Eccellenza contemplativa, evasiva sul piano umano...
La bellezza dell' Essere qui, ora e basta!
Due titoli mi son venuti in mente per questo film, interessante, di Wim Wenders.
Alcuni film raccontano una storia e altri chiedono di stare dentro una storia, quasi di abitare per qualche ora il ritmo con cui respirano i loro personaggi, e Perfect Days appartiene decisamente a questa seconda categoria, perché Wim Wenders costruisce il suo film togliendo ogni orpello invece di aggiungere, eliminando progressivamente tutto ciò che normalmente consideriamo necessario perché una vita cinematograficamente possa sembrarci interessante: non ci sono grandi eventi, ambizioni da inseguire, svolte narrative costruite per sorprenderci, né tantomeno una progressione drammatica ma ci sono un uomo, il suo lavoro, una casa essenziale, qualche libro, delle vecchie cassette, una macchina, gli alberi, la luce che filtra tra le foglie e una serie di giornate che sembrano ripetersi quasi identiche, e proprio questa ripetizione diventa il dispositivo attraverso il quale Wenders prova a ricordarci qualcosa che la nostra esistenza occidentale, continuamente proiettata verso ciò che deve ancora accadere, sembra aver dimenticato: che anche il presente, preso sul serio, può BASTARE!
Hirayama, il protagonista, pulisce i bagni pubblici di Tokyo e lo fa con una cura quasi rituale, senza vergogna, senza lamentarsi e soprattutto senza quell’atteggiamento da vittima redenta che sarebbe stato comodissimo attribuire a un personaggio collocato socialmente in una posizione così marginale; Wenders, al contrario, gli restituisce una dignità piena, perché il lavoro non è presentato come un incidente da cui liberarsi ma come qualcosa che può essere svolto bene, con attenzione, precisione e persino una forma di piacere, e questa scelta, che potrebbe sembrare semplicissima, contiene in realtà una piccola provocazione nei confronti di una cultura nella quale tendiamo a misurare la qualità della vita attraverso ciò che possediamo, ciò che produciamo, il prestigio del nostro lavoro e soprattutto ciò che desideriamo.
Piccola curiosità: il progetto da cui il film nasce era legato ai bagni pubblici del Tokyo Toilet Project, strutture quasi futuristiche progettate con particolare attenzione all’architettura e alla qualità dello spazio ma Wenders trasforma quel contesto quasi pubblicitario in una riflessione molto più ampia sulla cura del bene comune e sulla possibilità che anche un gesto insignificante possa avere la propria dignità.
La sua idea di felicità non ha nulla di spettacolare e, proprio questo ad un pubblico occidentale, può risultare destabilizzante. Hirayama non sembra avere bisogno di molto: lavora, ascolta musica, legge, mangia qualcosa in un parco, fotografa gli alberi, compra libri usati, sviluppa le fotografie, torna a casa e ricomincia il giorno dopo. Non c’è ossessione per l’auto-realizzazione, necessità di trasformare ogni esperienza in un progetto, l'ansia di lasciare un segno, e persino la sua passione per la fotografia non sembra finalizzata a diventare qualcosa: fotografa le chiome degli alberi, conserva le immagini, le archivia, e basta. La macchina fotografica non è uno strumento per costruirsi un’identità artistica ma semplicemente un modo per guardare meglio e vedere come cambia la realtà se cambi i filtri con cui l'osservi (bellissima metafora dei percorsi terapeutici).
È una concezione del presente che il film rende attraverso una regia estremamente controllata, fatta di inquadrature fisse, tempi dilatati, ripetizioni, ellissi e variazioni minime all’interno di una struttura circolare, con Wenders che rinuncia quasi programmaticamente a manipolare lo spettatore attraverso il montaggio e preferisce lasciargli il tempo di accorgersi delle cose. Non è difficile riconoscere l’ombra di Ozu (grandissimo sceneggiatore e regista giapponese; esattamente come il cognome di alcuni protagonisti dei film di Yasujiro Ozu, soprattutto Tokyo Story). Il protagonista di Tokyo Story è Shukichi Hirayama. Wenders ha scelto consapevolmente quel cognome come omaggio al regista e, proprio come Ozu, utilizza una grammatica cinematografica che privilegia la contemplazione all’azione; ma c’è anche qualcosa di profondamente "wendersiano" nella centralità dello spazio urbano, del viaggio in automobile, della musica e dello sguardo rivolto verso ciò che normalmente attraversiamo senza vedere.
Il vero pezzo forte, però, per me è la fotografia di Franz Lustig, perché Perfect Days sarebbe un film molto diverso, forse persino un film anonimo, se non avesse quella capacità quasi ipnotica di trasformare la luce, le superfici, gli interni e soprattutto gli alberi in materia narrativa. La Tokyo di Wenders non è quella delle skyline, non è una città costruita per impressionare lo spettatore straniero con neon, folle e tecnologia ma una città laterale, fatta di sottopassaggi, parchi, distributori automatici, strade percorse ogni mattina, piccoli ristoranti e bagni pubblici che diventano oggetti di design; e dentro questa città la luce assume un valore quasi esistenziale, soprattutto nei momenti di "komorebi", quando la luce del sole che attraversa le foglie degli alberi creando continuamente configurazioni diverse, effimere e irripetibili.
È un’immagine bellissima perché contiene, in fondo, tutto il film: la luce non si conserva, non si possiede, non si può riprodurre e proprio per questo Hirayama la guarda. La fotografa, sì, ma sa anche che quella fotografia non potrà restituire davvero ciò che ha visto. È un uomo che sembra aver imparato a riconoscere il valore delle cose prima che diventino ricordi.
Eppure, nonostante l'altissimo valore artistico della resa ccon valenza simbolica, la mia valutazione si ferma a 7,5.
Poiché Perfect Days è un film bello, raffinato, intelligente, rilassante, tecnicamente ben fatto e dotato di una sensibilità non comune, ma non sono riuscita a trovare quel famoso fattore X che lo trasformi, ai miei occhi, da film molto riuscito a film straordinario. Posso capire perfettamente perché abbia conquistato così tanti critici e spettatori, e persino perché per qualcuno possa essere diventato una sorta di piccolo manifesto esistenziale, una pellicola da riguardare nei momenti in cui la vita sembra troppo rumorosa; tuttavia, personalmente, quella meraviglia assoluta che molti vi hanno trovato io, mio malgrado, non l’ho provata. Ho provato piacere, calma, curiosità, una certa commozione, persino una forma di gratitudine per il modo in cui il film guarda le cose, ma non quella ferita emotiva profonda che trasforma un film contemplativo in un’esperienza indimenticabile.
E credo che dipenda anche dal modo in cui Wenders costruisce Hirayama. Film e drama, nelle loro imperfezioni, mi hanno insegnato molto su me stessa, un po’ come Montale suggeriva quando scriveva «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: spesso è attraverso ciò che riconosciamo negli altri, o che al contrario sentiamo profondamente estraneo a noi, che arriviamo a capire chi siamo. Ebbene, io ho bisogno delle relazioni, di viverle, di attraversarle, di vedere e sentire l’altro, pe percepire una sensazione di completezza.
Qualcuno ha interpretato l'esistenza del protagonista come una forma estrema di libertà: un uomo che ha eliminato il superfluo, che non pretende più nulla dal mondo, che ha imparato a godere delle piccole cose e che sembra aver raggiunto quella serenità che noi inseguiamo attraverso mille complicazioni inutili. Ma, man mano che il film lascia emergere qualcosa del suo passato, quella serenità comincia a diventare più ambigua, perché ci rendiamo conto che Hirayama non è semplicemente un uomo che ha scelto l’essenziale: è anche un uomo che si è ritirato (tema nipponico molto attuale).
E questa differenza, per me, è fondamentale. La sua vita ha radici, ma non ha evoluzione.
Ed è proprio in questo universo di senso che trovo particolarmente interessante il motivo ricorrente degli alberi, perché Wenders mostra continuamente qualcosa che cresce contrariamente al protagonista sembra aver deliberatamente smesso di farlo. Gli alberi affondano le loro radici, cambiano con le stagioni, si espandono, generano rami nuovi e continuano a vivere senza bisogno di interrogarsi sul significato della loro esistenza; Hirayama, invece, ha costruito una vita perfettamente regolata nella quale il cambiamento è quasi completamente escluso. Le sue giornate sono diverse soltanto per quelle piccole variazioni che il mondo introduce dentro una struttura immobile.
E allora la sua pace può essere letta in due modi: come saggezza oppure come rinuncia.
Il film, intelligentemente, non decide per noi ma lascia allo spettatore il senso che vuole dargli.
La solitudine di Hirayama è infatti molto più ambigua di quanto possa sembrare a una prima visione. Non è la solitudine disperata di chi desidera ardentemente qualcuno e non ce l’ha, ma nemmeno la solitudine trionfante dell’individuo completamente autosufficiente. È una solitudine abitata, organizzata, resa confortevole attraverso rituali e piccoli piaceri, una solitudine nella quale l’uomo ha imparato a stare perché probabilmente stare altrove gli costerebbe troppo. Quando il passato riemerge, attraverso la sorella, la nipote e gli altri frammenti della sua vita precedente, improvvisamente comprendiamo che quell’essenzialità non è necessariamente il punto di partenza di Hirayama, ma potrebbe essere il risultato di una chiusura dolorosa ma necessaria.
Ed è qui che, personalmente, ho pensato a un Salvatore Quasimodo. Non perché Hirayama sia un escluso sociale, né perché Wenders lo rappresenti come una creatura respinta dal mondo ma perché esiste qualcosa di profondamente quasimodiano nel modo in cui questo uomo guarda la vita da una posizione laterale, appartata, quasi invisibile, riuscendo a cogliere una bellezza che gli altri, immersi nella normalità quotidiana, non vedono. Anche se pensiamo all'omonimo campanaro di Hugo, Hirayama è contemporaneamente dentro e fuori dal mondo: ne fa parte, lo serve, lo attraversa ogni giorno ma sembra non appartenervi completamente.
E Wenders non ha bisogno di santificarlo. Hirayama può essere gentile, ma non è un guru; è disciplinato, ma non è un asceta; è sereno, ma non è necessariamente felice; ama la solitudine ma non significa che non conosca la solitudine come dolore. Persino il suo rapporto con gli altri è fatto di incontri brevi, casuali, spesso destinati a non diventare nulla, e proprio per questo straordinariamente realistici. Un bambino smarrito, un collega molesto, una ragazza, una nipote, una donna incontrata in un locale: piccole interferenze nella geometria perfetta delle sue giornate che non devono necessariamente trasformarsi in relazioni per avere un significato.
Forse è questo il punto in cui Perfect Days non mi convince: non ci insegna che dobbiamo vivere come Hirayama, perché sarebbe una conclusione temeraria ma vivere per se stessi , e basta, mi sembra l'unica soluzione rimasta al protagonista che non pare però averla scelta consapevolmente, o meglio che in parte l'abbia subita.
La stessa pellicola sembra quasi cadere nella trappola che denuncia. È talmente bello nel mostrarci questa esistenza rarefatta, talmente preciso nel fotografare la luce tra le foglie, talmente elegante nel costruire i rituali quotidiani, che rischia a sua volta di estetizzare la semplicità, trasformandola in un oggetto cinematografico raffinato ma vuoto. La vita di Hirayama è semplice, sì, ma è anche una vita accuratamente filtrata dalla macchina da presa: non vediamo realmente la fatica materiale della sua professione, non vediamo quasi mai la parte sporca e sgradevole del lavoro, e persino i bagni pubblici sembrano spesso opere d’arte più che luoghi nei quali qualcuno deve effettivamente pulire ciò che gli altri lasciano. È una scelta coerente con la poetica del film, ma anche una delle ragioni per cui si percepisce una certa idealizzazione a discapito del realismo.
Una menzione particolare a Koji Yakusho, che, con grande padronanza, recita per sottrazione.
Il suo volto diventa una superficie sulla quale Wenders proietta tutto ciò che il personaggio non dice, e soprattutto nel finale, quando la maschera di Hirayama sembra incrinarsi e felicità e dolore finiscono per convivere nella stessa espressione, il film trova finalmente quella densità emotiva che fino a quel momento aveva soltanto preparato. È una prova attoriale notevole proprio perché non cerca mai di spiegare il personaggio, ma lascia che siano gli occhi, i gesti, il modo di respirare, il sorriso e soprattutto le variazioni quasi impercettibili del volto a raccontarci ciò che le parole non raccontano. Non sorprende che Yakusho abbia vinto il premio per la miglior interpretazione maschile a Cannes.
Perfect Days, quindi, per me non è un capolavoro, ma è uno di quei film che fanno bene, preferisco una definizione meno spettacolare, ma più onesta.
È una visione rilassante senza essere vuota, contemplativa senza esserlo completamente, filosofica senza trasformarsi in un trattato, e soprattutto capace di ricordarci che esiste una bellezza enorme nelle cose che non consideriamo abbastanza importanti da guardare davvero. Un caffè preso ogni mattina, una canzone ascoltata su una vecchia cassetta, il bucato, un libro, una fotografia, un albero mosso dal vento, la luce che attraversa le foglie per qualche secondo e poi scompare.
Non occorre granché per vivere ma il film, forse più sottilmente di quanto sembri, ci suggerisce anche che non occorre granché per smettere di vivere davvero.
Ed è questa ambivalenza, più della sua celebrazione della semplicità, ad avermi interessata. Perché Hirayama ha trovato un modo per stare nel tempo, ma non necessariamente per andare avanti nel tempo; ha imparato a vivere il presente, ma forse proprio per non dover più fare i conti con ciò che il passato gli ha tolto e con ciò che il futuro potrebbe ancora chiedergli.
Gli alberi continuano a crescere.
Hirayama, invece, ha potato le radici... .
E forse la perfezione dei suoi giorni sta proprio lì, in quella sottile e bellissima contraddizione: può essere meraviglioso imparare finalmente a stare dove si è, purché quella pace non diventi il nome elegante che diamo alla rinuncia a diventare qualcun altro.
PS. CHIARISCO CHE I VOTI ASSEGNATI AL CINEMA D'AUTORE NON SONO QUELLI DEL DRAMA, IL MIO 7,5, PER DIRE, NON CORRISPONDE AL 7,5 DI KUNNING PALACE, GIOCANO SU DUE CAMPIONATI DIVERSI . Come le serie negli sport. Per essere più chiara nella scala dei drama questo film sarebbe un 9,8 .
Ps. Lo trovate su raiplay con doppiaggio in italiano, io ho preferito prime, a noleggio (si paga) per goderlo in lingua originale.
Due titoli mi son venuti in mente per questo film, interessante, di Wim Wenders.
Alcuni film raccontano una storia e altri chiedono di stare dentro una storia, quasi di abitare per qualche ora il ritmo con cui respirano i loro personaggi, e Perfect Days appartiene decisamente a questa seconda categoria, perché Wim Wenders costruisce il suo film togliendo ogni orpello invece di aggiungere, eliminando progressivamente tutto ciò che normalmente consideriamo necessario perché una vita cinematograficamente possa sembrarci interessante: non ci sono grandi eventi, ambizioni da inseguire, svolte narrative costruite per sorprenderci, né tantomeno una progressione drammatica ma ci sono un uomo, il suo lavoro, una casa essenziale, qualche libro, delle vecchie cassette, una macchina, gli alberi, la luce che filtra tra le foglie e una serie di giornate che sembrano ripetersi quasi identiche, e proprio questa ripetizione diventa il dispositivo attraverso il quale Wenders prova a ricordarci qualcosa che la nostra esistenza occidentale, continuamente proiettata verso ciò che deve ancora accadere, sembra aver dimenticato: che anche il presente, preso sul serio, può BASTARE!
Hirayama, il protagonista, pulisce i bagni pubblici di Tokyo e lo fa con una cura quasi rituale, senza vergogna, senza lamentarsi e soprattutto senza quell’atteggiamento da vittima redenta che sarebbe stato comodissimo attribuire a un personaggio collocato socialmente in una posizione così marginale; Wenders, al contrario, gli restituisce una dignità piena, perché il lavoro non è presentato come un incidente da cui liberarsi ma come qualcosa che può essere svolto bene, con attenzione, precisione e persino una forma di piacere, e questa scelta, che potrebbe sembrare semplicissima, contiene in realtà una piccola provocazione nei confronti di una cultura nella quale tendiamo a misurare la qualità della vita attraverso ciò che possediamo, ciò che produciamo, il prestigio del nostro lavoro e soprattutto ciò che desideriamo.
Piccola curiosità: il progetto da cui il film nasce era legato ai bagni pubblici del Tokyo Toilet Project, strutture quasi futuristiche progettate con particolare attenzione all’architettura e alla qualità dello spazio ma Wenders trasforma quel contesto quasi pubblicitario in una riflessione molto più ampia sulla cura del bene comune e sulla possibilità che anche un gesto insignificante possa avere la propria dignità.
La sua idea di felicità non ha nulla di spettacolare e, proprio questo ad un pubblico occidentale, può risultare destabilizzante. Hirayama non sembra avere bisogno di molto: lavora, ascolta musica, legge, mangia qualcosa in un parco, fotografa gli alberi, compra libri usati, sviluppa le fotografie, torna a casa e ricomincia il giorno dopo. Non c’è ossessione per l’auto-realizzazione, necessità di trasformare ogni esperienza in un progetto, l'ansia di lasciare un segno, e persino la sua passione per la fotografia non sembra finalizzata a diventare qualcosa: fotografa le chiome degli alberi, conserva le immagini, le archivia, e basta. La macchina fotografica non è uno strumento per costruirsi un’identità artistica ma semplicemente un modo per guardare meglio e vedere come cambia la realtà se cambi i filtri con cui l'osservi (bellissima metafora dei percorsi terapeutici).
È una concezione del presente che il film rende attraverso una regia estremamente controllata, fatta di inquadrature fisse, tempi dilatati, ripetizioni, ellissi e variazioni minime all’interno di una struttura circolare, con Wenders che rinuncia quasi programmaticamente a manipolare lo spettatore attraverso il montaggio e preferisce lasciargli il tempo di accorgersi delle cose. Non è difficile riconoscere l’ombra di Ozu (grandissimo sceneggiatore e regista giapponese; esattamente come il cognome di alcuni protagonisti dei film di Yasujiro Ozu, soprattutto Tokyo Story). Il protagonista di Tokyo Story è Shukichi Hirayama. Wenders ha scelto consapevolmente quel cognome come omaggio al regista e, proprio come Ozu, utilizza una grammatica cinematografica che privilegia la contemplazione all’azione; ma c’è anche qualcosa di profondamente "wendersiano" nella centralità dello spazio urbano, del viaggio in automobile, della musica e dello sguardo rivolto verso ciò che normalmente attraversiamo senza vedere.
Il vero pezzo forte, però, per me è la fotografia di Franz Lustig, perché Perfect Days sarebbe un film molto diverso, forse persino un film anonimo, se non avesse quella capacità quasi ipnotica di trasformare la luce, le superfici, gli interni e soprattutto gli alberi in materia narrativa. La Tokyo di Wenders non è quella delle skyline, non è una città costruita per impressionare lo spettatore straniero con neon, folle e tecnologia ma una città laterale, fatta di sottopassaggi, parchi, distributori automatici, strade percorse ogni mattina, piccoli ristoranti e bagni pubblici che diventano oggetti di design; e dentro questa città la luce assume un valore quasi esistenziale, soprattutto nei momenti di "komorebi", quando la luce del sole che attraversa le foglie degli alberi creando continuamente configurazioni diverse, effimere e irripetibili.
È un’immagine bellissima perché contiene, in fondo, tutto il film: la luce non si conserva, non si possiede, non si può riprodurre e proprio per questo Hirayama la guarda. La fotografa, sì, ma sa anche che quella fotografia non potrà restituire davvero ciò che ha visto. È un uomo che sembra aver imparato a riconoscere il valore delle cose prima che diventino ricordi.
Eppure, nonostante l'altissimo valore artistico della resa ccon valenza simbolica, la mia valutazione si ferma a 7,5.
Poiché Perfect Days è un film bello, raffinato, intelligente, rilassante, tecnicamente ben fatto e dotato di una sensibilità non comune, ma non sono riuscita a trovare quel famoso fattore X che lo trasformi, ai miei occhi, da film molto riuscito a film straordinario. Posso capire perfettamente perché abbia conquistato così tanti critici e spettatori, e persino perché per qualcuno possa essere diventato una sorta di piccolo manifesto esistenziale, una pellicola da riguardare nei momenti in cui la vita sembra troppo rumorosa; tuttavia, personalmente, quella meraviglia assoluta che molti vi hanno trovato io, mio malgrado, non l’ho provata. Ho provato piacere, calma, curiosità, una certa commozione, persino una forma di gratitudine per il modo in cui il film guarda le cose, ma non quella ferita emotiva profonda che trasforma un film contemplativo in un’esperienza indimenticabile.
E credo che dipenda anche dal modo in cui Wenders costruisce Hirayama. Film e drama, nelle loro imperfezioni, mi hanno insegnato molto su me stessa, un po’ come Montale suggeriva quando scriveva «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: spesso è attraverso ciò che riconosciamo negli altri, o che al contrario sentiamo profondamente estraneo a noi, che arriviamo a capire chi siamo. Ebbene, io ho bisogno delle relazioni, di viverle, di attraversarle, di vedere e sentire l’altro, pe percepire una sensazione di completezza.
Qualcuno ha interpretato l'esistenza del protagonista come una forma estrema di libertà: un uomo che ha eliminato il superfluo, che non pretende più nulla dal mondo, che ha imparato a godere delle piccole cose e che sembra aver raggiunto quella serenità che noi inseguiamo attraverso mille complicazioni inutili. Ma, man mano che il film lascia emergere qualcosa del suo passato, quella serenità comincia a diventare più ambigua, perché ci rendiamo conto che Hirayama non è semplicemente un uomo che ha scelto l’essenziale: è anche un uomo che si è ritirato (tema nipponico molto attuale).
E questa differenza, per me, è fondamentale. La sua vita ha radici, ma non ha evoluzione.
Ed è proprio in questo universo di senso che trovo particolarmente interessante il motivo ricorrente degli alberi, perché Wenders mostra continuamente qualcosa che cresce contrariamente al protagonista sembra aver deliberatamente smesso di farlo. Gli alberi affondano le loro radici, cambiano con le stagioni, si espandono, generano rami nuovi e continuano a vivere senza bisogno di interrogarsi sul significato della loro esistenza; Hirayama, invece, ha costruito una vita perfettamente regolata nella quale il cambiamento è quasi completamente escluso. Le sue giornate sono diverse soltanto per quelle piccole variazioni che il mondo introduce dentro una struttura immobile.
E allora la sua pace può essere letta in due modi: come saggezza oppure come rinuncia.
Il film, intelligentemente, non decide per noi ma lascia allo spettatore il senso che vuole dargli.
La solitudine di Hirayama è infatti molto più ambigua di quanto possa sembrare a una prima visione. Non è la solitudine disperata di chi desidera ardentemente qualcuno e non ce l’ha, ma nemmeno la solitudine trionfante dell’individuo completamente autosufficiente. È una solitudine abitata, organizzata, resa confortevole attraverso rituali e piccoli piaceri, una solitudine nella quale l’uomo ha imparato a stare perché probabilmente stare altrove gli costerebbe troppo. Quando il passato riemerge, attraverso la sorella, la nipote e gli altri frammenti della sua vita precedente, improvvisamente comprendiamo che quell’essenzialità non è necessariamente il punto di partenza di Hirayama, ma potrebbe essere il risultato di una chiusura dolorosa ma necessaria.
Ed è qui che, personalmente, ho pensato a un Salvatore Quasimodo. Non perché Hirayama sia un escluso sociale, né perché Wenders lo rappresenti come una creatura respinta dal mondo ma perché esiste qualcosa di profondamente quasimodiano nel modo in cui questo uomo guarda la vita da una posizione laterale, appartata, quasi invisibile, riuscendo a cogliere una bellezza che gli altri, immersi nella normalità quotidiana, non vedono. Anche se pensiamo all'omonimo campanaro di Hugo, Hirayama è contemporaneamente dentro e fuori dal mondo: ne fa parte, lo serve, lo attraversa ogni giorno ma sembra non appartenervi completamente.
E Wenders non ha bisogno di santificarlo. Hirayama può essere gentile, ma non è un guru; è disciplinato, ma non è un asceta; è sereno, ma non è necessariamente felice; ama la solitudine ma non significa che non conosca la solitudine come dolore. Persino il suo rapporto con gli altri è fatto di incontri brevi, casuali, spesso destinati a non diventare nulla, e proprio per questo straordinariamente realistici. Un bambino smarrito, un collega molesto, una ragazza, una nipote, una donna incontrata in un locale: piccole interferenze nella geometria perfetta delle sue giornate che non devono necessariamente trasformarsi in relazioni per avere un significato.
Forse è questo il punto in cui Perfect Days non mi convince: non ci insegna che dobbiamo vivere come Hirayama, perché sarebbe una conclusione temeraria ma vivere per se stessi , e basta, mi sembra l'unica soluzione rimasta al protagonista che non pare però averla scelta consapevolmente, o meglio che in parte l'abbia subita.
La stessa pellicola sembra quasi cadere nella trappola che denuncia. È talmente bello nel mostrarci questa esistenza rarefatta, talmente preciso nel fotografare la luce tra le foglie, talmente elegante nel costruire i rituali quotidiani, che rischia a sua volta di estetizzare la semplicità, trasformandola in un oggetto cinematografico raffinato ma vuoto. La vita di Hirayama è semplice, sì, ma è anche una vita accuratamente filtrata dalla macchina da presa: non vediamo realmente la fatica materiale della sua professione, non vediamo quasi mai la parte sporca e sgradevole del lavoro, e persino i bagni pubblici sembrano spesso opere d’arte più che luoghi nei quali qualcuno deve effettivamente pulire ciò che gli altri lasciano. È una scelta coerente con la poetica del film, ma anche una delle ragioni per cui si percepisce una certa idealizzazione a discapito del realismo.
Una menzione particolare a Koji Yakusho, che, con grande padronanza, recita per sottrazione.
Il suo volto diventa una superficie sulla quale Wenders proietta tutto ciò che il personaggio non dice, e soprattutto nel finale, quando la maschera di Hirayama sembra incrinarsi e felicità e dolore finiscono per convivere nella stessa espressione, il film trova finalmente quella densità emotiva che fino a quel momento aveva soltanto preparato. È una prova attoriale notevole proprio perché non cerca mai di spiegare il personaggio, ma lascia che siano gli occhi, i gesti, il modo di respirare, il sorriso e soprattutto le variazioni quasi impercettibili del volto a raccontarci ciò che le parole non raccontano. Non sorprende che Yakusho abbia vinto il premio per la miglior interpretazione maschile a Cannes.
Perfect Days, quindi, per me non è un capolavoro, ma è uno di quei film che fanno bene, preferisco una definizione meno spettacolare, ma più onesta.
È una visione rilassante senza essere vuota, contemplativa senza esserlo completamente, filosofica senza trasformarsi in un trattato, e soprattutto capace di ricordarci che esiste una bellezza enorme nelle cose che non consideriamo abbastanza importanti da guardare davvero. Un caffè preso ogni mattina, una canzone ascoltata su una vecchia cassetta, il bucato, un libro, una fotografia, un albero mosso dal vento, la luce che attraversa le foglie per qualche secondo e poi scompare.
Non occorre granché per vivere ma il film, forse più sottilmente di quanto sembri, ci suggerisce anche che non occorre granché per smettere di vivere davvero.
Ed è questa ambivalenza, più della sua celebrazione della semplicità, ad avermi interessata. Perché Hirayama ha trovato un modo per stare nel tempo, ma non necessariamente per andare avanti nel tempo; ha imparato a vivere il presente, ma forse proprio per non dover più fare i conti con ciò che il passato gli ha tolto e con ciò che il futuro potrebbe ancora chiedergli.
Gli alberi continuano a crescere.
Hirayama, invece, ha potato le radici... .
E forse la perfezione dei suoi giorni sta proprio lì, in quella sottile e bellissima contraddizione: può essere meraviglioso imparare finalmente a stare dove si è, purché quella pace non diventi il nome elegante che diamo alla rinuncia a diventare qualcun altro.
PS. CHIARISCO CHE I VOTI ASSEGNATI AL CINEMA D'AUTORE NON SONO QUELLI DEL DRAMA, IL MIO 7,5, PER DIRE, NON CORRISPONDE AL 7,5 DI KUNNING PALACE, GIOCANO SU DUE CAMPIONATI DIVERSI . Come le serie negli sport. Per essere più chiara nella scala dei drama questo film sarebbe un 9,8 .
Ps. Lo trovate su raiplay con doppiaggio in italiano, io ho preferito prime, a noleggio (si paga) per goderlo in lingua originale.
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