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My Girlfriend Is the Man! korean drama review
Completed
My Girlfriend Is the Man!
4 people found this review helpful
by Blue eyes Samurai
2 days ago
12 of 12 episodes seen
Completed 1
Overall 6.5
Story 7.0
Acting/Cast 6.0
Music 5.5
Rewatch Value 6.0

Un'idea migliore della sua realizzazione....

Questo drama moderno, allegro e spensierato, partiva da un'idea insolita e, sotto la superficie da rom-com leggera e un po' surreale, avrebbe potuto proporre un tema molto interessante: si può continuare ad amare qualcuno anche dopo averlo conosciuto davvero, quando ci si accorge che quella persona non coincide più con l'immagine che avevamo costruito di lei/lui?
Perché, in fondo, altro non è che questo l'espediente narrativo della trasformazione di Ji-eun: il suo corpo cambia, ma la persona che Yoon-jae ama è ancora lì. Quello che cambia, però, è la possibilità di definire il loro rapporto attraverso il consueto schema fidanzato/fidanzata.
Ed è in questo che la serie, almeno per una parte del percorso, trova la sua idea più interessante.

Yoon-jae, se notate, ha un legame molto stretto con Ji-eun ma anche fortemente simbiotico e non sempre sano, sembra più una relazione di servizio che una di amore (le porta le scarpe, spasima e vive per lei, rinuncia a molte cose, la pensa sempre).
Quando lei diventa un uomo, è costretto a modificare completamente il modo in cui si relaziona a lei.
Ji-hoon diventa quello che Yoon-jae non aveva mai avuto: un amico vero ( lo dice la sorella in uno dei primi episodi, non a caso). Un ragazzo con cui giocare ai videogame, uscire, andare in discoteca, parlare, confrontarsi, scherzare, sentirsi ascoltato e accolto senza che ogni interazione debba necessariamente passare attraverso la dimensione romantica.
Paradossalmente, proprio quando perde la fidanzata, Yoon-jae trova una persona con cui costruisce un rapporto più equilibrato, e il loro legame diventa, per certi versi, più maturo di quello che avevano prima della trasformazione. Non perché il sentimento romantico venga meno,ma perché viene affiancato dalla scoperta dell'amicizia, dai sentimenti della reciprocità e dell'autonomia.
Attraverso questa esperienza che Yoon-jae cresce: impara a non fare della relazione il centro assoluto della propria esistenza e, soprattutto, a non considerare l'amore un motivo sufficiente per rinunciare ai propri obiettivi. La possibilità di partire per studiare e costruirsi un futuro professionale diventa così parte della sua maturazione: Ji-eun non deve essere un ostacolo alla sua realizzazione e lui non deve sacrificare se stesso per lei.
Il limite del lavoro è stato, come sempre, il tono, penalizzato dalla necessità di trasformare quasi ogni situazione in una gag. La serie è piacevole proprio quando si concede di essere leggera ma spesso non distingue tra leggerezza e banalizzazione: quando arriva a un passaggio emotivamente interessante, tende a interromperlo con un siparietto, spezzando il tono e impedendo alle scene di sviluppare davvero il messaggio che si proponeva. Ci sono momenti poi in cui la comicità scivola decisamente troppo in basso: la famigerata danza del pesce pene, per esempio, è uno dei momenti più stupidi e demenziali che si siano visti e che fa scivolare la serie in un B drama, non soltanto per la gag infantile, ma perché rappresenta perfettamente quella tendenza della serie a sacrificare qualsiasi misura pur di strappare una risata. In una storia che avrebbe materiale per parlare di identità, relazione, amicizia e trasformazione personale, infilare una scena del genere non aggiunge, abbassa totalmente il livello.

A questo si aggiungono interpretazioni appena sufficienti. Il protagonista maschile, Ji-hun, in particolare, non riesce sempre a dare continuità alla trasformazione emotiva del personaggio: in alcune scene funziona, in altre sembra semplicemente attraversare gli eventi senza riuscire a restituire fino in fondo il conflitto interiore che la situazione dovrebbe provocare e manca totalmente di continuità con la parte femminile, qualche fulminata ha detto in un reel su tik tok che si vede che è una donna (ma in realtà no!Anche perché le ragazzine che seguono devono innamorarsi di lui).
In generale manca soprattutto una certa continuità nella costruzione delle emozioni, e questo pesa su una storia che avrebbe richiesto una recitazione capace di rendere il progressivo cambiamento del rapporto tra i due protagonisti.
Anche alcuni personaggi secondari sembrano essere costruiti più in funzione della commedia che come persone realmente dotate di conflitti, sentimenti e reazioni coerenti. E in alcuni casi la differenza tra un momento recitato e uno davvero convincente si nota parecchio.
Un esempio è il collega di Park Yu-jeon: quando Yu-ri cade perché inciampa in un giocattolo, lui la afferra e, nel rallenty successivo, sorride divertito. La scena dovrebbe restituire una situazione di preoccupazione e allarme; la sua espressione, invece, comunica tutt'altro. È uno di quei momenti in cui il gesto sembra eseguito perché previsto dalla scena, mentre l'espressione del volto non segue realmente ciò che il personaggio dovrebbe provare.
Lo stesso accade con la proprietaria del caffè, personaggio costruito secondo il cliché della donna ricca, annoiata e un po' dandy, quando viene informata della morte del padre del ragazzo che sta frequentando, porta una mano davanti alla bocca, ma l'espressione che accompagna il gesto non non restituisce davvero lo shock o il turbamento che la situazione richiederebbe. Sono piccole cadute, ma accumulate finiscono per rendere evidente la componente artificiale della recitazione.
Sono dettagli che possono sembrare marginali in una commedia ma diventano significativi proprio perché la serie pretende, a un certo punto, di spostarsi verso una dimensione più emotiva. Se gli interpreti non riescono a sostenere con naturalezza le reazioni dei personaggi, il passaggio dalla commedia al dramma risulta inevitabilmente NON credibile.
In compenso, Yu-ri, l'amica, è una piacevole eccezione, rappresentando uno dei pochi personaggi secondari che riesce davvero a produrre momenti di autentica ilarità senza sembrare semplicemente costruita per “fare la buffa”. Ha tempi comici molto precisi, sa sfruttare pause, espressioni e reazioni e, soprattutto, sembra avere un'energia perfettamente coerente con il personaggio. Le sue scene funzionano proprio perché la comicità passa attraverso la recitazione e non soltanto attraverso ciò che la sceneggiatura le fa dire o fare.

Intorno all'episodio 10, la serie cambia improvvisamente registro e da commedia romantica leggera comincia a diventare quasi un melodramma. Arrivano la separazione, la distanza, il sacrificio reciproco e la necessità di ritrovare se stessi prima di poter tornare insieme: un percorso narrativo abusato nella scrittura dei drama, che finisce per appesantire una storia che fino a quel momento aveva funzionato proprio grazie alla sua dimensione spensierata.
Il lieto fine arriva, naturalmente, e non cancella l'evoluzione del rapporto. L'esperienza vissuta durante la trasformazione diventa parte della loro storia e modifica entrambi, rappresentando forse l'aspetto più riuscito dell'intera serie.

Rimane però un po' di amaro in bocca, perché si intravede continuamente un'opera molto più interessante di quella che è stata effettivamente realizzata. Non serviva trasformarla in un dramma esistenziale: bastava avere maggiore coerenza nel tono, interpretazioni più solide, una regia capace di lasciare respirare le scene importanti e qualche siparietto in meno.
Questa leggerezza nel tono e nella resa tecnica lascia un po' di amarezza: sotto la commedia del gender swap c'era una storia molto più interessante. Non tanto quella di una ragazza che diventa un ragazzo, quanto quella di due persone costrette a conoscersi nuovamente quando tutto ciò su cui avevano costruito il loro rapporto viene improvvisamente meno.
È un'idea che, tolto l'elemento fantastico, può essere traslata a moltissime relazioni reali: cosa succede quando uno dei due partner sviluppa una disabilità, attraversa un cambiamento radicale o mostra una parte di sé che l'altro non aveva mai conosciuto? La coppia deve necessariamente riorganizzarsi. Se il sentimento è sufficientemente solido, l'innamoramento può trasformarsi in amore, cioè nella capacità di scegliere e accogliere una persona anche quando non corrisponde più all'immagine attraverso cui l'avevamo conosciuta. Se invece il legame era fondato soprattutto sull'idealizzazione, può rompersi e sfaldarsi. È, in fondo, ciò che accade anche al nonno della protagonista.
Peccato che la serie non abbia avuto sempre il coraggio di sviluppare fino in fondo questa intuizione e abbia disseminato la storia di personaggi e situazioni che sembrano esistere soprattutto per rispettare la struttura convenzionale della rom-com.
È il caso di Min-ju, personaggio che ho trovato particolarmente irritante e che risponde in modo piuttosto netto al modello della “pick me girl”. La sua ossessione per il protagonista viene anche in questo drama giustificata attraverso una sorta di principio di prelazione sentimentale: l'ho visto prima io, quindi dovrei avere una sorta di diritto di precedenza. È una logica che trovo insopportabile, e il personaggio, sia nella costruzione sia nella resa, non mi ha mai convinta. Va detto che nella parte finale le viene comunque concesso un piccolo arco di consapevolezza: comprende che il ragazzo per cui ha perso la testa non è quello che aveva idealizzato, oppure, più semplicemente, che è una persona emotivamente indisponibile per lei. È una conclusione più matura rispetto a molte delle dinamiche di rivalità amorosa che le rom-com ci propinano.
Un altro personaggio che ho trovato sostanzialmente superfluo è il primo amore della sorella del protagonista. Il suo ruolo, almeno sulla carta, ha una funzione: dovrebbe offrire un'altra declinazione della relazione sentimentale. In questo caso viene introdotta l'idea che prima di cercare una relazione stabile sia necessario costruire una propria identità e imparare a realizzarsi autonomamente, mentre il rapporto dovrebbe basarsi su un sostegno reciproco e non sulla sostituzione dell'altro: “aiutami a farcela da solo, non fare le cose al posto mio”.
Purtroppo però il personaggio è scritto male: è noioso, privo di mordente e di polso; non riesce mai a diventare davvero interessante e sembra, per usare un'immagine volutamente poco elegante, un foglio sporco trascinato dal vento. La funzione narrativa si comprende, ma il personaggio non ha abbastanza personalità per renderla significativa. Molto più apprezzabile, invece, la scelta di far sedere le due contendenti allo stesso tavolo e permettere loro di stabilire una competizione leale, riconoscendo una cosa piuttosto ovvia che le rom-com spesso dimenticano: alla fine è la persona contesa a dover scegliere. È uno dei momenti più maturi dell'intera storia proprio perché evita la consueta gara a colpi di bassezze, sabotaggi e umiliazioni reciproche.

Alla fine resta una rom-com leggera, piacevole e con qualche buona intuizione, ma che sembra aver preteso davvero poco da se stessa. Anche sul piano produttivo, soprattutto per regia, musiche e confezione complessiva, si avverte una certa modestia. Il budget può naturalmente incidere sulle possibilità di una produzione ma non dovrebbe diventare una giustificazione automatica per una regia poco elaborata o per una confezione visiva anonima. Del resto, esperienza e mezzi a disposizione sono due questioni diverse: essere un regista esordiente non significa necessariamente avere un linguaggio registico acerbo.
Anzi, proprio il passaggio dal cortometraggio al lungometraggio dimostra quanto possa essere importante la gavetta. Un regista può sviluppare negli short drama e nei microdrama una precisa sensibilità per l'inquadratura, il montaggio, il ritmo, la composizione dell'immagine e la direzione degli attori, per poi portarla in un'opera più ambiziosa.
Un es. calzante è Blossom(Jiu Chong Zi, 2024). Zeng Qingjie aveva lavorato soprattutto nel mondo dei microdrama, dirigendo opere brevi prima di passare per la prima volta a un drama di formato lungo.
E il risultato dimostra esattamente perché non si possa far coincidere “esordiente nel long-form” con “registicamente inesperto"; Blossom porta nel formato televisivo una forte identità visiva, un uso molto consapevole della luce e dell'inquadratura e una particolare attenzione alla costruzione dell'atmosfera, riuscendo a compensare la mediocre interpretazione dei due protagonisti principali.

È esattamente ciò che manca a MGItM!: non necessariamente un budget molto più alto ma una maggiore capacità di sfruttare quello che si ha a disposizione. La regia non deve essere spettacolare per essere efficace; deve avere un punto di vista, una firma, qualcosa di riconoscibile.
Anche una produzione leggera può costruire una precisa grammatica visiva, lavorare sui corpi, sulle distanze, sugli sguardi, sui cambiamenti di tono e sulla relazione tra spazio e personaggi.

Scrittura: è davvero così originale? (leggi il commento in basso perchè non mi bastano i caratteri) 😵😅
Il gender swap è un espediente narrativo tutt'altro che nuovo. Lo troviamo nella letteratura, nelle novel, nel cinema e nella televisione, soprattutto nell'ambito della commedia fantastica e della rom-com. Per tale motivo, il semplice fatto che MGitM parta da una trasformazione di genere non rappresenta di per sé un elemento di originalità.
Anche in questo caso lo scambio non è il vero contenuto della storia, ma il dispositivo che permette alla commedia di parlare di altro: pregiudizi, differenze tra i sessi, percezione sociale, empatia e trasformazione personale.
È dunque evidente che il tropo non è nuovo, e non è neppure questo il problema. Un tropo può essere vecchio di decenni e produrre comunque un'opera originale, se viene utilizzato per sviluppare una prospettiva nuova, una relazione diversa o un conflitto più complesso. Lo scambio di corpi è una sorta di laboratorio narrativo: cambia il corpo e, insieme, cambiano le condizioni attraverso cui il personaggio percepisce se stesso, gli altri e il mondo. Il punto non è lo scambio in sé, ma ciò che lo sceneggiatore decide di far emergere da quella situazione.
In questo caso la trasformazione era una metafora molto più ampia del semplice gender swap perché porta a riorganizzare la relazione.
Secondo un linguaggio psicologico, l'espediente offre la possibilità di rappresentare il passaggio dall'amore come fusione all'individuazione. Bellissimo. Infatti ti do 6,5, nonostante tutti i problemi, le falle e le minchiate che mi ha propinato. Però, tra scenari, gag, interpretazioni mediocri, personaggi sgradevoli o anonimi, questo drama poi si è perso per strada!
L'idea di partenza è già stata utilizzata molte volte; ciò che avrebbe potuto distinguere My Girlfriend Is the Man! era la profondità con cui avrebbe deciso di sfruttarla.

Di buono c'è che la serie offre momenti leggeri e divertenti e che il rapporto tra i due protagonisti, nella loro forma maschile, è caldo, affettuoso, gentile e, paradossalmente, più profondo di quello che avevano nella loro relazione iniziale. È proprio attraverso questa nuova dimensione del loro rapporto che emergono alcuni dei momenti più riusciti della serie, autenticamente spensierati nel senso più positivo del termine. La scena della danza con il cerchietto a forma di cuore e il palloncino a forma di orsacchiotto, per esempio, è uno dei momenti più teneri e genuinamente leggeri.
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