Non vi fate scoraggiare dalla durata di quasi due ore, perché voleranno! Anche se è una storia semplice, io non ho smesso di sorridere dall’inizio alla fine di questo tenerissimo film.
La storia, infatti, parla di un’amicizia un po’ inusuale con una differenza di età di quasi 60 anni! Ma mentre la signora Ichinoi sprona Urara a crescere e fare quello che ama, Urara riesce a far riscoprire all’anziana signora l’adolescente che è in lei.
Ho apprezzato tanto il parallelismo fra la vita delle protagoniste e la storia del manga che leggono, e mi è piaciuto molto come lo hanno reso nell’inquadratura.
Strepitose le due attrici protagoniste: Mana Ashida, nel ruolo di Rara, e Nobuko Miyamoto, nel ruolo della signora Ichinoi. Non era semplice rendere quello che avevamo letto nel manga.
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E allora perché sta facendo impazzire i social media? Qual è il suo segreto?
Probabilmente è la sua radicata connessione con la Corea del Sud. Il film, infatti, riesce a fondere k-pop e elementi culturali coreani.
Le nostre protagoniste Rumi, Zoey e Mira non sono semplice maghette, bensì le Huntrix, una delle più famose girl band k-pop in vetta a ogni classifica musicale. Acclamate idol che devono affrontare concerti sold-out e pazzesche coreografie, sono anche guerriere che combattono contro i demoni che minacciano l’umanità. E proprio dal popolo dei demoni arriveranno i loro principali nemici, sia sopra che sotto il palcoscenico, che complicheranno il lavoro di idol e cacciatrici: i Saja Boys, un gruppo k-pop formato da cinque bellissimi, muscolosissimi e talentuosissimi ragazzi, Jinu, Abby, Romance, Mystery e Baby Saja, che in realtà sono demoni che si nutrono delle anime dei fan.
Le eroine presentate sono molto distanti dall’essere perfette: Mira è definita come la “pecora nera” dalla sua famiglia; Zoey è sempre stata divisa tra due mondi, la Corea dove è nata e la California dove è cresciuta, non trovando il suo posto; Rumi nasconde (anche alle sue compagne) un grande segreto, ovvero che suo padre era un demone.
Jinu, d’altronde, non è il classico cattivo: è un demone, eppure è gentile con Rumi e con gli altri membri del suo gruppo; è un personaggio che si porta dentro una grande vergogna e per questo collabora con il re dei demoni.
Gli altri membri dei Saja Boys, invece, non sono altro che lo stereotipo della formazione dei gruppi k-pop: di solito è presente il membro muscoloso (Abby), uno più sentimentale (Romance), un altro più misterioso a cui non piace molto parlare (Mistery) e il più piccolo del gruppo, il makne, che spesso è dolce e carino, ma alcune volte si rivela essere quello con la voce più bassa (Baby Saja).
All'interno della storia si ironizza più volte sul mondo del k-pop, non solo attraverso questi personaggi, creando una critica molto velata e divertente al tempo stesso.
Già questo basterebbe per spiegare il successo virale che ha avuto questo film: le fan del k-pop (e non solo) stanno facendo a gara per scovare tutte le somiglianze tra i protagonisti e i loro beniamini.
In realtà, la regista Maggie Kang ha già dichiarato da quali stelle del k-pop ha preso ispirazione per i suoi personaggi: le Huntrix richiamano i gruppi femminili di maggior successo come ITZY, BLACKPINK e TWICE; i Saja Boys i gruppi maschili come i BTS, Stray Kids, ATEEZ, BIGBANG, TXT e Monsta X.
L’unico personaggio di cui Maggie Kang ha parlato con maggior chiarezza riguardo ai suoi modelli di riferimento è Jinu: dovendo dare l’impressione del tipico e bellissimo ragazzo coreano dai capelli neri, per lui sono stati presi come spunto il cantante e attore Cha Eun-woo (degli ASTRO) e l’attore Nam Joo-hyuk.
Per gli altri membri dei Saja Boys non ci sono riferimenti precisi, ma su Internet continuano a girare video e foto cercando somiglianze, moda a cui non riesco nemmeno io a sottrarmi: per me, potete dire quello che volete, ma Baby Saja, il rapper dalla voce bassa e dall’aria da cucciolo, è la fusione di Suga e Jimin dei BTS.
Tanti sono gli omaggi al k-pop: le TWICE (che cantano l’ultima canzone Takedown) sono presenti nella classifica anche di questo universo, e vediamo perfino un loro poster appeso.
Nella clinica del dottore, invece, è presente una fotografia che indubbiamente ritrae Lee Know, Felix e Hyunbin degli Stray Kids con l’outfit dell’MV di Thunderous.
Perfino l’entrata in scena stessa di uno dei membri dei Saja Boys, Abby, quando grazie ai suoi muscoli fa volare i bottoni della sua camicia, sembra un chiaro rimando a una scena avvenuta davvero: durante il terzo giorno di concerto Permission to Dance On Stage dei BTS è capitata una cosa simile al muscolo Jungkook, lasciando i suoi pettorali in bella vista; è stato l’unico momento in cui si sono sentite le voci degli Army - causa pandemia non era permesso urlare e applaudire -, reagendo proprio come hanno reagito le nostre protagoniste.
Le colonne sonore sono uno dei punti di forza di KPop Demon Hunters: non accompagnano solamente la storia, ma fanno parte della trama stessa (quindi, suggerisco di attivare i sottotitoli in italiano). Oltre alla già citata canzone finale interpretata dalle TWICE, o meglio da tre di loro, Jeongyeon, Jihyo e Chaeyoung, sono presenti numerosi altri brani realizzati ad hoc per il film, con tanto di coreografie complete, ormai diventate virali su TikTok. Golden delle Huntrex e Soda Pop dei Saja Boys sono probabilmente già entrate nella playlist di molti.
Tutto questo anche grazie all’impeccabile lavoro che hanno fatto i doppiatori, sia nelle parti parlate che in quelle cantate.
Una piccola curiosità sulle voci riguarda proprio l’antagonista del film, Gwi-ma, che è doppiato da Lee Byung-hun, attore che interpreta un altro famoso rivale, ovvero il Frontman di Squid Game: sicuramente i cattivi gli riescono egregiamente!
Non mancano neppure gli easter egg che riguardano i k-drama. Proprio nella scena già citata sopra, quando i Saja Boys compaiono per la prima volta, si può sentire in sottofondo la classica musica da rom-com, e in questo caso altri non è che la OST del famoso drama Business Proposal - in cui Ahn Hyo-seop, voce di Jinu, interpretava proprio il protagonista -, intitolata Love Maybe dei MeloMance.
I rimandi al mondo dei drama non finiscono qui, ma non volendo svelare troppo dico solo che è presente una scena che potrebbe ricordarne un’altra presente in My Demon (o anche Goblin o Cupido, Amore mio).
Il legame con la Corea è ovunque: nei costumi, nelle armi, nel cibo e persino nell’ambientazione.
I Saja Boys rimandano in tutto e per tutto, dal nome ai vestiti, ai cupi mietitori, ovvero le guide che portano i morti nell’aldilà secondo la tradizione coreana.
Saja significa leone, ma fa parte anche della parola Jeosung Saja, ovvero i tristi mietitori, e proprio come loro, i Saja Boys si vestono indossando hanbok - vestito tipico coreano - nero con il tipico cappello a tesa larga di nome gat.
Le armi che le Huntrix usano per sconfiggere i demoni non sono altro che oggetti cerimoniali usati per sconfiggere il male, ma rielaborati in chiave moderna: Rumi combatte con una spada chiamata Saingum; Zoey usa dei coltelli di nome Daesinkal; Mira utilizza il Weoldo, che somiglia molto al Guandao cinese.
Persino la città in cui è ambientato KPop Demon Hunters ha riferimenti ben precisi, sembrando in tutto e per tutto una Seoul alternativa: possiamo riconoscere la Torre di Seoul, l’Han River Park e il Villaggio Andong Hahoe.
Senza contare supermercati con distese di cup ramyeon! E non sono i soli cibi tipici coreani presenti, perché le nostre protagoniste si ingozzeranno (letteralmente!) con gimbap e seolleongtang che vi faranno venire l’acquolina in bocca.
Infine, anche la mitologia coreana entra in scena: le due mascotte e animaletti di Jinu sono una tigre e una gazzella, protagonisti di una celebre favola coreana in cui la gazzella riesce con l’astuzia a vincere sulla forza del felino; solo che qui sono rappresentati in modo più carino e tenero, e la tigre è addirittura più… imbranata!
In sostanza, KPop Demon Hunters crea un universo colorato, giocoso, simpatico e pieno di riferimenti alla cultura coreana che lo rendono irresistibile per ogni fan della Corea.
Ma c’è di più, perché riesce ad entrare nei cuori anche di chi è estraneo a questo mondo, grazie al suo messaggio chiaro e importante. Le voci con cui Gwi-ma riesce a controllare Jinu e gli altri demoni possono semplicemente essere interpretati come una metafora dei nostri pensieri negativi: sensi di colpa, sensazione di non essere all’altezza o di non essere abbastanza sono tutte preoccupazioni che ci schiacciano, ansie che possono portarci a sminuirci e, alcune volte, anche alla depressione.
L’unico modo per sconfiggere queste vocine che ci parlano e ci demoliscono mentalmente è accettare sé stessi per quello che si è e il passato che abbiamo alle spalle; grazie all’aiuto degli affetti che abbiamo scelto per accompagnarci in questo viaggio e alla musica che ci fa stare bene possiamo sconfiggere demoni ben più grandi di Gwi-ma.
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Trasposizioni live-action del webtoon coreano “Nevertheless”, la storia parla di due giovani che hanno problemi a relazionarsi: lui, per motivi che verranno solo accennati nel corso degli episodi, ha difficoltà a legarsi ad una persona con una relazione seria; lei ha appena rotto un legame con un uomo che la trattava con sufficienza.
Il loro incontro darà vita a una storia non semplice da gestire, da parte di entrambi.
La serie giapponese risulta avere, fin da subito, qualche problema e per capire dove si trova l’intoppo, ho recuperato la trasposizione live-action coreana del 2021 intitolata, come il manhwa, “Nevertheless” e, notando da subito varie differenze tra le due serie, ho deciso di sfogliare alcune tavole del webtoon.
Premesso che la serie coreana risulta, almeno rispetto ai primi capitoli, molto fedele all’opera originale, oltre che molto bella e scorrevole, in “Eppure… le forme dell’amore” si evincono tre problemi principali.
Il primo sta nel fatto che hanno edulcorato molti aspetti e temi, sostituendo o tagliando di netto alcune scene che forse potevano risultare troppo forti per un pubblico giapponese.
Un esempio, senza andare molto oltre rischiando di svelare qualcosa di troppo, lo possiamo notare fin dai primi minuti: la statua che è stata realizzata da quello che poi diventerà l’ex-fidanzato della protagonista non è come quella del webtoon (e del drama coreano) che, invece, è molto più cattiva e d’impatto psicologico, tanto da scioccarla.
Paradossalmente, al contrario di alcuni argomenti che sono stati appiattiti, sono stati portati agli estremi i caratteri dei due protagonisti.
Lui, nella trasposizione coreana, si presenta come un ragazzo che ha paura di innamorarsi e per questo mette un muro fra sé e qualsiasi ragazza, preferendo quasi sedurre che cascare nella trappola dell’amore.
Nella trasposizione giapponese non notiamo che dietro a questa corazza c’è un uomo che in passato è stato ferito, ma semplicemente si presenta come una red flag da cui stare lontano. Certo, il fatto che sia interpretato da un magnifico Ryusei Yokohama lo rende una bellissima e seducente red flag ed è forse l’unico motivo per cui lo spettatore continua la visione, ma pur sempre una red flag rimane.
Lei, in questa trasposizione, è descritta senza amor proprio diventando un vero e proprio zerbino, aspetto non presente nella versione coreana dove la protagonista ha un orgoglio che le permette più volte di rispondere di no al partner e di mettere dei paletti nel loro rapporto.
In questa versione non sembra presente neanche una crescita caratteriale dei personaggi e tutto ciò può essere legato all’ultimo problema di questo drama: la ridotta durata.
Se il drama coreano ha il tempo per descrivere l’evoluzione di ogni personaggio, contando ben dieci episodi da un’ora ciascuno, nel drama giapponese, con meno della metà del minutaggio, non risulta possibile. Non c’è proprio il tempo materiale per approfondire e curare quest’aspetto, anche perché sono state mantenute due delle tre coppie secondarie: tagliarle, del resto, sarebbe stato uno spreco poiché portano sullo schermo storie davvero interessanti, realistiche e molto attuali.
Non ha spazio neanche il second-lead, ridotto quasi ad una semplice comparsa: un grandissimo peccato pensando a quanto mi è piaciuto il suo personaggio nella versione coreana.
La storia di per sé, quindi, non è il problema, ma lo è come è stata gestita.
Malgrado ciò, non è tutto da buttare: gli episodi si fanno guardare (anche se si capisce fin da subito che non tutto è spiegato come dovrebbe).
Sorge, però, un dubbio: se rimarranno impressi nella memoria dello spettatore dopo la visione, nel corso del tempo.
La cura della fotografia, dei colori e delle luci in “Eppure… le forme dell’amore” è davvero meravigliosa, ma del resto lo era anche in “Nevertheless”. In quest'ultimo, per di più, sono presenti opere d'arte magnifiche; non possiamo dire lo stesso per il drama giapponese.
Non bastano, in conclusione, questi pochi elementi positivi a salvarlo, preferendogli in tutto e per tutto la versione coreana.
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È incentrata su una storia d’amore durante un’apocalisse zombie, e ancora non mi è ben chiaro se è stata una genialità, o pura follia, aver fatto uscire questa serie proprio nel mese dell’amore, una settimana prima di San Valentino.
La trama è, infatti, incentrata su due giovani ragazzi, Yeong-ju e Jae-yun. La prima ha finito da poco l’università e sta entrando nel mondo del lavoro. Lui è partito per la leva obbligatoria, ma in realtà è rimasto sempre nella stessa città, facendo parte di un distaccamento dell’esercito che si occupa di possibili attacchi aerei e che ha base all’ultimo piano di un grattacielo nel bel mezzo di Seoul che ospita anche un hotel e un ristorante di lusso. Proprio per la sua posizione, i militari hanno provato solo in teoria quello che dovrebbero fare in caso di pericolo, non mettendolo mai in pratica: non hanno, quindi, grande dimestichezza con le armi.
Fidanzati ormai da anni, stanno affrontando una crisi di coppia: i cambiamenti nella sua vita e il fatto di non poter sentire o vedere il fidanzato quando vuole, portano Yeoung-ju a chiedere una pausa di riflessione, ma, appena prende questa decisione, la città comincia ad essere invasa da zombie.
La prima preoccupazione è proprio Jae-yun: non riuscendo a contattarlo vuole raggiungerlo, decisione appoggiata dalla madre (che riesce a sentire telefonicamente), la quale pensa che non ci sia posto più sicuro di una base militare.
Non sarà proprio così perché gli zombie hanno invaso anche l’hotel; mentre lei intraprenderà un viaggio per le strade di Seoul per raggiungere il grattacielo dove si trova l’amato, Jae-yun dovrà trovare il modo di scendere dall’ultimo piano del palazzo fino a terra.
In questo folle viaggio per ritrovarsi, i due protagonisti saranno accompagnati da personaggi stravaganti che vanno e vengono, ma ai quali ci si affeziona subito.
Palese, fin dal primo episodio, come i militari ritenuti meno adatti per la leva, tra cui anche il protagonista, siano, invece, i personaggi che in questa apocalisse aiutano maggiormente nella discesa verso il piano terra.
"Newtopia", infatti, nonostante sia un horror, è anche una commedia che porta con sé tanta ironia e tanto umorismo nero: molte le scene, che in teoria, dovrebbero essere tragiche, in cui, per come sono state girate e per come sono state rese, lo spettatore non può fare a meno di ridere, o almeno di sorridere.
Questo grazie anche alla bravura degli attori, primi fra tutti i due protagonisti.
Park Jung-min (che interpreta Jae-yun) lo avevo già visto in altri progetti, ma con personaggi più seri, a volte anche drammatici, alcuni bizzarri, ma forse non così folli; in questa veste comica mi ha davvero colpito.
La protagonista è interpretata da Jisoo che, ricordo, non è nata come attrice, essendo un membro delle Black Pink. Questa idol ci aveva già dimostrato di essere brava in questo campo con "Snowdrop", e qui ci conferma nuovamente il suo talento con espressioni che fanno ridere, nonostante la situazione.
Anche il doppiaggio è molto buono e scorrevole: le voci si adattano ai personaggi in modo che la serie sia godibile anche senza la lingua originale. Mi dispiace solo che Park Jung-min non sia stato doppiato nuovamente da Lorenzo Crisci, che gli aveva già dato la voce nel film "Miracle", ma inutile dire che Manuel Meli ha fatto un lavoro straordinario.
"Newtopia", nonostante abbia questa vena molto umoristica, resta comunque un horror che, quindi, non consiglio a tutti: la storia, dopotutto, parla di un’apocalisse zombie ed è normale trovare durante la visione scene truci o splatter con cervelli che fuoriescono dal cranio o budella che non stanno proprio dove dovrebbero stare.
Il finale è apprezzabile: non risponde a tutte le domande lasciando alcune piccole cose in sospeso, aprendo così la possibilità a una seconda stagione, ma chiude in modo esaustivo l’arco narrativo presentato.
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Il titolo fa ovviamente riferimento all’opera “Frankenstein” di Mary Shelley: anche qui, infatti, troviamo una Creatura che deve la sua vita ad un dottore.
Il mostro presente in questa serie televisiva è immortale e vive isolato nelle foreste, ama i rottami, ma soprattutto le vecchie radio e la musica. Vorrebbe più di ogni altra cosa al mondo avvicinarsi agli umani e conoscerli meglio, ma teme la propria forza e, più che altro, le proprie emozioni.
Questa Creatura, in effetti, non riesce a riconoscere le proprie emozioni e, soprattutto, a controllarle: ogni volta che prova qualcosa, espelle dal proprio corpo qualche elemento naturale, possono essere dei semplici, innocui e simpatici funghetti per le emozioni più lievi, fino ad arrivare a scorie velenose, o altro, quando prova paura e terrore.
Il suo isolamento finisce quando una studentessa e ricercatrice lo trova e cerca, piano piano, di fargli scoprire il mondo umano. Non sarà di certo semplice: la Creatura è affascinata, ma anche smarrita e spaventata allo stesso tempo.
Nel drama “Frankenstein no koi” non sono presenti azioni o colpi di scena, anzi, è un drama che si prende il suo tempo, e con il suo ritmo delicato indaga sulla difficoltà di riconoscere le proprie emozioni, di saperle accettare e gestire, e non sarà solo la Creatura a dover affrontare tutto questo percorso.
È una serie che parla di emozioni, ma che ne trasmette anche tante, e che vi farà sorridere e piangere episodio dopo episodio.
Il cast è straordinario, sono tutti magnifici nel proprio ruolo, a partire dai protagonisti con il bellissimo (nonostante ricopra i panni del mostro) Go Ayano e una giovane Fumi Nikaido che interpreta la studentessa, passando per tutti i personaggi secondari come quello interpretato dal bravissimo Yuya Yagira.
Il tutto è contornato da meravigliose musiche: “Bouningen” dei Radwimps e “Shiawase no Toki” di Uru.
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Ma almeno mi sono potuta godere questo bellissimo film, remake dell’omonimo film, sempre coreano, del 2000.
La storia parla di due ragazzi che riescono a comunicare tramite una radio, ma capiranno ben presto che lui vive nel 1999 e lei ai giorni nostri.
Ottimale la scelta della regista Eun-young Seo di usare tonalità di colore diverso per le due epoche, in modo da far comprendere al meglio lo spettatore.
Nella prima parte del film sembrerebbe proprio la classica storia tenera e delicata; ma a circa metà visione, succede l’inaspettato con uno straordinario colpo di scena. Il racconto conserverà la sua dolcezza, ma cambierà direzione.
Straordinario Jin-goo Yeo nel ruolo del protagonista che riesce a trasmettere tutte le emozioni provate dal suo personaggio: mi ha fatto commuovere tantissimo nella scena finale del film.
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Ed è così che i protagonisti, come del resto abbiamo fatto noi nel periodo del "COVID", si inventano nuovi modi per fare una rimpatriata fra ex compagni di scuola, conoscere nuove persone, parlare con qualcuno, e anche truffare le persone.
Sono racconti che si soffermano soprattutto sull’impatto psicologico che ha avuto nelle persone questo virus, ma, più di tutto, il distanziamento sociale; perché, dopotutto, qualcuno si è ritrovato in completa solitudine ad affrontare tutto questo, qualcuno senza casa, qualcun altro senza lavoro. Sono storie che fanno riflettere su valori come amicizia, l’amore, la solidarietà e la necessità di contatto umano.
In tutte e quattro troviamo come protagonista la bravissima attrice Nahana che interpreta personaggi diversi, come a voler significare che ognuna di loro potremmo essere noi.
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This review may contain spoilers
"Boku mo Aitsu mo Shinrodesu" è uno speciale di un’ora veramente dolcissimo: breve, leggero e scorrevole, ma comunque con una bella tematica dietro, ovvero l’accettazione dell’omosessualità da parte della famiglia e degli amici. Certo, il pretesto è un po’ impensabile perché Ryosuke organizza il matrimonio con Mizuki senza aver prima fatto coming-out con la propria famiglia. Provate solo a immaginale la faccia del padre quando capisce che non sposerà una donna!Proprio quando sembra che non ci sia altra soluzione se non quella di annullare il matrimonio, l’aiuto di parenti e amici farà sì che emerga ciò che è veramente importante, ovvero l’amore che unisce i due protagonisti.
Bellissimo il discorso finale del padre di Ryosuke che sfrutta un parallelismo con il suo lavoro; infatti, in passato, si è occupato dell’inquinamento delle acque marine e ripulendole, il mare è diventato più blu, ma di un’unica tonalità. Ma erano proprio le sfumature a renderlo meraviglioso e così come per il mare, questo discorso vale anche per le persone di cui vanno accettate tutte le sfumature che le rendono uniche.
Questo speciale ha solo un piccolo difetto: è troppo corto! Avrei voluto vedere qualche flashback in più che mostrasse la storia dei due sposini!
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La storia ricalca fedelmente il manga da cui è tratto, anche se per ragioni di tempistiche, la narrazione risulta più frettolosa, incentrandosi quasi interamente sulla coppia principale. Le parti fondamentali sono state però riportate con molta cura.
Gli attori sono riusciti a calarsi benissimo nei propri personaggi. Quello che mi ha convinto meno è stato Sanari, nel ruolo di Mafuyu, ma non è una cosa così negativa, anzi: sono riuscita a concentrarmi di più nel personaggio di Uenoyama, cogliendo così tutte le sfaccettature del suo carattere.
In definitiva un buon live-action, da non farsi sfuggire, soprattutto se si adora l'opera originale!
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"Your Eyes Tell" è un remake giapponese del film coreano "Always", del 2011.
Non è sicuramente semplice fare un remake, figuriamoci di questo famoso movie.
La versione giapponese risulta meno drammatica, più pacata, ma non per questo meno intensa, anzi.
Il merito va anche ai due bravissimi attori, Yokohama Ryusei e Yoshitaka Yuriko.
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Rispetto al manga e al movie, il drama è molto meno roseo e spensierato, ma è molto più realistico, che non per forza deve essere una critica, anzi... il messaggio arriva più diretto!
Non poche sono le differenze rispetto al cartaceo, ma non incidono molto nella storia; fanno in modo che l'episodi scorrano in maniera migliore e che uno tiri l'altro.
Matsuzaka Tori è veramente una garanzia e ha saputo interpretare al meglio il suo personaggio.
Perdono il fatto che abbiano trasformato Chako in un cane solo perchè è pucciosissimo, anche se non capisco come un adorabile piccolo cagnetto con le zampe da funko POP potesse uscire dalla finestra del bagno, per quanto bassa potesse essere.
Il drama non copre comunque tutto l'arco narrativo del manga, quindi consiglio comunque l'acquisto del cartaceo.
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Un appunto particolare va all'attore che interpreta Yu: Yoshizawa Ryo è stato perfetto in questo ruolo.
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