This review may contain spoilers
Romance? No, Thriller.
Ho atteso questo drama per mesi, così come tutti i precedenti lavori del mio attore coreano preferito, Namgoong Min. Lo dico perché si capisca quanto fossero alte le mie aspettative. Mi aspettavo un apporto ben dosato di romance e thriller ma, a conti fatti, posso dire di aver ottenuto solo il secondo: un buon thriller psicologico con l’aggiunta di una profonda riflessione sulle difficili dinamiche coniugali, ma che è cosa ben diversa dall’idea di romance.
TRAMA – Dodici episodi che affrontano la singolare situazione del protagonista, Kang Tae Ju, quotato neurochirurgo che lavora nell’ospedale del suocero e che si trova all’improvviso a vivere l’incubo peggiore: sua moglie, Ko Se Yun, con la quale il matrimonio è ormai in frantumi, viene rapita da un misterioso aggressore la stessa notta in cui le chiede il divorzio, trasformandolo quindi nel sospettato numero uno. Complice l’approccio superficiale e cieco della polizia, agli occhi della quale lui è evidentemente già catalogato come colpevole, Tae Ju si trasforma in un fuggiasco determinato a salvare la moglie e a riabilitare il suo nome. Una corsa contro il tempo tra inseguimenti serrati e fughe rocambolesche, alle quali si alternano flashback che rivelano le crepe del matrimonio tra i due protagonisti, in primis la morte della figlioletta Ha Yun. La lista dei sospettati cambierà di continuo ad ogni nuovo tassello aggiunto da Tae Ju al quadro generale, scoprendo parallelamente azioni illecite condotte dall’ospedale.
(INIZIO SPOILER!!!)
Il finale è stato tra gli aspetti che più ho apprezzato, e che mi ha anche commossa. Assicurati i colpevoli alla giustizia, rimaneva da concludere il complicato rapporto tra i due coniugi: una riappacificazione sarebbe suonata forzata, un addio definitivo avrebbe reso inutile tutto l’iter vissuto dai due nel corso della vicenda. Ho trovato corretta la scelta consapevole e condivisa di non insistere a ricucire un rapporto ormai troppo compromesso, dove anche alla luce delle nuove consapevolezze sarebbe stato comunque permeato dal rimpianto e dai sensi di colpa. Una scelta coraggiosa che si allontana dai lieto fine facili e tradizionali. Il divorzio è stato un atto dovuto per alleggerire il peso che schiacciava entrambi ormai da molto tempo, un voltare definitivamente la pagina che rende più credibile, nel loro ritrovarsi in occasione della commemorazione della figlia, l’approccio più sereno e consapevole. Qualcuno ci leggerà forse la possibilità di un nuovo inizio – opzione lasciata volutamente all’interpretazione dello spettatore – ma io ci ho visto un sentimento ben diverso: due persone che hanno imparato a capirsi quando era ormai troppo tardi, ma che possono finalmente mettere fine insieme – e il come è, paradossalmente, andando ognuno per la propria strada – a un passato che era diventato emotivamente insostenibile per entrambi. La conclusione più realistica e onesta che poteva esserci, insomma.
(FINE SPOILER!!!)
TEMI PRINCIPALI:
Quello che speravo fosse un vero romance si è rivelato essere piuttosto una riflessione profonda sul significato del matrimonio e sulla delicata fragilità dei legami affettivi. In questo drama il matrimonio viene proposto – né più né meno - come una vera e propria prigione emotiva. In questo senso il titolo della serie suona addirittura ironico: non esiste un “completamento” del matrimonio, ma solo una costante ricerca di equilibrio – o forse sarebbe meglio dire di negoziazione – tra odio e amore, fiducia e tradimento. E’ l’esempio lampante di come un dolore devastante – in questo caso la scomparsa della figlia – possa trasformare due persone che si amano in perfetti (o quasi) sconosciuti. La morte della figlia è l’evento scatenante il dolore, ma la vera crisi è data dal lutto successivo, segnato dal fallimento comunicativo tra i coniugi che ha alla lunga determinato il deterioramento irreversibile del loro matrimonio.
Altra tematica affrontata è quella dell’avidità e della corruzione in ambito sanitario. L’intricata rete di segreti medici e sperimentazioni cliniche che violano i principi etici – dove la vita delle persone ha una sorta di “priorità” in base al loro valore economico – è a tutti gli effetti una chiara critica sociale. Interessante come l’ingiustizia alla base – aver negato a Kim Kyung Ae (moglie e complice del rapitore) le cure di cui necessitava solo perché non era una “sponsor” finanziaria della struttura ospedaliera, abbia poi generato gli eventi a cascata che sono seguiti, portandola a una disperazione tale da sollecitare il suo lato peggiore, quello criminale, che non va giustificato ma la cui dinamica è promossa a monte da una linea di condotta corrotta. In sintesi, potremmo dire che il messaggio che il drama passa è che “l’ingiustizia promuove altra ingiustizia”.
(INIZIO SPOILER!!!)
Ultima riflessione, quella sul concetto di mostro. Il drama conta più “cattivi”, tra colpevoli e complici di crimini di varia entità. Alla fine del drama si risale alla mente malvagia che ha innescato l’intera vicenda, mosso dall’invidia e dalla gelosia per i riconoscimenti ottenuti dal collega e che sfrutta quale braccio operativo un uomo disturbato e che accetta – per garantire alla moglie l’operazione in grado di salvarle la vita - di compiere l’omicidio. Uno è il mandante, l’altro l’assassino: quale dei due è il vero “mostro” della storia?
(FINE SPOILER!!!)
PERSONAGGI
Kang Tae Ju è un uomo di successo dotato di grande acume e correttezza, ma anche estremamente introverso. Lo incontriamo ormai in procinto di chiedere il divorzio, contenuto e misurato nei modi, ma i flashback nel passato inizialmente felice non lo mostrano particolarmente più espansivo, al contrario sembrano definire caratterialmente una figura non dimostra con gesti espansivi tutto l’affetto e le emozioni che vive nel profondo. Particolarmente significativo è il momento in cui, uscito dalla sala operatoria, scopre che la figlia è morta poco dopo essere arrivata in pronto soccorso: il suo è un dolore devastante che resta tuttavia trattenuto, costringendolo a un baratro emotivo interiore incapace di trovare sfogo liberatorio in pianti disperati o grida strazianti. Tae Ju ama intensamente, ma in modo silenzioso. E, nello stesso modo silenzioso, cercare di aiutare le persone a lui care a stare meglio: un approccio che in realtà gli fa più male che bene e lo costringe sopportare pesi che, alla lunga, sembrano finire per schiacciarlo.
Ko Se Yun è una donna che non si è mai ripresa dalla perdita della figlia e che vive una vita con una chiave di lettura parziale, fidandosi di convinzioni che tali non si riveleranno. Ha i suoi punti di riferimento – soprattutto i genitori, dei quali si fida ciecamente – e ha sviluppato nei confronti del marito un sentimento di forte frustrazione e risentimento. Non riesce ad accettare il modo in cui è morta la figlia: a caldo la sua reazione comprensibilmente disperata l’aveva portata a condannare su due piedi il marito per l’assenza e il mancato intervento tempestivo. A questa accusa rimane aggrappata anche dopo, quale strumento di sopravvivenza (incolpare qualcuno, in questo caso Tae Ju, promuove in lei un astio che, quasi come una reazione inconscia, le impedisce di lasciarsi definitivamente andare e crollare di fronte al dolore insopportabile). Una sorta di compromesso inconsapevole per riuscire, con fatica, a sopravvivere. Tolta la questione della scomparsa della figlia, permane una evidente difficoltà comunicativa con Tae Ju: anche dopo che viene fatta luce sul passato, lui continuerà ad essere ermetico e lei al contrario ad aver bisogno di apertura e confronto: un’incompatibilità caratteriale che va oltre i sentimenti e l’amare o non amare – a modo proprio - l’altra persona.
Tra tutti i colpevoli, l’unica figura che davvero si distingue è quella di No Man Hui, in apparenza un insegnante di informatica dal volto bonario ma in realtà capace di uccidere a colpi di martello mentre parla con voce pacata. Una malvagità disturbante, caratterizzata da una calma durante le atrocità che compie che non può non rimanere impressa. Ancora più inquietante è il mostrare momenti in cui sembra ragionare come una persona ordinaria, tipo il mettere il benessere della moglie al primo posto, per la quale è disposto a fare di tutto, un parallelismo non da poco con l’operato di Tae Ju. E’ facile etichettare un mostro come una figura perennemente malvagia, la cui logica è distorta e distante anni luce da quella delle persone “buone”. Eppure qui viene mostrato come anche un mostro ragioni, in altre situazioni, secondo la logica della normalità: così simile a quella della gente comune da risultare decisamente spaventosa.
CAST – Partiamo da lui, il mio mitico Namgoong Min. Come sempre offre una prova di livello, calandosi con meticolosità in quello che è il suo personaggio e sfuggendo alle caratterizzazioni banali: il suo Tae Ju è sì un uomo che si da alla fuga, ma non è un eroe dell’azione, e il realismo viene sostenuto dalle corse che lo lasciano senza fiato, dalle modalità a improvvisate e goffe con cui lotta. E’ un uomo di grande intelletto e astuzia che si trova costretto a un dinamismo a lui poco affine, e si vede… Perché è proprio così che deve essere. Dal punto di vista espressivo, il suo personaggio rappresenta una grande sfida, così come tutti i ruoli che hanno a che fare con figure introverse: riuscire a trasmettere tutto il non detto non è un’abilità da poco, ma in questo Namgoong Min ha dimostrato negli anni di essere davvero superbo. E, anche stavolta, ne ha dato prova per l’ennesima volta.
Lee Seol, già al suo fianco in “Our movie” (seppur lì non nel ruolo di protagonista femminile), non mi ha convinta. Seconda volta che la vedo in un drama – questo e il sopracitato Our Movie – e seconda volta che mi lascia perplessa: la trovo poco convincente, la sua recitazione è da manuale ma mio avviso è come se fosse poco sentita. Mi piacerebbe vederla in ruoli un po’ più amabili, dove potrebbe forse funzionare meglio, perché nel ricoprire figure controverse non riesce a suscitare l’empatia nello spettatore (esperienza ovviamente personale).
Una menzione speciale va a Kim Dae Myung, che veste i panni di Noh Man Hee, il rapitore. L'attore è noto per ruoli gentili e rassicuranti - vedi “Hospital playlist” - si trasforma qui in un villain agghiacciante che in più di una scena riesce a trasmettere un’incredibile inquietudine, dando prova di grande versatilità.
ASPETTI TECNICI – La regia ha saputo fare buon uso degli spazi (spesso stretti e claustrofobici) e delle atmosfere notturne (dominate da ombre e luci deboli) per massimizzare la tensione e accrescere il senso di oppressione. La fotografia supporta questa scelta evidenziando la luminosità degli ambienti ospedalieri in contrasto con il luogo di prigionia estremamente buio e crudo. L’ambientazione sembra riuscire a ribadire in modo efficace l’infelice transizione che sconvolge la vita di Tae Ju: il suo mondo è quello delle sale operatorie e dei laboratori ospedalieri, puliti, luminosi, sicuri, efficienti; di colpo però diventa un fuggiasco braccato dalla polizia, che si muove nel freddo delle notti invernali tra strade deserte, cantieri edili e fabbriche abbandonate. I colori predominanti qui sono le tonalità fredde del blu e del grigio, mentre ai flashback vengono riservate tinte più calde, quasi a ricordare un lontano “effetto seppia”, generalmente associato all’idea di momenti lontani e ormai perduti. Il montaggio garantisce un buon ritmo e assicura al termine di ogni episodio una chiusura di grande impatto, lasciando lo spettatore impaziente di vedere l’episodio successivo.
La colonna sonora è a dir poco variegata e coinvolge generi molto distanti tra loro: le OST spaziano dal rock di Gaho in "The Calling" alla ballata quasi malinconica di Lacuna in "Forever Broken Dreams", senza dimenticare la canzone iniziale, “Runaway”, di Ha Hyun Woo. Nell’insieme riescono a enfatizzare ogni momento andando a toccare, a seconda che si tratti di una scena d’azione o una particolarmente emotiva, il tasto giusto.
IN CONCLUSIONE – E’ un drama sul quale sono stata molto combattuta. Complici le mie aspettative davvero molto alte, un’immagine di copertina e un titolo che continuo a ritenere parecchio fuorvianti e il tag “romantico” che non trovo per nulla adeguato, dopo un paio di episodi lo scontro con la realtà dei fatti è stato un impatto notevole (e spiacevole): non era il drama che mi aspettavo e che avevo aspettato, il romance in senso classico era già dietro alle spalle e il fulcro della vicenda che diventava via via predominante era il tema delle cellule staminali embrionali. Quindi, dopo essere partita super carica, alla fine del terzo o quarto episodio ero così delusa da valutare addirittura di interrompere la visione. Alla fine ho deciso di continuare, rivedendo le mie aspettative, accantonando il sogno del romance e accettando che stavo guardando un buon thriller e che il “completamento” del matrimonio riportato nel titolo non fosse la felicità, bensì l’accettazione della sua fine. Su questa scia sono arrivata fino in fondo, rivalutandolo. Utile è stato il confronto con utenti che non avevano letto a priori la trama ma si erano avventurati nella visione alla cieca e che – di conseguenza – non ne erano rimasti affatto delusi.
Consigliato ma con l’avviso “non è un romance” scritto a lettere cubitali. Fatta questa premessa, è oggettivamente un drama interessante, ben fatto e qualitativamente meritevole.
TRAMA – Dodici episodi che affrontano la singolare situazione del protagonista, Kang Tae Ju, quotato neurochirurgo che lavora nell’ospedale del suocero e che si trova all’improvviso a vivere l’incubo peggiore: sua moglie, Ko Se Yun, con la quale il matrimonio è ormai in frantumi, viene rapita da un misterioso aggressore la stessa notta in cui le chiede il divorzio, trasformandolo quindi nel sospettato numero uno. Complice l’approccio superficiale e cieco della polizia, agli occhi della quale lui è evidentemente già catalogato come colpevole, Tae Ju si trasforma in un fuggiasco determinato a salvare la moglie e a riabilitare il suo nome. Una corsa contro il tempo tra inseguimenti serrati e fughe rocambolesche, alle quali si alternano flashback che rivelano le crepe del matrimonio tra i due protagonisti, in primis la morte della figlioletta Ha Yun. La lista dei sospettati cambierà di continuo ad ogni nuovo tassello aggiunto da Tae Ju al quadro generale, scoprendo parallelamente azioni illecite condotte dall’ospedale.
(INIZIO SPOILER!!!)
Il finale è stato tra gli aspetti che più ho apprezzato, e che mi ha anche commossa. Assicurati i colpevoli alla giustizia, rimaneva da concludere il complicato rapporto tra i due coniugi: una riappacificazione sarebbe suonata forzata, un addio definitivo avrebbe reso inutile tutto l’iter vissuto dai due nel corso della vicenda. Ho trovato corretta la scelta consapevole e condivisa di non insistere a ricucire un rapporto ormai troppo compromesso, dove anche alla luce delle nuove consapevolezze sarebbe stato comunque permeato dal rimpianto e dai sensi di colpa. Una scelta coraggiosa che si allontana dai lieto fine facili e tradizionali. Il divorzio è stato un atto dovuto per alleggerire il peso che schiacciava entrambi ormai da molto tempo, un voltare definitivamente la pagina che rende più credibile, nel loro ritrovarsi in occasione della commemorazione della figlia, l’approccio più sereno e consapevole. Qualcuno ci leggerà forse la possibilità di un nuovo inizio – opzione lasciata volutamente all’interpretazione dello spettatore – ma io ci ho visto un sentimento ben diverso: due persone che hanno imparato a capirsi quando era ormai troppo tardi, ma che possono finalmente mettere fine insieme – e il come è, paradossalmente, andando ognuno per la propria strada – a un passato che era diventato emotivamente insostenibile per entrambi. La conclusione più realistica e onesta che poteva esserci, insomma.
(FINE SPOILER!!!)
TEMI PRINCIPALI:
Quello che speravo fosse un vero romance si è rivelato essere piuttosto una riflessione profonda sul significato del matrimonio e sulla delicata fragilità dei legami affettivi. In questo drama il matrimonio viene proposto – né più né meno - come una vera e propria prigione emotiva. In questo senso il titolo della serie suona addirittura ironico: non esiste un “completamento” del matrimonio, ma solo una costante ricerca di equilibrio – o forse sarebbe meglio dire di negoziazione – tra odio e amore, fiducia e tradimento. E’ l’esempio lampante di come un dolore devastante – in questo caso la scomparsa della figlia – possa trasformare due persone che si amano in perfetti (o quasi) sconosciuti. La morte della figlia è l’evento scatenante il dolore, ma la vera crisi è data dal lutto successivo, segnato dal fallimento comunicativo tra i coniugi che ha alla lunga determinato il deterioramento irreversibile del loro matrimonio.
Altra tematica affrontata è quella dell’avidità e della corruzione in ambito sanitario. L’intricata rete di segreti medici e sperimentazioni cliniche che violano i principi etici – dove la vita delle persone ha una sorta di “priorità” in base al loro valore economico – è a tutti gli effetti una chiara critica sociale. Interessante come l’ingiustizia alla base – aver negato a Kim Kyung Ae (moglie e complice del rapitore) le cure di cui necessitava solo perché non era una “sponsor” finanziaria della struttura ospedaliera, abbia poi generato gli eventi a cascata che sono seguiti, portandola a una disperazione tale da sollecitare il suo lato peggiore, quello criminale, che non va giustificato ma la cui dinamica è promossa a monte da una linea di condotta corrotta. In sintesi, potremmo dire che il messaggio che il drama passa è che “l’ingiustizia promuove altra ingiustizia”.
(INIZIO SPOILER!!!)
Ultima riflessione, quella sul concetto di mostro. Il drama conta più “cattivi”, tra colpevoli e complici di crimini di varia entità. Alla fine del drama si risale alla mente malvagia che ha innescato l’intera vicenda, mosso dall’invidia e dalla gelosia per i riconoscimenti ottenuti dal collega e che sfrutta quale braccio operativo un uomo disturbato e che accetta – per garantire alla moglie l’operazione in grado di salvarle la vita - di compiere l’omicidio. Uno è il mandante, l’altro l’assassino: quale dei due è il vero “mostro” della storia?
(FINE SPOILER!!!)
PERSONAGGI
Kang Tae Ju è un uomo di successo dotato di grande acume e correttezza, ma anche estremamente introverso. Lo incontriamo ormai in procinto di chiedere il divorzio, contenuto e misurato nei modi, ma i flashback nel passato inizialmente felice non lo mostrano particolarmente più espansivo, al contrario sembrano definire caratterialmente una figura non dimostra con gesti espansivi tutto l’affetto e le emozioni che vive nel profondo. Particolarmente significativo è il momento in cui, uscito dalla sala operatoria, scopre che la figlia è morta poco dopo essere arrivata in pronto soccorso: il suo è un dolore devastante che resta tuttavia trattenuto, costringendolo a un baratro emotivo interiore incapace di trovare sfogo liberatorio in pianti disperati o grida strazianti. Tae Ju ama intensamente, ma in modo silenzioso. E, nello stesso modo silenzioso, cercare di aiutare le persone a lui care a stare meglio: un approccio che in realtà gli fa più male che bene e lo costringe sopportare pesi che, alla lunga, sembrano finire per schiacciarlo.
Ko Se Yun è una donna che non si è mai ripresa dalla perdita della figlia e che vive una vita con una chiave di lettura parziale, fidandosi di convinzioni che tali non si riveleranno. Ha i suoi punti di riferimento – soprattutto i genitori, dei quali si fida ciecamente – e ha sviluppato nei confronti del marito un sentimento di forte frustrazione e risentimento. Non riesce ad accettare il modo in cui è morta la figlia: a caldo la sua reazione comprensibilmente disperata l’aveva portata a condannare su due piedi il marito per l’assenza e il mancato intervento tempestivo. A questa accusa rimane aggrappata anche dopo, quale strumento di sopravvivenza (incolpare qualcuno, in questo caso Tae Ju, promuove in lei un astio che, quasi come una reazione inconscia, le impedisce di lasciarsi definitivamente andare e crollare di fronte al dolore insopportabile). Una sorta di compromesso inconsapevole per riuscire, con fatica, a sopravvivere. Tolta la questione della scomparsa della figlia, permane una evidente difficoltà comunicativa con Tae Ju: anche dopo che viene fatta luce sul passato, lui continuerà ad essere ermetico e lei al contrario ad aver bisogno di apertura e confronto: un’incompatibilità caratteriale che va oltre i sentimenti e l’amare o non amare – a modo proprio - l’altra persona.
Tra tutti i colpevoli, l’unica figura che davvero si distingue è quella di No Man Hui, in apparenza un insegnante di informatica dal volto bonario ma in realtà capace di uccidere a colpi di martello mentre parla con voce pacata. Una malvagità disturbante, caratterizzata da una calma durante le atrocità che compie che non può non rimanere impressa. Ancora più inquietante è il mostrare momenti in cui sembra ragionare come una persona ordinaria, tipo il mettere il benessere della moglie al primo posto, per la quale è disposto a fare di tutto, un parallelismo non da poco con l’operato di Tae Ju. E’ facile etichettare un mostro come una figura perennemente malvagia, la cui logica è distorta e distante anni luce da quella delle persone “buone”. Eppure qui viene mostrato come anche un mostro ragioni, in altre situazioni, secondo la logica della normalità: così simile a quella della gente comune da risultare decisamente spaventosa.
CAST – Partiamo da lui, il mio mitico Namgoong Min. Come sempre offre una prova di livello, calandosi con meticolosità in quello che è il suo personaggio e sfuggendo alle caratterizzazioni banali: il suo Tae Ju è sì un uomo che si da alla fuga, ma non è un eroe dell’azione, e il realismo viene sostenuto dalle corse che lo lasciano senza fiato, dalle modalità a improvvisate e goffe con cui lotta. E’ un uomo di grande intelletto e astuzia che si trova costretto a un dinamismo a lui poco affine, e si vede… Perché è proprio così che deve essere. Dal punto di vista espressivo, il suo personaggio rappresenta una grande sfida, così come tutti i ruoli che hanno a che fare con figure introverse: riuscire a trasmettere tutto il non detto non è un’abilità da poco, ma in questo Namgoong Min ha dimostrato negli anni di essere davvero superbo. E, anche stavolta, ne ha dato prova per l’ennesima volta.
Lee Seol, già al suo fianco in “Our movie” (seppur lì non nel ruolo di protagonista femminile), non mi ha convinta. Seconda volta che la vedo in un drama – questo e il sopracitato Our Movie – e seconda volta che mi lascia perplessa: la trovo poco convincente, la sua recitazione è da manuale ma mio avviso è come se fosse poco sentita. Mi piacerebbe vederla in ruoli un po’ più amabili, dove potrebbe forse funzionare meglio, perché nel ricoprire figure controverse non riesce a suscitare l’empatia nello spettatore (esperienza ovviamente personale).
Una menzione speciale va a Kim Dae Myung, che veste i panni di Noh Man Hee, il rapitore. L'attore è noto per ruoli gentili e rassicuranti - vedi “Hospital playlist” - si trasforma qui in un villain agghiacciante che in più di una scena riesce a trasmettere un’incredibile inquietudine, dando prova di grande versatilità.
ASPETTI TECNICI – La regia ha saputo fare buon uso degli spazi (spesso stretti e claustrofobici) e delle atmosfere notturne (dominate da ombre e luci deboli) per massimizzare la tensione e accrescere il senso di oppressione. La fotografia supporta questa scelta evidenziando la luminosità degli ambienti ospedalieri in contrasto con il luogo di prigionia estremamente buio e crudo. L’ambientazione sembra riuscire a ribadire in modo efficace l’infelice transizione che sconvolge la vita di Tae Ju: il suo mondo è quello delle sale operatorie e dei laboratori ospedalieri, puliti, luminosi, sicuri, efficienti; di colpo però diventa un fuggiasco braccato dalla polizia, che si muove nel freddo delle notti invernali tra strade deserte, cantieri edili e fabbriche abbandonate. I colori predominanti qui sono le tonalità fredde del blu e del grigio, mentre ai flashback vengono riservate tinte più calde, quasi a ricordare un lontano “effetto seppia”, generalmente associato all’idea di momenti lontani e ormai perduti. Il montaggio garantisce un buon ritmo e assicura al termine di ogni episodio una chiusura di grande impatto, lasciando lo spettatore impaziente di vedere l’episodio successivo.
La colonna sonora è a dir poco variegata e coinvolge generi molto distanti tra loro: le OST spaziano dal rock di Gaho in "The Calling" alla ballata quasi malinconica di Lacuna in "Forever Broken Dreams", senza dimenticare la canzone iniziale, “Runaway”, di Ha Hyun Woo. Nell’insieme riescono a enfatizzare ogni momento andando a toccare, a seconda che si tratti di una scena d’azione o una particolarmente emotiva, il tasto giusto.
IN CONCLUSIONE – E’ un drama sul quale sono stata molto combattuta. Complici le mie aspettative davvero molto alte, un’immagine di copertina e un titolo che continuo a ritenere parecchio fuorvianti e il tag “romantico” che non trovo per nulla adeguato, dopo un paio di episodi lo scontro con la realtà dei fatti è stato un impatto notevole (e spiacevole): non era il drama che mi aspettavo e che avevo aspettato, il romance in senso classico era già dietro alle spalle e il fulcro della vicenda che diventava via via predominante era il tema delle cellule staminali embrionali. Quindi, dopo essere partita super carica, alla fine del terzo o quarto episodio ero così delusa da valutare addirittura di interrompere la visione. Alla fine ho deciso di continuare, rivedendo le mie aspettative, accantonando il sogno del romance e accettando che stavo guardando un buon thriller e che il “completamento” del matrimonio riportato nel titolo non fosse la felicità, bensì l’accettazione della sua fine. Su questa scia sono arrivata fino in fondo, rivalutandolo. Utile è stato il confronto con utenti che non avevano letto a priori la trama ma si erano avventurati nella visione alla cieca e che – di conseguenza – non ne erano rimasti affatto delusi.
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