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Un inno all’amore puro e limpido incastonato tra le pieghe della Storia
“Sotto l’albero di Biancospino” - film cinese del 2010 diretto da Zhang Yimou - è un’opera di straordinaria intimità e purezza espressiva, un racconto stilisticamente sobrio e di grande forza comunicativa. La pellicola rinuncia volutamente ad ogni artificio o spettacolarizzazione visiva, scegliendo di affidarsi al potere della sottrazione, del silenzio e di un contesto rurale autentico e toccante. Il risultato è semplicemente disarmante, interamente focalizzato sull'esplorazione del sentimento amoroso nella sua declinazione più limpida, capace di toccare le corde più profonde dello spettatore attraverso la forza dei dettagli e delle emozioni messe a nudo.
LA STORIA - Ambientato nella Cina degli anni '70, durante gli ultimi sprazzi della Rivoluzione Culturale, il film segue le vicende della giovane studentessa Jing Qiu, interpretata da una straordinaria Zhou Dong Yu, che di recente ho avuto modo di scoprire e ammirare anche in un’altra pellicola a dir poco sublime (Better days). Inviata in un remoto villaggio di montagna per un programma di rieducazione attraverso il lavoro nei campi, Jing Qiu porta sulle spalle il peso di un'infamia politica: la sua famiglia è rigidamente monitorata e la madre è ridotta a lavori degradanti dopo che il marito è stato imprigionato con l’accusa di essere un capitalista. In questo clima di costante sospetto e oppressione sociale, l'esistenza di Jing Qiu si incrocia con quella di Lao San – interpretato da un Shawn Dou - un giovane speleologo dall'animo nobile, il cui padre occupa una posizione militare di rilievo, ma la cui madre si è tolta la vita dopo essere stata bollata come dissidente. Tra i due nasce un legame clandestino, fatto di fugaci incontri rubati e promesse silenziose. Il fulcro emotivo del film risiede proprio nella rappresentazione dell’amore puro: la relazione tra i due protagonisti si sviluppa in totale controtendenza rispetto ai canoni del melodramma contemporaneo, facendo leva esclusivamente su piccoli gesti quotidiani, sguardi pudici e una cavalleria protettiva d'altri tempi.
Il tragico epilogo, in cui l'ombra della leucemia – probabilmente legata ad un avvelenamento da metalli pesanti - si abbatte implacabile sul destino dei due innamorati, conduce lo spettatore verso una delle conclusioni più strazianti del cinema sentimentale moderno. La drammatica trasformazione di Lao San, che passa dall'essere un giovane vibrante all'ombra sbiadita di se stesso su un letto d'ospedale, è un vero e proprio colpo al cuore. La sequenza finale, con Jing Qiu che invoca disperatamente il suo nome di fronte a quell’unica fotografia di loro due incollata sul soffitto affinché lui possa vederla fino all'ultimo istante, spezza ogni tensione nello spettatore, dando sfogo a un’intensa emozione liberatoria.
RECITAZIONE - Per quanto riguarda il cast, i protagonisti offrono una prova davvero di alto livello: Shawn Dou, con il suo sorriso incredibilmente radioso e gli occhi carichi di una giovinezza pulita, dà vita a un personaggio indimenticabile: un ragazzo che incarna la devozione assoluta, capace di frenare i propri impulsi nel profondo rispetto dei tempi e della vulnerabilità della sua amata. Dall'altra parte, Zhou Dong Yu offre una performance magistrale per sfumature e controllo, restituendo con delicatezza millimetrica il passaggio dall'esitazione timorosa alla determinazione di un sentimento totalizzante. E’ un’attrice di un’espressività straordinaria che – non so come – non avevo ancora avuto modo di conoscere e che davvero mi stupisce sia per talento – tra l’altro ai tempi di questo film era appena diciottenne - sia per i ruoli interpretati: curiosa di scoprire il resto della sua filmografia, al momento per quanto mi riguarda conta due lavori davvero di spessore, ben più impegnativi delle molte commedie intrise di banalità.
ASPETTI TECNICI - Il film si distingue per una messinscena volutamente sommessa. La fotografia di Zhao Xiao Ding abbandona i colori saturi per abbracciare una palette cromatica più spenta, dominata da toni terreni e luci naturali che conferiscono al mondo rurale un aspetto vissuto, autentico e pervaso da una dolce malinconia. Peculiare è l’uso frequente di cartelli testuali inseriti tra le scene per esplicitare i passaggi temporali; una scelta didascalica che dona alla pellicola una cadenza quasi letteraria, come se lo spettatore stesse sfogliando le pagine ingiallite di un vecchio diario privato.
In conclusione, una pellicola sublime che portà in sé un animo poetico calato in un contesto di grande contrasto, il che lo traduce ancor più in un inno a un romanticismo pulito e perduto che dimostra come il vero amore non abbia bisogno di eccessi per risplendere eterno, protetto per sempre sotto i rami di un biancospino. Una visione davvero più che consigliata, per quanto anche dolorosa. Solitamente rifuggo i finali tragici, ma in certe – rare – occasioni lo strappo alla regola diventa qualcosa di doveroso. E questa è una di quelle.
LA STORIA - Ambientato nella Cina degli anni '70, durante gli ultimi sprazzi della Rivoluzione Culturale, il film segue le vicende della giovane studentessa Jing Qiu, interpretata da una straordinaria Zhou Dong Yu, che di recente ho avuto modo di scoprire e ammirare anche in un’altra pellicola a dir poco sublime (Better days). Inviata in un remoto villaggio di montagna per un programma di rieducazione attraverso il lavoro nei campi, Jing Qiu porta sulle spalle il peso di un'infamia politica: la sua famiglia è rigidamente monitorata e la madre è ridotta a lavori degradanti dopo che il marito è stato imprigionato con l’accusa di essere un capitalista. In questo clima di costante sospetto e oppressione sociale, l'esistenza di Jing Qiu si incrocia con quella di Lao San – interpretato da un Shawn Dou - un giovane speleologo dall'animo nobile, il cui padre occupa una posizione militare di rilievo, ma la cui madre si è tolta la vita dopo essere stata bollata come dissidente. Tra i due nasce un legame clandestino, fatto di fugaci incontri rubati e promesse silenziose. Il fulcro emotivo del film risiede proprio nella rappresentazione dell’amore puro: la relazione tra i due protagonisti si sviluppa in totale controtendenza rispetto ai canoni del melodramma contemporaneo, facendo leva esclusivamente su piccoli gesti quotidiani, sguardi pudici e una cavalleria protettiva d'altri tempi.
Il tragico epilogo, in cui l'ombra della leucemia – probabilmente legata ad un avvelenamento da metalli pesanti - si abbatte implacabile sul destino dei due innamorati, conduce lo spettatore verso una delle conclusioni più strazianti del cinema sentimentale moderno. La drammatica trasformazione di Lao San, che passa dall'essere un giovane vibrante all'ombra sbiadita di se stesso su un letto d'ospedale, è un vero e proprio colpo al cuore. La sequenza finale, con Jing Qiu che invoca disperatamente il suo nome di fronte a quell’unica fotografia di loro due incollata sul soffitto affinché lui possa vederla fino all'ultimo istante, spezza ogni tensione nello spettatore, dando sfogo a un’intensa emozione liberatoria.
RECITAZIONE - Per quanto riguarda il cast, i protagonisti offrono una prova davvero di alto livello: Shawn Dou, con il suo sorriso incredibilmente radioso e gli occhi carichi di una giovinezza pulita, dà vita a un personaggio indimenticabile: un ragazzo che incarna la devozione assoluta, capace di frenare i propri impulsi nel profondo rispetto dei tempi e della vulnerabilità della sua amata. Dall'altra parte, Zhou Dong Yu offre una performance magistrale per sfumature e controllo, restituendo con delicatezza millimetrica il passaggio dall'esitazione timorosa alla determinazione di un sentimento totalizzante. E’ un’attrice di un’espressività straordinaria che – non so come – non avevo ancora avuto modo di conoscere e che davvero mi stupisce sia per talento – tra l’altro ai tempi di questo film era appena diciottenne - sia per i ruoli interpretati: curiosa di scoprire il resto della sua filmografia, al momento per quanto mi riguarda conta due lavori davvero di spessore, ben più impegnativi delle molte commedie intrise di banalità.
ASPETTI TECNICI - Il film si distingue per una messinscena volutamente sommessa. La fotografia di Zhao Xiao Ding abbandona i colori saturi per abbracciare una palette cromatica più spenta, dominata da toni terreni e luci naturali che conferiscono al mondo rurale un aspetto vissuto, autentico e pervaso da una dolce malinconia. Peculiare è l’uso frequente di cartelli testuali inseriti tra le scene per esplicitare i passaggi temporali; una scelta didascalica che dona alla pellicola una cadenza quasi letteraria, come se lo spettatore stesse sfogliando le pagine ingiallite di un vecchio diario privato.
In conclusione, una pellicola sublime che portà in sé un animo poetico calato in un contesto di grande contrasto, il che lo traduce ancor più in un inno a un romanticismo pulito e perduto che dimostra come il vero amore non abbia bisogno di eccessi per risplendere eterno, protetto per sempre sotto i rami di un biancospino. Una visione davvero più che consigliata, per quanto anche dolorosa. Solitamente rifuggo i finali tragici, ma in certe – rare – occasioni lo strappo alla regola diventa qualcosa di doveroso. E questa è una di quelle.
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