L’idea (forse) giusta nel drama (sicuramente) sbagliato
Drama cinese BL con un obiettivo ambizioso: tradurre in immagini una storia che esplora il confine labile tra realtà e finzione, seguendo due attori, Zhang Zhun e Zhen Xin, che mentre girano un drama BL iniziano a confondere i sentimenti dei loro personaggi con i propri.
L'idea di base è anche interessante e, per certi versi, originale: un "drama nel drama" che si interroga su cosa significhi davvero "entrare in un ruolo" e su quanto un personaggio possa contaminare chi lo interpreta. Sulla carta è un’idea vincente, nel concreto lascia molto a desiderare, purtroppo.
La chimica tra i due protagonisti è buona? Dipende da cosa intendiamo per chimica. Sicuramente la serie pullula di scene intime esplicite – non a caso è classificato NC17 – ma la sintonia tra due attori, per me, va ben oltre e comprende un’affinità a più ampio spettro che qui proprio non ho riscontrato. Questo perché abbiamo a che fare con una sceneggiatura davvero basic, satura di scelte surreali tutte volte a suscitare un fremito nello spettatore. E’ una carrellata di “momenti clou” estremamente banali, che tolgono alla storia qualsiasi possibilità di seguire un arco narrativo sensato e credibile. C’è un dramma in ogni sciocchezza e da ogni sciocchezza scaturisce un dramma (si arriva persino a ricamare sopra dei banalissimi orecchini, tanto per dire).
L’introspezione dei personaggi è pari a zero: a conti fatti, tolte le riprese sul set e le dinamiche tra di loro in albergo, cos’altro rimane? Quanto si conoscono veramente, quanto sanno l’uno dell’altro? Poco o niente, al pari dello spettatore. Dovessimo fare un elenco di dieci domande classiche sul loro passato, le loro passioni, i loro interessi… Probabilmente non caveremmo fuori un ragno da un buco.
C’è poi la questione del doppio ruolo. L’idea, dicevo, è anche curiosa, ma lo sviluppo proprio non funziona. I personaggi del drama che stanno filmando – Fang Chi e Gao Zhun – non riescono a diventare un secondo pairing, ma fanno da fastidioso riempitivo. Le loro scene arrivano a occupare la maggior parte di alcuni episodi, aspetto che ho trovato personalmente noioso, già che da parte mia c’era già un grande investimento nel cercare di apprezzare il pairing originale, se così possiamo chiamarlo. Sia nella “finzione” che nella “realtà” relativa, c’è una carenza evidente di sostanza. Tante scene ad effetto che poggiano su poco o niente.
A una trama povera e confusa e a una caratterizzazione inconsistente dei personaggi, si aggiunge anche un livello di recitazione che definire acerbo è un complimento: due attori giovanissimi, al loro drama d’esordio, con alle spalle più partecipazioni a programmi TV che studi di recitazione. Uno è un cantante rapper, l’altro un modello e social media creator. Non ci si inventa attori da un giorno con l’altro, insomma. E nemmeno registi, già che anche qui contiamo un altro esordio di un altro giovanissimo. Che il risultato limitato sia un caso? Direi proprio di no.
Già che però l’idea di base mi incuriosiva, ho fatto uno sforzo e l’ho portato a termine – dodici episodi da quaranta minuti l’uno, perché di più non avrei retto – arrivando alla fine dell’ultimo episodio pentendomi amaramente della scelta: raramente mi capita di essere così lapidaria, ma l’ho trovato davvero un epilogo di rara bruttezza, dove tutto - ma proprio tutto – sembrava veramente fuori luogo.
Dato il livello qualitativo, parlare degli aspetti tecnici non ha molto senso: basta far caso ad esempio al doppiaggio, che è spesso fuori sincrono. Sorvolo poi sulla gestione della logica del set cinematografico, che è qualcosa al di là del fantasioso (ma del resto, regista e attori devono averne bazzicati pochi nella realtà).
L'OST si salva paradossalmente grazie al brano "Tiger in my love" di Ollie, uno dei due protagonisti: decisamente più apprezzabile come cantante che come attore.
Tirando le somme, arriviamo a una valutazione per la quale bastano – e avanzano - le dita di una mano. Ho apprezzato giusto l’idea di base, ma anche con una copertina interessante un brutto libro rimane una lettura spiacevole. Evitabilissimo.
L'idea di base è anche interessante e, per certi versi, originale: un "drama nel drama" che si interroga su cosa significhi davvero "entrare in un ruolo" e su quanto un personaggio possa contaminare chi lo interpreta. Sulla carta è un’idea vincente, nel concreto lascia molto a desiderare, purtroppo.
La chimica tra i due protagonisti è buona? Dipende da cosa intendiamo per chimica. Sicuramente la serie pullula di scene intime esplicite – non a caso è classificato NC17 – ma la sintonia tra due attori, per me, va ben oltre e comprende un’affinità a più ampio spettro che qui proprio non ho riscontrato. Questo perché abbiamo a che fare con una sceneggiatura davvero basic, satura di scelte surreali tutte volte a suscitare un fremito nello spettatore. E’ una carrellata di “momenti clou” estremamente banali, che tolgono alla storia qualsiasi possibilità di seguire un arco narrativo sensato e credibile. C’è un dramma in ogni sciocchezza e da ogni sciocchezza scaturisce un dramma (si arriva persino a ricamare sopra dei banalissimi orecchini, tanto per dire).
L’introspezione dei personaggi è pari a zero: a conti fatti, tolte le riprese sul set e le dinamiche tra di loro in albergo, cos’altro rimane? Quanto si conoscono veramente, quanto sanno l’uno dell’altro? Poco o niente, al pari dello spettatore. Dovessimo fare un elenco di dieci domande classiche sul loro passato, le loro passioni, i loro interessi… Probabilmente non caveremmo fuori un ragno da un buco.
C’è poi la questione del doppio ruolo. L’idea, dicevo, è anche curiosa, ma lo sviluppo proprio non funziona. I personaggi del drama che stanno filmando – Fang Chi e Gao Zhun – non riescono a diventare un secondo pairing, ma fanno da fastidioso riempitivo. Le loro scene arrivano a occupare la maggior parte di alcuni episodi, aspetto che ho trovato personalmente noioso, già che da parte mia c’era già un grande investimento nel cercare di apprezzare il pairing originale, se così possiamo chiamarlo. Sia nella “finzione” che nella “realtà” relativa, c’è una carenza evidente di sostanza. Tante scene ad effetto che poggiano su poco o niente.
A una trama povera e confusa e a una caratterizzazione inconsistente dei personaggi, si aggiunge anche un livello di recitazione che definire acerbo è un complimento: due attori giovanissimi, al loro drama d’esordio, con alle spalle più partecipazioni a programmi TV che studi di recitazione. Uno è un cantante rapper, l’altro un modello e social media creator. Non ci si inventa attori da un giorno con l’altro, insomma. E nemmeno registi, già che anche qui contiamo un altro esordio di un altro giovanissimo. Che il risultato limitato sia un caso? Direi proprio di no.
Già che però l’idea di base mi incuriosiva, ho fatto uno sforzo e l’ho portato a termine – dodici episodi da quaranta minuti l’uno, perché di più non avrei retto – arrivando alla fine dell’ultimo episodio pentendomi amaramente della scelta: raramente mi capita di essere così lapidaria, ma l’ho trovato davvero un epilogo di rara bruttezza, dove tutto - ma proprio tutto – sembrava veramente fuori luogo.
Dato il livello qualitativo, parlare degli aspetti tecnici non ha molto senso: basta far caso ad esempio al doppiaggio, che è spesso fuori sincrono. Sorvolo poi sulla gestione della logica del set cinematografico, che è qualcosa al di là del fantasioso (ma del resto, regista e attori devono averne bazzicati pochi nella realtà).
L'OST si salva paradossalmente grazie al brano "Tiger in my love" di Ollie, uno dei due protagonisti: decisamente più apprezzabile come cantante che come attore.
Tirando le somme, arriviamo a una valutazione per la quale bastano – e avanzano - le dita di una mano. Ho apprezzato giusto l’idea di base, ma anche con una copertina interessante un brutto libro rimane una lettura spiacevole. Evitabilissimo.
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