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L’importanza di non essere soli nell’attesa che la pioggia finisca
Cortometraggio cinese giovanile di soli quattordici minuti, caratterizzato da una scrittura leggera e delicata sul tema della solitudine e che cattura i momenti salienti della nascita di un’amicizia tra due ragazzi. Tra i punti di forza, la sensibilità dimostrata nella costruzione dell’atmosfera e la misura nella gestione delle emozioni.
La storia, di per sé, è molto semplice: Song Xuan, studente dagli ottimi voti, riservato e introverso, si trasferisce a Chongqing, sentendosi ancora più estraniato da un ambiente che lo respinge e una lingua che è di ostacolo. Liu Wen, cresciuto nella zona, è un giovane dall’apparenza ribelle ma con una spiccata sensibilità. I due si incontrano e, causa dinamiche di bullismo scolastico, finiscono per avvicinarsi stringendo infine una bella amicizia. A dare valore è sicuramente l’atmosfera (la metropolitana che sfreccia, l’umidità che satura l’aria e richiama la stagione delle piogge, gli alberi fitti, le scalinate e salite ricorrenti), che rende l’ambientazione distintiva e caratterizzante.
L’obiettivo dell’opera vuole è una riflessione sul peso della solitudine e sul valore della compagnia, sull’importanza e la confortante sensazione di avere qualcuno che, in cima a una scalinata o sotto un ombrello, si volta ad aspettare proprio te.
Il finale riserva alcune considerazioni e domande scritte su schermata nera: benché abbiano senso, è un espediente che avrei evitato a favore di una soluzione diversa. Resta valido il concetto: l’epilogo mostra un “giorno di pioggia”, e la speranza che il giorno successivo riservi un bel sole c’è, ma non è prioritaria. Non è importante che la pioggia – metafora delle difficoltà da affrontare - smetta subito, l’importante è non essere soli nell’attesa che accada. Si può quindi dire che il titolo stesso sintetizzi perfettamente il senso del cortometraggio (mi riferisco a "Let's wait for the rain to stop" e non all'altro titolo con il quale è riportato, ovvero "A little romance", che trovo al contrario decisamente fuorviante, già che siamo davanti a una bella amicizia che di romantico però non ha proprio nulla)
La recitazione è sicuramente acerba - del resto all’epoca i due protagonisti erano giovanissimi – ma comunque impreziosita da una genuina freschezza e spontaneità promosse più dal fattore adolescenziale che da abilità recitative. In particolar modo, Song Ya Xuan ha uno sguardo che si sostituisce alle parole mentre Liu Yao Wen riesce a far percepire il legame di appartenenza tra il proprio personaggio e la cittadina montana in cui si svolge la vicenda.
Ovviamente, trattandosi di un cortometraggio, certi limiti sono inevitabili: la durata estremamente ridotta impedisce un buon sviluppo di alcuni aspetti emotivi che rimangono invece solo abbozzati, e il tema del bullismo è inserito solo come pretesto per far progredire rapidamente il rapporto tra i due. Altra pecca riguarda la musica, o meglio il volume troppo elevato della stessa, soprattutto nei momenti in cui si sovrappone al parlato, risultando eccessivamente predominante.
Non è quella chicca che nella sua brevità riesce ad essere geniale o comunque pensata con una certa profondità – mi viene in mente ad esempio “The vampire lives next door to us” – ma riesce comunque, soprattutto nella prima parte, a trasmettere efficacemente delle emozioni, senza il costo di un’infinità di episodi per arrivarci (molti dei quali – talvolta – puramente riempitivi). In conclusione, nulla di spettacolare o eccezionale, ma qualcosa di semplice ma carino: per il tempo che richiede, ne vale sicuramente la pena.
La storia, di per sé, è molto semplice: Song Xuan, studente dagli ottimi voti, riservato e introverso, si trasferisce a Chongqing, sentendosi ancora più estraniato da un ambiente che lo respinge e una lingua che è di ostacolo. Liu Wen, cresciuto nella zona, è un giovane dall’apparenza ribelle ma con una spiccata sensibilità. I due si incontrano e, causa dinamiche di bullismo scolastico, finiscono per avvicinarsi stringendo infine una bella amicizia. A dare valore è sicuramente l’atmosfera (la metropolitana che sfreccia, l’umidità che satura l’aria e richiama la stagione delle piogge, gli alberi fitti, le scalinate e salite ricorrenti), che rende l’ambientazione distintiva e caratterizzante.
L’obiettivo dell’opera vuole è una riflessione sul peso della solitudine e sul valore della compagnia, sull’importanza e la confortante sensazione di avere qualcuno che, in cima a una scalinata o sotto un ombrello, si volta ad aspettare proprio te.
Il finale riserva alcune considerazioni e domande scritte su schermata nera: benché abbiano senso, è un espediente che avrei evitato a favore di una soluzione diversa. Resta valido il concetto: l’epilogo mostra un “giorno di pioggia”, e la speranza che il giorno successivo riservi un bel sole c’è, ma non è prioritaria. Non è importante che la pioggia – metafora delle difficoltà da affrontare - smetta subito, l’importante è non essere soli nell’attesa che accada. Si può quindi dire che il titolo stesso sintetizzi perfettamente il senso del cortometraggio (mi riferisco a "Let's wait for the rain to stop" e non all'altro titolo con il quale è riportato, ovvero "A little romance", che trovo al contrario decisamente fuorviante, già che siamo davanti a una bella amicizia che di romantico però non ha proprio nulla)
La recitazione è sicuramente acerba - del resto all’epoca i due protagonisti erano giovanissimi – ma comunque impreziosita da una genuina freschezza e spontaneità promosse più dal fattore adolescenziale che da abilità recitative. In particolar modo, Song Ya Xuan ha uno sguardo che si sostituisce alle parole mentre Liu Yao Wen riesce a far percepire il legame di appartenenza tra il proprio personaggio e la cittadina montana in cui si svolge la vicenda.
Ovviamente, trattandosi di un cortometraggio, certi limiti sono inevitabili: la durata estremamente ridotta impedisce un buon sviluppo di alcuni aspetti emotivi che rimangono invece solo abbozzati, e il tema del bullismo è inserito solo come pretesto per far progredire rapidamente il rapporto tra i due. Altra pecca riguarda la musica, o meglio il volume troppo elevato della stessa, soprattutto nei momenti in cui si sovrappone al parlato, risultando eccessivamente predominante.
Non è quella chicca che nella sua brevità riesce ad essere geniale o comunque pensata con una certa profondità – mi viene in mente ad esempio “The vampire lives next door to us” – ma riesce comunque, soprattutto nella prima parte, a trasmettere efficacemente delle emozioni, senza il costo di un’infinità di episodi per arrivarci (molti dei quali – talvolta – puramente riempitivi). In conclusione, nulla di spettacolare o eccezionale, ma qualcosa di semplice ma carino: per il tempo che richiede, ne vale sicuramente la pena.
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