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  • Last Online: 50 minutes ago
  • Gender: Female
  • Location: Florence, Italy
  • Contribution Points: 120 LV2
  • Birthday: May 01
  • Roles:
  • Join Date: May 13, 2017
Completed
Love in the Big City
4 people found this review helpful
by alis89
Sep 27, 2025
Completed 3
Overall 9.0
Story 9.5
Acting/Cast 9.5
Music 8.5
Rewatch Value 9.0
Prima di parlare del film Love in the Big City c’è da fare una piccola premessa.
Questa storia è tratta dal libro di Sang-young Park, edito in Italia per Rizzoli con il titolo Amore, Malboro e mirtilli, ma non è la sola trasposizione uscita nel 2024.
Sono due, infatti, gli adattamenti tratti da questo bellissimo romanzo e Love in the Big City è il titolo sia del drama da otto episodi (che potete trovare su Viki) sia del film.
I due hanno comunque delle differenze.
Se il drama riprende passo passo tutti e quattro gli archi narrativi del cartaceo, il film è un progetto nato precedentemente rispetto alla serie e racconta le vicende solo del primo capitolo del libro, che corrispondono ai primi due episodi del drama, ma con alcuni cambiamenti.

Il protagonista non è, infatti, solo Heung-su, ragazzo gay che vuole mantenere segreto il suo orientamento sessuale, ma, insieme a lui, lo è anche Jae-hui, uno spirito libero, una donna forte e audace.
La trama ruota attorno alla loro amicizia e, grazie ad essa, vengono affrontati tantissimi temi delicati e importanti che sicuramente non verranno tutti trattati in queste poche righe, soprattutto per non anticipare troppo riguardo alla storia.

Jae-hui si avvicina a Heung-su dopo averlo beccato a limonare con un ragazzo.
Pensando che lei abbia scoperto il suo punto debole e che prima o poi lo userà contro di lui, Jae-hui lo rassicura e, con la sua genuinità, afferma: “Come può risultare un punto debole essere se stessi?”
Questa frase risuona forte come il vero e unico messaggio del film.
Love in the Big City, infatti, racconta dei pregiudizi che devono affrontare chi viene ritenuto “diverso”.

E non ci si riferisce solo al protagonista che fa di tutto per nascondere la sua omosessualità per paura di essere etichettato, giudicato e non accettato, ma anche alla co-protagonista che affronta le critiche a testa alta: a lei piace divertirsi, bere e innamorarsi dei bei ragazzi e non c’è niente di sbagliato in tutto ciò.
Insieme al Heung-su, anche lei si dovrà scontrare più volte con un’opinione pubblica retrograda rappresentata durante il corso del film da varie figure, ma che trova la sua espressione massima nella dottoressa della clinica ginecologica alla quale Jae-hui si rivolge: il modellino dell’utero, che prende prima di scappare via correndo, diventa quasi il simbolo dell’orgoglio femminile; sembra quasi gridare che il corpo è di ogni donna e ogni donna ne fa quello che vuole.

Ed è così che il film Love in the Big City diventa portabandiera non solo della comunità LGBTQ, ma anche dei diritti delle donne.

La storia risulta essere molto realistica e quindi più vicina allo spettatore.
I due protagonisti, nel loro percorso di ricerca del vero amore e della felicità, agiscono in modo impulsivo e poco saggio, commettendo più volte lo stesso errore, come del resto può veramente succedere nella vita reale quando si tratta di sentimenti.
D’altronde, non importa in quale guaio Jae-hui e Heung-su si cacceranno: loro sanno che potranno sempre contare l’una sull’altro.
Viene descritta un’amicizia che va al di là del semplice affetto e che assomiglia più all’essere una vera e propria famiglia. E questo è dimostrato nei piccoli gesti quotidiani che intravediamo nella pellicola: Heung-su che posiziona nel congelatore le Malboro che lei ama fumare fredde e Jae-hui che compra i mirtilli che lui adora mangiare ancora surgelati; lui che usa la BB cream di Jae-hui e lei che utilizza il rasoio di Heung-su.

Come si può notare, i nomi dei personaggi non sono gli stessi del romanzo, come a voler sottolineare che questa non è la trasposizione fedele del cartaceo, ma ne è solo tratto.
Sono interessanti tutti i rimandi al mondo queer che possiamo scovare all’interno del film.
Primo fra tutti troviamo proprio l’autore Sang-young Park: il protagonista legge un articolo in cui si parla proprio di lui e della letteratura queer in Corea.
Meraviglioso anche il rimando al film hongkonghese Happy Together del 1997, famosa storia che parla di una relazione omosessuale; e non a caso un ragazzo che frequenta Heung-su gli dice di assomigliare proprio al personaggio interpretato da Tony Leung.

Possiamo, quindi, capire fin da subito che la sceneggiatura è curata nei minimi dettagli, così come del resto lo è la regia: in ogni scena c’è uno studio minuzioso della luce e dei colori, sia nelle parti di vita notturna sia nella vita di tutti i giorni.
Anche la musica risulta sempre impeccabile, riuscendo ad essere sempre il sottofondo ideale in ogni scena.

Eccezionali, sotto ogni punto di vista, sono stati i due attori protagonisti.
Go-eum Kim ha dato più volte prova di essere un’attrice straordinaria e sfaccettata che riesce sempre a immergersi nel proprio personaggio sia sul piccolo che sul grande schermo.
Ha dato vita a una Jae-hui forte e tenace, che sa esattamente quali sono i punti deboli del genere femminile e che non ha paura di affrontarli. Personalmente, l’ho preferita alla sua controparte nel drama. C’è da sottolineare, d’altronde, che ha avuto molto più spazio rispetto alla serie, potendo così caratterizzare al meglio il proprio personaggio.

Steve Noh è stato perfetto, tanto che sembrava uscito dalle pagine del romanzo stesso. Anzi, sia lui che Yoon-soo Nam, attore che interpreta il protagonista nella serie, sono stati impeccabili, rappresentando sfaccettature diverse dello stesso personaggio, ma, allo stesso tempo, assomigliandosi tantissimo. Ed è una cosa più unica che rara che due attori, con età diverse e trascorsi diversi, riescano entrambi a ricordare così tanto e in modo così simile il protagonista originale.

Nel film, il personaggio interpretato da Steve Noh è un ragazzo insicuro per quanto riguarda le storie d’amore. Non riesce a vivere spensieratamente le sue relazioni ed è proprio Jae-hui che gli insegna a buttarsi: d’altronde per chi altri, se non per la sua migliore amica, Heung-su avrebbe mai cantato e ballato Bad Girl, Good Girl delle miss A davanti a tutti gli invitati ad un matrimonio? E vi assicuro che questa scena vale da sola tutto il film!

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Completed
Past Lives
2 people found this review helpful
by alis89
Feb 6, 2025
Completed 0
Overall 9.0
Story 9.5
Acting/Cast 9.5
Music 8.5
Rewatch Value 8.5
Past Lives è un film del 2023 che è arrivato nelle sale cinematografiche italiane nel 2024; di produzione internazionale, nasce dalla collaborazione tra Stati Uniti e Corea.
Il film si apre con una scena ben precisa: vediamo tre persone sedute in un locale, una donna asiatica insieme a due uomini, uno asiatico e uno caucasico.
Lo spettatore osserva la scena come se anche lui fosse nello stesso luogo, come ad un tavolo dello stesso locale, insieme alle stesse voci fuori campo, provando a indovinare quale è la relazione fra loro tre: se la donna è sposata con l’uomo asiatico, se invece è sua sorella o se altro.
Tutto questo fino a quando la protagonista non gira lo sguardo verso la telecamera e quindi verso di noi; da lì partirà un flashback che ci racconterà la sua storia.

Questa scena è molto importante perché è ciò che è successo davvero alla regista e sceneggiatrice Cecile Song e che ha dato lo spunto per raccontare questa storia; lei, infatti, si è ritrovata davvero a bere con due uomini importanti della sua vita, due uomini che l’amavano e che le parlavano in lingue differenti. E lei si è sempre chiesta come venisse vista al di fuori questa scena.

Il film si divide in tre arci narrativi, uno a dodici anni di distanza dall’altro.
Tutto inizia in Corea, quando Na-young e Hae-sung sono solo ragazzini. Sanno già che lei si dovrà trasferire in America e sembra entusiasta per la nuova avventura, ma dispiaciuta solo per un fatto, ovvero che dovrà lasciare Hae-sung, suo migliore amico e primo amore.
La storia prosegue dodici anni dopo, quando Nora (nome occidentale di Na-young) abita a New York e Hae-sung in Corea, per finire con entrambi a New York con un altro salto temporale di dodici anni.

La parola chiave di questo film è “in-yun” termine coreano più volte rammentato all’interno della pellicola che sta ad indicare il destino, qualcosa che è predestinato a succedere. Anche quando due persone passano per strada e si sfiorano è uno strato di in-yun e due innamorati si sposeranno solo quando si sarà raggiunto 8000 strati di in-yun.

La storia d’amore, tuttavia, non è melensa come ci si potrebbe aspettare: il film risulta essere molto romantico, ma non scade mai nello smielato. Le scene clou, anzi, sono molto pacate e guidate, non da forti sentimentalismi, ma da sguardi significativi incorniciati con una fotografia perfetta e accompagnati da poche parole.
Gli sguardi fra i due attori sono uno dei fattori che rimangono più impressi e che raccontano tanto senza dire niente.

Sublime e indimenticabile, per me, è stato l’addio che i due protagonisti si scambiano da ragazzini: una strada unica in salita che si dirama poi in due vie e ognuno di loro prende due percorsi diversi. Niente lacrime e niente promesse; solo Hae-sung che chiama Na-young con il suo nome coreano, uno sguardo sincero e un semplice “Ciao”.
Questa è una delle scene che ritorneranno alla fine del film: perché, in Past Lives, tutto torna e tutto ha un senso. Ogni atto importante lo rivedremo come un cerchio che fa il suo corso e si chiude.
Alla fine ritroveremo anche la parte iniziale, solo che questa volta la vivremo insieme ai protagonisti e sentiremo quello di cui stanno parlando; inoltre, non dovremo più tirare ad indovinare per sapere il rapporto che hanno fra di loro queste tre persone.

La trama, però, non è solo una semplice storia d’amore. Il film può avere anche una visione più profonda che riguarda l’identità culturale. Perché, se come dice la madre di Nora “Si perde qualcosa, ma si guadagna anche qualcosa”, quando la famiglia della protagonista si trasferisce, quello che si lascia alle spalle la Na-young è il suo essere “coreana”. Hae-sung forse è l’unico filo che la collega ancora alla sua patria che sente così distante, anche nelle idee. Sarà lei stessa a dire che il suo migliore amico sembra proprio coreano-coreano, non solo nel vestire e nel modo di essere, ma anche nei pensieri; dopotutto, non è come gli amici coreani che Nora conosce e che vivono a New York.

Il film si prende i suoi tempi per spiegare e affrontare tutto questo con un ritmo pacato e delicato. I toni sono maturi e fortemente realistici, tanto da scaldare il cuore e allo stesso tempo essere straziante.

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Completed
Something in the Rain
2 people found this review helpful
by alis89
Jul 31, 2024
16 of 16 episodes seen
Completed 0
Overall 9.5
Story 9.0
Acting/Cast 9.5
Music 9.5
Rewatch Value 9.5
Ho sentito qualcuno definire questo drama "lento", ma non sono per niente d'accordo.
Nonostante che nelle varie puntate non accada niente di eclatante, questo drama è veramente pienissimo di contenuti.
Partendo dal fatto che la storia d'amore presentata è veramente dolcissima, l'autrice ci descrive uno squarcio di realtà che rappresenta una Corea leggermente diversa da quella presentata di solito nei vari drama.
La relazione fra i due protagonisti non è vista di buon occhio dalla società: non solo lui è molto più giovane di lei, ma è anche un orfano (fatto di cui non andare fieri, a quanto pare). Nello sfondo di questa bellissima storia d'amore vengono presentate anche una situazione familiare dove è la madre che decide un po' tutto e una situazione lavorativa non rosea dove le impiegate vengono alcune volte molestate.

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Completed
10Dance
1 people found this review helpful
by alis89
19 days ago
Completed 0
Overall 7.5
Story 7.5
Acting/Cast 8.0
Music 7.5
Rewatch Value 7.5
Shinya Sugiki è come il tango: elegante e raffinato.
Shinya Suzuki è come la rumba: passionale e sfacciato.
Non potrebbero essere più diversi, eppure sono due mondi destinati a incontrarsi e così facendo cambieranno per sempre le loro vite.

10DANCE è un live-action di produzione Netflix con Keita Machida e Ryoma Takeuchi protagonisti, tratto dall’omonimo manga di Satou Inoue. Nonostante sia un film sensuale e ipnotico, non è una pellicola priva di difetti.
La storia racconta di due ballerini, Sugiki secondo a livello mondiale nella categoria dei balli da sala e Suzuki campione giapponese dei balli latino-americani. Su idea di Sugiki, decidono di aiutarsi a vicenda per partecipare alla gara 10Dance dove i ballerini dovranno esibirsi in 10 tipi diversi di ballo.

Il film ha un ritmo lento e si prende i suoi tempi per far appassionare lo spettatore, ma la storia funziona fino a un certo punto.
Premettendo che non ho avuto la possibilità di leggere il manga, quindi non so se è un problema che si può riscontrare anche nel cartaceo, ciò che mi ha impedito di godermi appieno il film risulta come è stato caratterizzato il personaggio di Sugiki.
Lui si presenta come un ballerino rigido, che fatica a comunicare le sue emozioni e proprio per questo le due decisioni e la sua crescita personale non è chiara, anzi alcune volte è lasciata all’interpretazione dello spettatore che deve capire cosa sta provando o pensando. Le sue emozioni sono nascoste e vengono fuori in maniera inattesa, in modi impensabili. È un personaggio sfaccettato che probabilmente porta qualche cicatrice passata, ma nel film viene dato solo un assaggio: più che spiegazioni, vengono dati degli indizi con cui lo spettatore può ricostruire il puzzle.
Se Suzuki si plasma e smorsa i suoi difetti per adattarsi al ritmo, ai movimenti di ballo e al carattere di Sugiki, quest’ultimo sembra fare solo un passettino in avanti rispetto ai dieci fatti dall’altro, o comunque due passi avanti e uno indietro.
È Sugiki che guida, sempre. Proprio per questo la tensione emotiva, che è presente in tutto il film, è sempre composta e controllata. Come nel ballo, anche nella vita Suzuki dà importanza alla tecnica e ai risultati, mentre Sugiki cerca di insegnarli a seguire l’istinto e la passione.

La mancanza di un’esplosione emotiva, però, è proprio ciò che rende questa tensione così potente. I movimenti dei corpi durante il ballo sono il vero linguaggio dei sentimenti: sono i gesti a parlare.
In questo la regia esegue un lavoro magistrale seguendo da vicino i ballerini e mettendo in primo piano le mani che si muovono sul copro del proprio partner di ballo: una stretta più forte, le dita che scivolano poco più in basso del fianco o un tocco sulla schiena.

Lo scontro fra due mondi che sembrano non capirsi dà vita a un turbamento emotivo, fatto da frustrazione, ma soprattutto di attrazione. Le emozioni crescono ad ogni passo di ballo.
A sottolineare tutto ciò, si aggiungono i silenzi e gli sguardi evitati, oltre a quelli dati a debita distanza, solo quando uno è sicuro che l’altro non può vedere.
In questa danza di emozioni, in cui i personaggi ballano con i loro sentimenti in un tira e molla di passini, i due attori protagonisti sono impeccabili. I loro movimenti sono precisi, sensuali, ipnotici.
Il film funziona grazie all’interpretazione di Keita Machida e Ryoma Takeuchi, alla loro chimica palpabile e ai loro movimenti durante i balli che sono carichi di erotismo.
La parte dei balli è fortemente realistica, facendo solo intuire il lavoro che i due attori devono aver fatto per poter recitare in questa pellicola.

Tutto ciò, purtroppo, non è bastato a soddisfare le (forse troppo alte) aspettative: lo spettatore attende che la tensione emotiva raggiunga il suo culmine e che finalmente esploda e spera di vedere realizzata la passione e il desiderio dei protagonisti, ma si arriva con il fiato sospeso all’ultima scena rimanendo delusi.
La crescita di Sugiki è lenta, minima e ridotta agli ultimi minuti di visione, lasciando intendere che forse c’è molto altro da raccontare.
La storia d’amore sembra rimanere incompiuta, forse perché anche il manga è ancora in corso e tante vicende devono essere ancora affrontate, ma nella pellicola si sente la mancanza di qualcosa.
E non solo nel finale: anche nella parte raccontata nel film si ha la sensazione che qualcosa sia stato tolto, forse a causa di tempistiche ristrette dovute alla pellicola.
In conclusione, 10DANCE si fa guardare più per l’interpretazione degli attori che per la storia stessa che aveva un bel potenziale, ma non sfruttato a pieno.

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Completed
Personal Taste
1 people found this review helpful
by alis89
Jun 4, 2026
16 of 16 episodes seen
Completed 0
Overall 9.0
Story 9.0
Acting/Cast 9.5
Music 8.0
Rewatch Value 9.0
"Personal Taste" è una serie del 2010 composta da 16 episodi da circa un'ora.
Questo titolo, secondo me, è uno di quei drama un po' troppo sottovalutati, ma che consiglierei sempre, nonostante i suoi "annetti" alle spalle.

"Personal Taste" racconta una bellissima storia, molto semplice in alcuni punti, ma sempre interessante. Si prende i suoi tempi per far conoscere i protagonisti: lo spettatore si affeziona piano piano a ognuno di loro e viene catapultato in uno spaccato delle loro vite, accompagnandoli nella loro routine quotidiana. Insieme a loro ci si commuove, ci si arrabbia e ci si emoziona.

La storia alterna momenti pieni di ironia e risate a parti più serie e romantiche, un mix perfetto di tutto, a cui non manca proprio niente!

Il drama presenta un cast veramente straordinario!
Una giovane Son Ye-jin ci dimostra, come sempre del resto, la sua versatilità e la sua bravura: qui recita la parte di una donna goffa e disordinata, tutto il contrario del protagonista maschile, interpretato da Lee Min-ho.
Quest'ultimo ci regala una delle sue performance migliori con un personaggio puntiglioso che si finge omosessuale.
La crescita dei protagonisti, insieme al loro conoscersi e aprirsi, è uno degli aspetti più interessanti del drama.

"Personal Taste", in conclusione, è uno di quei classici imperdibili che, con la leggerezza tipica dei k-drama, affronta anche temi più complessi.
Non bisogna fare l'errore di sottovalutarlo!

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Completed
Hear Me: Our Summer
1 people found this review helpful
by alis89
Sep 27, 2025
Completed 2
Overall 8.5
Story 9.0
Acting/Cast 8.5
Music 8.5
Rewatch Value 8.5
Sono davvero necessarie le parole per esprimersi?
"Hear Me: Our Summer" ci insegna di no. Questo, infatti, è un film silenzioso in cui il dialogo è ridotto a poche battute. Prevale il silenzio e la comunicazione non verbale in quanto i protagonisti utilizzano il linguaggio dei segni per esprimersi. Ma non solo: anche le espressioni facciali e il linguaggio del corpo sono importanti.
E in questo gli attori protagonisti sono stati straordinari.

Il ruolo di Yong-joon non era per niente semplice: una cotta a prima vista, in questo caso, poteva essere fraintesa con un atteggiamento molesto, ma l’attore Hong Kyung, interpretando il suo personaggio in maniera genuina e con semplicità, ha dato vita a un protagonista con un carattere sfaccettato e tenero.
Il modo in cui ha espresso ogni emozione grazie alle sue espressioni e al linguaggio del corpo è stato eccezionale. Ha rappresentato il suo personaggio in maniera naturale, mantenendo la sua personalità coerente per tutto il film e riuscendo a far capire al pubblico come la sua cotta si trasformi sempre più in amore vero e proprio: traspare in ogni minuto la voglia di essere accanto a lei e la voglia di accertarsi che stia bene, fattore che si concretizza con i pasti che si assicura di consegnarle.

Roh Yoon-seo nel ruolo di Yeo-eum è stata bravissima: anche lei è riuscita a trasmettere ogni singola emozione solo con le sue espressioni. Inoltre ha avuto una sintonia bellissima con Kim Min-ju (che interpreta la sorella) persino questa trasmessa senza dire una sola parola in tutto il film. Inutile dire che le scene in cui sono presenti le due sorelle sono davvero toccanti perché, dopotutto, il protagonista vero e proprio è l’amore in senso lato, non solo quello sentimentale, ma anche l’affetto per i propri cari e l’amore verso se stessi.

"Hear Me: Our Summer" è un remake del film thailandese "Hear Me" del 2009 (di cui consiglio la visione) ed è riuscito ad essere fedele all’originale, svecchiandolo e cambiando il minimo; a questo proposito aspettate di vedere la scena dopo i primi titoli di coda perché davvero dolcissima.

"Hear Me: Our Summer" presenta un tema difficile, come la disabilità uditiva, in maniera semplice e dolce, trasformandosi così per gli spettatori in un caldo abbraccio.

Bisognerebbe guardarlo facendo attenzione ai minimi dettagli, ma sono convinta che, per quanto uno possa essere accorto, il finale vi stupirà strappandovi un sorriso.

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Completed
I Am Married... But!
1 people found this review helpful
by alis89
Mar 26, 2025
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 8.0
Story 8.0
Acting/Cast 8.5
Music 7.5
Rewatch Value 7.5
I am married…but! è un drama taiwanese uscito in un unico slot su Netflix: il 14 Febbraio, giorno di San Valentino, infatti, erano disponibili per la visione tutti e 12 gli episodi di questa serie con i sottotitoli in italiano.
A suo favore, aggiungo subito, che i singoli episodi sono molto brevi, di una durata di circa trenta minuti, compresi sigla e titoli di coda, quindi molto fruibili anche per chi ha poco tempo a disposizione.

Questo è un drama un po’ atipico perché, se di solito nei drama viene mostrato come si incontrano i due protagonisti e come si innamorano, qui vediamo il dopo: cosa succede dopo il “vissero felici e contenti”, cosa accade in seguito al matrimonio.

ILing si rende subito conto che la vita reale non è come nelle favole, pensando così al divorzio almeno una volta a settimana. Si è innamorata di quello che è attualmente suo marito, XueYou, con un colpo di fulmine. Lei afferma che, con un grande senso di realismo legato indissolubilmente da un senso dell’umorismo spiccato che l’accompagnerà poi per tutte le puntate, gli uomini possono confondere il colpo di fulmine con l’afflusso di sangue al pene, ma visto che lei non ha quell’organo, doveva trattarsi davvero di batticuore.
Dopo il matrimonio, però, le cose non vanno bene: i due sposini si ritrovano a vivere in casa dei genitori di lui, con una suocera molto invasiva e che spesso cerca di manipolare, a suo favore, il figlio. La mancanza di polso del marito che non riesce a controbattere la madre, fa sì che quella che doveva essere un assestamento temporaneo, risulti una sistemazione vera e propria.
Alle numerose richieste di comprare una casa propria, XueYou risponde che la mamma gli ha spiegato che non è il momento giusto per farlo; ma questo non gli impedisce di acquistare, invece, numerose case e appartamenti fatti con costruzioni, per realizzare la sua città di Lego.

La situazione comincia a cambiare quando ILing, a causa di un lavoro, è costretta a scaricare un’applicazione che ricerca la propria anima gemella; fa il login svogliatamente, avendo ormai perso ogni fiducia nell’amore. L’app, inaspettatamente, suona: la sua anima gemella a quanto pare è stata individuata nel personaggio misterioso di Rain, uomo che afferma quasi da subito di abitare nella stessa città di Sun, nome utente di ILing. Quest’ultima affermazione, farà sì che lo spettatore si chieda, per ogni personaggio maschile che entra in scena, se in realtà non sia proprio Rain.

ILing comincia ad avere dubbi. È divisa in due fra la responsabilità matrimoniale e famigliare e la voglia di conoscere altri uomini per scoprire se tutto il genere maschile è infantile, mammone e russa in modo rumoroso proprio come il marito.

Nel corso della visione non sono pochi i temi importanti trattati, tutti presentati con molta ironia e comicità, ma anche con realismo, tanto che lo spettatore si può identificare nei protagonisti: dalla ricerca di un nuovo nido, all’argomento figli, passando per parenti impiccioni. La società e la famiglia portano grandi aspettative soprattutto sul genere femminile, anche su ILing. Ho apprezzato come tutto, a un certo punto, venga però ribaltato, regalando un punto di vista per niente scontato.

I due attori protagonisti, Alice Ko e Jasper Liu, sono stati fenomenali. Ho avuto la fortuna di vederli in altri progetti e conoscevo la loro bravura, ma in questo drama non avevano un ruolo semplice: il rischio era che lo spettatore potesse non tifare per la loro coppia; tuttavia, grazie allo loro interpretazione e alla loro chimica sempre tangibile, nonostante litigi e incomprensioni, personalmente ho sempre sperato che il loro matrimonio potesse funzionare, anche se sono apparsi nella scena altri uomini davvero interessanti!
Il vero protagonista della serie, dopotutto, è proprio il matrimonio: non è semplice camminare allo stesso passo e nella stessa direzione, ma bisogna provarci, grazie anche ad una buona comunicazione; perché, in fin dei conti, in quest’ambito 1+1=1.

È questo ciò che ci racconta I am married…but! grazie anche a un’equilibrata sceneggiatura che bilancia momenti divertenti, a tratti sciocchi, a momenti di pura emotività, in un equilibrio perfetto.
Non vi svelo il finale, dico solo che è stato meraviglioso: mi ha emozionato e soddisfatto.

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Completed
The King’s Warden
2 people found this review helpful
by alis89
19 days ago
Completed 4
Overall 8.0
Story 8.0
Acting/Cast 8.5
Music 8.0
Rewatch Value 8.0
The King’s Warden è un film del 2026 presentato in sala durante il FEFF.
È un film che mi ha piacevolmente stupita. Non serve conoscere il periodo storico coreano per seguirlo, perché il contesto viene spiegato in modo talmente semplice e chiaro che è facile entrare subito nella vicenda.

La storia è ispirata a figure realmente esistite. Il protagonista è il re Danjong, una figura storica molto amata in Corea. Danjong è spesso considerato uno dei sovrani più legittimi dell'intera storia della dinastia Joseon. Suo nonno era il grande re Sejong, mentre suo padre era Munjong, il figlio maggiore di Sejong. Danjong era a sua volta il figlio maggiore di Munjong: una linea di successione praticamente impeccabile. Fu il primo caso di questo genere nella storia di Joseon e, anche successivamente, è difficile trovare un esempio altrettanto perfetto di legittimità dinastica.
Danjong sale al trono alla morte del padre quando è ancora giovanissimo. Nel film ha dodici anni; alcune fonti storiche riportano, invece, dieci o quattordici anni, ma in ogni caso si tratta di un’età molto giovane. Sua madre era morta poco dopo averlo dato alla luce.
Il suo vero problema, però, era avere uno zio rispetto al quale Scar della Disney sembra quasi niente: il Gran Principe Suyang. Quest'ultimo riesce infatti a usurpargli il trono e a mandarlo in esilio in un remoto villaggio di montagna, un insediamento rurale sperduto e poverissimo situato nella valle montana di Cheongnyeongpo, a Yeongwol.
Il capo villaggio, Eom Heung-do, è un uomo piuttosto credulone: quando gli viene detto che ospitare un nobile esiliato porterà prosperità e ricchezza alla comunità, ci crede immediatamente e fa di tutto per avere Danjong nel suo villaggio. Peccato che non si tratti di un nobile qualunque, ma del re deposto. La sua presenza, quindi, non promette necessariamente ricchezze; anzi, all’inizio rappresenta anche un peso, perché deve riferire costantemente alla corte imperiale ciò che accade al giovane sovrano in esilio.

Naturalmente c'è anche una parte romanzata. Il film sviluppa l'amicizia tra l'ex imperatore e gli abitanti del villaggio, una comunità povera che vive principalmente di caccia e raccolta. Nessuno di loro sa leggere né scrivere perché non hanno avuto modo di studiare e nel villaggio non sono presenti alcun tipo di libri, e Danjong cercherà di aiutarli.
La storia si conclude seguendo gli eventi storici reali. L'ultima scena, in cui vediamo il capo villaggio compiere una determinata azione, sembra essere basata su fatti realmente accaduti. Secondo alcuni scritti, l'uomo visse poi nascosto con la propria famiglia fino alla sua morte per timore di rappresaglie da parte del re.

Il film raggiunge pienamente il suo obiettivo: mi ha appassionata a tal punto che, una volta terminata la visione, sono andata subito a cercare informazioni sulla vera storia di Danjong. Considero questo un aspetto davvero positivo, perché opere come questa permettono di avvicinare anche chi vive al di fuori della Corea alla storia e alla cultura di questo paese.
Danjong è interpretato dal giovanissimo Park Ji-hoon, ex membro del gruppo idol Wanna One, che è riuscito ancora una volta a stupirmi. Ogni volta che lo vedo in un ruolo diverso rimango colpita dalle sue capacità e dalla sua versatilità, tanto che, in un primo momento, non l'avevo nemmeno riconosciuto nel film. Qui appare maestoso negli abiti imperiali; lo avevo già visto in Weak Hero Class mentre distribuiva pugni a destra e a manca, e prima ancora in At a Distance, Spring Is Green con i suoi boccoli biondi e l'aria da cucciolotto. Sono davvero curiosa di scoprire quanto riuscirà ancora a crescere come attore.

Come già detto, Danjong è una figura storica molto cara ai coreani. Proprio a causa della sua vita tragica e commovente, compare in innumerevoli opere di fantasia, tra cui romanzi, serie televisive, film e perfino fumetti. Tra gli esempi più noti troviamo The Face Reader e The Princess's Man. Chissà che non lo rivedremo presto protagonista di un'altra opera dedicata alla sua storia.

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Completed
Number One
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by alis89
19 days ago
Completed 0
Overall 8.0
Story 8.0
Acting/Cast 8.5
Music 8.0
Rewatch Value 8.0
Il cibo solitamente viene rappresentato come elemento di unione e convivialità, soprattutto nei drama e nei film asiatici. In “Number One” non è così: nell’incipit del film, il cibo diventa un elemento di rottura.
Al protagonista, infatti, appare un numero ogni volta che mangia alimenti cucinati dalla mamma, convincendosi che si tratti di un conto alla rovescia verso la fine della vita di lei.
La paura e il timore di perdere questo affetto per lui così caro lo spingono ad allontanarsi sempre di più, senza rendersi conto — almeno inizialmente — di tutto l’amore che sta perdendo, dei momenti unici e irripetibili che non torneranno mai più.

Il piccolo elemento fantasy non è altro che un espediente per raccontare il rapporto madre‑figlio in modo naturale e delicato.
“Mamma” è la prima parola che pronunciamo quando abbiamo bisogno d’aiuto, ed è proprio dalla madre (e dalla sua cucina che riscalda la pancia e il cuore) che il protagonista tornerà nel momento del bisogno.

Straordinario, come sempre, Choi Woo‑shik, che ci regala un’altra performance bellissima e sincera, confermandosi un attore eccezionale e versatile.

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Completed
5 Centimeters per Second
0 people found this review helpful
by alis89
19 days ago
Completed 0
Overall 7.5
Story 7.5
Acting/Cast 7.5
Music 7.5
Rewatch Value 7.5
“5 Centimeters per Second” è l’adattamento live‑action dell’omonimo anime diretto da Makoto Shinkai. Il film, pur mantenendo personaggi e atmosfere e pur restando complessivamente fedele alla storia originale, presenta una struttura narrativa differente: i tre momenti della vita del protagonista non sono presentati seguendo la linea temporale, ma vengono alternati, passando dal presente al passato.

Il filo conduttore che descrive la vita del personaggio resta quello dei treni, spesso in ritardo, e dei passaggi a livello che sembrano allontanarlo sempre di più dalle relazioni.

Se nell’anime domina l’angoscia costruita attorno all’attesa di un incontro destinato a non avverarsi, nel live‑action questa tensione emotiva è presente, ma in maniera più attenuata.
Anche il finale trasmette sensazioni leggermente differenti. Nell’anime permane un senso di tristezza e rammarico per un ragazzo che non è riuscito a lasciarsi alle spalle il passato, che si è chiuso in sé stesso per non soffrire nuovamente e che finisce per sprecare rapporti e occasioni inseguendo il ricordo di un amore perduto.
Nel film, invece, la stessa identica conclusione — ambientata sempre in prossimità di un passaggio a livello — lascia intravedere una nota di speranza, grazie all’espressione finale del protagonista.

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Once We Were Us
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by alis89
19 days ago
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Overall 8.0
Story 8.0
Acting/Cast 8.0
Music 8.0
Rewatch Value 8.0

“Once We Were Us” è un remake del film cinese “Us and Them”, quest’ultimo disponibile su Netflix con i sottotitoli in italiano.

Un incontro inaspettato fra due ex‑amanti fa riaffiorare agrodolci ricordi passati. Come la prima volta che si sono conosciuti, Jeong‑won ed Eun‑ho si trovano sullo stesso mezzo di trasporto, che però subisce un imprevisto. Saranno così costretti a condividere l’ultima camera disponibile in hotel, passando la notte a ripensare a quando erano un “noi”, fra malinconia e rimpianti.

Il film si presenta come un racconto realistico e quasi distaccato di una storia d’amore che termina non tanto per mancanza di sentimenti, ma perché la realtà è troppo dura; tutto è raccontato in maniera così oggettiva e misurata, senza lasciare spazio ai drammi, che l’epilogo della loro storia appare quasi più toccante.

La chimica fra i due attori è davvero palpabile. Sia Koo Kyo‑hwan che Mun Ka‑young sono stati eccelsi nell’interpretare i loro personaggi in due momenti molto diversi della vita.

Significativo è anche l’uso dei colori e del bianco e nero, che non si limita a far capire quale piano temporale stia osservando lo spettatore: il passato, legato alla giovinezza — un’età ricca di sogni e speranze — è rappresentato a colori; il presente, invece, è raffigurato in bianco e nero.
Non sono solo i colori ad avere un valore simbolico, ma anche alcuni oggetti all’interno della pellicola: la poltrona che tanto piaceva alla protagonista, ad esempio, dovrà essere lasciata fuori dalla nuova casa e buttata via, proprio come le sue speranze e i suoi sogni.

È consigliata la visione accompagnata da un pacchetto di fazzoletti.

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Can This Love Be Translated?
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by alis89
19 days ago
12 of 12 episodes seen
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Overall 7.5
Story 7.0
Acting/Cast 7.5
Music 7.5
Rewatch Value 7.5
This review may contain spoilers
Questa recensione non contiene spoiler sul finale, ma potrebbe anticipare alcune vicende.

L’agenzia di viaggi "K‑drama" ci offre un pacchetto vacanze che ci porterà in giro per il mondo: Corea, Giappone, Canada e Italia; il tutto rimanendo comodamente seduti sul divano.
Le vicende di Come si dice "Amore"? seguono l’interprete Joo Ho‑jin, che parla fluentemente tante lingue come inglese, giapponese e italiano, e la star internazionale Cha Moo‑hee, che si appoggerà alla sua traduzione per girare un programma.
Paesi diversi, culture diverse, lingue diverse. Eppure, nonostante la presenza di un ottimo traduttore, non sempre la comunicazione è chiara.

"Sai quante lingue ci sono nel mondo, signor Interprete? […] Ci sono tante lingue quante sono le persone. Ognuno parla la sua lingua. Ecco perché le persone fraintendono e si offendono a vicenda."
(cit. Kim Young‑hwan)

Il linguaggio non è solo questione di parole: quando si parla e si ascolta, ognuno porta con sé il proprio bagaglio di esperienze, le proprie emozioni e le proprie interpretazioni. Può capitare che, anche parlando la stessa lingua, non si riesca a capirsi l’un l’altro. Ed è questo uno dei temi fondamentali di Come si dice "Amore"?.

E a proposito di lingua: il primo consiglio che mi sento di dare è guardare il drama in lingua originale.
Il protagonista in alcuni episodi parla in italiano e il doppiaggio ci impedisce di comprendere il cambio di lingua, creando confusione.
In un episodio in particolare, per evitare fraintendimenti, si è addirittura trasformata un’orchestra italiana in spagnola, proprio per ovviare al problema della traduzione, ma generandone così un altro.
In generale, comunque, l’adattamento italiano non è stato dei migliori.
Oltre al problema dell’italiano, è presente anche quello della lingua giapponese che in alcuni dialoghi è doppiata e in altri no, confondendo ulteriormente lo spettatore.
Quindi, nonostante io sia spesso pro‑doppiaggio, in questo caso mi sento di sconsigliarlo.

Dopo aver deciso con quale lingua affrontare questo viaggio, possiamo partire per nuove mete: posti stupendi e meravigliosi, alcuni molto vicini a noi.
L’Italia — e la mia Toscana — è quella che risalta di più per bellezza e fascino!
Luoghi come Civita di Bagnoregio, Perugia, Siena, i colli del Chianti e la bellissima libreria Giunti Odeon di Firenze (anche se nel drama è stata spostata in Canada) ci fanno sentire il mondo dei drama coreani più vicino a noi.

La fotografia è meravigliosa. I luoghi sono bellissimi, ma la regia è riuscita a renderli ancora più belli con riprese stupende e panoramiche mozzafiato che fanno da cornice a questa storia.

In questo percorso siamo accompagnati da personaggi interpretati da attori eccezionali.
Il protagonista è impersonato dall’affascinante Kim Sun‑ho che, per me, può ricevere la cittadinanza italiana ad honorem anche subito: oltre a parlare giapponese e inglese, si è dovuto cimentare anche in tantissime battute in italiano.
Non è da meno nemmeno Ko Yoon‑jung, che aveva il difficile ruolo di interpretare due personalità completamente diverse e ci è riuscita con grande impatto: con un solo sguardo riuscivamo a capire chi era chi.
E cosa dire del principe del romanticismo? Non solo uno dei personaggi scritti meglio, con una crescita ben leggibile, ma l’interpretazione di Sota Fukushi è stata fantastica; ancora una volta ci incanta e ci stupisce (anche grazie ad alcune frasi pronunciate in coreano).

Ciò che disturba il nostro viaggio è una presenza un po’ inquietante che si mette sotto i riflettori soprattutto dal settimo episodio: Do Ra‑mi, la zombie del film interpretata dalla protagonista Cha Moo‑hee, prende vita diventando quasi una sua personalità alternativa.
Oltre a diventare un personaggio ingombrante, Do Ra‑mi non era poi così necessaria ai fini della trama: sono presenti già molti aspetti e vicende che potevano essere approfondite, e aggiungere un altro personaggio così importante ha solo portato a una conclusione in cui nessuno dei temi è stato sviluppato in modo adeguato.
Il fattore stesso di un’altra personalità che si fa largo nella mente della protagonista è un tema interessante, poche volte visto sul piccolo schermo coreano — vi consiglio di recuperare Heal Me, Kill Me se vi interessa l’argomento — ma qui è trattato in modo superficiale e non sviluppato al meglio, togliendo spazio ad altre problematiche che potevano essere approfondite.

In conclusione, fate la valigia e preparatevi a partire; godetevi le prime sei tappe di questo viaggio e prendete le restanti sei nel modo giusto: gustatevi i paesaggi, amate i protagonisti e sorvolate sulla trama e sulle sotto‑trame non gestite al meglio. Perché, nonostante tutto, il costo vale il viaggio.

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Bento Harassment
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by alis89
Jun 4, 2026
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Overall 7.0
Story 7.0
Acting/Cast 7.0
Music 7.0
Rewatch Value 7.0
“Bento Harassment” è un film del 2019 che racconta il rapporto tra una madre single e Futaba, la figlia adolescente. Quest’ultima, in piena crisi adolescenziale, non parla più con la madre Kaori, neppure per salutarla. Per dare una scossa a questo rapporto e riuscire nuovamente a comunicare con la figlia, Kaori crea una punizione molto particolare: preparare dei bento con messaggi e disegni unici! Esagerati, buffi, ma soprattutto imbarazzanti, questi pasti accompagneranno la figlia nei suoi anni di scuola superiore, trasformando l’ora del pranzo in una vera e propria attrazione per tutta la classe che, insieme a Futaba, ogni giorno sarà curiosa di scoprire quale messaggio subliminale Kaori ha nascosto nel bento della figlia.

Il film scorre leggero grazie a un buon equilibrio tra umorismo tipicamente giapponese e delicatezza nel raccontare il complicato rapporto fra madre e figlia. Come cornice a questa storia di famiglia possiamo riconoscere l’isola di Hachiojima che, nonostante faccia parte di Tokyo, non fa sentire i protagonisti come cittadini della metropoli.

Tutti i personaggi sono piacevoli e ben caratterizzati, anche quelli secondari.
Il focus della storia si concentra sulla difficoltà dei genitori single e sul grande impegno necessario per riuscire a mantenere un dialogo con i figli.

Dopo una prima parte di film particolarmente frizzante, il ritmo rallenta nella seconda metà: abbiamo una parte un po’ più lenta e a tratti melodrammatica, in cui la madre quasi si annienta e sacrifica se stessa per la felicità della figlia; un tema più vicino e radicato alla cultura giapponese rispetto alla nostra, e che forse può risultare eccessivo per lo spettatore occidentale. Forse un minutaggio ridotto e un equilibrio maggiore tra la prima e la seconda metà del film avrebbe giovato alla visione, ma “Bento Harassment” resta comunque una pellicola che strappa un sorriso grazie alla spontaneità e alla tenerezza con cui è raccontata questa famiglia.

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No Longer Heroine
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by alis89
Jun 4, 2026
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Overall 9.0
Story 9.0
Acting/Cast 9.5
Music 9.5
Rewatch Value 9.0
“No Longer Heroine” è l’adattamento del manga giunto in Italia con il titolo “Sogno d’amore” ed è uno di quei casi in cui il live‑action supera l’originale cartaceo: le modifiche riportate, per ovvi motivi di tempistiche, hanno alleggerito la storia, lasciando intatta la colonna portante della trama, ma rendendola più piacevole e scorrevole.
La protagonista è Hatori, una ragazza che è cresciuta con la convinzione di essere la “protagonista” della propria vita e, come ogni “eroina” che si rispetti, ha sempre creduto che fosse destinata a vivere la storia d’amore perfetta con il suo amico d’infanzia Rita. Tuttavia, la vita non va sempre come ci si aspetta e Rita si fidanza con un’altra ragazza. Ed è qui che entra in gioco anche un altro ragazzo, Kosuke.

Nonostante la storia sembri il classico triangolo amoroso tipico dei manga shoujo, “No Longer Heroine” ha qualcosa che affascina lo spettatore e lo tiene incollato allo schermo.
Uno dei motivi si può ritrovare nei personaggi stessi: sia Hatori che Rita sono ben lontani dall’essere i protagonisti perfetti tipici delle commedie romantiche, rivelandosi molto realistici. In fin dei conti sono solo ragazzi insicuri che si stanno affacciando all’età adulta.

La delusione amorosa di Hatori la porterà ad avere un’inevitabile crescita personale. Quest’ultima non ci viene presentata in modo drammatico, ma con la leggerezza e l’umorismo che caratterizzano la ragazza fin dai primi minuti del film.
Durante la visione è presente un forte equilibrio fra scene comiche e momenti di introspezione, oltre a una grande cura della fotografia nelle scene romantiche (forse oggi sarebbe considerata un po’ mediocre, ma ricordiamoci che il film ha ben dieci anni alle spalle). Il triangolo amoroso, inoltre, è gestito così bene che lo spettatore non sa proprio se tifare per Rita o per il second lead.

Il cast è decisamente straordinario: i protagonisti sono interpretati da Mirei Kiritani, Kento Yamazaki e Kentaro Sakaguchi che, nonostante all’epoca del film fossero giovanissimi, dimostrano fin da subito di essere dei grandi talenti.
La ciliegina sulla torta è rappresentata dalla frizzante colonna sonora cantata da Kana Nishino.

“No Longer Heroine”, in conclusione, diverte e fa riflettere: forse, per essere l’“eroina” della propria vita, non serve che sia tutto perfettamente come lo immaginavamo.

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The Miracles of the Namiya General Store
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by alis89
Jun 4, 2026
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Overall 7.5
Story 7.5
Acting/Cast 7.5
Music 7.5
Rewatch Value 7.5
Tre ladruncoli improvvisati, dopo un furto, decidono di nascondersi in un vecchio negozio abbandonato. Durante la notte, viene recapitata una lettera, indirizzata all’emporio "Namiya", con una richiesta di aiuto. Infatti, il vecchio proprietario era solito dispensare consigli di vita tramite delle lettere. I tre ragazzi ne leggono il contenuto e decidono di rispondere. In questo scambio epistolare, i giovani capiscono che in quella notte sta avvenendo un miracolo: le lettere, che giungono sempre più numerose, vengono dal passato, e quando loro rispondono, e le imbucano nella cassetta del latte che funge da cassetta postale, tornano nell’anno da cui giungono.
Un intreccio di storie, tra passato e presente che cambierà il destino non solo dei mittenti delle lettere, ma anche dei giovani tre, che ascoltando gli altri e dispensando loro consigli, capiranno qual è la giusta strada da percorrere.

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