesce a dare al personaggio una presenza solida senza eccedere. Bene anche la protagonista, al suo primo ruolo in un sageuk: la dizione è ancora da migliorare, ma la recitazione appare abbastanza naturale. Rimane tuttavia una certa contrazione espressiva che, paradossalmente, finisce per sposarsi bene sia con il periodo storico sia con il carattere del personaggio, contribuendo a renderla credibile pur senza darle quella presenza scenica dominante che hanno interpreti più esperti.

CONCLUSIONE
Non è una serie per tutti: piacerà soprattutto a chi ama gli effetti speciali, il folklore soprannaturale e un certo immaginario vicino all'horror degli anime. Non aspettatevi una serie come Kingdom, dove il genere diventa anche uno strumento per costruire un discorso politico feroce, né un fantasy come Alchemy of Souls, nel quale sono soprattutto i personaggi e i loro legami emotivi a costituire il motore della storia. The East Palace punta piuttosto su un horror folkloristico elegante, costruito attraverso simboli, ritualità, atmosfera e una ricerca audiovisiva decisamente ambiziosa, più che su una grande costruzione psicologica dei personaggi.
Ho apprezzato anche il fatto che non abbiano inserito a forza una storia d'amore. Innanzitutto perché i due attori, insieme, non “ballano” e non producono quella chimica che avrebbe reso credibile un'evoluzione sentimentale; inoltre, in una serie così breve, un romance sviluppato a tutti i costi avrebbe spostato il focus e avrebbe richiesto uno spazio narrativo che non sarebbe stato facile ricavare senza compromettere il resto. La scelta di lasciare il loro rapporto sul piano del legame costruito attraverso l'esperienza condivisa mi sembra quindi più coerente con l'impianto complessivo.
Non è possibile dare a The East Palace un voto inferiore all'8. Non si può assegnare un 10 a una serie soltanto perché possiede una buona scrittura, così come non si può ignorare una scrittura semplice quando tutto il resto dell'opera dimostra una ricerca tanto evidente.
Interpretazioni magistrali, una notevole ricerca visiva e sonora e una resa cinematografica decisamente superiore alla media riescono a compensare la semplicità della struttura narrativa, rendendo l'opera riconoscibile e connotandola di una forte personalità.
Se volete approfondire i rituali e il loro significato, vi allego questo articolo (linkabile nei commenti).

https://mydrama.altervista.org/tradition-tells/the-east-palace-quando-il-neoconfucianesimo-di-joseon/
Was this review helpful to you?