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Un'amicizia tragicamente umana in un'impietosa pagina della Storia di Joseon
Film storico coreano – conosciuto anche come “The King’s Warden” – che dipinge piuttosto fedelmente un evento storico e al contempo riesce a fare uno splendido focus sulle persone, trasformando le fredde pagine degli annali di Joseon (richiamati in epilogo) in un racconto vivo, caloroso e straziante su quella che è la fragilità umana.
La premessa è ben introdotta: siamo nel 1457, il giovanissimo re Danjong viene deposto dal perfido zio Suyange e mandato in esilio in un villaggio remoto. Ad accoglierlo c'è Eom Heung Do, il capo del villaggio, che si offre volontario per fare da guardiano al sovrano decaduto, idea nata dall’opportunistica speranza che la presenza di un esiliato possa favorire il sostentamento del piccolo villaggio, dopo aver visto altri villaggi trarre beneficio dall’ospitare in esilio alti funzionari: purtroppo l’esiliato che tanto ha faticato a ottenere non si rivela un alto funzionario, bensì uno scomodo regnante deposto, e quindi più un pericoloso fardello che un utile tornaconto. E’ proprio questo aspetto a diventare il cuore pulsante del film, motore dell’intera vicenda narrata.
La pellicola mostra una voluta eterogeneità nella struttura, nei toni e soprattutto nel ritmo della narrazione: la prima ora è in gran parte dedicata a mostrare le dinamiche quotidiane degli abitanti del villaggio, in un sorprendente alternarsi di commedia e leggerezza (sarò sincera, a un certo punto mi sono anche chiesta se si sarebbe mai entrati nel vivo della vicenda). I compaesani vedono poi nell'arrivo del re una gallina dalle uova d'oro, e anche qui non mancano scene di autentico umorismo contadino. Ma a questi si affiancano, ben bilanciati, momenti di silenzio, nei quali il film rivela la sua vera natura: significativi sono gli scambi di sguardi tra il guardiano e il giovane re, i pasti consumati in silenzio, le notti passate a vegliare l'uno sull'altro. La seconda metà della pellicola abbandona gradualmente la commedia per addentrarsi in territori più oscuri, virando verso una drammaticità che lascia senza fiato: i tentativi del re di riconquistare il trono, le alleanze che si stringono e si spezzano, la consapevolezza che la storia ha già scritto il suo verdetto. Qui il film tocca a mio avviso il suo apice, perché pur sapendo come andrà a finire, lo spettatore si ritrova a sperare, a trattenere il respiro, a desiderare che questa volta la storia sia diversa. La scena finale – fondamentale nessuno spoiler per non rovinare l’intera visione - è un vero e proprio pugno nello stomaco, che non lascia spazio né all’eroismo né alla gloria. E solo il tragico epilogo di un'amicizia nata per caso e spezzata dalla crudeltà del potere. Non ci sono scelte scontate, c’è una sceneggiatura che una volta tanto ha avuto il coraggio di andare nella direzione giusta. Da spettatrice l’ho sofferta, ma al contempo l’ho trovata anche gratificante.
Cast indubbiamente azzeccato, sia nella scelta dei vari personaggi secondari, per quanto alcuni palesemente stereotipati, sia per quanto riguarda le due figure protagoniste. Yoo Hae Jin, con il suo volto che passa dal sorriso bonario allo sguardo preoccupato in un battito di ciglia, rende il capo villaggio incredibilmente sfaccettato, un insieme di furbizia, ingenuità e grande e inaspettata umanità. Un plauso a questo attore davvero molto bravo che, nonostante calchi la scena da più decenni – 56 anni e una lunga lista di titoli alle spalle – non avevo ancora avuto modo di conoscere, probabilmente perché dedito esclusivamente a film e fuori dal giro dei drama. Park Ji Hoon è un giovane attore molto quotato ultimamente grazie alla fortunata serie “Weak Hero” (non me ne vogliano i fan, ma non sono proprio riuscita a trovarla interessante o ad apprezzarla, parere del tutto personale): ho trovato però la sua interpretazione in questo film davvero molto intensa e credibile, ha saputo trasmettere senza bisogno di parole tutto il peso, la sofferenza, la costrizione di una vita senza scelte, la solitudine e la rabbia per l’umiliazione subita, oltre a un disperato desiderio di riscatto, ma allo stesso tempo è riuscito a rendere genuine anche le scene più leggere, capaci di strappare un sorriso o addirittura una risata. Tratteggia perfettamente la figura di un ragazzo costretto a diventare re troppo presto e a perdere tutto troppo alla svelta, una vita che gli è scivolata tra le mani prima ancora che potesse davvero viverla.
Nota di merito anche alla regia di Jang Hang Jun, che sceglie una via volutamente misurata, rinunciando a epiche battaglie o scene di corte sfarzose: la macchina da presa si concentra invece sugli spazi angusti della casa in esilio, sul fiume che separa il re dal resto del mondo, sui volti segnati dalla fatica e dalla rassegnazione. È una scelta insolita che però premia, grazie anche alla straordinaria sintonia tra i due protagonisti.
A livello generale si potevano limare alcuni piccoli difetti, da una caratterizzazione meno stereotipata dei personaggi secondari e una moderazione dei passaggi comici nella prima parte dove alcuni risultano un poco forzati. La CGI in alcuni momenti appare approssimativa, mentre rispetto alla ripartizione del tempo, avrei tolto qualcosa alla parte inziale per dedicare maggiore spazio allo sviluppo della relazione tra i due. Ma sono difetti che non vanno ad inficiare la qualità complessiva dell’opera, questo poco ma sicuro.
In conclusione, non è un film che si guarda per seguire il racconto di una storia, è un film nel quale immergersi e vivere un piccolo spaccato più umano che storico, dove a far sorridere o piangere non sono i grandi eventi memorabili, ma i piccoli gesti tra persone che il tempo spesso cancella. Decisamente consigliato.
La premessa è ben introdotta: siamo nel 1457, il giovanissimo re Danjong viene deposto dal perfido zio Suyange e mandato in esilio in un villaggio remoto. Ad accoglierlo c'è Eom Heung Do, il capo del villaggio, che si offre volontario per fare da guardiano al sovrano decaduto, idea nata dall’opportunistica speranza che la presenza di un esiliato possa favorire il sostentamento del piccolo villaggio, dopo aver visto altri villaggi trarre beneficio dall’ospitare in esilio alti funzionari: purtroppo l’esiliato che tanto ha faticato a ottenere non si rivela un alto funzionario, bensì uno scomodo regnante deposto, e quindi più un pericoloso fardello che un utile tornaconto. E’ proprio questo aspetto a diventare il cuore pulsante del film, motore dell’intera vicenda narrata.
La pellicola mostra una voluta eterogeneità nella struttura, nei toni e soprattutto nel ritmo della narrazione: la prima ora è in gran parte dedicata a mostrare le dinamiche quotidiane degli abitanti del villaggio, in un sorprendente alternarsi di commedia e leggerezza (sarò sincera, a un certo punto mi sono anche chiesta se si sarebbe mai entrati nel vivo della vicenda). I compaesani vedono poi nell'arrivo del re una gallina dalle uova d'oro, e anche qui non mancano scene di autentico umorismo contadino. Ma a questi si affiancano, ben bilanciati, momenti di silenzio, nei quali il film rivela la sua vera natura: significativi sono gli scambi di sguardi tra il guardiano e il giovane re, i pasti consumati in silenzio, le notti passate a vegliare l'uno sull'altro. La seconda metà della pellicola abbandona gradualmente la commedia per addentrarsi in territori più oscuri, virando verso una drammaticità che lascia senza fiato: i tentativi del re di riconquistare il trono, le alleanze che si stringono e si spezzano, la consapevolezza che la storia ha già scritto il suo verdetto. Qui il film tocca a mio avviso il suo apice, perché pur sapendo come andrà a finire, lo spettatore si ritrova a sperare, a trattenere il respiro, a desiderare che questa volta la storia sia diversa. La scena finale – fondamentale nessuno spoiler per non rovinare l’intera visione - è un vero e proprio pugno nello stomaco, che non lascia spazio né all’eroismo né alla gloria. E solo il tragico epilogo di un'amicizia nata per caso e spezzata dalla crudeltà del potere. Non ci sono scelte scontate, c’è una sceneggiatura che una volta tanto ha avuto il coraggio di andare nella direzione giusta. Da spettatrice l’ho sofferta, ma al contempo l’ho trovata anche gratificante.
Cast indubbiamente azzeccato, sia nella scelta dei vari personaggi secondari, per quanto alcuni palesemente stereotipati, sia per quanto riguarda le due figure protagoniste. Yoo Hae Jin, con il suo volto che passa dal sorriso bonario allo sguardo preoccupato in un battito di ciglia, rende il capo villaggio incredibilmente sfaccettato, un insieme di furbizia, ingenuità e grande e inaspettata umanità. Un plauso a questo attore davvero molto bravo che, nonostante calchi la scena da più decenni – 56 anni e una lunga lista di titoli alle spalle – non avevo ancora avuto modo di conoscere, probabilmente perché dedito esclusivamente a film e fuori dal giro dei drama. Park Ji Hoon è un giovane attore molto quotato ultimamente grazie alla fortunata serie “Weak Hero” (non me ne vogliano i fan, ma non sono proprio riuscita a trovarla interessante o ad apprezzarla, parere del tutto personale): ho trovato però la sua interpretazione in questo film davvero molto intensa e credibile, ha saputo trasmettere senza bisogno di parole tutto il peso, la sofferenza, la costrizione di una vita senza scelte, la solitudine e la rabbia per l’umiliazione subita, oltre a un disperato desiderio di riscatto, ma allo stesso tempo è riuscito a rendere genuine anche le scene più leggere, capaci di strappare un sorriso o addirittura una risata. Tratteggia perfettamente la figura di un ragazzo costretto a diventare re troppo presto e a perdere tutto troppo alla svelta, una vita che gli è scivolata tra le mani prima ancora che potesse davvero viverla.
Nota di merito anche alla regia di Jang Hang Jun, che sceglie una via volutamente misurata, rinunciando a epiche battaglie o scene di corte sfarzose: la macchina da presa si concentra invece sugli spazi angusti della casa in esilio, sul fiume che separa il re dal resto del mondo, sui volti segnati dalla fatica e dalla rassegnazione. È una scelta insolita che però premia, grazie anche alla straordinaria sintonia tra i due protagonisti.
A livello generale si potevano limare alcuni piccoli difetti, da una caratterizzazione meno stereotipata dei personaggi secondari e una moderazione dei passaggi comici nella prima parte dove alcuni risultano un poco forzati. La CGI in alcuni momenti appare approssimativa, mentre rispetto alla ripartizione del tempo, avrei tolto qualcosa alla parte inziale per dedicare maggiore spazio allo sviluppo della relazione tra i due. Ma sono difetti che non vanno ad inficiare la qualità complessiva dell’opera, questo poco ma sicuro.
In conclusione, non è un film che si guarda per seguire il racconto di una storia, è un film nel quale immergersi e vivere un piccolo spaccato più umano che storico, dove a far sorridere o piangere non sono i grandi eventi memorabili, ma i piccoli gesti tra persone che il tempo spesso cancella. Decisamente consigliato.
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