Non è come sembra (e meno male)
Office drama satirico sul tema degli abusi di potere, che scardina e ribalta alcuni degli stereotipi più ricorrenti dei K-drama. Scelto dopo il precedente mattone, per il bisogno di qualcosa di fresco. E non mi sono sbagliata!
Quando ho iniziato a guardarlo, sono rimasta un po’ perplessa: le espressioni farsesche del ML e una quantità quasi infinita di scene slapstick mi stavano facendo seriamente pensare di mollare.
Poi è arrivata una scena... poi un’altra..... ; alcune mi hanno ricordato kolossal famosi, come Titanic, altre drama precedenti, come "What’s Wrong with Secretary Kim". A quel punto ho capito qualcosa che, almeno qui dentro e nelle recensioni che ho letto su Viki, non avevo ancora visto sottolineato: il drama sta volutamente prendendo in giro i K-drama classici, esasperandone stereotipi, situazioni e codici fino a trasformarli in caricatura.
E improvvisamente tutto ha iniziato ad avere senso (comico)! Iniziamo con l’inversione dei ruoli: lei, il boss, è “maschile”, dominante, pragmatica; lui, il ML, è più emotivo, sensibile, espressivo, cresciuto in un ambiente solo femminile. Ne viene fuori una coppia strana ma interessante, che permette di vedere quanto possano diventare assurde alcune dinamiche delle coppie romantiche che normalmente accettiamo senza battere ciglio semplicemente perché siamo abituati a vedere col codice maschio alfa vs donna passiva. Basta cambiare gli addendi e il risultato diventa improvvisamente esilarante.
E naturalmente non poteva mancare lo chaebol (drago nel lavoro e fallito dentro le mura domestiche): qui abbiamo un padre con le capacità genitoriali di un lichene, descritto però come un uomo feroce e temutissimo mentre impartisce ordini e umiliazioni dalla sua sedia a rotelle. Più che un personaggio, sembra quasi una caricatura ambulante del patriarca chaebol. E a quel punto diventa difficile non chiedersi: ma ci stanno davvero raccontando questo dramma o ci stanno prendendo allegramente per il culo?!? (GENIALE).
Anche i cliché vengono sistematicamente ribaltati: nelle situazioni in cui normalmente sarebbe l’uomo a proteggere o prendere in braccio la protagonista, qui è lei a prendere in braccio lui. Lui è quello emotivo, bisognoso di rassicurazioni e fisicamente espressivo; lei è quella che decide, protegge e mantiene il controllo. La coppia diventa così una specie di esperimento: cosa succede se prendiamo gli stessi ingredienti del romance coreano e cambiamo semplicemente le proporzioni?
Interessanti le diverse citazioni cinematografiche: gente che posa nuda per “respirare”, Titanic compreso, con tanto di mano sul vetro appannato. Sono gag talmente esasperate da diventare quasi una dichiarazione di intenti: il drama conosce perfettamente i codici visivi e narrativi che sta utilizzando e decide di spingerli deliberatamente oltre il limite.
La cosa interessante è che, sotto questa superficie farsesca, il drama continua a parlare di temi tutt’altro che leggeri: molestie, abuso di potere, discriminazioni e dinamiche tossiche sul luogo di lavoro. Ogni caso affronta una diversa forma di abuso, inserendola però dentro una narrazione che non vuole mai rinunciare alla commedia.
🚪 👀🌃 L'apertura con l'ESTERNO
Dopo 177 lavori asiatici, raramente mi è capitato di vedere un K-drama così interessato a dialogare con l’esterno. Non è semplicemente un prodotto chiuso nei propri codici culturali, li mette a confronto con quelli occidentali.
Un esempio è il discorso sul bacio, attraverso il richiamo a Pretty Woman: Julia Roberts può fare praticamente tutto con Richard Gere, ma il bacio rimane qualcosa di molto più intimo. Il drama utilizza questo riferimento per giocare sulle diverse concezioni della fisicità e dell’intimità, contrapponendo la maggiore fisicità occidentale a una dimensione coreana più contenuta e indiretta, anche quando si parla dell'abbraccio che è il modo con cui in certi paesi la gente si saluta.
E poi c’è il modo in cui vengono rappresentati gli stranieri, con uno stereotipo che trovo particolarmente interessante proprio perché viene mostrato nella sua crudezza: la ragazza straniera che lavora al market, compra 10 preservativi e immediatamente scatta il giudizio morale. “È qui per studiare, non per comportarsi male; se i suoi genitori lo sapessero...” . È un dettaglio piccolo, ma racconta molto. Il drama sembra osservare anche il modo in cui la Corea guarda l’Occidente e, contemporaneamente, il modo in cui l’Occidente guarda la Corea.
Lo stesso vale per la sessualità: la serie non demonizza il sesso e non finge che non esista, mette in scena tradimenti, rapporti fedigraghi, sesso nei parcheggi e situazioni decisamente meno pudiche di quanto ci si aspetterebbe da un K-drama tradizionale. E proprio attraverso l’eccesso finisce per mettere a nudo una certa ipocrisia asiatica (sempre sospettato che fosse una facciata comoda).
Cosa vedrete 🎬: In un’importante conglomerato coreano, un’integerrima responsabile dell'AUDIT si ritrova a indagare su casi di molestie, abusi e corruzione interna, ogni episodio ne affronta uno.
In-a è una donna determinata, razionale e poco incline a lasciarsi coinvolgere sentimentalmente.
Il suo sistema "crasha" quando incontra Ki-jun, un giovane collega brillante, sensibile e decisamente fuori dagli stereotipi del classico protagonista maschile.
Tra i due nasce una relazione inaspettata, mentre sullo sfondo incombe il passato di In-a con un potente CEO.
Le indagini portano alla luce tradimenti, ricatti, discriminazioni e giochi di potere all’interno dell’azienda.
La coppia dovrà affrontare anche le tensioni della famiglia chaebol e una feroce lotta per il controllo della società. Tra commedia, romance e satira sociale, il drama ribalta i cliché del K-drama e mette in discussione i ruoli di genere, il potere e l’ipocrisia.
Interpretazioni🎭
Ho adorato la caratterizzazione che Shin Hye-sun dà a In-a: è indipendente, bizzarra, ironica, divertente, brillante, decisa, volitiva, sempre un passo avanti. Ah ca**o, ce ne fossero altre donne così nei drama, invece delle solite mammolette delicate.
Riprende molto il suo personaggio di Mr. Queen per interpretare quello di In-a: un casting azzeccatissimo. Anche il modo di vestirla, i gesti con le mani e il modo in cui sgrana gli occhi contribuiscono a rendere la protagonista in modo puntuale, preciso e credibile. Certo, non ha quell’intensità drammatica che è capace di dare ai suoi personaggi più sofferti, ma non è questo il genere che ne avrebbe beneficiato, considerato il tono della serie.
Gong Myung è espressivo, anche lui puntuale, preciso e fisicamente prestante. La serie insiste in parecchie scene a dorso nudo, per prendere in giro il codice visivo ormai abusato dei drama che hanno un pubblico di destinazione quasi esclusivamente femminile.
🔺 Vi invito a interrogarvi su un aspetto: in Corea un attore entra nel ruolo spesso anche fisicamente; in Cina è meno frequente. A parte imbracature e vestiti ingombranti, quanti attori vedete prendere 10-20 kg di massa muscolare per interpretare generali quando pesano 50 kg bagnati, con i vestiti fradici addosso??? O quell’attore giapponese che ha preso 45 kg per interpretare un ruolo da rikishi.
Ecco anche perché sostengo che, in Cina, il grado complessivo degli attori è più basso rispetto a quello coreano.
Tornando a Gong Myung, l’unico neo che gli ho trovato è nelle espressioni caricaturali iniziali: il modo in cui apre la bocca o fa espressioni disperate ricorda quello di un manga e sono lente, studiate, volute. Non so se sia un difetto della regia, che ha richiesto un tono enfatico per dare quell’humus da gag, o se non ci credesse manco lui. Per me il voto è 7,3. Nelle scene con lei, invece, ha molta più confidenza con quel codice romantico: sguardi, sorrisi ed espressività sono sempre puntuali, adeguati, precisi.
Gli altri interpreti promossi, ma senza lode. Anche il famosissimo Kim Jae-wook, che sa essere un interprete drammatico di tutto rispetto, ha fatto il compitino senza impressionarmi granché. Come in molti lavori, queste commedie non sono per lui e, secondo me, è un attore che devi dirigere molto se vuoi tirarci fuori qualcosa di buono. Non a caso, l’unico lavoro in cui l’ho visto eccellere è stato in una produzione Netflix.
🎬 🎞️ 🎶 📸 Comparto tecnico: la regia è briosa e dinamica, con un dolly zoom impiegato correttamente e qualche sperimentazione in più soprattutto negli episodi iniziali, finendo però per diventare un po’ più piatta già dal terzo episodio.
Le scenografie sono corrette, adeguate e attendibili, classiche; forse un po’ anonime, ma la fotografia fa un ottimo lavoro con il color grading in post produzione, soprattutto nelle riprese sulla spiaggia.
Nelle scene sul mare all’alba si intravede quasi un richiamo allo schema visivo di Joe Wright in Pride and Prejudice, come colori, azioni e disposizione degli attori nello spazio, mentre le riprese con i droni della skyline notturna di Seoul sono molto buone.
Le musiche, invece, non sono il punto forte del lavoro: a parte un paio di brani nelle scene di maggiore rilievo, non sono davvero granché. Gli effetti sonori sono spesso molto presenti, quasi a volerci ricordare quando dovremmo ridere.
📖La scrittura, in sé, non è sempre all’altezza delle idee che mette sul tavolo, forse perché prende in giro anche le classiche forzature che vediamo nei prodotti audiovisivi asiatici, su questo non oso esprimermi e sospendo il giudizio.
Un neo: a fine visione non ho avuto quella sensazione di legame che provo quasi sempre davanti ai drama riusciti. I personaggi, episodio dopo episodio, dovrebbero maturare un rapporto, creare un collante, un legante che li faccia percepire come un gruppo anche oltre la trama. Qui, invece, forse per il tono farsesco, forse per gli intenti satirici, non sono riuscita a percepire fino in fondo il rapporto tra In-a e il Team Audit 3, e in parte nemmeno quello tra i membri stessi della squadra, o tra In-a e Noh-chelangelo (ahahahahhaa, come lo chiama lei, geniale).
È un peccato, perché sul versante romantico ho invece apprezzato molto la scelta di rappresentare una coppia moderna e credibile: fanno sesso, litigano per piccole cose, convivono e la loro quotidianità non è mai soltanto rose e fiori. Non c’è il bisogno di trasformare ogni conflitto in una tragedia o di separarli per poi farli ritrovare all’ultimo episodio. Sono semplicemente una coppia, con le proprie dinamiche, le proprie scaramucce e anche i propri momenti di intimità.
La trama si indebolisce soprattutto quando, verso il finale, si trasforma nell’ennesima lotta tra fratelli per contendersi il “trono” aziendale ma i temi sono molto più interessanti della storia che li contiene, così come sono degne di nota le riflessioni sul lavoro e sul percorso evolutivo di Noh Ki-jun. Nel confronto con il rivale arriva infatti a trasformarlo in un alleato per un obiettivo comune: impedire che il fratello, una volta subentrato alla guida dell’azienda, la stravolga attraverso decisioni arbitrarie e illecite, mettendo a rischio non solo l'integrità dell'impresa ma anche il lavoro di centinaia di dipendenti.
Sul finale il lavoro introduce una riflessione interessante sul valore del lavoro nella società coreana: non è soltanto una fonte di reddito, ma qualcosa di profondamente identitario e sociale, quasi un elemento fondativo dell’individuo e della comunità, più radicalmente interiorizzato di quanto siamo abituati a percepire nella nostra cultura che pure l'abbiamo come riferimento all'articolo 1 del nostro dettato costituzionale.
"Amore sotto processo" ha una scrittura non sempre solida, ma dalle intuizioni molto forti: respira, dialoga, guarda fuori. È meno chiuso nei codici espressamente coreani e, proprio per questo, paradossalmente mi è sembrato persino meno “coreano” di molti altri K-drama.
Voto: 7,37 (do un bonus di 0,10 per la brevità perché il formato da 12 episodi è adeguato per un lavoro di questo tipo).
Ps. nei commenti un'altra chicca che vorrei condividere con chi legge ma posta sotto forma di spoiler per chi non lo abbia visto.
Quando ho iniziato a guardarlo, sono rimasta un po’ perplessa: le espressioni farsesche del ML e una quantità quasi infinita di scene slapstick mi stavano facendo seriamente pensare di mollare.
Poi è arrivata una scena... poi un’altra..... ; alcune mi hanno ricordato kolossal famosi, come Titanic, altre drama precedenti, come "What’s Wrong with Secretary Kim". A quel punto ho capito qualcosa che, almeno qui dentro e nelle recensioni che ho letto su Viki, non avevo ancora visto sottolineato: il drama sta volutamente prendendo in giro i K-drama classici, esasperandone stereotipi, situazioni e codici fino a trasformarli in caricatura.
E improvvisamente tutto ha iniziato ad avere senso (comico)! Iniziamo con l’inversione dei ruoli: lei, il boss, è “maschile”, dominante, pragmatica; lui, il ML, è più emotivo, sensibile, espressivo, cresciuto in un ambiente solo femminile. Ne viene fuori una coppia strana ma interessante, che permette di vedere quanto possano diventare assurde alcune dinamiche delle coppie romantiche che normalmente accettiamo senza battere ciglio semplicemente perché siamo abituati a vedere col codice maschio alfa vs donna passiva. Basta cambiare gli addendi e il risultato diventa improvvisamente esilarante.
E naturalmente non poteva mancare lo chaebol (drago nel lavoro e fallito dentro le mura domestiche): qui abbiamo un padre con le capacità genitoriali di un lichene, descritto però come un uomo feroce e temutissimo mentre impartisce ordini e umiliazioni dalla sua sedia a rotelle. Più che un personaggio, sembra quasi una caricatura ambulante del patriarca chaebol. E a quel punto diventa difficile non chiedersi: ma ci stanno davvero raccontando questo dramma o ci stanno prendendo allegramente per il culo?!? (GENIALE).
Anche i cliché vengono sistematicamente ribaltati: nelle situazioni in cui normalmente sarebbe l’uomo a proteggere o prendere in braccio la protagonista, qui è lei a prendere in braccio lui. Lui è quello emotivo, bisognoso di rassicurazioni e fisicamente espressivo; lei è quella che decide, protegge e mantiene il controllo. La coppia diventa così una specie di esperimento: cosa succede se prendiamo gli stessi ingredienti del romance coreano e cambiamo semplicemente le proporzioni?
Interessanti le diverse citazioni cinematografiche: gente che posa nuda per “respirare”, Titanic compreso, con tanto di mano sul vetro appannato. Sono gag talmente esasperate da diventare quasi una dichiarazione di intenti: il drama conosce perfettamente i codici visivi e narrativi che sta utilizzando e decide di spingerli deliberatamente oltre il limite.
La cosa interessante è che, sotto questa superficie farsesca, il drama continua a parlare di temi tutt’altro che leggeri: molestie, abuso di potere, discriminazioni e dinamiche tossiche sul luogo di lavoro. Ogni caso affronta una diversa forma di abuso, inserendola però dentro una narrazione che non vuole mai rinunciare alla commedia.
🚪 👀🌃 L'apertura con l'ESTERNO
Dopo 177 lavori asiatici, raramente mi è capitato di vedere un K-drama così interessato a dialogare con l’esterno. Non è semplicemente un prodotto chiuso nei propri codici culturali, li mette a confronto con quelli occidentali.
Un esempio è il discorso sul bacio, attraverso il richiamo a Pretty Woman: Julia Roberts può fare praticamente tutto con Richard Gere, ma il bacio rimane qualcosa di molto più intimo. Il drama utilizza questo riferimento per giocare sulle diverse concezioni della fisicità e dell’intimità, contrapponendo la maggiore fisicità occidentale a una dimensione coreana più contenuta e indiretta, anche quando si parla dell'abbraccio che è il modo con cui in certi paesi la gente si saluta.
E poi c’è il modo in cui vengono rappresentati gli stranieri, con uno stereotipo che trovo particolarmente interessante proprio perché viene mostrato nella sua crudezza: la ragazza straniera che lavora al market, compra 10 preservativi e immediatamente scatta il giudizio morale. “È qui per studiare, non per comportarsi male; se i suoi genitori lo sapessero...” . È un dettaglio piccolo, ma racconta molto. Il drama sembra osservare anche il modo in cui la Corea guarda l’Occidente e, contemporaneamente, il modo in cui l’Occidente guarda la Corea.
Lo stesso vale per la sessualità: la serie non demonizza il sesso e non finge che non esista, mette in scena tradimenti, rapporti fedigraghi, sesso nei parcheggi e situazioni decisamente meno pudiche di quanto ci si aspetterebbe da un K-drama tradizionale. E proprio attraverso l’eccesso finisce per mettere a nudo una certa ipocrisia asiatica (sempre sospettato che fosse una facciata comoda).
Cosa vedrete 🎬: In un’importante conglomerato coreano, un’integerrima responsabile dell'AUDIT si ritrova a indagare su casi di molestie, abusi e corruzione interna, ogni episodio ne affronta uno.
In-a è una donna determinata, razionale e poco incline a lasciarsi coinvolgere sentimentalmente.
Il suo sistema "crasha" quando incontra Ki-jun, un giovane collega brillante, sensibile e decisamente fuori dagli stereotipi del classico protagonista maschile.
Tra i due nasce una relazione inaspettata, mentre sullo sfondo incombe il passato di In-a con un potente CEO.
Le indagini portano alla luce tradimenti, ricatti, discriminazioni e giochi di potere all’interno dell’azienda.
La coppia dovrà affrontare anche le tensioni della famiglia chaebol e una feroce lotta per il controllo della società. Tra commedia, romance e satira sociale, il drama ribalta i cliché del K-drama e mette in discussione i ruoli di genere, il potere e l’ipocrisia.
Interpretazioni🎭
Ho adorato la caratterizzazione che Shin Hye-sun dà a In-a: è indipendente, bizzarra, ironica, divertente, brillante, decisa, volitiva, sempre un passo avanti. Ah ca**o, ce ne fossero altre donne così nei drama, invece delle solite mammolette delicate.
Riprende molto il suo personaggio di Mr. Queen per interpretare quello di In-a: un casting azzeccatissimo. Anche il modo di vestirla, i gesti con le mani e il modo in cui sgrana gli occhi contribuiscono a rendere la protagonista in modo puntuale, preciso e credibile. Certo, non ha quell’intensità drammatica che è capace di dare ai suoi personaggi più sofferti, ma non è questo il genere che ne avrebbe beneficiato, considerato il tono della serie.
Gong Myung è espressivo, anche lui puntuale, preciso e fisicamente prestante. La serie insiste in parecchie scene a dorso nudo, per prendere in giro il codice visivo ormai abusato dei drama che hanno un pubblico di destinazione quasi esclusivamente femminile.
🔺 Vi invito a interrogarvi su un aspetto: in Corea un attore entra nel ruolo spesso anche fisicamente; in Cina è meno frequente. A parte imbracature e vestiti ingombranti, quanti attori vedete prendere 10-20 kg di massa muscolare per interpretare generali quando pesano 50 kg bagnati, con i vestiti fradici addosso??? O quell’attore giapponese che ha preso 45 kg per interpretare un ruolo da rikishi.
Ecco anche perché sostengo che, in Cina, il grado complessivo degli attori è più basso rispetto a quello coreano.
Tornando a Gong Myung, l’unico neo che gli ho trovato è nelle espressioni caricaturali iniziali: il modo in cui apre la bocca o fa espressioni disperate ricorda quello di un manga e sono lente, studiate, volute. Non so se sia un difetto della regia, che ha richiesto un tono enfatico per dare quell’humus da gag, o se non ci credesse manco lui. Per me il voto è 7,3. Nelle scene con lei, invece, ha molta più confidenza con quel codice romantico: sguardi, sorrisi ed espressività sono sempre puntuali, adeguati, precisi.
Gli altri interpreti promossi, ma senza lode. Anche il famosissimo Kim Jae-wook, che sa essere un interprete drammatico di tutto rispetto, ha fatto il compitino senza impressionarmi granché. Come in molti lavori, queste commedie non sono per lui e, secondo me, è un attore che devi dirigere molto se vuoi tirarci fuori qualcosa di buono. Non a caso, l’unico lavoro in cui l’ho visto eccellere è stato in una produzione Netflix.
🎬 🎞️ 🎶 📸 Comparto tecnico: la regia è briosa e dinamica, con un dolly zoom impiegato correttamente e qualche sperimentazione in più soprattutto negli episodi iniziali, finendo però per diventare un po’ più piatta già dal terzo episodio.
Le scenografie sono corrette, adeguate e attendibili, classiche; forse un po’ anonime, ma la fotografia fa un ottimo lavoro con il color grading in post produzione, soprattutto nelle riprese sulla spiaggia.
Nelle scene sul mare all’alba si intravede quasi un richiamo allo schema visivo di Joe Wright in Pride and Prejudice, come colori, azioni e disposizione degli attori nello spazio, mentre le riprese con i droni della skyline notturna di Seoul sono molto buone.
Le musiche, invece, non sono il punto forte del lavoro: a parte un paio di brani nelle scene di maggiore rilievo, non sono davvero granché. Gli effetti sonori sono spesso molto presenti, quasi a volerci ricordare quando dovremmo ridere.
📖La scrittura, in sé, non è sempre all’altezza delle idee che mette sul tavolo, forse perché prende in giro anche le classiche forzature che vediamo nei prodotti audiovisivi asiatici, su questo non oso esprimermi e sospendo il giudizio.
Un neo: a fine visione non ho avuto quella sensazione di legame che provo quasi sempre davanti ai drama riusciti. I personaggi, episodio dopo episodio, dovrebbero maturare un rapporto, creare un collante, un legante che li faccia percepire come un gruppo anche oltre la trama. Qui, invece, forse per il tono farsesco, forse per gli intenti satirici, non sono riuscita a percepire fino in fondo il rapporto tra In-a e il Team Audit 3, e in parte nemmeno quello tra i membri stessi della squadra, o tra In-a e Noh-chelangelo (ahahahahhaa, come lo chiama lei, geniale).
È un peccato, perché sul versante romantico ho invece apprezzato molto la scelta di rappresentare una coppia moderna e credibile: fanno sesso, litigano per piccole cose, convivono e la loro quotidianità non è mai soltanto rose e fiori. Non c’è il bisogno di trasformare ogni conflitto in una tragedia o di separarli per poi farli ritrovare all’ultimo episodio. Sono semplicemente una coppia, con le proprie dinamiche, le proprie scaramucce e anche i propri momenti di intimità.
La trama si indebolisce soprattutto quando, verso il finale, si trasforma nell’ennesima lotta tra fratelli per contendersi il “trono” aziendale ma i temi sono molto più interessanti della storia che li contiene, così come sono degne di nota le riflessioni sul lavoro e sul percorso evolutivo di Noh Ki-jun. Nel confronto con il rivale arriva infatti a trasformarlo in un alleato per un obiettivo comune: impedire che il fratello, una volta subentrato alla guida dell’azienda, la stravolga attraverso decisioni arbitrarie e illecite, mettendo a rischio non solo l'integrità dell'impresa ma anche il lavoro di centinaia di dipendenti.
Sul finale il lavoro introduce una riflessione interessante sul valore del lavoro nella società coreana: non è soltanto una fonte di reddito, ma qualcosa di profondamente identitario e sociale, quasi un elemento fondativo dell’individuo e della comunità, più radicalmente interiorizzato di quanto siamo abituati a percepire nella nostra cultura che pure l'abbiamo come riferimento all'articolo 1 del nostro dettato costituzionale.
"Amore sotto processo" ha una scrittura non sempre solida, ma dalle intuizioni molto forti: respira, dialoga, guarda fuori. È meno chiuso nei codici espressamente coreani e, proprio per questo, paradossalmente mi è sembrato persino meno “coreano” di molti altri K-drama.
Voto: 7,37 (do un bonus di 0,10 per la brevità perché il formato da 12 episodi è adeguato per un lavoro di questo tipo).
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