This review may contain spoilers
L’intrattenimento di qualità e senza esclusione di colpi
Ci sono tre immagini che mi hanno indotta alla visione di questo drama: la prima è stata una mera associazione col titolo, che non poteva non portarmi alla mente la splendida serie coreana “Chief KIM” – conosciuta anche come “Good MANAGER” – e che mi capita talvolta di rivedere con piacere; la seconda è stata l’immagine di So Ji Sub, attore che apprezzo molto e del quale ho seguito moltissimi lavori; la terza è il volto di un altro grande attore, Liam Neeson, protagonista del film statunitense “Io vi troverò” di vent’anni fa, riportatomi istantaneamente alla mente dal titolo di una recensione – grazie Jennifer P. - già che il concept di base è praticamente lo stesso.
Che dire, una serie che si vede tutto d’un fiato. Dieci episodi – qui i spesso rimpianti sedici del vecchio classico format sarebbero stati decisamente troppi – che filano via lisci in un batter d’occhio.
LA TRAMA – Kim Do Hyeon è un impiegato di banca tranquillo e anonimo, nonché padre dell’adolescente Min Ji, figlia che ha cresciuto da solo dopo la morte della moglie durante il parto. Vive una vita semplice e monotona, con un atteggiamento passivo-remissivo che gli costa l’assoluta mancanza di stima da parte della figlia. Poi un giorno Min Ji viene rapita, e tutto cambia improvvisamente. Il mite quarantenne torna ad essere ciò che è stato per buona parte della sua vita: il più abile e letale agente speciale nordcoreano, passato poi nei servizi segreti sudcoreani e infine sparito nell’anonimato per fuggire dal pesante passato e proteggere la famiglia con la quale desiderava trascorrere il resto della vita.
A livello di scrittura c’è un’evidente discrepanza tra arco narrativo e durata: c’è un primo filone, probabilmente il migliore e il più completo, che si risolve a suo modo verso il settimo episodio. Il drama però conta dieci puntate, da lì la necessità di concatenare un altro sviluppo, che in parte ripercorre percorsi già battuti (vedi il tema del rapimento dei figli piuttosto che il conflitto con Ju Kang Chan). Se da una parte si può capire la necessità di inserire una parte a tema sicurezza/politica agli alti livelli, dall’altra sembra un po’ un capitolo a sé stante, che sarebbe stato meglio inglobare meglio nella storia, invece di procedere con un effetto “a tappe”.
Il finale non mi ha convinta del tutto. La storia apre con un caso di bullismo tra due adolescenti, poi si sposta su piani ben più importanti (sicurezza nazionale, spionaggio, tensioni ed equilibri tra Paesi) e trova conclusione in una cornice che è ancora quella leggera iniziale (il saluto all’ex compagno di scuola, i discorsi sul rendimento scolastico, ecc.). Si comprende l’intenzione di mostrare finalmente la vita ordinaria tanto desiderata, ma come conclusione ha un sapore un po’ riduttivo. Si salva l’ultimissima scena, che mi ha ricordato – nel concetto - l’epilogo di un altro kdrama (Tale of the Nine-Tailed).
PERSONAGGI – Kim Do Hyeon è una figura perfettamente riuscita, il complesso e intricato risultato del suo percorso di vita, dalla difficile infanzia in orfanotrofio all’ancor più terrificante addestramento nell’esercito nordcoreano, fino alla sofferta scelta di passare dalla parte del “nemico”, e poi ancora quello scorcio effimero di una vita famigliare felice, che si dissolve con la morte prematura della moglie e si traduce nel devoto ma difficile compito di allevare da solo una figlia, per tornare infine a rivivere ciò che era stato fin da ragazzino, stavolta con il mero obiettivo di garantire la sicurezza di Min Ji.
Kim Min Ji incarna credibilmente la classica adolescente, un tempo molto legata al padre ma ora sempre più alla ricerca dei suoi spazi e dei suoi coetanei, tanto da tenere per sé anche gli episodi di bullismo che subisce a scuola, convinta che la distanza di pensiero tra lei e il “vecchio” padre sia come comunicare in due lingue diverse, sottolineando così un classico dell’approccio tipico adolescenziale, ovvero la convinzione – anche a priori – che il genitore non possa capire. A questo tratto comune si aggiunge, nel suo caso, anche la totale mancanza di stima nei confronti del padre, ai suoi occhi uomo debole e senza spina dorsale.
Se il rapporto padre-figlia caratterizza i momenti di svolta importanti, il cuore pulsante del drama è il trio dato da Kim e i gli altri due ex agenti sudcoreani. Min Ji segna due radicali cambi di vita per Kim: il primo con la sua nascita, dove rende immediato e necessario per lui concretizzare il desiderio di lasciarsi il passato di spia alle spalle e intraprendere una vita tranquilla e ordinaria; il secondo è innescato dal suo rapimento, che toglie Kim dall’esistenza placida e tranquilla per tornare a vestire i panni dell’implacabile agente speciale.
Il drama conta svariati momenti di cruda violenza, ma mai fine a sé stessa bensì più strumento di una protezione disperata e comunque ampiamente bilanciata dalla tenerezza di alcuni momenti padre-figlia e stemperata dai passaggi di puro divertimento promossi dai due ex agenti amici di Kim: Seong Han Su, campione di takewondo e di uscite di ironia stralunata, vestito tassativamente con un dobok immacolato che completa – a un certo punto – con un inquietante gilet trapuntato rosso a fiorellini, e Park Jin Cheol, ex marine in stile “macchina da guerra” e un Mr. "Rock and Roll” eccentrico come pochi. Ho apprezzato come tra i flashback dedicati al passato di Kim sia stato dato spazio al suo primo incontro con i due e al legame sempre più saldo che è andato formandosi. Un’amicizia non sbandierata ma solida, di quelle che non ti lasciano da solo nel momento del bisogno, costi quel che costi.
Tra i due compari, quello più esilarante ma anche più approfondito è di sicuro Park Jin Cheol: tuta mimetica che si apre su un’imbarazzante maglietta con foto della figlia racchiusa in un cuore, risata pazza di chi non teme nulla e pregusta i combattimenti che affronta a suon di testate con spirito quasi divertito, salvo poi scattare sull’attenti – in tutti i sensi – di fronte alla moglie. I suoi battibecchi con Seong Han Su sono a dir poco spassosi, tra botta e risposta quasi infantili – dove anche la conta dei numeri progressivi diventa motivo di ripicca – fino a giocarsi i vari incarichi pericolosi con sasso-carta-forbice. Innumerevoli le uscite che fanno sorridere (“il protagonista deve farsi vedere”, “Devo andare a casa, viene quello del purificatore. Ho già spostato due volte, tre no”, "Sembri le tipe coi capelli lunghi dei film horror"... Potrei andare avanti all'infinito).
Un trio dunque singolare e carismatico, concreto nelle azioni e caratteristico nelle interazioni (da qui la memorabile riflessione di Nam, lo scagnozzo di Ju Kang Chan, mentre vola all’indietro fuori dal camion dopo il gancio ben piazzato di Jin Cheol: “Chi diavolo sono questi quarantenni con gli occhiali?!?”)
CAST – So Ji Sub domina la scena con una performance di altissimo livello. La sua è una recitazione convincente e calibrata, studiata in ogni singolo cipiglio e in quegli sguardi – soprattutto nella parte iniziale - che sanno di rabbia trattenuta a stento grazie a un notevole autocontrollo. A seconda del contesto vi si legge perfettamente l’amore e la preoccupazione per Min Ji, la stanchezza di un uomo che ha già visto troppo, la precisione inesorabile di quando si prepara a combattere. Con la sua serietà glaciale bilancia perfettamente le interpretazioni più vivaci dei compagni di squadra. Un’espressività raffinata e ricca, la sua, mai forzata, mai eccessiva, mai fuori luogo. Davvero un grande attore.
A fargli da spalla altri due bravissimi attori quali Choi Dae Hoon e soprattutto Yoon Gyung Ho. Menzione d’onore anche per Joo Sang Wok che in qualità di villain veste perfettamente i panni del ricco e potente uomo d’affari che si crede al di sopra di tutto e di tutti. I personaggi secondari offrono complessivamente una buona prova a supporto dei protagonisti.
ASPETTI TECNICI - Il drama è certamente confezionato con cura, la regia di Lee Yong Seok mostra capacità e consapevolezza nella trasposizione del weebtoon al quale è ispirato, traducendo con enfasi i momenti più incisivi e seguendo i combattimenti da una distanza davvero ridotta. In linea con l’idea dell’action-thriller le coreografie sono brutali e di forte impatto fisico, basate sul corpo a corpo che distrugge ambienti e trasforma oggetti quotidiani in armi improvvisate. In questo senso, il montaggio è indubbiamente valido: le sequenze di combattimento sono tagliate con un ritmo serrato ma mai frenetico, permettendo allo spettatore di seguire ogni movimento senza perdersi nel caos della lotta.
La fotografia conferisce significato ai contrasti cromatici: nelle sequenze ambientate nel presente in Corea del Sud predominano le tonalità calde mentre i flashback nordcoreani sono caratterizzati da palette di blu freddi e grigi acciaio, perfetti nel richiamare la violenza e l'alienazione del passato del protagonista. Anche la scenografia ha fatto un buon lavoro, contribuendo nel “raccontare” i personaggi: l'appartamento di Kim è volutamente anonimo, quasi spoglio, perfettamente in linea con un uomo che ha smesso di vivere per limitarsi a sopravvivere; al contrario, gli ambienti dei cattivi sono sovraccarichi di simbolismi industriali dall’aspetto metallico (quasi delle gabbie in cui si rintanano, ma che alla lunga imprigionano anche i loro stessi piani). La colonna sonora alterna timbri sintetizzati durante le scene d'azione a pianoforti nei momenti di intimità padre-figlia.
PRO E CONTRO: Un aspetto che ho molto apprezzato è che il drama va oltre il classico revenge-thriller: la vendetta, qui, c’entra davvero poco. La “caccia” ai cattivi non è promossa dal desiderio di far pagare loro i torti subiti, ma semplicemente dalla paura di perdere i propri cari e dalla disperata necessità di tutelare l’unica famiglia rimasta. Tra i limiti, invece, l’inevitabile mancanza di realismo: i combattimenti sono spettacolari ma davvero poco conformi alla realtà. I tre quarantenni non sono per nulla arrugginiti, sconfiggono da soli intere squadre addestrate e armate e si riprendono da colpi in testa e ferite profonde con una velocità a dir poco incredibile. Ci si lamenta del tono di voce di Jin Cheol, eppure seduti al tavolo del ristorante disquisiscono tranquillamente di operazioni segrete e altre informazioni altamente riservate. Sono difetti comunque ammissibili se si considera che derivano da una scelta voluta dell’opera, volta ad affascinare lo spettatore più che a farlo “credere”.
IN CONCLUSIONE – Un drama con le idee chiare, che vuole essere un prodotto commerciale di alta qualità dedito ad un puro, spettacolare ed efficace intrattenimento. Lo dico nel senso più positivo possibile dei termini: non tutti i drama o i film devono essere opere rivoluzionarie o trasporre in modo geniale chissà quale significato della vita. L’importante è avere un obiettivo ben definito. E questo drama non solo sa cosa vuole essere ma lo fa con evidente competenza. Il risultato è una serie che funziona alla grande, incentrata su una storia che sa emozionare e intrattenere con pari intensità, dove l’elemento emotivo è sempre presente e mai sacrificato in nome dell’azione, e viceversa. Un ottimo risultato e un titolo che mi sento di consigliare su larga scala.
Che dire, una serie che si vede tutto d’un fiato. Dieci episodi – qui i spesso rimpianti sedici del vecchio classico format sarebbero stati decisamente troppi – che filano via lisci in un batter d’occhio.
LA TRAMA – Kim Do Hyeon è un impiegato di banca tranquillo e anonimo, nonché padre dell’adolescente Min Ji, figlia che ha cresciuto da solo dopo la morte della moglie durante il parto. Vive una vita semplice e monotona, con un atteggiamento passivo-remissivo che gli costa l’assoluta mancanza di stima da parte della figlia. Poi un giorno Min Ji viene rapita, e tutto cambia improvvisamente. Il mite quarantenne torna ad essere ciò che è stato per buona parte della sua vita: il più abile e letale agente speciale nordcoreano, passato poi nei servizi segreti sudcoreani e infine sparito nell’anonimato per fuggire dal pesante passato e proteggere la famiglia con la quale desiderava trascorrere il resto della vita.
A livello di scrittura c’è un’evidente discrepanza tra arco narrativo e durata: c’è un primo filone, probabilmente il migliore e il più completo, che si risolve a suo modo verso il settimo episodio. Il drama però conta dieci puntate, da lì la necessità di concatenare un altro sviluppo, che in parte ripercorre percorsi già battuti (vedi il tema del rapimento dei figli piuttosto che il conflitto con Ju Kang Chan). Se da una parte si può capire la necessità di inserire una parte a tema sicurezza/politica agli alti livelli, dall’altra sembra un po’ un capitolo a sé stante, che sarebbe stato meglio inglobare meglio nella storia, invece di procedere con un effetto “a tappe”.
Il finale non mi ha convinta del tutto. La storia apre con un caso di bullismo tra due adolescenti, poi si sposta su piani ben più importanti (sicurezza nazionale, spionaggio, tensioni ed equilibri tra Paesi) e trova conclusione in una cornice che è ancora quella leggera iniziale (il saluto all’ex compagno di scuola, i discorsi sul rendimento scolastico, ecc.). Si comprende l’intenzione di mostrare finalmente la vita ordinaria tanto desiderata, ma come conclusione ha un sapore un po’ riduttivo. Si salva l’ultimissima scena, che mi ha ricordato – nel concetto - l’epilogo di un altro kdrama (Tale of the Nine-Tailed).
PERSONAGGI – Kim Do Hyeon è una figura perfettamente riuscita, il complesso e intricato risultato del suo percorso di vita, dalla difficile infanzia in orfanotrofio all’ancor più terrificante addestramento nell’esercito nordcoreano, fino alla sofferta scelta di passare dalla parte del “nemico”, e poi ancora quello scorcio effimero di una vita famigliare felice, che si dissolve con la morte prematura della moglie e si traduce nel devoto ma difficile compito di allevare da solo una figlia, per tornare infine a rivivere ciò che era stato fin da ragazzino, stavolta con il mero obiettivo di garantire la sicurezza di Min Ji.
Kim Min Ji incarna credibilmente la classica adolescente, un tempo molto legata al padre ma ora sempre più alla ricerca dei suoi spazi e dei suoi coetanei, tanto da tenere per sé anche gli episodi di bullismo che subisce a scuola, convinta che la distanza di pensiero tra lei e il “vecchio” padre sia come comunicare in due lingue diverse, sottolineando così un classico dell’approccio tipico adolescenziale, ovvero la convinzione – anche a priori – che il genitore non possa capire. A questo tratto comune si aggiunge, nel suo caso, anche la totale mancanza di stima nei confronti del padre, ai suoi occhi uomo debole e senza spina dorsale.
Se il rapporto padre-figlia caratterizza i momenti di svolta importanti, il cuore pulsante del drama è il trio dato da Kim e i gli altri due ex agenti sudcoreani. Min Ji segna due radicali cambi di vita per Kim: il primo con la sua nascita, dove rende immediato e necessario per lui concretizzare il desiderio di lasciarsi il passato di spia alle spalle e intraprendere una vita tranquilla e ordinaria; il secondo è innescato dal suo rapimento, che toglie Kim dall’esistenza placida e tranquilla per tornare a vestire i panni dell’implacabile agente speciale.
Il drama conta svariati momenti di cruda violenza, ma mai fine a sé stessa bensì più strumento di una protezione disperata e comunque ampiamente bilanciata dalla tenerezza di alcuni momenti padre-figlia e stemperata dai passaggi di puro divertimento promossi dai due ex agenti amici di Kim: Seong Han Su, campione di takewondo e di uscite di ironia stralunata, vestito tassativamente con un dobok immacolato che completa – a un certo punto – con un inquietante gilet trapuntato rosso a fiorellini, e Park Jin Cheol, ex marine in stile “macchina da guerra” e un Mr. "Rock and Roll” eccentrico come pochi. Ho apprezzato come tra i flashback dedicati al passato di Kim sia stato dato spazio al suo primo incontro con i due e al legame sempre più saldo che è andato formandosi. Un’amicizia non sbandierata ma solida, di quelle che non ti lasciano da solo nel momento del bisogno, costi quel che costi.
Tra i due compari, quello più esilarante ma anche più approfondito è di sicuro Park Jin Cheol: tuta mimetica che si apre su un’imbarazzante maglietta con foto della figlia racchiusa in un cuore, risata pazza di chi non teme nulla e pregusta i combattimenti che affronta a suon di testate con spirito quasi divertito, salvo poi scattare sull’attenti – in tutti i sensi – di fronte alla moglie. I suoi battibecchi con Seong Han Su sono a dir poco spassosi, tra botta e risposta quasi infantili – dove anche la conta dei numeri progressivi diventa motivo di ripicca – fino a giocarsi i vari incarichi pericolosi con sasso-carta-forbice. Innumerevoli le uscite che fanno sorridere (“il protagonista deve farsi vedere”, “Devo andare a casa, viene quello del purificatore. Ho già spostato due volte, tre no”, "Sembri le tipe coi capelli lunghi dei film horror"... Potrei andare avanti all'infinito).
Un trio dunque singolare e carismatico, concreto nelle azioni e caratteristico nelle interazioni (da qui la memorabile riflessione di Nam, lo scagnozzo di Ju Kang Chan, mentre vola all’indietro fuori dal camion dopo il gancio ben piazzato di Jin Cheol: “Chi diavolo sono questi quarantenni con gli occhiali?!?”)
CAST – So Ji Sub domina la scena con una performance di altissimo livello. La sua è una recitazione convincente e calibrata, studiata in ogni singolo cipiglio e in quegli sguardi – soprattutto nella parte iniziale - che sanno di rabbia trattenuta a stento grazie a un notevole autocontrollo. A seconda del contesto vi si legge perfettamente l’amore e la preoccupazione per Min Ji, la stanchezza di un uomo che ha già visto troppo, la precisione inesorabile di quando si prepara a combattere. Con la sua serietà glaciale bilancia perfettamente le interpretazioni più vivaci dei compagni di squadra. Un’espressività raffinata e ricca, la sua, mai forzata, mai eccessiva, mai fuori luogo. Davvero un grande attore.
A fargli da spalla altri due bravissimi attori quali Choi Dae Hoon e soprattutto Yoon Gyung Ho. Menzione d’onore anche per Joo Sang Wok che in qualità di villain veste perfettamente i panni del ricco e potente uomo d’affari che si crede al di sopra di tutto e di tutti. I personaggi secondari offrono complessivamente una buona prova a supporto dei protagonisti.
ASPETTI TECNICI - Il drama è certamente confezionato con cura, la regia di Lee Yong Seok mostra capacità e consapevolezza nella trasposizione del weebtoon al quale è ispirato, traducendo con enfasi i momenti più incisivi e seguendo i combattimenti da una distanza davvero ridotta. In linea con l’idea dell’action-thriller le coreografie sono brutali e di forte impatto fisico, basate sul corpo a corpo che distrugge ambienti e trasforma oggetti quotidiani in armi improvvisate. In questo senso, il montaggio è indubbiamente valido: le sequenze di combattimento sono tagliate con un ritmo serrato ma mai frenetico, permettendo allo spettatore di seguire ogni movimento senza perdersi nel caos della lotta.
La fotografia conferisce significato ai contrasti cromatici: nelle sequenze ambientate nel presente in Corea del Sud predominano le tonalità calde mentre i flashback nordcoreani sono caratterizzati da palette di blu freddi e grigi acciaio, perfetti nel richiamare la violenza e l'alienazione del passato del protagonista. Anche la scenografia ha fatto un buon lavoro, contribuendo nel “raccontare” i personaggi: l'appartamento di Kim è volutamente anonimo, quasi spoglio, perfettamente in linea con un uomo che ha smesso di vivere per limitarsi a sopravvivere; al contrario, gli ambienti dei cattivi sono sovraccarichi di simbolismi industriali dall’aspetto metallico (quasi delle gabbie in cui si rintanano, ma che alla lunga imprigionano anche i loro stessi piani). La colonna sonora alterna timbri sintetizzati durante le scene d'azione a pianoforti nei momenti di intimità padre-figlia.
PRO E CONTRO: Un aspetto che ho molto apprezzato è che il drama va oltre il classico revenge-thriller: la vendetta, qui, c’entra davvero poco. La “caccia” ai cattivi non è promossa dal desiderio di far pagare loro i torti subiti, ma semplicemente dalla paura di perdere i propri cari e dalla disperata necessità di tutelare l’unica famiglia rimasta. Tra i limiti, invece, l’inevitabile mancanza di realismo: i combattimenti sono spettacolari ma davvero poco conformi alla realtà. I tre quarantenni non sono per nulla arrugginiti, sconfiggono da soli intere squadre addestrate e armate e si riprendono da colpi in testa e ferite profonde con una velocità a dir poco incredibile. Ci si lamenta del tono di voce di Jin Cheol, eppure seduti al tavolo del ristorante disquisiscono tranquillamente di operazioni segrete e altre informazioni altamente riservate. Sono difetti comunque ammissibili se si considera che derivano da una scelta voluta dell’opera, volta ad affascinare lo spettatore più che a farlo “credere”.
IN CONCLUSIONE – Un drama con le idee chiare, che vuole essere un prodotto commerciale di alta qualità dedito ad un puro, spettacolare ed efficace intrattenimento. Lo dico nel senso più positivo possibile dei termini: non tutti i drama o i film devono essere opere rivoluzionarie o trasporre in modo geniale chissà quale significato della vita. L’importante è avere un obiettivo ben definito. E questo drama non solo sa cosa vuole essere ma lo fa con evidente competenza. Il risultato è una serie che funziona alla grande, incentrata su una storia che sa emozionare e intrattenere con pari intensità, dove l’elemento emotivo è sempre presente e mai sacrificato in nome dell’azione, e viceversa. Un ottimo risultato e un titolo che mi sento di consigliare su larga scala.
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