This review may contain spoilers
Una delusione (non) annunciata
Partiamo da una delle poche considerazioni positive: l’ho messo in lista solo qualche settimana fa, prima ne ignoravo l’esistenza per cui fortunatamente non l’ho atteso tra i titoli più preannunciati dell’anno. Detto questo, qualcosa – comunque - mi aspettavo. Fin dai tempi di “Fall in love” (2021) sono alla ricerca di un altro bel romance ambientato durante l’era repubblicana cinese, ma ad oggi ancora non ne ho trovato mezzo, salvo incappare di tanto in tanto in qualche short drama dalla realizzazione discutibile. Poi vedo la scheda di “Overdo” e la speranza ovviamente riaffiora: oltre trenta puntate, cast di prim’ordine e un budget che promette un lavoro tecnicamente curato. Sembrano esserci le giuste premesse, insomma.
Paradossalmente, buona parte di quanto elencato non è stato disatteso. Solo, il tutto poggia su un copione simile a quelli dei mediocri short drama che citavo prima… Che spreco. Che la trama sia debole – tanto per usare un aggettivo gentile – è evidente fin dal primo episodio… Ho davvero perso il conto delle volte in cui mi fermavo a chiedermi “Ma perché?!?!”, tanto che a un certo punto ho iniziato pure ad annotarmi tutte le insensatezze sul block notes, ma sono arrivata a riempire il foglio prima ancora di raggiungere la metà degli episodi, al che ci ho rinunciato.
TRAMA – Sintetizzando (perché altrimenti ci vorrebbero pagine intere), è la travagliata storia d’amore tra un lui solo e disilluso, rimbalzato tra due famiglie di origine e di una lei dal triste passato in cerca di più di una vendetta, aspetto che nasconde puntualmente a lui ogni volta che le loro strade si incrociano. Tra stratagemmi, bugie, confessioni immancabilmente lasciate a metà e scelte che cercano in ogni modo di essere fraintese, trovano spazio le compagne di disgrazie di lei e la stramba famiglia di lui, un misto di legami biologici e non, rapporti fraterni di difficile definizione e genitorialità devota al potere e al lustro del nome di famiglia.
Il tutto viene farcito con un’infinità di drammi esagerati, colpi di scena incomprensibili, separazioni e riconciliazioni che si ripetono come in un loop infinito, che rendono la relazione di certo non commovente, bensì solo e semplicemente estenuante.
Il finale potrebbe sorprendere in negativo, ma dopo trenta episodi mediocri mi chiedo chi possa rimanere inaspettatamente deluso: dopo anni – e puntate – di drammi travagliati, la soluzione più che mai comoda è quella della dipartita di massa.
CHICCHE DAL BLOCK NOTES (una piccola selezione, l'elenco sarebbe infinito):
- Scene con nevischio che va e che viene a seconda del vicolo e che si mescola a una luce troppo calda che crea confusione sul clima effettivo, complice anche un abbigliamento troppo leggero
- Cadute che dovrebbero generare dolori lancinanti – la cui guarigione richiederà tempo – ma che lì per lì non impediscono la conversazione colloquiale
- All’inizio lei riconosce lui dalla foto (ovviamente coincidenza vuole che lui sia la prima persona nella quale si imbatte arrivata nella nuova città), lui peggio ancora incrocia il suo sguardo e magicamente capisce che è la sconosciuta con la quale ha scambiato alcune lettere.
- I primi episodi contano una quantità innumerevole di brevi flashback, che inseriti così creano solo confusione
- Buchi nella trama all’ordine del giorno
- Lui scopre che lei è un’assassina e, una volta raggiunta mentre si da alla fuga sul treno, la prima cosa che le fa presente è la promessa di piantare insieme le piante di genziana (scena a dir poco assurda).
- I fiori di genziana: messi tanto per fare la scena di dare fuoco a interi campi, simbolo del loro primo incontro ma che diventano ridicoli ritrovati col furto della pellicola piuttosto che afferrati nella neve in stato quasi moribondo.
- Sovra drammatizzazione costante e continua, per ogni sciocchezza. Anche l’ingresso di una persona in una stanza, con focus sulla falcata e sulla scarpe di vernice lucida, sembra promettere chissà quale evento clou. Ma per favore.
- Lui è un medico innamorato di una lei che crede colpevole di omicidio. Dato però che lei ha un motivo, non solo la giustifica… Ma la aiuta anche ad uccidere la vecchia direttrice dell’orfanotrofio? Così, dal niente. E per di più, ricordo, è un medico.
- Si dice che i gatti abbiano sette vite. I protagonisti di questo drama ne hanno molte ma molte di più. Infinite le volte in cui si ritrovano con ferite o situazioni mortali, tra proiettili, bastonate, cadute dall’altro, fendenti profondi, ferite all’altezza del cuore… Ma niente, scampano per un soffio tutte le volte. Va bene un paio di colpi di fortuna, ma poi basta, altrimenti diventa ridicolo.
- I paraocchi di Qing Yu: presentato come uomo tutt’altro che limitato, c’è da chiedersi come non possa aver fiutato niente di strano nel rapporto tra i due protagonisti. Persino il gatto di casa – quello con sole sette vite – ci sarebbe arrivato.
- Banalità nei momenti clou: come la storia dei fiori sul treno, anche nell’unica breve parentesi che trascorrono assieme tra i temi affrontati c’è… l’anatra in agrodolce. E ho detto tutto.
- Cambio scena, cambio mood: con una frequenza quasi periodica arriva il momento in cui sembrano quasi avvicinarsi, magari complice qualche rivelazione che dovrebbe cambiare l’assetto delle loro dinamiche. Si fa chiarezza su un punto? Bene, peccato che la scena dopo li vede incontrarsi ognuno ancora guardingo e fermo sulla propria posizione, come se nulla fosse stato.
PERSONAGGI:
Murong Qing Yi, il ML autolesionista per eccellenza. Con passato – emotivo e fisico – estremamente doloroso e buonissime capacità intellettive, passa l’intera serie a lasciarsi maltrattare, tra tradimenti, manipolazioni e umiliazioni da parte di tutte – la donna che ama e i suoi famigliari – salvo poi perdonare e amare incondizionatamente (soprattutto lei). E’ un personaggio talmente senza speranza che suscita una pietosa simpatia.
Ren Su Su (o Fang Mu Lan, ma qui l’assonanza con la nota eroina della Disney porterebbe a un paragone infelice): giovane donna con un chiaro obiettivo e per raggiungere il quale non guarda in faccia a nessuno. Se Qing Yi non fosse stato dedito a una continua resa incondizionata, lei sarebbe potuta uscirne quasi come un’eroina. Invece, l’atteggiamento zerbinoso di lui la fa risultare una stronza egoista, crudele e manipolatrice. Si può capire la logica del suo ragionamento, ma difficile trovarsi a fare il tifo per lei. Per entrambi i protagonisti, inoltre, l’evoluzione è ai minimi termini: atteggiamenti immutati che promuovono gli stessi errori nel corso degli anni. Ne deriva quindi un rapporto autodistruttivo che si traduce in una sofferenza gratuita e reciproca.
Murong Qing Yu: fratello maggior biologico sul quale cade la pesante responsabilità di tenere alto il nome della famiglia. Sinceramente affezionato a Qing Yi ma anche imbrigliato nelle relazioni con gli altri famigliari, vive una vita di rinunce personali. Dopo la scoperta dell’identità di Ren Su Su cambia drasticamente, e in modo alquanto eccessivo.
Li Bo Ze: pseudo fratello che sembra vivere inizialmente sulle nuvole, rappresenta “l’altro” bambino, quello amato da tutti. A differenza dei protagonisti, il suo personaggio mostra quanto meno un’evoluzione che lo porterà a schierarsi su diversi fronti fino a una comprensione più completa del quadro generale, in termini di affetti, legami e giustizia.
Muron Jin Rui: fastidiosa, sgraziata e poco acuta primogenita della famiglia Murong. Speravo in una sua evoluzione – nel bene o nel male – e invece si limita a seguire costantemente la madre al pari di un’appendice.
Cheng Jin Zhi: la madre meno madre della storia, almeno nei confronti di Qing Yi. Fin da subito si intuisce che il suo comportamento assurdo deriva da un fatto personale che si ostina a negare, ma detto ciò la crudeltà con la quale tratta il figlio va al di là di ogni ragionevole spiegazione. Eccessiva, anche nella malattia.
CAST – I protagonisti non sono di certo gli ultimi attori trovati per strada, anzi. Ho sempre trovato Wang Chu Ran estremamente distintiva e carismatica – sebbene non abbia gradito alcuni suoi drama, ma per motivi che nulla hanno a che vedere con la sua recitazione – e Zhang Ling He è tra gli attori di spicco dell’anno, portato in auge grazie alla fortunata serie “Pursuit of Jade” dello scorso marzo. Come sia finito a prendere parte a questo drama resta per me un mistero. Per la serie: ma il copione l’aveva almeno letto? Vero che ci sono attori bravi ma semisconosciuti che devono “accontentarsi” del ruolo principale in produzioni palesemente non di qualità, ma non mi sembra proprio questo il caso. Anche gli attori di supporto che interpretano Li Bo Ze e Hai Tang Qui offrono performance molto valide, quindi a conti fatti sprecate per il tenore dell’opera.
ASPETTI TECNICI: Ciò che spiace maggiormente è che la cura e l’attenzione, da alcuni punti di vista, c’è stata e si vede eccome. Costumi, trucco e acconciature sono di buon livello e adeguati al contesto. La ricostruzione della Shangai repubblicana coglie l’atmosfera dell’epoca, la scenografia complessivamente ha funzionato anche bene.
Al contrario, regia e montaggio sono complici nel promuovere uno scempio: inquadrature insensate e bizzarre, zoom rapidi sui volti degli attori quando non servono, così che invece di enfatizzare un’espressione particolare rendono la scena quasi comica. Sono limiti che mi aspetto da un vertical drama di bassa qualità, non da una produzione che si spaccia di alto profilo come questa.
Anche sul fronte OST non ci siamo proprio: la colonna sonora è incessante e pervasiva, anche nei momenti dove non ha il minimo senso. In alcune scene, addirittura, si sovrappongono più brani musicali o si susseguono nell’arco della stessa conversazione, dando un’impressione davvero surreale, quasi al pari di uno stacco da siparietto pubblicitario.
CONCLUSIONE – “Overdo” è un drama che spera di vivere di luce riflessa: quella del suo cast di prim’ordine, delle sue ambizioni e della promozione di cui è stato oggetto. Fino a che punto, però, si può giustificare una visione solo per la bellezza dei protagonisti o per la speranza che via via le cose migliorino? A conti fatti, non ne vale la pena. E’ un’esperienza complessivamente frustrante e che lascia con l’amaro in bocca, oltre alla sensazione di aver sprecato non poco tempo. Col senno di poi, non l’avrei guardato.
Paradossalmente, buona parte di quanto elencato non è stato disatteso. Solo, il tutto poggia su un copione simile a quelli dei mediocri short drama che citavo prima… Che spreco. Che la trama sia debole – tanto per usare un aggettivo gentile – è evidente fin dal primo episodio… Ho davvero perso il conto delle volte in cui mi fermavo a chiedermi “Ma perché?!?!”, tanto che a un certo punto ho iniziato pure ad annotarmi tutte le insensatezze sul block notes, ma sono arrivata a riempire il foglio prima ancora di raggiungere la metà degli episodi, al che ci ho rinunciato.
TRAMA – Sintetizzando (perché altrimenti ci vorrebbero pagine intere), è la travagliata storia d’amore tra un lui solo e disilluso, rimbalzato tra due famiglie di origine e di una lei dal triste passato in cerca di più di una vendetta, aspetto che nasconde puntualmente a lui ogni volta che le loro strade si incrociano. Tra stratagemmi, bugie, confessioni immancabilmente lasciate a metà e scelte che cercano in ogni modo di essere fraintese, trovano spazio le compagne di disgrazie di lei e la stramba famiglia di lui, un misto di legami biologici e non, rapporti fraterni di difficile definizione e genitorialità devota al potere e al lustro del nome di famiglia.
Il tutto viene farcito con un’infinità di drammi esagerati, colpi di scena incomprensibili, separazioni e riconciliazioni che si ripetono come in un loop infinito, che rendono la relazione di certo non commovente, bensì solo e semplicemente estenuante.
Il finale potrebbe sorprendere in negativo, ma dopo trenta episodi mediocri mi chiedo chi possa rimanere inaspettatamente deluso: dopo anni – e puntate – di drammi travagliati, la soluzione più che mai comoda è quella della dipartita di massa.
CHICCHE DAL BLOCK NOTES (una piccola selezione, l'elenco sarebbe infinito):
- Scene con nevischio che va e che viene a seconda del vicolo e che si mescola a una luce troppo calda che crea confusione sul clima effettivo, complice anche un abbigliamento troppo leggero
- Cadute che dovrebbero generare dolori lancinanti – la cui guarigione richiederà tempo – ma che lì per lì non impediscono la conversazione colloquiale
- All’inizio lei riconosce lui dalla foto (ovviamente coincidenza vuole che lui sia la prima persona nella quale si imbatte arrivata nella nuova città), lui peggio ancora incrocia il suo sguardo e magicamente capisce che è la sconosciuta con la quale ha scambiato alcune lettere.
- I primi episodi contano una quantità innumerevole di brevi flashback, che inseriti così creano solo confusione
- Buchi nella trama all’ordine del giorno
- Lui scopre che lei è un’assassina e, una volta raggiunta mentre si da alla fuga sul treno, la prima cosa che le fa presente è la promessa di piantare insieme le piante di genziana (scena a dir poco assurda).
- I fiori di genziana: messi tanto per fare la scena di dare fuoco a interi campi, simbolo del loro primo incontro ma che diventano ridicoli ritrovati col furto della pellicola piuttosto che afferrati nella neve in stato quasi moribondo.
- Sovra drammatizzazione costante e continua, per ogni sciocchezza. Anche l’ingresso di una persona in una stanza, con focus sulla falcata e sulla scarpe di vernice lucida, sembra promettere chissà quale evento clou. Ma per favore.
- Lui è un medico innamorato di una lei che crede colpevole di omicidio. Dato però che lei ha un motivo, non solo la giustifica… Ma la aiuta anche ad uccidere la vecchia direttrice dell’orfanotrofio? Così, dal niente. E per di più, ricordo, è un medico.
- Si dice che i gatti abbiano sette vite. I protagonisti di questo drama ne hanno molte ma molte di più. Infinite le volte in cui si ritrovano con ferite o situazioni mortali, tra proiettili, bastonate, cadute dall’altro, fendenti profondi, ferite all’altezza del cuore… Ma niente, scampano per un soffio tutte le volte. Va bene un paio di colpi di fortuna, ma poi basta, altrimenti diventa ridicolo.
- I paraocchi di Qing Yu: presentato come uomo tutt’altro che limitato, c’è da chiedersi come non possa aver fiutato niente di strano nel rapporto tra i due protagonisti. Persino il gatto di casa – quello con sole sette vite – ci sarebbe arrivato.
- Banalità nei momenti clou: come la storia dei fiori sul treno, anche nell’unica breve parentesi che trascorrono assieme tra i temi affrontati c’è… l’anatra in agrodolce. E ho detto tutto.
- Cambio scena, cambio mood: con una frequenza quasi periodica arriva il momento in cui sembrano quasi avvicinarsi, magari complice qualche rivelazione che dovrebbe cambiare l’assetto delle loro dinamiche. Si fa chiarezza su un punto? Bene, peccato che la scena dopo li vede incontrarsi ognuno ancora guardingo e fermo sulla propria posizione, come se nulla fosse stato.
PERSONAGGI:
Murong Qing Yi, il ML autolesionista per eccellenza. Con passato – emotivo e fisico – estremamente doloroso e buonissime capacità intellettive, passa l’intera serie a lasciarsi maltrattare, tra tradimenti, manipolazioni e umiliazioni da parte di tutte – la donna che ama e i suoi famigliari – salvo poi perdonare e amare incondizionatamente (soprattutto lei). E’ un personaggio talmente senza speranza che suscita una pietosa simpatia.
Ren Su Su (o Fang Mu Lan, ma qui l’assonanza con la nota eroina della Disney porterebbe a un paragone infelice): giovane donna con un chiaro obiettivo e per raggiungere il quale non guarda in faccia a nessuno. Se Qing Yi non fosse stato dedito a una continua resa incondizionata, lei sarebbe potuta uscirne quasi come un’eroina. Invece, l’atteggiamento zerbinoso di lui la fa risultare una stronza egoista, crudele e manipolatrice. Si può capire la logica del suo ragionamento, ma difficile trovarsi a fare il tifo per lei. Per entrambi i protagonisti, inoltre, l’evoluzione è ai minimi termini: atteggiamenti immutati che promuovono gli stessi errori nel corso degli anni. Ne deriva quindi un rapporto autodistruttivo che si traduce in una sofferenza gratuita e reciproca.
Murong Qing Yu: fratello maggior biologico sul quale cade la pesante responsabilità di tenere alto il nome della famiglia. Sinceramente affezionato a Qing Yi ma anche imbrigliato nelle relazioni con gli altri famigliari, vive una vita di rinunce personali. Dopo la scoperta dell’identità di Ren Su Su cambia drasticamente, e in modo alquanto eccessivo.
Li Bo Ze: pseudo fratello che sembra vivere inizialmente sulle nuvole, rappresenta “l’altro” bambino, quello amato da tutti. A differenza dei protagonisti, il suo personaggio mostra quanto meno un’evoluzione che lo porterà a schierarsi su diversi fronti fino a una comprensione più completa del quadro generale, in termini di affetti, legami e giustizia.
Muron Jin Rui: fastidiosa, sgraziata e poco acuta primogenita della famiglia Murong. Speravo in una sua evoluzione – nel bene o nel male – e invece si limita a seguire costantemente la madre al pari di un’appendice.
Cheng Jin Zhi: la madre meno madre della storia, almeno nei confronti di Qing Yi. Fin da subito si intuisce che il suo comportamento assurdo deriva da un fatto personale che si ostina a negare, ma detto ciò la crudeltà con la quale tratta il figlio va al di là di ogni ragionevole spiegazione. Eccessiva, anche nella malattia.
CAST – I protagonisti non sono di certo gli ultimi attori trovati per strada, anzi. Ho sempre trovato Wang Chu Ran estremamente distintiva e carismatica – sebbene non abbia gradito alcuni suoi drama, ma per motivi che nulla hanno a che vedere con la sua recitazione – e Zhang Ling He è tra gli attori di spicco dell’anno, portato in auge grazie alla fortunata serie “Pursuit of Jade” dello scorso marzo. Come sia finito a prendere parte a questo drama resta per me un mistero. Per la serie: ma il copione l’aveva almeno letto? Vero che ci sono attori bravi ma semisconosciuti che devono “accontentarsi” del ruolo principale in produzioni palesemente non di qualità, ma non mi sembra proprio questo il caso. Anche gli attori di supporto che interpretano Li Bo Ze e Hai Tang Qui offrono performance molto valide, quindi a conti fatti sprecate per il tenore dell’opera.
ASPETTI TECNICI: Ciò che spiace maggiormente è che la cura e l’attenzione, da alcuni punti di vista, c’è stata e si vede eccome. Costumi, trucco e acconciature sono di buon livello e adeguati al contesto. La ricostruzione della Shangai repubblicana coglie l’atmosfera dell’epoca, la scenografia complessivamente ha funzionato anche bene.
Al contrario, regia e montaggio sono complici nel promuovere uno scempio: inquadrature insensate e bizzarre, zoom rapidi sui volti degli attori quando non servono, così che invece di enfatizzare un’espressione particolare rendono la scena quasi comica. Sono limiti che mi aspetto da un vertical drama di bassa qualità, non da una produzione che si spaccia di alto profilo come questa.
Anche sul fronte OST non ci siamo proprio: la colonna sonora è incessante e pervasiva, anche nei momenti dove non ha il minimo senso. In alcune scene, addirittura, si sovrappongono più brani musicali o si susseguono nell’arco della stessa conversazione, dando un’impressione davvero surreale, quasi al pari di uno stacco da siparietto pubblicitario.
CONCLUSIONE – “Overdo” è un drama che spera di vivere di luce riflessa: quella del suo cast di prim’ordine, delle sue ambizioni e della promozione di cui è stato oggetto. Fino a che punto, però, si può giustificare una visione solo per la bellezza dei protagonisti o per la speranza che via via le cose migliorino? A conti fatti, non ne vale la pena. E’ un’esperienza complessivamente frustrante e che lascia con l’amaro in bocca, oltre alla sensazione di aver sprecato non poco tempo. Col senno di poi, non l’avrei guardato.
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