This review may contain spoilers
Imbarazzante .... eppur si ride!
Cosa aspettarvi: un lakorn che riprende vagamente la dinamica di Notting Hill (lei famosa, lui un poraccio con aspirazioni da chef che non sa distinguere nemmeno se il pesce è fresco e perde il lavoro al 3° minuto dell’episodio 1); lezioni d’inglese che non produrranno alcun risultato visibile e una romance spinta che promette una deflagrante detonazione e consegna alla fine un petardo bagnato.
Apprezzabile, almeno, che rispetto a certe produzioni cinesi qui, dopo aver consumato, si mostri una scena credibile dei due apparentemente nudi insieme, invece del consueto miracolo per cui i protagonisti si svegliano perfettamente vestiti e pettinati, con il pigiama bianco.
Certe produzioni hanno pochi soldi e riescono comunque a trasformare la povertà di mezzi in uno stile apprezzabile; My Tutor My Love non ha semplicemente un budget ridotto, ma sembra non possedere gli strumenti per trasformare ciò che ha a disposizione in una messa in scena credibile, finendo per assumere l’aspetto di una soap opera romantica anni ’80 in versione low budget. In 14 episodi da circa 40 minuti tenta infatti di mettere insieme un percorso di innamoramento, la conquista dell’autonomia e dei propri obiettivi, il coronamento dei sogni personali, l’elaborazione del lutto, la corruzione politica, la mafia e un vero e proprio giallo che attraversa l’intera storia - il tutto condito da drammi, assassini, rapimenti, sparatorie e naturalmente un lieto fine- non RIUSCENDO a realizzare compiutamente nemmeno uno degli obiettivi proposti, in non modo decente quantomeno.
La romance resta tiepida, il percorso di crescita dei personaggi è quasi soltanto dichiarato, il dramma non ha peso, il lutto viene liquidato in poche scene, la componente politica e criminale è trattata in modo schematico e il thriller finisce per sembrare un pretesto per accumulare morti, rapimenti e sparatorie.
Sembrava esserci almeno una carta vincente: l’incontro tra Pun ed Eva. Lui la guarda colpito, poi accenna un sorriso, commosso e quasi intimorito dalla sua bellezza; fino all’episodio 12 la osserva, la desidera, la cerca con gli occhi, sembra sempre trattenersi. C’è una tensione che promette un big bang ormonale, mentre il tutor giovane e dolcissimo progressivamente si innamora della donna che dovrebbe soltanto aiutare e ogni sguardo sembra raccontare qualcosa che i dialoghi non dicono.
E invece NOOOOOOOO!
Quando, a un’ora e mezza dalla fine di questa pagliacciata, dopo 8 ore, finalmente la relazione arriva al punto di esplosione, abbiamo una dichiarazione da fotoromanzo stile "Grand Hotel", con quell’aria da editoriale di bassissima lega e destinazione, due bacetti, neanche ripresi tanto bene e qualche sorriso con un trasporto tale che definirlo trasporto è già un atto di generosità. La tensione costruita per gran parte della storia evapora esattamente nel momento in cui dovrebbe finalmente dare un senso a tutto ciò che era stato costruito e promesso.
Da lì comincia persino la discesa della coppia. Quando Pun la rivede dopo un lungo periodo di stacco e il momento che dovrebbe avere il grande slancio romantico è sorprendentemente tiepido: lui sorride, lei sorride, e fine. Nessuno corre verso l’altro, nessuno sembra travolto dall’emozione, nessuna sensazione di “finalmente sei qui”. Una coppia tiepida, con la stessa temperatura emotiva di un fritto dimenticato sul tavolo... (no grazie!).
Il problema è legato moltissimo anche all’interpretazione di Mook Mookda Narinrak, che forse era meglio se seguitava a fare la modella in Giappone... .
Il personaggio avrebbe anche avuto sulla carta un arco interessante: una donna insicura a causa delle sue origini “volgari”, dipendente dal fidanzato, esponente di una famiglia di parvenu, incapace di gestire autonomamente la propria vita, gestita dalla manager e dal fidanzato che, attraverso le lezioni e il rapporto con Pun, dovrebbe acquisire sicurezza, autonomia e consapevolezza. La trasformazione, però, rimane quasi esclusivamente nella sceneggiatura: non la vediamo davvero accadere, né fisicamente né a livello di eloquio, il cui accento è britannico quanto quello di un bangladese appena arrivato a Londra.
L’attrice non riesce a dare abbastanza stratificazione al personaggio e finisce per ridurlo a una successione di espressioni facciali e reazioni, con un risultato spesso risibile e amatoriale. Muore la manager? Quanto dura il dolore? Tre scene da due minuti e poi tutto a posto? Ecco, questa è solo una delle tante cose che vi dà la misura del problema.
C’è poi qualcosa di comicamente grottesco nel fatto che una bella ragazza che non sa recitare interpreti, in questo drama, proprio la parte di un’attrice. 🤣
E ovviamente il suo piattume danneggia anche la romance. Pun sembra molto più innamorato di Eva di quanto Eva sembri innamorata di Pun. Lui è dolce, premuroso, presente; lei, invece, non restituisce quasi mai la stessa intensità che, paradossalmente, sembrava avere più peso nel rapporto con il fidanzato interpretato dall’ex idol, oggi 44enne, Louis Scott. La chimica iniziale viene sfruttata malissimo: non basta che due persone abbiano una bella compatibilità visiva: bisogna costruire desiderio, conflitto, vulnerabilità, attesa, cambiamento.
La sceneggiatura, del resto, sembra convinta che accumulare eventi equivalga a creare drammaticità, allora abbiamo segreti, famiglie potenti (ma se ne vede solo una), ricatti, morte, rapimenti, pistole, complotti, scontri e una quantità di isteria collettiva che avrebbe bisogno di un estintore, soprattutto da parte della nonna, uno di quei personaggi da telenovela su Rete 4 alle quattro del pomeriggio, dove a un certo punto aspetti che compaia anche Patrizia Rossetti.
Solo che questo personaggio ha ambizioni alla Griselda Blanco: il suo mantra sembra essere «fate tutti schifo, vi ammazzo tutti» e, armata di bastone, vestita sempre con dei pantaloni bianchi, si lancia in una sorta di spettacolo da majorette attempata, distribuendo colpi di bastone a destra e a manca con una furia che vorrebbe essere presa sul serio. Solo che ... la recitazione langue, il montaggio pure e la regia si limita a riprendere gente che urla, stringe i denti, agita la testa e pesta i piedi per terra in una specie di convulsione collettiva, con il risultato di farli sembrare nel rallenty di una pizzica salentina (taranta).
E poi c’è Weenchana, alias Louis Scott, che a quanto pare ha il talento particolare di distruggere telefoni con una frequenza che meriterebbe una menzione a parte, tutti tradiscono e la profondità della scrittura è: lo fanno tutti, è solo sesso!
A un certo punto ho deciso di abbandonarmi completamente al caos e sono andata a cercarmi un video di lui a 17 anni, mentre ancheggia impazzito tra pose, ammiccamenti e mossette da idol, perché l’interprete è stato effettivamente un ex idol molto famoso in Thailandia (per darvi un’idea, è un po’ il Mark Owen della situazione).
Ho fatto di meglio: ho aperto il video in multiview sulla tv mentre lui distruggeva l'ennesimo telefono, calpestandolo. Ora, il passaggio da quel ragazzino che 27 anni fa ancheggiava come se avesse un contratto con il ritmo all’uomo di 44 anni che interpreta un politico corrotto e passa il tempo a sbattere i piedi per terra con la grazia di un contadino impegnato a pestare l'uva ,nel tentativo di ricavarne il mosto, è stato, per me, uno dei momenti più alti della visione. LOL, LOL,LOL (quanto ho riso!).
Le scene corali poi... anche quelle non deludono: abbiamo proiettili rappresentati praticamente come spostamenti d’aria, persino in ritardo rispetto alla persona che dovrebbe scansarli e che, nel frattempo, ha tutto il tempo di accorgersi del pericolo; pistole ad aria compressa da tiro a segno del luna park per la sagra del santo patrono e una gestione dell’azione che sembra affidata al principio “facciamo un po' di casino e poi si vede”.
Il grande litigio tra i due contendenti, in particolare, sembra una recita scolastica in cui qualcuno ha urlato “AZIONE!” e tutti hanno deciso contemporaneamente di dimostrare quanto sanno essere drammatici. Il risultato è talmente sopra le righe che vien voglia di ridere.
E poi c’è la recitazione di tutti, ma che meraviglia: qui si scende direttamente nel territorio amatoriale. Alcune interpretazioni sono completamente fuori controllo, soprattutto quelle della nostra Griselda Blanco e dell’altro nipote, Weechai, che sembrano concepire la drammaticità come una gara a chi riesce a urlare più forte mentre stringono denti e pugni e, rigorosamente (lui) vestito con sottovesti di raso economico, muovono la testa convulsamente. Non c’è modulazione, non c’è sottigliezza, non c’è misura: c’è solo un’isteria mal concepita e maldestramente espressa. Non ridevo così da almeno un paio d’anni.
Persino una scena potenzialmente drammatica come la morte del cattivo diventa involontariamente comica. Lei gli passa la mano sul volto per chiudergli gli occhi, ma si vede chiaramente che è l’attore stesso a chiuderli per conto proprio. È una di quelle cose che ti fanno chiedere se qualcuno, prima di mandare in onda la scena, si sia fermato cinque secondi davanti al monitor chiedendosi: “Questa scena va rifatta?”. Evidentemente no.
Le scene d’azione non migliorano la situazione. I colpi sembrano provenire dal nulla, il sound design fa sentire proiettili che non hanno alcuna presenza fisica convincente e le scene di lotta non hanno né il ritmo né il montaggio necessari per creare dinamismo. A un certo punto si vede un calcio sul ventre dato da uno all’altro mentre sono appoggiati a un traliccio; subito dopo quello che ha ricevuto il calcio è due metri più avanti, pronto a menare, mentre quello che l’aveva colpito è piegato come se il calcio l’avesse ricevuto lui. È un meraviglioso esempio di coreografia in cui la fisica e le sue leggi hanno deciso di prendersi una pausa.
Si vede l’organizzazione della scena: una mossa, una pausa, una reazione invertita, un’altra mossa. Non c’è velocità, non c’è peso, non c’è pericolo. C’è solo gente che aspetta educatamente il proprio turno per essere picchiata. 🤣
Capisco perfettamente che ci fossero pochi soldi, ma il budget non è una scusa sufficiente. Una produzione povera può compensare con la scrittura, il montaggio, l'interpretazione, la fotografia, l’atmosfera o semplicemente con un uso intelligente dei propri limiti. Qui invece il problema è sistemico: alla povertà economica si accompagna una povertà di idee e, soprattutto, di resa interpretativa.
Perfino la musica sembra presa in prestito dagli effetti speciali: ci sono due, dico due, canzoni in croce. E poi arriva il product placement del detersivo, infilato nella narrazione in più occasioni, che aggiunge un ulteriore livello di tenera disperazione per il modo insistente e PALESE con cui viene incorporato. In una scena che non c’entrava assolutamente nulla, ci spiegano persino che con quel prodotto non bisogna pretrattare i capi; la scena si ripete due volte e, naturalmente, quante confezioni di capsule di questo detersivo dobbiamo vedere? Quattro. Sistemate una dietro l’altra come in una televendita.
A quel punto mancava solo la voce fuori campo: “E se ne comprate tre, la quarta ve la regaliamo!”.
My Tutor My Love non è semplicemente una serie brutta perché ha pochi soldi. È una serie che parte da un’idea potenzialmente efficace e riesce a sprecarla attraverso una sceneggiatura debole, una recitazione spesso amatoriale, una regia che non dirige, riprende e basta, un montaggio inefficace e una tensione romantica che si spegne proprio quando dovrebbe raggiungere il suo apice.
Lo consiglio? Assolutamente sì. Mi sono divertita da morire. 🤣
Apprezzabile, almeno, che rispetto a certe produzioni cinesi qui, dopo aver consumato, si mostri una scena credibile dei due apparentemente nudi insieme, invece del consueto miracolo per cui i protagonisti si svegliano perfettamente vestiti e pettinati, con il pigiama bianco.
Certe produzioni hanno pochi soldi e riescono comunque a trasformare la povertà di mezzi in uno stile apprezzabile; My Tutor My Love non ha semplicemente un budget ridotto, ma sembra non possedere gli strumenti per trasformare ciò che ha a disposizione in una messa in scena credibile, finendo per assumere l’aspetto di una soap opera romantica anni ’80 in versione low budget. In 14 episodi da circa 40 minuti tenta infatti di mettere insieme un percorso di innamoramento, la conquista dell’autonomia e dei propri obiettivi, il coronamento dei sogni personali, l’elaborazione del lutto, la corruzione politica, la mafia e un vero e proprio giallo che attraversa l’intera storia - il tutto condito da drammi, assassini, rapimenti, sparatorie e naturalmente un lieto fine- non RIUSCENDO a realizzare compiutamente nemmeno uno degli obiettivi proposti, in non modo decente quantomeno.
La romance resta tiepida, il percorso di crescita dei personaggi è quasi soltanto dichiarato, il dramma non ha peso, il lutto viene liquidato in poche scene, la componente politica e criminale è trattata in modo schematico e il thriller finisce per sembrare un pretesto per accumulare morti, rapimenti e sparatorie.
Sembrava esserci almeno una carta vincente: l’incontro tra Pun ed Eva. Lui la guarda colpito, poi accenna un sorriso, commosso e quasi intimorito dalla sua bellezza; fino all’episodio 12 la osserva, la desidera, la cerca con gli occhi, sembra sempre trattenersi. C’è una tensione che promette un big bang ormonale, mentre il tutor giovane e dolcissimo progressivamente si innamora della donna che dovrebbe soltanto aiutare e ogni sguardo sembra raccontare qualcosa che i dialoghi non dicono.
E invece NOOOOOOOO!
Quando, a un’ora e mezza dalla fine di questa pagliacciata, dopo 8 ore, finalmente la relazione arriva al punto di esplosione, abbiamo una dichiarazione da fotoromanzo stile "Grand Hotel", con quell’aria da editoriale di bassissima lega e destinazione, due bacetti, neanche ripresi tanto bene e qualche sorriso con un trasporto tale che definirlo trasporto è già un atto di generosità. La tensione costruita per gran parte della storia evapora esattamente nel momento in cui dovrebbe finalmente dare un senso a tutto ciò che era stato costruito e promesso.
Da lì comincia persino la discesa della coppia. Quando Pun la rivede dopo un lungo periodo di stacco e il momento che dovrebbe avere il grande slancio romantico è sorprendentemente tiepido: lui sorride, lei sorride, e fine. Nessuno corre verso l’altro, nessuno sembra travolto dall’emozione, nessuna sensazione di “finalmente sei qui”. Una coppia tiepida, con la stessa temperatura emotiva di un fritto dimenticato sul tavolo... (no grazie!).
Il problema è legato moltissimo anche all’interpretazione di Mook Mookda Narinrak, che forse era meglio se seguitava a fare la modella in Giappone... .
Il personaggio avrebbe anche avuto sulla carta un arco interessante: una donna insicura a causa delle sue origini “volgari”, dipendente dal fidanzato, esponente di una famiglia di parvenu, incapace di gestire autonomamente la propria vita, gestita dalla manager e dal fidanzato che, attraverso le lezioni e il rapporto con Pun, dovrebbe acquisire sicurezza, autonomia e consapevolezza. La trasformazione, però, rimane quasi esclusivamente nella sceneggiatura: non la vediamo davvero accadere, né fisicamente né a livello di eloquio, il cui accento è britannico quanto quello di un bangladese appena arrivato a Londra.
L’attrice non riesce a dare abbastanza stratificazione al personaggio e finisce per ridurlo a una successione di espressioni facciali e reazioni, con un risultato spesso risibile e amatoriale. Muore la manager? Quanto dura il dolore? Tre scene da due minuti e poi tutto a posto? Ecco, questa è solo una delle tante cose che vi dà la misura del problema.
C’è poi qualcosa di comicamente grottesco nel fatto che una bella ragazza che non sa recitare interpreti, in questo drama, proprio la parte di un’attrice. 🤣
E ovviamente il suo piattume danneggia anche la romance. Pun sembra molto più innamorato di Eva di quanto Eva sembri innamorata di Pun. Lui è dolce, premuroso, presente; lei, invece, non restituisce quasi mai la stessa intensità che, paradossalmente, sembrava avere più peso nel rapporto con il fidanzato interpretato dall’ex idol, oggi 44enne, Louis Scott. La chimica iniziale viene sfruttata malissimo: non basta che due persone abbiano una bella compatibilità visiva: bisogna costruire desiderio, conflitto, vulnerabilità, attesa, cambiamento.
La sceneggiatura, del resto, sembra convinta che accumulare eventi equivalga a creare drammaticità, allora abbiamo segreti, famiglie potenti (ma se ne vede solo una), ricatti, morte, rapimenti, pistole, complotti, scontri e una quantità di isteria collettiva che avrebbe bisogno di un estintore, soprattutto da parte della nonna, uno di quei personaggi da telenovela su Rete 4 alle quattro del pomeriggio, dove a un certo punto aspetti che compaia anche Patrizia Rossetti.
Solo che questo personaggio ha ambizioni alla Griselda Blanco: il suo mantra sembra essere «fate tutti schifo, vi ammazzo tutti» e, armata di bastone, vestita sempre con dei pantaloni bianchi, si lancia in una sorta di spettacolo da majorette attempata, distribuendo colpi di bastone a destra e a manca con una furia che vorrebbe essere presa sul serio. Solo che ... la recitazione langue, il montaggio pure e la regia si limita a riprendere gente che urla, stringe i denti, agita la testa e pesta i piedi per terra in una specie di convulsione collettiva, con il risultato di farli sembrare nel rallenty di una pizzica salentina (taranta).
E poi c’è Weenchana, alias Louis Scott, che a quanto pare ha il talento particolare di distruggere telefoni con una frequenza che meriterebbe una menzione a parte, tutti tradiscono e la profondità della scrittura è: lo fanno tutti, è solo sesso!
A un certo punto ho deciso di abbandonarmi completamente al caos e sono andata a cercarmi un video di lui a 17 anni, mentre ancheggia impazzito tra pose, ammiccamenti e mossette da idol, perché l’interprete è stato effettivamente un ex idol molto famoso in Thailandia (per darvi un’idea, è un po’ il Mark Owen della situazione).
Ho fatto di meglio: ho aperto il video in multiview sulla tv mentre lui distruggeva l'ennesimo telefono, calpestandolo. Ora, il passaggio da quel ragazzino che 27 anni fa ancheggiava come se avesse un contratto con il ritmo all’uomo di 44 anni che interpreta un politico corrotto e passa il tempo a sbattere i piedi per terra con la grazia di un contadino impegnato a pestare l'uva ,nel tentativo di ricavarne il mosto, è stato, per me, uno dei momenti più alti della visione. LOL, LOL,LOL (quanto ho riso!).
Le scene corali poi... anche quelle non deludono: abbiamo proiettili rappresentati praticamente come spostamenti d’aria, persino in ritardo rispetto alla persona che dovrebbe scansarli e che, nel frattempo, ha tutto il tempo di accorgersi del pericolo; pistole ad aria compressa da tiro a segno del luna park per la sagra del santo patrono e una gestione dell’azione che sembra affidata al principio “facciamo un po' di casino e poi si vede”.
Il grande litigio tra i due contendenti, in particolare, sembra una recita scolastica in cui qualcuno ha urlato “AZIONE!” e tutti hanno deciso contemporaneamente di dimostrare quanto sanno essere drammatici. Il risultato è talmente sopra le righe che vien voglia di ridere.
E poi c’è la recitazione di tutti, ma che meraviglia: qui si scende direttamente nel territorio amatoriale. Alcune interpretazioni sono completamente fuori controllo, soprattutto quelle della nostra Griselda Blanco e dell’altro nipote, Weechai, che sembrano concepire la drammaticità come una gara a chi riesce a urlare più forte mentre stringono denti e pugni e, rigorosamente (lui) vestito con sottovesti di raso economico, muovono la testa convulsamente. Non c’è modulazione, non c’è sottigliezza, non c’è misura: c’è solo un’isteria mal concepita e maldestramente espressa. Non ridevo così da almeno un paio d’anni.
Persino una scena potenzialmente drammatica come la morte del cattivo diventa involontariamente comica. Lei gli passa la mano sul volto per chiudergli gli occhi, ma si vede chiaramente che è l’attore stesso a chiuderli per conto proprio. È una di quelle cose che ti fanno chiedere se qualcuno, prima di mandare in onda la scena, si sia fermato cinque secondi davanti al monitor chiedendosi: “Questa scena va rifatta?”. Evidentemente no.
Le scene d’azione non migliorano la situazione. I colpi sembrano provenire dal nulla, il sound design fa sentire proiettili che non hanno alcuna presenza fisica convincente e le scene di lotta non hanno né il ritmo né il montaggio necessari per creare dinamismo. A un certo punto si vede un calcio sul ventre dato da uno all’altro mentre sono appoggiati a un traliccio; subito dopo quello che ha ricevuto il calcio è due metri più avanti, pronto a menare, mentre quello che l’aveva colpito è piegato come se il calcio l’avesse ricevuto lui. È un meraviglioso esempio di coreografia in cui la fisica e le sue leggi hanno deciso di prendersi una pausa.
Si vede l’organizzazione della scena: una mossa, una pausa, una reazione invertita, un’altra mossa. Non c’è velocità, non c’è peso, non c’è pericolo. C’è solo gente che aspetta educatamente il proprio turno per essere picchiata. 🤣
Capisco perfettamente che ci fossero pochi soldi, ma il budget non è una scusa sufficiente. Una produzione povera può compensare con la scrittura, il montaggio, l'interpretazione, la fotografia, l’atmosfera o semplicemente con un uso intelligente dei propri limiti. Qui invece il problema è sistemico: alla povertà economica si accompagna una povertà di idee e, soprattutto, di resa interpretativa.
Perfino la musica sembra presa in prestito dagli effetti speciali: ci sono due, dico due, canzoni in croce. E poi arriva il product placement del detersivo, infilato nella narrazione in più occasioni, che aggiunge un ulteriore livello di tenera disperazione per il modo insistente e PALESE con cui viene incorporato. In una scena che non c’entrava assolutamente nulla, ci spiegano persino che con quel prodotto non bisogna pretrattare i capi; la scena si ripete due volte e, naturalmente, quante confezioni di capsule di questo detersivo dobbiamo vedere? Quattro. Sistemate una dietro l’altra come in una televendita.
A quel punto mancava solo la voce fuori campo: “E se ne comprate tre, la quarta ve la regaliamo!”.
My Tutor My Love non è semplicemente una serie brutta perché ha pochi soldi. È una serie che parte da un’idea potenzialmente efficace e riesce a sprecarla attraverso una sceneggiatura debole, una recitazione spesso amatoriale, una regia che non dirige, riprende e basta, un montaggio inefficace e una tensione romantica che si spegne proprio quando dovrebbe raggiungere il suo apice.
Lo consiglio? Assolutamente sì. Mi sono divertita da morire. 🤣
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