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Un drama soprannaturale poco horror e troppo thriller e con un sovraffollamento di cattivi.
Partiamo dalle aspettative: tra il ritorno di Nam Joo Hyuk dopo il servizio militare (l’ultimo suo drama, Vigilante, risale infatti al 2023), la regia di Choi Jung Kyu e l’ampia visibilità data da Netflix… Ci si aspetta – inevitabilmente – davvero tanto. "Donggung" – conosciuto anche come “The East Palace”, che poi è storicamente il palazzo del Principe Ereditario - è senz’altro un prodotto ambizioso e per certi versi anche curato, ma che non riesce a centrare davvero l’obiettivo prefissato.
LA STORIA - L’avvio è intrigante e catapulta lo spettatore in un regno immaginario afflitto da morti inspiegabili che colpiscono uno dopo l’altro gli eredi della famiglia reale. L’elemento soprannaturale permea l’ambientazione in modo quasi onnipresente, facendo percepire il concentrato di forze sinistre e spiriti malvagi che si annidano praticamente in ogni angolo del Palazzo. Il Re, disperato per lo stato di salute del giovane Principe Ereditario, convoca segretamente Gu Cheon per via della sua singolare capacità di vedere gli spiriti e viaggiare nel regno dei morti. Quale spia al suo fianco – nei panni di una dama di corte come tante - mette la propria figlia, la principessa Saeng Gang, allontanata da tempo da palazzo per volere dello stesso sovrano a causa della sua capacità di udire le voci degli spiriti, aspetto fortemente in contrasto con quanto il sovrano va affermando dinnanzi ai suoi sudditi, ovvero che le maledizioni e gli spiriti non esistono.
L’improbabile duo “maledetto” si ritrova dunque a investigare sul mistero che avvolge il Palazzo Reale, fatto non solo di presenze vendicative tanto inquietanti quanto rancorose, ma anche di segreti sepolti da tempo. Fino a qui, tutto bene. Molto bene, a dirla tutta. Ma le ricerche di Gu Cheon e Saeng Gang portano a uno scenario ripetitivo, dove lui varca il mondo dei morti svariate volte e ripropone la lotta con lo spirito maligno di turno. Scenograficamente la prima volta si rimane colpiti, le tonalità rossastre e l’atmosfera densa rendono in pieno l’idea di un luogo insidioso e opprimente. Alla lunga, però, stufa un po’. Stesso discorso per gli spiriti maligni, che di horror hanno ben poco. Rispetto ad altri drama osa di più, certo, ma se parliamo di horror, siamo davvero su piani molto distanti: non c’è proprio nulla di raccapricciante e nessuna tensione in crescendo prima dell’improvviso e spiazzante colpo di scena. Al di là che le presenze sono quindi semplicemente bruttine, manca proprio il brivido necessario a mantenere viva l’attenzione e, senza la quale, tutto si traduce in una serie di scene ripetute che, al più, alimentano la noia. Altra nota dolente, la sovrasaturazione di cattivi, tra vivi e non: si parte dalla Favorita, poi si punta il dito contro la Regina Vedova, poi è il turno dello stesso sovrano, poi dello spirito del Principe Ereditario, quindi ancora la madre del Re e, perché no, tiriamo in ballo anche la madre di Saeng Gang. Far credere che un personaggio è il colpevole e poi dirottare gli indizi su un altro è sempre un bel meccanismo da guardare… Una volta. Ma se poi le volte diventano due, tre, quattro o addirittura cinque, ci si trova di fronte a un disco rotto che gira a vuoto. Sostanzialmente tutto si traduce in un buon numero di peccati e una nutrita schiera di cattivi, dove l’obiettivo sembra diventare un gioco di associazione (collega il peccato al cattivo giusto). Detto questo, tra tutti i colpevoli, la figura più complessa, interessante e meglio riuscita è senza dubbio quella del Re, dove le colpe - pur pesanti e imperdonabili – nella sua mente trovano una sorta di giustificazione, seguendo un po’ la logica machiavelliana de “Il fine giustifica i mezzi”.
Il finale non riesce assolutamente a darsi un tono, sembra tirato insieme in modo sbrigativo negli ultimi minuti e lascia un senso di incompletezza, quasi fosse mancata qualche lettera per scrivere davvero al parola “FINE”. Poteva avere senso solo nel caso fosse previsto un sequel – cosa che non mi risulta al momento – ma anche lì poi ci si sarebbe dovuti inventare tutto un nuovo arco narrativo per la seconda stagione. Se nuovo arco narrativo significa però riproporre ancora scene ripetute in continuazione... Anche no, grazie.
CAST - Su Nam Joo Hyuk c’è poco da dire, è davvero bravo. Una prova per lui del tutto nuova, che si discosta dai ruoli interpretati in passato, mostrando una maggiore maturità. Il suo Gu Cheon è stanco, sarcastico e segnato dal passato: una percezione che si evince in modo costante quasi fosse un’aura visibile intrinseca, che si trascina dietro qualunque sia la scena (una lotta, un momento ironico, un confronto serio, ecc.). Le parole seguono il copione, lo sguardo tiene salda l’identità del personaggio. Al suo fianco, Roh Yoon Seo porta in scena una figura che non è la classica damigella in pericolo, bensì il collante dell'indagine, colei che dipana gli intrighi politici mentre Gu Cheon combatte gli spiriti. La loro partnership, costruita su fiducia e rispetto reciproco, dovrebbe essere il cuore pulsante della storia, con una chimica che cresce in modo naturale e mai forzato. Dico “dovrebbe” perché avrei apprezzato un focus maggiore sull’aspetto emotivo che riguarda il duo e qualche viaggio nel mondo degli spiriti in meno.
IN CONCLUSIONE - "Donggung" cerca palesemente di portare in scena qualcosa di nuovo. Ci riesce però poco. E’ una visione che trova senso per chi apprezza un po’ di fantasy e atmosfere cupe (ma non troppo cupe) e per il piacere di rivedere il bravo attore protagonista. Ma chi è alla ricerca di una storia dai contorni netti e dal profondo impatto emotivo, potrebbe ritrovarsi arrancare con frustrazione, soprattutto nella seconda parte.
LA STORIA - L’avvio è intrigante e catapulta lo spettatore in un regno immaginario afflitto da morti inspiegabili che colpiscono uno dopo l’altro gli eredi della famiglia reale. L’elemento soprannaturale permea l’ambientazione in modo quasi onnipresente, facendo percepire il concentrato di forze sinistre e spiriti malvagi che si annidano praticamente in ogni angolo del Palazzo. Il Re, disperato per lo stato di salute del giovane Principe Ereditario, convoca segretamente Gu Cheon per via della sua singolare capacità di vedere gli spiriti e viaggiare nel regno dei morti. Quale spia al suo fianco – nei panni di una dama di corte come tante - mette la propria figlia, la principessa Saeng Gang, allontanata da tempo da palazzo per volere dello stesso sovrano a causa della sua capacità di udire le voci degli spiriti, aspetto fortemente in contrasto con quanto il sovrano va affermando dinnanzi ai suoi sudditi, ovvero che le maledizioni e gli spiriti non esistono.
L’improbabile duo “maledetto” si ritrova dunque a investigare sul mistero che avvolge il Palazzo Reale, fatto non solo di presenze vendicative tanto inquietanti quanto rancorose, ma anche di segreti sepolti da tempo. Fino a qui, tutto bene. Molto bene, a dirla tutta. Ma le ricerche di Gu Cheon e Saeng Gang portano a uno scenario ripetitivo, dove lui varca il mondo dei morti svariate volte e ripropone la lotta con lo spirito maligno di turno. Scenograficamente la prima volta si rimane colpiti, le tonalità rossastre e l’atmosfera densa rendono in pieno l’idea di un luogo insidioso e opprimente. Alla lunga, però, stufa un po’. Stesso discorso per gli spiriti maligni, che di horror hanno ben poco. Rispetto ad altri drama osa di più, certo, ma se parliamo di horror, siamo davvero su piani molto distanti: non c’è proprio nulla di raccapricciante e nessuna tensione in crescendo prima dell’improvviso e spiazzante colpo di scena. Al di là che le presenze sono quindi semplicemente bruttine, manca proprio il brivido necessario a mantenere viva l’attenzione e, senza la quale, tutto si traduce in una serie di scene ripetute che, al più, alimentano la noia. Altra nota dolente, la sovrasaturazione di cattivi, tra vivi e non: si parte dalla Favorita, poi si punta il dito contro la Regina Vedova, poi è il turno dello stesso sovrano, poi dello spirito del Principe Ereditario, quindi ancora la madre del Re e, perché no, tiriamo in ballo anche la madre di Saeng Gang. Far credere che un personaggio è il colpevole e poi dirottare gli indizi su un altro è sempre un bel meccanismo da guardare… Una volta. Ma se poi le volte diventano due, tre, quattro o addirittura cinque, ci si trova di fronte a un disco rotto che gira a vuoto. Sostanzialmente tutto si traduce in un buon numero di peccati e una nutrita schiera di cattivi, dove l’obiettivo sembra diventare un gioco di associazione (collega il peccato al cattivo giusto). Detto questo, tra tutti i colpevoli, la figura più complessa, interessante e meglio riuscita è senza dubbio quella del Re, dove le colpe - pur pesanti e imperdonabili – nella sua mente trovano una sorta di giustificazione, seguendo un po’ la logica machiavelliana de “Il fine giustifica i mezzi”.
Il finale non riesce assolutamente a darsi un tono, sembra tirato insieme in modo sbrigativo negli ultimi minuti e lascia un senso di incompletezza, quasi fosse mancata qualche lettera per scrivere davvero al parola “FINE”. Poteva avere senso solo nel caso fosse previsto un sequel – cosa che non mi risulta al momento – ma anche lì poi ci si sarebbe dovuti inventare tutto un nuovo arco narrativo per la seconda stagione. Se nuovo arco narrativo significa però riproporre ancora scene ripetute in continuazione... Anche no, grazie.
CAST - Su Nam Joo Hyuk c’è poco da dire, è davvero bravo. Una prova per lui del tutto nuova, che si discosta dai ruoli interpretati in passato, mostrando una maggiore maturità. Il suo Gu Cheon è stanco, sarcastico e segnato dal passato: una percezione che si evince in modo costante quasi fosse un’aura visibile intrinseca, che si trascina dietro qualunque sia la scena (una lotta, un momento ironico, un confronto serio, ecc.). Le parole seguono il copione, lo sguardo tiene salda l’identità del personaggio. Al suo fianco, Roh Yoon Seo porta in scena una figura che non è la classica damigella in pericolo, bensì il collante dell'indagine, colei che dipana gli intrighi politici mentre Gu Cheon combatte gli spiriti. La loro partnership, costruita su fiducia e rispetto reciproco, dovrebbe essere il cuore pulsante della storia, con una chimica che cresce in modo naturale e mai forzato. Dico “dovrebbe” perché avrei apprezzato un focus maggiore sull’aspetto emotivo che riguarda il duo e qualche viaggio nel mondo degli spiriti in meno.
IN CONCLUSIONE - "Donggung" cerca palesemente di portare in scena qualcosa di nuovo. Ci riesce però poco. E’ una visione che trova senso per chi apprezza un po’ di fantasy e atmosfere cupe (ma non troppo cupe) e per il piacere di rivedere il bravo attore protagonista. Ma chi è alla ricerca di una storia dai contorni netti e dal profondo impatto emotivo, potrebbe ritrovarsi arrancare con frustrazione, soprattutto nella seconda parte.
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