Il peso di un respiro colpevole: storia di un’espiazione non propria.
Il film d’esordio del 2025 del regista Kang Dong In, “Lost” – noto anche come “Paran”, termine che per significato più gli si addice - non si limita solo a raccontare una storia, ma porta lo spettatore ad interrogarsi sul vero significato del senso di colpa e della redenzione.
TRAMA – La vicenda ruota attorno a Tae Hwa, un atleta di tiro a volo la cui vita è stata salvata da un trapianto di polmone. L’organo gli è stato donato dal padre, criminale morto durante l’intervento dopo aver investito per errore una persona e averne occultato il cadavere. Non c’è quindi gioia nella nuova vita di Tae Hwa, piuttosto un senso di colpa opprimente, che lo porta a ricercare la figlia della vittima con l’intento di riparare – in qualche modo – al torto commesso dal padre. Le loro vite si incrociano in modo casuale e l’improbabile incontro li porterà a confrontarsi con verità nascoste e il desiderio – pur flebile e soffocato – di ricominciare a vivere.
TEMI PRINCIPALI – Attraverso il polmone donato dal padre si crea nel protagonista un legame indissolubile tra il respiro e quello che è il senso di colpa: ogni inspirazione e ogni espirazione sono un promemoria del crimine commesso dal padre, quale debito che sente di dover onorare. La sua “nuova” vita assomiglia più a una penitenza che a una seconda chance e il suo poco riguardo nel mantenere in salute l’organo trapiantato rappresenta una condanna nei confronti del padre, ma è al contempo – quale colpa “ereditata” – il prezzo che lui stesso sente di dover pagare, mettendo la sua stessa salute sempre più a rischio.
Il tiro a volo – sport che ritrovo per la prima volta in un’opera coreana – è una sorta di scoglio al quale aggrapparsi: l’atto di trattenere il fiato prima di uno sparo diventa l’unico momento di pace per un uomo che odia il proprio respiro (e tutto quello che per lui rappresenta). Solo verso la fine, con la scoperta di un’importante verità, l’incubo volgerà al termine e il respiro tornerà a non fare più male.
PERSONAGGI – Tae Hwa è l’emblema del tormento interiore, un giovane uomo che si autoflagella, distrutto e spezzato, avendo interiorizzato il peccato del padre fino a farlo diventare il proprio. Il suo cercare il rifugio nella disciplina dello sport che pratica, dove deve trattenere il respiro prima di sparare, diventa splendida metafora del suo tentativo di soffocare il dolore e il senso di colpa che lo divorano. Mi Ji è il ritratto di una vittima atipica, che è tutto fuorché passiva: tramite la diffidenza – che esplicita anche a parole – e gli atti di ribellione esprimono tutta la sua rabbia e il suo dolore. Questo nasconde a sua volta una profonda fragilità, legata a verità che vengono a galla e che emergono proprio nel confronto con Tae Hwa.
Pochi i personaggi secondari, con funzione per lo più di contorno.
CAST – Ottima prova sia per Lee Soo Hyuk che per Ha Yun Kyung. Lui in particolar modo offre una performance intensa e matura: con un’espressività che non cede mai al sorriso e uno sguardo spesso denso, fisso e carico, riesce a trasmettere splendidamente la sensazione di un giovane uomo profondamente lacerato.
ASPETTI TECNICI – Regia d’esordio, dicevo, per Kang Dong In, che gli è valsa una presentazione di successo al Jeonju International Film Festival. Invece di cercare il melodramma facile e scontato, punta tutto sulla precisione, selezionando gli sguardi, i silenzi e i respiri affannati del protagonista. Si nota una predilizione per le inquadrature in primo piano, spesso di spalle, capaci di trasmettere un acuto senso di disagio interiore allo spettatore: la sequenza iniziale, ad esempio, con lui di spalle che respira affannosamente durante una competizione, è stata talmente efficace che mi ha dato la spiacevole sensazione che mancasse un po’ il respiro anche a me. La fotografia gioca con luci e ombre quale metafora del conflitto interiore dei protagonisti, che sottolinea bene anche attraverso le due scene oniriche, dove la sensazione di soffocamento – metafora per l’annegare nei sensi di colpa - è quasi palpabile. Il ritmo, pur lento e cadenzato, non genera noia o momenti morti, ma al contrario diventa espediente per accumulare e stratificare le emozioni. Nel complesso, risulta comunque scorrevole e privo di pesantezza. L’OST è a dir poco parsimoniosa, un alone che sembra non voler lasciare traccia: a rimanere impresso nella memoria dello spettatore è il suono martellante dei colpi di fucile, il respiro ansante, il fischio sordo che precede l’accasciarsi al suolo.
IN CONCLUSIONE – Un film ad alto impatto emotivo: non fa ridere, non fa battere il cuore, non fa nemmeno piangere, ma smuove delle corde ben più sottili, quelle del disagio e del tormento profondo e soffocato. E’ un’opera nella quale l’angoscia, più che vederla, la si respira. Una visione un po’ diversa dal solito, ben fatta, ben riuscita e – pertanto – consigliata.
TRAMA – La vicenda ruota attorno a Tae Hwa, un atleta di tiro a volo la cui vita è stata salvata da un trapianto di polmone. L’organo gli è stato donato dal padre, criminale morto durante l’intervento dopo aver investito per errore una persona e averne occultato il cadavere. Non c’è quindi gioia nella nuova vita di Tae Hwa, piuttosto un senso di colpa opprimente, che lo porta a ricercare la figlia della vittima con l’intento di riparare – in qualche modo – al torto commesso dal padre. Le loro vite si incrociano in modo casuale e l’improbabile incontro li porterà a confrontarsi con verità nascoste e il desiderio – pur flebile e soffocato – di ricominciare a vivere.
TEMI PRINCIPALI – Attraverso il polmone donato dal padre si crea nel protagonista un legame indissolubile tra il respiro e quello che è il senso di colpa: ogni inspirazione e ogni espirazione sono un promemoria del crimine commesso dal padre, quale debito che sente di dover onorare. La sua “nuova” vita assomiglia più a una penitenza che a una seconda chance e il suo poco riguardo nel mantenere in salute l’organo trapiantato rappresenta una condanna nei confronti del padre, ma è al contempo – quale colpa “ereditata” – il prezzo che lui stesso sente di dover pagare, mettendo la sua stessa salute sempre più a rischio.
Il tiro a volo – sport che ritrovo per la prima volta in un’opera coreana – è una sorta di scoglio al quale aggrapparsi: l’atto di trattenere il fiato prima di uno sparo diventa l’unico momento di pace per un uomo che odia il proprio respiro (e tutto quello che per lui rappresenta). Solo verso la fine, con la scoperta di un’importante verità, l’incubo volgerà al termine e il respiro tornerà a non fare più male.
PERSONAGGI – Tae Hwa è l’emblema del tormento interiore, un giovane uomo che si autoflagella, distrutto e spezzato, avendo interiorizzato il peccato del padre fino a farlo diventare il proprio. Il suo cercare il rifugio nella disciplina dello sport che pratica, dove deve trattenere il respiro prima di sparare, diventa splendida metafora del suo tentativo di soffocare il dolore e il senso di colpa che lo divorano. Mi Ji è il ritratto di una vittima atipica, che è tutto fuorché passiva: tramite la diffidenza – che esplicita anche a parole – e gli atti di ribellione esprimono tutta la sua rabbia e il suo dolore. Questo nasconde a sua volta una profonda fragilità, legata a verità che vengono a galla e che emergono proprio nel confronto con Tae Hwa.
Pochi i personaggi secondari, con funzione per lo più di contorno.
CAST – Ottima prova sia per Lee Soo Hyuk che per Ha Yun Kyung. Lui in particolar modo offre una performance intensa e matura: con un’espressività che non cede mai al sorriso e uno sguardo spesso denso, fisso e carico, riesce a trasmettere splendidamente la sensazione di un giovane uomo profondamente lacerato.
ASPETTI TECNICI – Regia d’esordio, dicevo, per Kang Dong In, che gli è valsa una presentazione di successo al Jeonju International Film Festival. Invece di cercare il melodramma facile e scontato, punta tutto sulla precisione, selezionando gli sguardi, i silenzi e i respiri affannati del protagonista. Si nota una predilizione per le inquadrature in primo piano, spesso di spalle, capaci di trasmettere un acuto senso di disagio interiore allo spettatore: la sequenza iniziale, ad esempio, con lui di spalle che respira affannosamente durante una competizione, è stata talmente efficace che mi ha dato la spiacevole sensazione che mancasse un po’ il respiro anche a me. La fotografia gioca con luci e ombre quale metafora del conflitto interiore dei protagonisti, che sottolinea bene anche attraverso le due scene oniriche, dove la sensazione di soffocamento – metafora per l’annegare nei sensi di colpa - è quasi palpabile. Il ritmo, pur lento e cadenzato, non genera noia o momenti morti, ma al contrario diventa espediente per accumulare e stratificare le emozioni. Nel complesso, risulta comunque scorrevole e privo di pesantezza. L’OST è a dir poco parsimoniosa, un alone che sembra non voler lasciare traccia: a rimanere impresso nella memoria dello spettatore è il suono martellante dei colpi di fucile, il respiro ansante, il fischio sordo che precede l’accasciarsi al suolo.
IN CONCLUSIONE – Un film ad alto impatto emotivo: non fa ridere, non fa battere il cuore, non fa nemmeno piangere, ma smuove delle corde ben più sottili, quelle del disagio e del tormento profondo e soffocato. E’ un’opera nella quale l’angoscia, più che vederla, la si respira. Una visione un po’ diversa dal solito, ben fatta, ben riuscita e – pertanto – consigliata.
Was this review helpful to you?

13
27
1
1
1
1
1
4
1
1
2
1
7
5

