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Completed
Eat Run Love
4 people found this review helpful
by Lynnea
Apr 23, 2025
28 of 28 episodes seen
Completed 1
Overall 7.5
Story 7.0
Acting/Cast 9.0
Music 7.5
Rewatch Value 7.5

Una versione molto più modesta di L&P ma comunque apprezzabile

L’approccio a questo drama è stato un misto di speranza e timore, in entrambi i casi legati a un paragone per me imprescindibile, quello con il drama “Lighter & Princess”. La speranza nasceva dal fatto di ritrovare lo stesso attore protagonista – solitamente impegnato in serie di genere fantasy/Wuxia, non i miei preferiti –qui di nuovo alle prese con una commedia romantica moderna. Il timore era per il confronto con L&P, tra le mie serie preferite, difficile da eguagliare e quindi col rischio che le aspettative fossero disattese.

La mia recensione nasce quindi dal confronto tra le due e, a drama concluso, posso dire che è una storia sì meritevole ma non al pari di L&P.

LA STRUTTURA NARRATIVA – E’ praticamente la stessa: l’avvio, nel presente, vede i due protagonisti incontrarsi quasi per caso dopo anni dalla separazione. Da lì segue un tuffo nel passato, un lungo flashback che ripercorre la loro storia ai tempi dell’università, da quando si conoscono fino al momento in cui si lasciano. Si torna quindi al presente, con lo spettatore ora più consapevole dei trascorsi, e da lì la vicenda evolve ulteriormente fino alla conclusione.

IL CONTESTO – Sia ai tempi dell’università che dopo nel mondo lavorativo, il settore è quello finanziario (in L&P informatica). Ben presenti in entrambi, non caratterizzano solo le passioni e le professioni dei protagonisti sulla carta ma vanno proprio a intrecciarsi negli eventi e nelle vicende narrate. Ho trovato forse più ricco e stimolante il mondo della programmazione informatica, mi è sembrato ci fossero più riscontri nel concreto.

LA PROTAGONISTA - Di Ding Zhi Tong è sicuramente apprezzabile l’impegno e la correttezza, il suo timore rispetto alla stabilità economia ha senso se si guarda al suo passato, ma è un elemento che tende davvero a trascinarsi molto, forse troppo, specialmente nella prima parte della serie. Nella seconda parte, invece, manca un po’ di convinzione e coraggio. Una protagonista insomma un po’ più fragile e debole rispetto alla Zhu Yun di L&P.

IL PROTAGONISTA - Gan Jang è davvero ben caratterizzato, e per molti versi mi ricorda molto Li Xun (protagonista di L&P): intelligente e perspicace negli affari, determinato e caparbio, fermo e risoluto all’occorrenza, sicuro di sé, di chi vuole essere e degli obiettivi che vuole raggiungere, disposto a tutto per quello che ritiene il bene della protagonista, anche a compiere delle scelte controproducenti e a farsi carico di importanti responsabilità, accettando anche di essere frainteso. Rispetto a Li Xun, che nella sua genialità era anche molto introverso, decisamente asociale e poco espansivo, Gan Jang mostra un carattere molto più empatico e un atteggiamento generale spesso più sano. Certo, nella prima parte della serie il suo mettersi costantemente al servizio di Tong è forse un po’ eccessivo, dove sembra doverla compiacere a tutti i costi, ma fortunatamente riesce a ritrovare un equilibrio più avanti, quando lo vediamo confrontarsi senza timore con il padre o con Wang Sen.

LA COPPIA – Un discreto affiatamento fa funzionare il duo abbastanza bene, ma la chimica presente in L&P, dove anche lo scambio di sguardi sapeva essere intenso e carico di emozione, è tutt’altra cosa. Ho notato anche un’evoluzione minore, già che nella prima parte abbiamo fin da subito un Gan Jang innamorato perso e servizievole nei confronti di Tong, quindi un buon periodo roseo di coppia ma poi, dopo la rottura, la titubanza di Tong viene davvero tirata per le lunghe. L&P mostrava uno scenario di coppia più ricco ma anche più saldo, dove i bisticci e le prese in giro iniziali vengono sostituiti da una tregua, quindi una collaborazione, poi un interesse sempre più accentuato fino al formarsi della coppia. Il ritrovarsi dopo la rottura vede anche lì molte più sfumature (rancore, diffidenza iniziale, collaborazione forzata, tregua, confronto e confessione) rispetto a “Eat, run, love” dove invece, per quanto coerentemente con la storia portata avanti, abbiamo un Gan Jang perennemente dedito a inseguire Tong (salvo l’averla allontanata nel momento cruciale) e una Tong che pare volere correre più veloce di lui e sfuggirgli quasi all’infinito. Altro aspetto comune ai due drama è l’estrazione sociale diversa dei protagonisti (qui Gan Jang figlio di imprenditori e Tong cresciuta tra i debiti, in L&P Zhu Yun proveniente da una famiglia benestante e Li Xun che può fare affidamento solo su sé stesso)

I PERSONAGGI SECONDARI: Eat, Run, Love propone più pairing secondari rispetto a L&P. Di questi, Xu Chen Xi e Wang YI sono la coppia più interessante. Più che l’amico fidato, è l’amica di infanzia ad avermi piacevolmente stupita: un personaggio la cui rivalità con la protagonista suscita inizialmente una naturale e ben giustificata antipatia, salvo poi cambiare e diventare una fidata spalla per Gan Jang e la LT ma, insospettabilmente, anche per il riunirsi della coppia principale. Gli altri personaggi secondari non particolarmente degni di nota, nemmeno i cattivi. Punto di forza di L&P era ad esempio anche la squadra della Rete Cuore Alato, oltre a un antagonista, Lao Gao, che non era solo un avversario ma anche un ex-amico, con tutto il carico di invidia/gelosia/fiducia/amicizia che comportava.

RECITAZIONE: di alto livello in entrambe. Chen Fei Yu si dimostra ancora una volta un attore davvero performante, soprattutto nei passaggi più seri e drammatici (al sorriso di Gan Jang continuerò sempre a preferire lo sguardo imperscrutabile di Li Xun, sia chiaro). Al di là del ruolo interpretato questo giovane e promettente attore si dimostra davvero elegante, oltre ad avere un timbro di voce particolarmente affascinante. Sabrina Zhuang sempre molto brava, come mi era già capitato di notare in “You are desire”. Per quanto riguarda il resto del cast, quello di L&P lo metterei però su un gradino superiore.

MUSICHE – Su questo fronte si è volato un po’ basso. L’unica che ho notato è la sigla iniziale e, per quanto graziosa e delicata, non è niente di speciale. Una colonna sonora senza infamia e senza lode, come ce ne sono tante, che preferisce la sicurezza della comfort zone. Sicuramente siamo lontani dalle musiche di L&P, dove ne conto diverse davvero molto belle e varie, capaci di promuovere ciascuna la giusta scena, a partire dalla sigla di apertura, che con il suo ritmo e carattere non passa certo in sordina.

STORIA – Simili nella tipologia e nella struttura narrativa, dicevo, ma diverse nei contenuti. Il giovane imprenditore col sogno di ottime scarpe da corsa alla portata di tutti entusiasma solo fino a un certo punto, così come la gavetta di lei nel mondo della finanza per diventare MD. L’intreccio tra vita, percorsi, relazioni e futuro professionale poteva essere studiato meglio (in L&P gli anni dell’università vedono progetti di lavoro comune, anche con quello che poi sarà il principale antagonista). Anche il momento drammatico che porta alla rottura della coppia, in “Eat, run, love” non è così drammatico come nell’altra serie. In generale, l’impressione è quella di non aver saputo o voluto osare, a discapito del coinvolgimento dello spettatore, che è sicuramente inferiore. Come in L&P ho apprezzato l’inserimento di alcuni piccoli dettagli distintivi (le gru di carta, il primo paio di scarpe prodotte, la tisana allo zenzero, la lettura in inglese per conciliare il sonno, il vestito bianco, la canzone citata nel segnalibro, la corsa, ecc.) anche se nell’insieme meno iconici.
INIZIO SPOILER!!! L’ultimo episodio rappresenta un po’ una caduta, sbilanciato nel ritmo (tante scene concentrate a raffica, quando si sono spesi molti episodi precedenti a dilungarsi troppo) e una chiusura davvero un po’ troppo OOC per lui (avevo così apprezzato la sua affermazione nella maratona pre-dichiarazione, dove sottolineava come dovesse essere un momento privato tra due persone, senza pubblico a guardare). E invece si conclude in modo banale e troppo plateale, pazienza. FINE SPOILER!!!

PRODUZIONE – La troupe dietro le quinte è sicuramente valida, dalla regia alla scenografia al montaggio. Il direttore artistico, tra l’altro, è lo stesso di L&P.

GIUDIZIO FINALE
Di sicuro non è una perla rara, ma un buon drama, godibile per chi cerca una classica commedia romantica con qualche elemento drammatico e una recitazione di alto livello. Per i fan di L&P rappresenta una sorta di chicca nostalgica, pur con svariati limiti. Il consiglio per apprezzarle al meglio, per chi è ancora in tempo, è di vedere prima “Eat, run, love” e, solo a seguire, L&P.

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Completed
Impression of Youth
4 people found this review helpful
by Lynnea
Mar 7, 2025
9 of 9 episodes seen
Completed 2
Overall 3.0
Story 3.0
Acting/Cast 3.0
Music 4.5
Rewatch Value 3.0

Un drama che non ha davvero ragione di esistere

Matematicamente parlando, questo drama si colloca nell'intersezione tra l'insieme del "già visto" e quello del "fatto male". In poche parole, una serie che non ha ragione di esistere, se non per soddisfare la smania pruriginosa di qualche fan delle BL fine a sè stesse e il cui unico obiettivo è quello di arrivare alla scena di sesso tra i due.
Di fatto, questo drama è un insulto al mondo delle BL, soprattutto a quei - tanti - titoli che davvero meritano.
La storiella è banalmente ridicola, il mondo sembra popolato dal cromosoma Y (l'unica attrice sembra quasi esserci finita per caso), il fratellino studente è qualcosa di a dir poco fastidioso, l'insegnante-tutor-amante inconsistente come pochi, il fratello maggiore è un altro personaggio che non sa praticamente di nulla e la ciliegina sulla torta è il nuovo vicino vedovo che, persa la moglie al termine di una lunga malattia, non può che diventare il partner perfetto del secondo pairing gay.
Perchè io sia arrivata comunque in fondo ai nove episodi me lo sono chiesta anche più di una volta, probabilmente ogni tanto serve vedere qualcosa di veramente scadente per rivalutare tutto il resto, quasi una sorta di ri-taratura periodica.
Per quanto possa essere stato esiguo il budget, sono comunque stati soldi davvero sprecati. Un po' come il tempo per chi decidesse di guardarlo.

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Completed
Better Days
3 people found this review helpful
by Lynnea
May 18, 2026
Completed 0
Overall 10
Story 10
Acting/Cast 10
Music 10
Rewatch Value 10

Un ritratto spietato del bullismo tra silenzio, disperazione e sopravvivenza

Ci sono film che si guardano, si apprezzano e si archiviano in fretta. Poi ci sono film come “Better Days” : un’esperienza che resta scolpita nella mente per giorni, un pugno allo stomaco che si trasforma in un abbraccio disperato. Definirlo un semplice “drama scolastico” sarebbe riduttivo e fuorviante: si tratta piuttosto di un’indagine spietata sulla natura del bullismo, sulla fragilità della speranza adolescenziale e sulla forza primordiale di un legame che nasce dal fango e dalla solitudine.

La storia segue Chen Nian - interpretata da una straordinaria Zhou Dong Yu - una studentessa modello la cui intera esistenza è votata all’esame di ammissione all’università, considerato l’unica speranza per un futuro migliore. La sua vita scolastica è però un inferno quotidiano: un gruppo di compagne la sottopone a un bullismo feroce, psicologico e fisico, con una crudeltà tanto gratuita quanto agghiacciante. Dall’altra parte della città vive Xiao Bei – portato in scena da un Jackson Yee in uno stato di grazia sorprendente - un ragazzo di strada abituato a risolvere tutto con i pugni, che dorme in una baracca fatiscente e non ha altra prospettiva che la sopravvivenza. L’incontro tra i due sembra destinato a restare uno scontro tra mondi opposti, ma si trasforma immediatamente in qualcosa di molto più complesso: una tregua armata, poi un’alleanza, infine una dipendenza reciproca che rasenta il sacro.

Il vero punto di forza assoluto del film è la comunicazione silenziosa tra i due protagonisti. Zhou Dong Yu e Jackson Yee recitano prevalentemente con lo sguardo. Una ruga sulla fronte, un tremore delle labbra, una lacrima trattenuta: ogni minimo segno diventa un dialogo interiore potentissimo. Quando si guardano, l’intero mondo intorno smette di esistere. Jackson Yee, giovanissimo e all’epoca al suo primo grande ruolo serio, non recita da idol pop: incarna un ragazzo distrutto ma dignitoso, capace di trasmettere una vulnerabilità titanica con un semplice battere di ciglia. Zhou Dong Yu, dal canto suo, offre una prova fisica e psicologica di rara intensità, specialmente nelle sequenze di umiliazione pubblica, dove il suo corpo sembra piegarsi ma mai spezzarsi del tutto.

La regia alterna una crudezza quasi documentaristica a momenti di una bellezza lirica straziante. Le scene di violenza sono girate con una vicinanza sporca e claustrofobica: la macchina da presa non si sottrae mai all’aggressione, costringendo lo spettatore a sostenere lo sguardo su ogni schiaffo, ogni strappo di vestiti, ogni risata sadica. Non c’è compiacimento, ma nemmeno pietismo. Si tratta di una scelta etica prima ancora che estetica: mostrare fino in fondo la brutalità del bullismo per non lasciare alcuno spazio alla neutralità. In netto contrasto, i momenti tra i due protagonisti – sulla moto sgangherata o nella baracca illuminata da una luce calda – sono impregnati di una tenerezza sospesa, quasi onirica, che rappresenta l’unico rifugio possibile in un mondo ostile.
La sceneggiatura è notevole anche per come rifiuta ogni facile manicheismo. I bulli non sono mostri caricaturali, ma ragazze che agiscono all’interno di un sistema che legittima la sopraffazione. E la vera antagonista del film è infatti l’indifferenza strutturale: quella degli insegnanti che voltano lo sguardo, quella della polizia che arriva sempre troppo tardi, quella di una società che misura il valore di una persona solo in base ai risultati scolastici. La madre di Chen Nian, venditrice truffata e costantemente assente, non è un personaggio malvagio: è semplicemente una donna sopraffatta dalla sopravvivenza, che rappresenta l’assenza non per crudeltà ma per impotenza.

Nella seconda metà, quando la vicenda precipita in un evento tragico, il film si trasforma in un thriller morale teso e angosciante. La lunga sequenza dell’interrogatorio, in cui i due ragazzi vengono separati e ripetono all’infinito la stessa identica versione dei fatti, è un capolavoro assoluto di montaggio e recitazione. In quel momento, senza alcuno scambio di parole, emerge con chiarezza assoluta che il loro legame è diventato indistruttibile, quasi sacro. Hanno scelto di portare il peso l’uno dell’altra, perché prima di incontrarsi nessuno aveva mai dato loro una ragione per continuare a lottare.
Rispetto ai bulli, il film accenna solo brevemente alle loro motivazioni personali, lasciando in ombra le dinamiche familiari o sociali che potrebbero averle generate. Tuttavia, questa scelta appare perfettamente funzionale al punto di vista adottato: la narrazione resta saldamente ancorata allo sguardo delle vittime, e mostrare il retroterra delle aguzzine rischierebbe di umanizzarle in modo indesiderato o di distrarre dall’urgenza del dolore raccontato.
Il finale – e non rivelo volutamente nulla perché rovinerebbe davvero l’intera visione - rappresenta un altro tratto di coraggio della regia: non si tratta del lieto fine riparatorio tipico della narrazione hollywoodiana, ma di una conquista faticosa, imperfetta e profondamente vera. La speranza non viene donata: viene strappata a denti stretti dal silenzio e dalla memoria. E proprio questa ambiguità – non sapere del tutto se la felicità sarà duratura, ma riconoscerla come possibile – rende l’intera esperienza ancora più preziosa.

In conclusione, “Better Days” è un vero e proprio capolavoro, uno dei migliori film asiatici che abbia mai visto. La recitazione, la regia, la fotografia e l’uso calibratissimo del silenzio convergono in un film che non si limita a denunciare il bullismo, ma ne esplora le conseguenze psicologiche, legali e morali con una profondità raramente raggiunta dal cinema contemporaneo. È un’opera dolorosa, a tratti quasi insostenibile, ma assolutamente necessaria. Va vista almeno una volta, e probabilmente tornerà in mente per molto, molto tempo. Non è un film per chi cerca leggerezza, ma per chi non ha paura di guardare in faccia il peggio dell’adolescenza per trovarvi anche il meglio di cui due esseri umani siano capaci.

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Completed
Night in Paradise
3 people found this review helpful
by Lynnea
Apr 20, 2026
Completed 0
Overall 8.0
Story 8.0
Acting/Cast 8.5
Music 7.5
Rewatch Value 7.5

Quando la morte bussa alla porta

“Sei un uomo già morto che cammina”: questa frase emblematica, rivolta dalla giovane Jae Yun al protagonista, suona non tanto come una sentenza ma più come un riconoscimento. E descrive perfettamente il nocciolo dell’intera pellicola. Perché in questo film, ambientato tra i vicoli sanguinanti di Seoul e le coste spettrali di Jeju, tutti i personaggi principali sembrano già appartenere all’aldilà. Sono fantasmi che si muovono per inerzia, spinti solo da un ultimo, disperato istinto, che sia la vendetta o l’attesa della fine.
Il film si apre con una perdita devastante.: Tae-goo, un sicario al soldo della malavita, vede la sorella e la nipotina morire in un incidente stradale che sa di regolamento di conti. La sua reazione è gelida e lucida, di una precisione chirurgica: uccide i responsabili e si dà alla fuga verso l’isola di Jeju, su ordine del suo stesso boss. Qui, in un paesaggio di campi innevati e acque grigie, incrocia Jae Yun, una giovane donna misteriosa e gravemente malata, che vive in attesa della morte con un cinismo disarmante e una passione inaspettata per le armi da fuoco.
La forza del film non sta tanto nella sua trama, che è volutamente scarna e altamente prevedibile: non è il “cosa” a contare, ma il “come”. La regia trasforma ogni silenzio in una lama, ogni sguardo in un conto alla rovescia. Le scene d’azione sono brutali, realistiche al punto da risultare sgradevoli, ma mai gratuite: ogni sparo è un punto di non ritorno. La fotografia, che alterna i colori spenti e lividi della metropoli alla fredda bellezza pastorale di Jeju, crea un contrasto straniante, come se l’inferno e il paradiso fossero solo due lati della stessa medaglia.
Il rapporto tra i due protagonisti diventa il vero cuore pulsante della vicenda. Non è amore romantico, bensì qualcosa di più raro e doloroso: un’intesa tra naufraghi. Lui ha perso la ragione di vivere. Lei ha perso la speranza di un futuro. Si osservano, si studiano, si sfiorano a malapena, ma nel loro muto sostegno reciproco trovano una ragione per arrivare fino all’ultima scena. Siamo oltre il romanticismo, oltre i grandi principi, oltre qualsiasi barlume di speranza. Non c’è volutamente alcun appiglio al quale aggrapparsi.

Rispetto al cast, il protagonista – Uhm Tae Goo – non mi ha convinta completamente: ha fatto il suo ma non è stato in grado di dominare la scena, di essere davvero incisivo. Il tono di voce esageratamente basso e rauco risulta spesso fastidioso e in alcuni passaggi la caratterizzazione del personaggio ha un po’ vacillato. Al contrario, Jeon Yeo Bin, ruba la scena ogni volta che appare: la giovane donna da lei interpretata è un pugno nello stomaco, capace di passare dalla battuta sarcastica alla disperazione più lucida in un secondo. È lei a dare al film quel sotto testo di assurdo e di grazia che lo eleva dal semplice "revenge movie". Conosciuta nei panni della protagonista un po’ sopra le righe in “Vincenzo”, quest’attrice si sta dimostrando davvero portata anche per le storie più tragiche, come in questo film o nel drama “Our movie”. Altra figura determinante è il Direttore Ma - interpretato da Cha Seung Won, il mitico Woo Ma Wang di “A Korean Odyssey” per intenderci – qui boss arrogante e spietato della gang rivale, che si caratterizza per la sua particolare attenzione all’etichetta criminale e diventa di fatto l’antagonista principale a Park Tae Goo. Lo vediamo si e no in tre scene, ma è capace - come sempre - di fare la differenza.

Non mancano tuttavia i difetti: la seconda parte riserva un’eccessiva lentezza e qualche cliché - il boss traditore piuttosto che il sicario dal cuore d’oro – forse non così necessari. Per chi cerca un’azione serrata e coreografica, bene che le aspettative vengano subito ridimensionate: qui le pallottole volano, ma il ritmo è quello lento e inesorabile di un lamento funebre.

In conclusione non è un film per tutti. È crudo, malinconico, a tratti quasi insopportabilmente triste. Ma allo stesso tempo lo definirei un’opera di una bellezza cupa e ipnotica. Non racconta la redenzione, ma la possibilità di trovare un’anima gemella anche nell’abisso. E forse, in un mondo di gangster senza nome, condividere l’ultimo istante prima della tempesta è l’unico, vero atto d’amore possibile. Un piccolo, grande film che merita di essere scoperto.

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Completed
Made in Korea
3 people found this review helpful
by Lynnea
Apr 19, 2026
6 of 6 episodes seen
Completed 0
Overall 8.5
Story 8.0
Acting/Cast 9.5
Music 8.5
Rewatch Value 8.0

Stile impeccabile, cast memorabile, sceneggiatura che necessita del rinforzo del sequel

“Made in Korea” cattura lo spettatore fin da subito con un inizio ad effetto, un dirottamento aereo girato come un film d’azione hollywoodiano, per poi trasformarsi in un thriller politico ambientato nella Corea del Sud degli anni ’70. Non lo definirei un capolavoro assoluto, ma nemmeno un’occasione sprecata, piuttosto una curiosa e apprezzabile via di mezzo che alterna luci abbaglianti e ombre profonde.
Punti di forza indiscussi della serie sono la componente visiva-tecnica e il cast. Rispetto alla prima, la fotografia è curatissima, capace di restituire l’atmosfera opprimente e sporca della dittatura militare di Park Chung Hee. Saltano agli occhi gli ambienti trascurati e deprimenti, dai luoghi di lavoro alle abitazioni private fino alle riprese girate per strada. Le location, i costumi, le luci e la colonna sonora strumentale costruiscono un mondo particolarmente affascinante, dove ogni inquadratura è studiata nel dettaglio. Una particolare menzione va alla scena finale, uno spaccato in bianco e nero di notevole impatto, visivo ed emotivo. E’ una vera e propria chiusura in bellezza, che cala il sipario elegantemente e con la tacita promessa di sollevarlo di nuovo (la serie prevede infatti un sequel).
Per quanto riguarda il cast, ci si è davvero superati: da una parte uno splendido Hyun Bin, di ritorno ai drama dopo ben sette anni dal suo ultimo lavoro – “Crash landing on you” – che lo ha consacrato a livello internazionale. Attore più noto per ruoli romantici ed eroici, qui si trasforma in un villain multi sfaccettato, un narcotrafficante senza scrupoli, freddo e calcolatore, che perdipiù lavora per i servizi segreti coreani. Il ritratto che offre è altamente caratterizzante: l’espressione trattenuta, una sigaretta accesa con lentezza, un sorriso che non arriva mai agli occhi. Al suo fianco, Jung Woo Sung è il contraltare perfetto: attore per me nuovo e principalmente dedito a film piuttosto che a serie tv, riesce a dare vita a un personaggio davvero unico e credibile: il suo procuratore Jang Geon Yeong è un tornado caotico, genuino e quasi comico in certi frangenti – la sua risata, così compiaciuta ed eccessiva, ne è un esempio - ma con una determinazione incrollabile. La loro dinamica è di fatto il vero motore della serie.
Accanto a loro, l’apparizione un po’ fugace di Woo Do Hwan nei panni del fratello di Baek Gi Tae – che conto però riesca a ritagliarsi maggiore spazio nel sequel – e soprattutto Jung Sung II, attore che ho già visto e apprezzato in “The Glory” e che, ancora una volta, interpreta un personaggio intrigante ed ermetico, capace di emanare un’aura di potente sicurezza e di mettere anche un po’ di soggezione. Molto buona anche la prova di Seo Eun Soo nel ruolo dell’ispettrice Oh, mentre Won Ji An veste un po’ a fatica i panni della figlia adottiva della Yakuza, la mafia giapponese.
Meno solida è invece la struttura narrativa. Il drama conta in tutto sei episodi: troppi per essere un film, troppo pochi per sviluppare adeguatamente l’intricato groviglio di personaggi e sottotrame che introduce. L’effetto, in alcuni tratti, è quello di una sinossi illustrata: si salta dal Vietnam al Giappone in dieci minuti, la yakuza viene prima citata e poi introdotta, ma resta l’impressione di non averla mai inquadrata veramente; vi è un accenno a un passato nella guerra del Vietnam che resta quasi uno sfondo decorativo, salvo poi cercare di acquisire un senso verso la fine. Le relazioni – in primis quelle tra i fratelli Baek – sono solo abbozzate e appaiono più come delle premesse che quali legami vissuti.
Questa compressione genera, di fatto, uno strano paradosso: la serie è allo stesso tempo troppo lenta e troppo veloce. Troppo lenta quando si perde in dialoghi tra uomini di potere – si arriva fino ai vertici della Casa Blu – tra mosse e contromosse, doppio giochi che diventano tripli, se non quadrupli o quintupli. Troppo veloce quando, per arrivare alla fine, si risolvono conflitti complessi con un colpo di scena o un’azione violenta, senza dare il tempo allo spettatore di elaborare il tutto. Vuole essere al contempo un thriller serrato e un drama politico profondo, ma alla fine non è pienamente né l’una né l’altra cosa.
Un altro nodo critico sono le figure femminili, davvero sotto tono. Siamo nella Corea degli anni ’70, un contesto patriarcale, e la serie non fa nulla per scalfire questo scenario. Le attrici sono relegate a ruoli di contorno: la spalla comica, la donna isterica, la pedina da proteggere o da usare. Fa eccezione il personaggio di Ikeda/Choi Yu Ji, una donna fredda e ambiziosa, ma la sua presenza è limitata e non del tutto convincente.
Eppure, nonostante tutto, Made in Korea è comunque un drama che si lascia ampiamente apprezzare e che mi sento di consigliare, in primis per la scelta insolita e a suo modo rischiosa: in un panorama ormai saturo di romance e fantasy, un thriller politico cupo, senza il prevedibile lieto fine e con un protagonista malvagio è paragonabile a una boccata d’aria fresca. Inoltre, la seconda stagione potrebbe compensare le pecche sopracitate, dando più spazio ai personaggi secondari e riprendendo le sottotrame lasciate in sospeso. Sicuramente, ad oggi e senza quindi una seconda stagione, “Made in Korea” appare come un drama imperfetto, per quanto affascinante. Il classico prodotto “di prestigio” che pecca di un po’ di presunzione, dove l’estetica e l’alto livello del cast non annullano i difetti della sceneggiatura. Le sei ore passate davanti allo schermo non sono però un peso, soprattutto grazie alle interpretazioni di Hyun Bin e Jung Woo Sung, ma alla fine si resta con la sensazione di aver assistito a una grande prova di stile più che a una grande storia. Per quest’ultima, a quanto pare, sarà imprescindibile attendere la seconda stagione.

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Completed
Turbulent Love
3 people found this review helpful
by Lynnea
Apr 3, 2026
20 of 20 episodes seen
Completed 2
Overall 4.5
Story 4.0
Acting/Cast 6.5
Music 5.0
Rewatch Value 3.0
This review may contain spoilers

Romance a senso unico, un'infinità di menzogne e un finale che non sa di redenzione

Questo drama si è rivelato, purtroppo, un misto di frustrazione e delusione. Unica – o quasi – nota positiva: il protagonista maschile, interpretato da Fan Zhi Xin, aveva un buon potenziale. Del resto l’attore è esteticamente interessante (tra l’altro in realtà è più giovane di quanto in alcuni drama sembri), oltre che carismatico, magnetico e particolarmente adatto a interpretare il “cattivo ragazzo” dall’animo complesso, l’antieroe per cui vale la pena soffrire. Di contro è anche l’unica caratterizzazione comune un po’ a tutti i protagonisti da lui interpretati, quindi sul fronte della versatilità potrebbe non essere particolarmente talentuoso. Se però ci soffermiamo sulla serie in questione, allora possiamo dire che la figura del delinquente o l’assassino dal cuore nascosto, una maschera dura che cela una fragilità interiore, può dirsi senz’altro riuscita.
Considerazione quasi opposta quella sulla controparte femminile, Hao Yu. Descritta come una spia infiltrata in cerca di giustizia, si rivela invece un personaggio amorfo, privo di spessore e, oserei dire, di intelligenza emotiva. La sua missione è vendicare il padrino, e per farlo è disposta a tutto, ma il suo metodo è esasperante: passa l’intera durata del drama a fare la spia in modo così maldestro che persino un bambino se ne accorgerebbe. Il tutto senza mostrare la minima evoluzione del suo personaggio. Nonostante lui le dimostri in mille modi la sua devozione – venendo pestato, frustato, strisciando sulle ginocchia tra i vetri rotti per salvarla – lei continua a mentirgli, a tradirlo e a dubitare, nascondendosi dietro una presunta rettitudine morale. Questo fa sì che non la si possa definire in tutto e per tutto una vittima, se non addirittura un’eroina. Ha il suo obiettivo di vendetta, che persegue atteggiandosi da paladina della giustizia ma di fatto comportandosi spesso in modo meschino, diventando simile in alcuni tratti – tranne che nell’omicidio – a coloro che tanto guarda dall’alto verso il basso.
Il loro romance, di conseguenza, è sembra non trasformarsi mai in un sentimento sincero. Da parte di lei c’è qualche titubanza, ma perlopiù suona solo come mero sfruttamento. Lei lo usa come strumento per i suoi fini, e lo farà fino all’ultimo, senza mai ricambiare realmente la sua dedizione. Lui, dal canto suo, ogni volta fa finta di crederle, ma tiene gli occhi aperti, creando un circolo vizioso di menzogne e manipolazioni che stanca dopo i primi episodi. Questo squilibrio rende l’intera relazione tossica e, per giunta, noiosa. Quando poi lui, per amore o per frustrazione, si impone, il suo comportamento non appare passionale, bensì prevaricante e aggressivo, perché manca qualsiasi base di fiducia reciproca su cui poggiare la tensione romantica.
E poi c’è il finale, deludentissimo. Non che mi aspettassi un lieto fine, attenzione. Ma se l’idea era quella di una redenzione che passa attraverso l’amore non corrisposto e il sacrificio estremo, allora l’intera impostazione del drama doveva essere diversa. Invece, ci viene servita una conclusione malinconica e raffazzonata, dove lui muore per salvarla (ovviamente) e lei solo dopo, leggendo una lettera, capisce quanto l’amasse. Troppo poco, troppo tardi. La redenzione non sta nell’atto finale, ma nel percorso, e qui il percorso è stato un deserto di incomprensioni e cattiva scrittura.
In sintesi, “Invisible Love” è una triste occasione sprecata. Non basta certo la buona prova recitativa dell’attore principale per tenere in piedi un intero castello di carte. Piuttosto, per chi fosse curioso, suggerirei di optare per qualche suo altro titolo meglio riuscito e salterei a piedi pari questo.

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Completed
To the Wonder
3 people found this review helpful
by Lynnea
Feb 12, 2026
8 of 8 episodes seen
Completed 0
Overall 9.0
Story 9.0
Acting/Cast 9.5
Music 8.5
Rewatch Value 9.0

Un drama che non si guarda, ma che si respira.

“To the Wonder” è un’esperienza visiva e sensoriale che va oltre la semplice narrazione. Ambientato nella prefettura cinese dell’Altai, tra le verdi steppe e le montagne innevate dello Xinjiang, questo piccolo gioiello incanta non tanto per colpi di scena mozzafiato, quanto per la sua straordinaria capacità di raccontare l’anima di un luogo e delle persone che lo abitano.
C’è una frase che resta a mio avviso particolarmente impressa e che coglie l'essenza intima del drama: “Se nessuno usa l’erba, lei è comunque felice di esistere nel prato. È libera, no?”. In soli otto episodi - che sono perfetti come durata - questa serie non racconta solo la storia di Li Wen Xiu, una giovane aspirante scrittrice che si trasferisce nella remota regione dell’Altai, nello Xinjiang. Racconta anche e soprattutto il diritto delle cose – e delle persone – di esistere senza dover essere utili a qualcuno.
Ambientato oltre vent’anni fa, “My Aletai” - titolo originale che trovo più intimo e vero - è un adattamento dei saggi di Li Juan. E si sente: non c’è la struttura rigida del drama televisivo costruito a tavolino, ma il fluire lento e naturale della vita di un villaggio kazako. Qui le stagioni comandano, le greggi si spostano verso i pascoli estivi, e la modernità è un’ombra lontana che pure si allunga già sulle tende di feltro.
La forza della serie è tutta nella sua autenticità. Gli attori locali, i volti veri dei pastori, le parole in kazako pronunciate con accento sincero: tutto concorre a creare un’opera che sembra più un documentario poetico che un drama. E poi c’è lui, Yu Shi, e il suo notevole cimentarsi nell'imparare a memoria i dialoghi in una lingua che non è la sua e a montare a cavallo senza controfigure.
La regia propende per un tono misurato, mai didascalico. L’umorismo c’è, ma non tradisce mai la fatica di una vita in cui il lusso più grande è dormire in un letto asciutto. E così, tra una festa nuziale e una trattativa di matrimonio, tra il sapone medicato fatto col grasso di pecora e i predatori di giada che arrivano da fuori, ci si accorge che non stiamo guardando una storia: ci stiamo vivendo dentro.
La coppia principale – Wen Xiu e Batay – è quasi un pretesto. Il vero amore qui è per la comunità, per il pascolo che torna verde ogni estate, per il gesto antico di spostarsi con le bestie. I conflitti generazionali esistono, certo: i giovani guardano altrove, gli anziani stringono i denti. Ma non c’è giudizio, solo sguardi che cercano di capire.
E poi c’è il paesaggio. Non si contano gli screenshot, le inquadrature che sembrano dipinti. L’Altai non è solo uno sfondo: è un personaggio, silenzioso e potente, che tutto contiene e tutto perdona.

In conclusione, un vero e insolito gioiello. Non è però un drama per chi cerca colpi di scena o idol patinati. È per chi ha voglia di fermarsi, di ascoltare il fruscio del fiume, di capire il vero significato del concetto di libertà. È piccolo, ed è immenso. Come la prateria.

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Completed
A Dream within a Dream
3 people found this review helpful
by Lynnea
Jan 16, 2026
40 of 40 episodes seen
Completed 1
Overall 5.5
Story 4.0
Acting/Cast 7.5
Music 5.5
Rewatch Value 4.0

Storia troppo allungata e contenuti troppo carenti: un binomio che non funziona

Cdrama storico-fantasy che rispolvera la storia - già vista più volte - di una protagonista che si ritrova catapultata nella vicenda narrata da un romanzo/sceneggiatura di un film che in qualche modo ha a che vedere con il suo ambito professionale nel mondo moderno.
Niente di nuovo, dunque, ma non si disdegna mai un buon remake. Sottolineo, non a caso, il "buon".
Zero spunti originali, bensì tutti cliché già sperimentati all'infinito e qui riproposti anche ripetutamente. L'impressione di ascoltare un disco rotto è emersa - ahimè - probabilmente già nel corso del primo episodio: il rivedere infinite volte la stessa scena in cui la protagonista cerca di modificare il corso degli eventi, salvo poi perire in modo sciocco dopo aver superato ancora una volta quello che doveva essere l'ultimo ostacolo, si ripropone così tante volte da risultare stancante, certo mai divertente. Ripetuto tre volte, il concetto lo hanno afferrato anche i muri, non c'è davvero bisogno di continuare oltre.
Date le premesse mi chiedo anche io cosa mi abbia spinta a non abbandonarlo ma, anzi, a proseguire - con sofferenza - fino all'ultimo episodio (la velocità doppia in alcuni momenti è stata una questione di mera sopravvivenza).
Il tema del copione secondo il quale deve/dovrebbe scriversi la storia è portato avanti nel peggiore dei modi: i movimenti contrastati e forzati dalla sceneggiatura piuttosto che i continui riferimenti e le congetture/paranoie mentali di lei lo fanno diventare un elemento dalla connotazione un po' grottesca: non è divertente, non fa ridere, è soltanto fastidioso, al pari di un sassolino nella scarpa che proprio non si riesce a ignorare e che impedisce di godersi una bella passeggiata nella storia narrata.

Il romance promesso in anteprima sembra dileguarsi, non si può nemmeno parlare di love story a lenta evoluzione. C'è un lui, una lei, ma sembra che la sceneggiatura - quella finta o quella vera - non sappia davvero che farsene, dei due. Un po' come dare uno strumento musicale in mano a qualcuno che non ha la minima idea di come suonarlo.

Doveva essere un drama brillante e divertente, e non lo è stato; doveva esserci un romance coinvolgente, e non l'ho trovato; E il fantasy-epico che doveva catturare l'interesse e non lasciarlo più? Soporifero.

Al di là dei contenuti, davvero un po' scarsini, l'idea con la quale vengono proposti e portati avanti ricorre spesso a scene un po' assurde, dove certe azioni, reazioni o uscite proprio non ci stanno: non fanno ridere, non emozionano, non seguono alcuna logica. Lasciano solo una perplessità sulla quale, a un certo punto, passa anche la voglia di investigare.

Personaggi - mi riferisco ai principali, il resto è mero contorno - dalla caratterizzazione piuttosto discutibile: lui viene tratteggiato in un modo all'inizio e poi snaturato nel corso della serie fino a finire tristemente in OOC e appiattirsi al pari di uno zerbino. Lei mantiene un po' di spina dorsale, ma annoia a dismisura lo spettatore con continui sabotaggi della storia dovuti alla sua conoscenza del copione, che però falliscono immancabilmente. Non c'è la minima evoluzione del personaggio e i dialoghi basic e, nel caso di lei, a volte un po' naïf, certo non aiutano ad arricchire le due figure.

Passando al cast, buona ma non eccelsa la prova di Li Yi Tong nelle vesti della protagonista femminile: una recitazione simpatica e di carattere, la sua, ma che sembra a tratti anche incompleta. Quanto a Liu Yu Ning il discorso è diverso: ci sono attori che, a pelle, poco convincono. Per me lui è uno di questi. Gli riconosco senza dubbio del talento e capacità espressiva... Ma, ciò nonostante, continua comunque a non piacermi particolarmente, tant'è che avrei preferito piuttosto molti altri attori nei panni del ML. Gusto del tutto personale, va precisato.

Capitolo OST: nessuna canzone di particolare rilievo. In compenso l'Aria sulla Quarta Corda di Bach che si sente a un certo punto mi ha fatto pensare di essere finita non nella sceneggiatura del film - come accade alla protagonista - ma direttamente in una puntata di SuperQuark (di cui era la sigla).

Tirando le somme, mi sfugge il senso di proporre oggi un drama di questo genere, senza nulla di nuovo e dove il tanto già visto è qualitativamente discutibile. Tranquillamente evitabile.

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Completed
The Legend of Shen Li
3 people found this review helpful
by Lynnea
Jan 4, 2026
39 of 39 episodes seen
Completed 0
Overall 7.0
Story 6.0
Acting/Cast 8.0
Music 8.5
Rewatch Value 5.5
This review may contain spoilers

Ottimo inizio, ma poi l'originalità lascia il posto al già visto (e fatto meglio altrove)

Partenza un po' ingannevole, già che l'ottima impressione mi ha portata a supporre di avere tra le mani una perla rara: l'avvio è perfetto, l'unica nota stonata è stata la scelta dell'attrice protagonista, che ho trovato poco espressiva dall'inizio alla fine, ma a parte questo tutto il resto sembrava puntare a qualcosa di originale, diverso dal solito. Ho adorato la piccola fenice, l'incontro nel regno mortale e, soprattutto, la caratterizzazione del protagonista, che tratteggia l'esatto opposto del belloccio di turno tutto forza, coraggio, potere e agilità da vendere. Il "malaticcio" - così lo chiama lei - è un uomo maturo, di una bellezza imperfetta, estremamente cagionevole e dall'atteggiamento mite. Tutto farebbe pensare a una figura debole e remissiva, ma al contrario sembra emanare un'aura di sicurezza e consapevolezza tali da renderlo di fatto "intoccabile", quasi fosse nella sua essenza superiore a tutto e a tutti. Non il solito aitante giovane con zero autocontrollo che si infiamma non appena qualcuno torce un capello alla fanciulla di turno. Xing Yun va ben oltre queste bazzecole, forte di un autocontrollo di fatto invidiabile. Più istintiva è invece Shen Li, guerriera agile e potente (ancora una volta una donna generale, figura spesso promessa e mai mantenuta in svariati drama trasmessi di recente... Qui, forse, abbiamo quanto meno la versione più credibile tra tutte).
I primi sei episodi sono splendidi, mostrano qualcosa di nuovo, piace la suddetta caratterizzazione a ruoli invertiti tra i due, e bella è anche la loro interazione, dove l'atteggiamento serafico e composto di lui, che sembra impossibile da scalfire, e l'indole vivace e impulsiva di lei creano un'interazione spesso ironica e divertente.
Poi si arriva al settimo episodio, e lì tutto precipita. Ci spostiamo nel regno demoniaco, ma l'insieme degli eventi e delle situazioni appare piuttosto confuso, quasi fossero mancati dei passaggi. Cambia il tenore della storia, il salto sembra davvero troppo brusco. Il background si amplia, ma personalmente la curiosità ha iniziato a scemare. Poi torna in scena lui, nelle sue vere vesti, che danno un senso tra l'altro alla sua caratterizzazione particolare nel regno mortale, e... Non affascina più come all'inizio. Sembra un contro senso ma perde davvero fascino, oltre a non mostrare la minima evoluzione. La scelta di fingere di non essere lo stesso, con lei che un po' ci crede e un po' no, sembra avere l'unico obiettivo di riempire una buona manciata di episodi. Quanto alla trama, tutto ciò che mi era sembrano un iniziale spunto originale naufraga di fronte a tematiche già viste e riviste, riproposte puntualmente come in mille altre serie dello stesso genere... Non nascondo la delusione e la spiacevole sensazione associata. Non ho nemmeno potuto concentrarmi sul solo romance - che se fatto bene sarebbe più che bastato a consolarmi - perchè la curiosa interazione che si era generata tra i due nel regno mortale si evolve lentamente - ma molto lentamente - in qualcosa di assolutamente tiepido e per nulla coinvolgente, dove la chimica di coppia appare quasi inesistente.
Si risolleva giusto in coda, negli ultimi episodi, regalando un apprezzabile lieto fine e, soprattutto, un episodio che definirei quasi un "extra", dedicato a riunire un'altra coppia ma che permette di scrutare i due protagonisti nella versione "felici e contenti". Una scelta singolare che varrebbe la pena valutare più spesso, già che molte volte gli epiloghi sono un po' affrettati e lo spettatore , deluso dalla conclusione ma affezionato ai personaggi principali, sogna ad occhi aperti una seconda stagione che puntualmente non arriva e che - a conti fatti - non avrebbe ragione di esistere in quanto la storia si è comunque conclusa. Ecco quindi che una soluzione del genere potrebbe essere una giusta via di mezzo in grado di accontentare tutti quanti.

Detto questo, la durata complessiva è - come nella maggior parte dei drama cinesi - davvero eccessiva. Bene i primi sei episodi, avrei condensato tutta la parte meno riuscita in altri dieci episodi al massimo, e ricollegato poi quelli finali. Un taglia e cuci che avrebbe ridotto della metà il numero di episodi ma, con tutta probabilità, a suo vantaggio.

Nonostante una sceneggiatura non particolarmente azzeccata e uno sviluppo prolisso, il drama presenta però anche aspetti positivi: OST di alto livello, effetti speciali anche (qualitativamente indiscutibili, ma forse ne avrei limitato un po' l'uso massiccio nel regno demoniaco/immortale).
A livello di recitazione, ho apprezzato la maggior parte degli attori, con una nota di demerito per l'espressività della protagonista e al contrario una nota di merito per Geng Xin, che ha saputo regalare un ritratto spettacolare del ML soprattutto nella prima parte, finendo poi ingessato in una sceneggiatura che, dal di là delle doti recitative, non promuoveva certo l'evoluzione e lo sviluppo del personaggio.

A conti fatti lo trovo un drama nel quale ci si è giocati proprio male l'ottimo potenziale, indi per cui se devo valutarne il solo risultato concreto personalmente mi sembra sia stato un bel po' sovrastimato. Non ne sconsiglio la visione, ma tra la parte che merita e quella che lascia a desiderare, l'ago della bilancia pende di un poco verso quest'ultima.

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Completed
Cashero
3 people found this review helpful
by Lynnea
Dec 28, 2025
8 of 8 episodes seen
Completed 0
Overall 7.0
Story 6.0
Acting/Cast 9.0
Music 7.5
Rewatch Value 6.0
This review may contain spoilers

Rapido ma impreciso ritratto di un curioso eroe squattrinato

Cashero è quel drama che suscita curiosità nonostante i numerosi difetti, ma che si continua a guardare fino alla fine accettando la presenza di svariati aspetti migliorabili.

LA DURATA:
Breve, gli otto episodi – la metà dei canonici coreani – lo rendono una visione rapida, con un investimento di tempo sufficientemente contenuto e, di conseguenza, una maggiore clemenza rispetto ai difetti.
Se da una parte non si rischiano le criticità dei drama eccessivamente prolissi, dall’altra si è andati forse un po’ troppo al risparmio in termine di minuti, ed è mancato lo spazio per fare la giusta e necessaria chiarezza su svariati aspetti. Se otto episodi era la misura perfetta per serie come “The trauma code”, qui il tipo di storia che si voleva sviluppare avrebbe necessitato di qualche episodio in più… Dodici sarebbero stati a mio avviso quelli giusti.

LA STORIA:
Non c’è una vera e propria storia… Di fatto questa coincide con la figura del protagonista. Kang Sang Woong è un giovane impiegato dalla vita ordinaria, che convive con la fidanzata storica e con la quale cerca faticosamente di mettere da parte i risparmi necessari a comprare finalmente casa.
Il padre verso il quale non ha la minima stima trasferirà a lui un superpotere in modo improvviso e bizzarro, per cui si ritroverà dall’oggi al domani in una situazione più disperata che fantastica, già che l’utilizzo delle nuove abilità acquisite comporta il dover depauperare le proprie risorse economiche.
Proprio il tema del denaro è un po’ il perno centrale della storia: Sang Woong che cresce in una famiglia perennemente in difficoltà a causa di un padre incapace di salvaguardare i risparmi, la fidanzata storica ossessionata dal denaro e che di lavoro fa la contabile. Cashero aggiunge poi il dilemma per eccellenza: un supereroe che per fare del bene si deve ridurre sul lastrico. Forza sovrumana e capacità curative diventano incredibilmente “costose”, ma ancor più difficile diventa scegliere di non intervenire nelle questioni non strettamente personali, salvaguardando però così la situazione ordinaria della propria vita personale. Più una condanna che una fortuna, insomma.

La trama ha il pregio di approcciare le diverse situazioni sfruttando modalità variegate, per cui ai passaggi più drammatici si alternano momenti ironici e bizzarri, scene più riflessive stemperate da momenti di pura azione, oltre a brevi spiragli di simpatica levità (ad esempio quando la fidanzata che gli passa la banconota per testare l’aumento della sua forza anche in camera da letto). Nonostante ciò, il drama palesa una scarsa chiarezza narrativa che porta questi diversi tipi di approccio a susseguirsi bruscamente, senza una lineare continuità necessaria a rendere il tutto scorrevole e coerente.


IL CAST
Partendo dal protagonista, Lee Jun Ho si rivela una scelta più che azzeccata: attore carismatico ed espressivo, reduce da un’altra prova meritevole (Thyphoon family) e che vanta in generale diverse intepretazioni degne di nota negli ultimi anni (King the land, Chief Kim, Dress sleeved red, Just between lovers). La sua è una recitazione grintosa, di carattere, che trova ad esempio un perfetto riscontro nelle inquadrature finali di alcuni episodi, dove riesce a conferire il giusto grado di incisività e verve alla scena. Oltre a lui, da segnalare sicuramente la prova di Kim Byung Chul, attore particolare capace di farsi apprezzare in ruoli diversi e il cui talento avevo già avuto modo di conoscere in “Doctor prisoner”. Ho ritrovato con piacere altre vecchie conoscenze, quali Jang Hyun Sung (il detective) e Kim Won Hae (l’anziano che vede il futuro), attori da anni dediti a interpretare magistralmente figure secondarie di drama celebri e ben fatti. Tutti attori, quelli citati, le cui carriere si erano già incrociate sui set di “Chief kim” e “Doctor prisoner” (all’appello credo manchi solo Namgoong Min, protagonista di entrambe le serie citate, ma che qui comprendo non avrebbe avuto senso… Anche perché la sua presenza avrebbe oscurato il protagonista, e non era certo il caso). Si fa nuovamente notare, in senso positivo, Lee Chae Min (Cho Nathan), che quest’anno ha attirato l’attenzione di molti grazie alla splendida prova in “Bon appetit, your Majesty”. Tra l’altro l’attrice che qui interpreta la sorella, nell’altro drama ricopriva il ruolo della sua concubina: di nuovo un ruolo da “cattiva” e di nuovo un buco nell’acqua, già che ne risulta ancora una volta un personaggi fiacco. Simpatica la ragazza col potere della telecinesi, mentre la fidanzata del nostro eroe davvero anonima: il romance non era il tema predominante ma più che altro un elemento di contorno, per cui la sua presenza è stata tutto sommato senza infamia e senza lode… Così come lo sarebbe stata quella di tante altre attrici non particolarmente brillanti.

OST
Non fenomenali ma adeguate al tipo di drama. Carine, in certi passaggi si fanno particolarmente notare, ma non sono quei brani che ti rimangono in testa anche a visione conclusa.


MARGINI DI MIGLIORAMENTO
- La figura del padre, introdotta e spiegata veramente male e in modo incoerente: non c’è un grande rapporto padre-figlio ma nemmeno del risentimento, per cui risulta abbastanza incomprensibile il fatto che trasmetta di punto in bianco il potere al giovane, stravolgendogli la vita e senza nemmeno degnarlo di spiegazioni non solo dovute ma anche necessarie per la sua incolumità. Un potere talmente ambito per cui Sang Woong entrerà fin da subito nel mirino dell’alleanza mondana, mentre al contrario il padre era stato lasciato tranquillamente in pace per anni. Qualcosa non torna, maialino-salvadanaio a parte.
- Gli altri soggetti con super poteri, di cui si sa ben poco e si decide di raccontare ancora meno. L’avvocato, Pan-Mi… persino il detective, avrebbero meritato tutti una maggiore attenzione e introspezione. Peccato.
- I cattivi: qui siamo proprio messi male. Sembrava una staffetta di quattro atleti dalle prestazioni deludenti che non facevano altro che passarsi – faticosamente – il testimone l’un l’altro. Soprattutto sugli obiettivi di ciascuno di loro, dal padre ai due figli all’usuraia, è rimasta una grande confusione.
- Le dinamiche, spesso poco coerenti e dove i tempi non tornano: Sang Woong viene attaccato da Cho Anna e dal suo tirapiedi dalle braccia infuocate, segue lo scontro tra i due, la vittoria di Sang Woong… Che poi si ferma. La nemica è lì, a un passo da lui, difesa da un gruzzolo di guardie inutili, e niente, il confronto termina lì, tipo “fine primo round”. Se facciamo fuori la cattiva subito, come portiamo avanti la storia? Non solo, hanno così fretta di mettere le mani su Sang Woong, sperando non si metta di mezzo anche l’Avvocato, che lo lasciano poi tranquillo per giorni/settimane, durante le quali lui ha paradossalmente modo di allearsi con gli altri due super umani e allenarsi per diventare più agile e forte. Ma perché??? Sono scelte che hanno senso solo per arrivare dove la storia già scritta vuole arrivare, ma rappresentano di fatto una strada forzata poiché il buonsenso e la logica andrebbero in tutt’altra direzione, ed è con quelle che ragiona lo spettatore ignaro dell’intera sceneggiatura.


Il drama dura poco, alcuni spunti sono originali, il cast merita, la storia a modo suo incuriosisce… Abbastanza da accettarne i difetti – che vanno messi in conto e che salteranno all’occhio – e apprezzarlo per quello che è.

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Completed
Typhoon Family
3 people found this review helpful
by Lynnea
Nov 30, 2025
16 of 16 episodes seen
Completed 1
Overall 8.5
Story 8.5
Acting/Cast 10
Music 9.0
Rewatch Value 8.0
This review may contain spoilers

Storia di riscatto intensa e incalzante, tra valori, perseveranza e supporto reciproco

Questo è un drama che ha il pregio di riuscire a farsi apprezzare fin dal primo episodio. Personaggio motore della vicenda è il giovane rampollo Kang Tae Poong, interpretato da Lee Jun Ho, attore con valide prove alle spalle e che nell’episodio di apertura ha anche modo di dare prova delle sue doti di celebrità da palcoscenico, dove lo vediamo cimentarsi in balli e canti, oltre a sfoggiare una mise decisamente eccentrica tra mèche bionde e un vistoso abbigliamento “fashion”.
Tae Poong è dunque un giovane adulto ribelle che passa le giornate a fare la bella vita sperperando i soldi guadagnati dal padre imprenditore. La seconda figura che emerge è quella della giovane e apparentemente anonima contabile della Typhoon, interpretata da Kim Min Ha, attrice dalla fisionomia singolare e interessante, il cui talento mi aveva già colpita nel drama storico “Pachinko”.
Due importanti eventi improvvisi – l’inaspettata dipartita del sig. Kang e il crollo finanziario del 2007- rimescolano le carte in tavola e permettono di portare alla luce un lato più profondo e intenso di Tae Poong, deciso a salvare – con l’aiuto della sopracitata contabile Oh Mi Seon – l’azienda di famiglia dalla bancarotta.
Un drama che parla di famiglia, relazioni umane, fatica, ripartenza, scelte difficiil e tanta forza di volontà.
Ogni episodio si presenta come un misto ben bilanciato di occasioni inaspettate e altrettante difficoltà impreviste: il risultato è un’altalena emotiva dove un attimo prima si sorride e quello dopo ci si commuove, ma il tutto sempre con grande intensità.
Il duo Oh Mi Seon – Kang Tae Poong sembra funzionare a dovere: carismatico e con un approccio fuori dall’ordinario lui, più pacata e attenta ma non meno forte di carattere lei.
Dopo i primi episodi dedicati all'introduzione e all'avvio della vicenda, entrano poi in scena anche diversi personaggi secondari, dalla madre di Tae Poong alla famiglia di Oh Mi Seon: sono figure ben delineate e che riescono a ritargliarsi una singola evoluzione pur a lato della coppia principale, risultando peraltro splendidamente interconnessi tra loro. C'è un sapiente lavoro di equilibrio dietro a questo risultato, così come splendido è il loro alternarsi nell'offrire supporto a vicenda, a sottolineare come - anche nel momento più difficile o tragico - non manchi mai qualcuno sul quale contare o una spalla sulla quale piangere. E' il non essere davvero soli che non fa perdere la speranza, anche nelle situazioni più disperate.
Altro aspetto che mi è piaciuto molto è l'onestà che Tae Poong dimostra quando cerca di risollevare l'azienda dalle ceneri con l'aiuto di Oh Mi Seon: il loro diventa un rapporto praticamente alla pari, privo di formalità, un mutuo sostegno che non presenta maschere, dove lui non si tira mai indietro pur mostrando la sua scarsa competenza nel settore: si farà fregare, cadrà nei più comuni tranelli, si confronterà costantemente con Mi Seon e da lei si farà anche consigliare. Sarà impulsivo ma anche molto onesto e trasparente, soprattutto quando manifesterà la nascita di sentimenti più importanti nei confronti della ragazza.
Più il gli episodi passano, più il drama si fa ancor più profondo: certe tematiche vengono riprese, in particolar modo la riflessione sul fatto che, nella vita, non si è mai spacciati finchè si può contare l'uno sull'altro. In questo senso ho trovato ad esempio molto bella la scena nella quale il protagonista si incontra con il vecchio amico e dietro (o per meglio dire dentro) lo scambio tra una scatola di scarpe e un casco per la moto c'è quella mano tesa ad aiutarsi a vicenda. Apprezzabile anche il richiamo alla difficoltà per il genere femminile di ottenere riconoscimento in campo professionale, così come l'idea di una famiglia che va formandosi e pian piano allargandosi, pur senza legami di sangue, a costituire una vera e propria rete di persone interconnesse che si supportano le une con le altre (la casa di Mi Seon conta oltre alla nonnina, alla sorella, al fratellino anche Tae Poong, sua madre, l'amico di lui nonchè ragazzo della sorella di Mi Seon...un gruppo sempre più nutrito di figure che alternano forza interiore e situazioni di fragilità).
I momenti intensi vengono messi in risalto e stemperati da passaggi più leggeri, dove Lee Jun Ho ha modo di dare prova anche dei suoi altri talenti, in primis il canto. Non manca nemmeno quel tocco di eccentricità, in parte dato dalla formidabile figura di Jung Cha Ran, supertruccata, appariscente, schietta ma anche di buon cuore, in parte dagli outfit del protagonista che non si limitano alla prima parte della serie ma si ripropongono di tanto in tanto anche più avanti, sebbene non sia dato da sapere come possa aver infilato tutto il suo firmato e abbondante guardaroba nell'unica valigia con la quale aveva lasciato la casa di proprietà (e devo dire che il soprabito di pelle lungo color melanzana è stata una scelta forse un po' troppo kitsch anche per un ex-modaiolo come Tae Poong).
Sul fronte musica, l'OST è azzeccatissima: in particolar modo "Updraft" è una scelta indubbiamente di carattere e che contribuisce a dare grinta ai momenti salienti.
Il viaggio in Tailandia inserisce una parentesi insolita, ma che personalmente ho comunque apprezzato (chi non è abituato ai T-drama troverà forse il suono della lingua abbastanza fastidioso). I vecchi dipendenti torneranno in scena uno per volta, ciascuno con scelte diverse alle spalle e finiranno per ritornare a far parte dell'azienda, rivalutando Tae Poong e dando di fatto vita a quella che sarà la Thyphoon 2.0. Il cattivo di turno dominerà la scena per tre quarti del drama fino a quando verrà messo da parte dal sangue del suo stesso sangue, un personaggio che è il risultato di un'educazione basata su principi e valori sbagliati, e che vive corroso dall'invidia e incapace di accettare di non essere stimato dal padre e dagli altri.
Nell'ultima parte la serie perde un po' il ritmo, la storia prosegue ma l'atmosfera è decisamente meno frizzante e coinvolgente. Il romance tarda un po' ad ingranare, per quanto la titubanza possa essere in linea con la caratterizzazione di Mi Seon, si è andati comunque un po' troppo lunghi nell'attesa che capitolasse, ma tutto sommato non è un grosso problema perchè la love story è solo uno dei tanti temi del drama, non predomina sugli altri ma si intreccia ad essi in modo estremamente bilanciato.
L'ultimo episodio sembra voler rispolverare la verve iniziale e, per la prima metà, l'ho trovato davvero ben fatto e carico di significato. L'ultima parte mi ha un po' delusa: nonostante le tante considerazioni meritevoli e la conclusione delineata, le scene mi sono sembrate eccessivamente farsesche (ad esempio la scena dello show televisivo). Non sono state un valore aggiunto e hanno cozzato un po' con lo stile della serie.

Rispetto al cast, tante prove eccellenti, non solo quelle dei due protagonisti ma anche di buona parte dei personaggi secondari (che, in questo drama, tanto secondari non lo sono). Talmente in sintonia davanti alla telecamera che mi verrebbe da immaginarlo come un cast affiatato anche dietro le quinte.

Tolto un leggero calo del ritmo nell'ultimo quarto della serie, una gestione del romance che - a coppia dichiarata - poteva osare una maggiore incisività e un episodio finale da ritoccare nell'ultima parte, per il resto non ho trovato altri difetti e questo rende il drama davvero meritevole. Sicuramente uno dei migliori tra tutti quelli usciti di recente.

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Completed
Ms. Incognito
3 people found this review helpful
by Lynnea
Nov 10, 2025
12 of 12 episodes seen
Completed 1
Overall 5.5
Story 5.0
Acting/Cast 7.0
Music 6.0
Rewatch Value 4.5

Buono l'inizio... Ma soltanto quello. Drama complessivamente deludente nonostante il valido cast.

Di buono c'è solo l'inizio. I primi tre episodi sono validi, suscitano un certo interesse e promuovono un certo tipo di aspettative... Che verranno però presto disattese. L'idea alla base è molto chiara, la realizzazione molto meno. Tanta confusione, tanti errori e strafalcioni, molti controsensi, non poche ovvietà. Su questa scia l'entusiasmo iniziale presto inizia a venire meno, la serie va alla deriva, poi naufraga e infine si inabissa nella noia. Arrivare alla fine è stata una fatica, e certo non è la sensazione che uno spettatore ricerca.
Nei panni della protagonista troviamo una sempre molto brava Jeon Yeo Bin, attrice che dopo le performance in "Vincenzo" e "Our movie" si trova sulla cresta dell'onda, ma che qui finisce per essere imbrigliata in un personaggio inconsistente, legato a una sceneggiatura con pesanti problemi di coerenza e credibilità. L'idea dell'anonimato non ha funzionato affatto, al contrario tutto si è rivelato essere più che palese e scontato.
L'inizio, dicevo, è l'unica parte meritevole. Dal suo arrivo nella sperduta cittadine di Muchang l'intera storia sembra assumere tratti tragicomici, riempiendosi di stupidi fraintendimenti, situazioni assurde e del tutto irreali. I meccanismi causa-effetto che hanno portato avanti la storia fino al suo epilogo sono molto discutibili: manca il buonsenso, con il quale si risolverebbe tutto nel giro di un paio di episodi, invece si forza la trama verso scelte che non hanno la minima logica se non quella di andare verso la direzione prevista da un copione che, in termini di coerenza, lascia davvero a desiderare.
Rispetto al cast, comunque complessivamente buona la prova Jeon Yeo Bin. Moon Sung Geon, il vecchio presidente, performante nel ruolo interpretato e figura di rilievo nella prima parte, un'ottima prova per un bravo attore che da anni veste i panni del personaggio secondario in moltissimi drama di successo (Our movie, Connection, Vuoi sposare mio marito?, My dearest/Lovers e molti altri ancora). Ben riusciti anche i personaggi dell'amica svampita e dell'avvocato zelante, così come l'antagonista che riesce - come è giusto che sia - a farsi detestare e a risultare veramente antipatica, anche semplicemente nell'estetica. Per nulla riuscito invece Jeon Dong Min, che rimane un personaggio piatto e per nulla convincente (quella frangia perennemente infilata in mezzo agli occhi, poi, è stata una vera e propria tortura).
Tutta la vicenda centrale, che prevalentemente si svolge nella piccola cittadina, risulta prolissa e noiosa, buona parte degli abitanti tratteggiati in modo troppo esagerato, chi per un verso chi per l'altro, tanto da risultare fastidiosamente finti e fuori luogo.
Le emozioni tornano a farsi un po' vive nel finale, ma parliamo ormai degli ultimi episodi e non bastano certo a risollevare le sorti del drama, ormai arenato sul fondale.
Partita curiosa, inizialmente carica, ben presto tremendamente delusa, infine quasi pentita del tempo dedicatole. Meglio puntare ad altro...

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Completed
Be with You
3 people found this review helpful
by Lynnea
Nov 2, 2025
Completed 0
Overall 9.5
Story 9.5
Acting/Cast 10
Music 9.0
Rewatch Value 9.5

La capacità di colmare l'enorme vuoto di chi ci ha lasciato

Il film è l'adattamento coreano del romanzo giapponese "Quando cadrà la pioggia, tornerò" di Takuji Ichikawa, risalente a una ventina d'anni fa. L'avevo letto appena uscito, ricordavo a grandi linee la trama mentre vivida era la memoria di quanto mi aveva emozionata e commossa. Trasposizione all'altezza del libro, riesce a far emergere un turbine di emozioni delicate, struggenti e strazianti alle quali è davvero impossibile sottrarsi.
La quotidianità di padre e figlioletto dopo la scomparsa della moglie/madre, un essere andati avanti che è solo apparente ma che nel concreto nasconde un irrisolto - diverso - per entrambi. Una favola, un ritorno (in)aspettato che sa di magico ma che sul finire acquisirà un senso ancora più importante, amore, vita, scelte, lacrime, fiducia e consapevolezza. C'è davvero un mondo dentro questo film. Il tutto trasposto con estremo rispetto, in una storia che è al contempo delicata e intensa, dove trovano spazio non solo le lacrime ma anche i sorrisi, dove la tristezza è avvolgente ma mai amara e il distacco è un processo complesso che va oltre l'improvvisa perdita. Il tutto, inoltre, arricchito da tanti elementi simbolici, dalla malinconia della pioggia al tema del viaggio e molti altri.
Resto vaga ed evito volutamente spoiler perchè è uno di quei casi dove bisogna davvero avventurarsi ad occhi chiusi.
Tante, tantissime le scene toccanti, anche inaspettate, ma profondamente cariche di significato: davanti alla scena della macchina tutta insaponata ho davvero pianto.
Il risultato ottenuto non sarebbe stato possibile senza un cast di alto livello: la recitazione di So Ji Sub (Terius behind me, Oh my Venus) e Son Ye Jin (Crash landing on you) non è semplicemente molto buona, ma direi proprio eccellente.
Non è uno spaccato di realtà nel senso comune del termine, piuttosto un realismo magico dato dalla capacità dei sentimenti di trascendere lo spazio e il tempo. Forse non è un film per tutti, ma a tutti mi sento di consigliarlo caldamente.

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Completed
My Youth
3 people found this review helpful
by Lynnea
Oct 18, 2025
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 6.0
Story 5.0
Acting/Cast 7.0
Music 6.5
Rewatch Value 5.0
This review may contain spoilers

L'infelice binomio dato da una sceneggiatura banale e un attore di grande talento

Titolo atteso da tempo in quanto ritorno a un romance drama di Song Joong Ki, attore versatile e poliedrico la cui fama è cresciuta in modo esponenziale grazie al celebre e iconico “The Discendants of the Sun” di una decina di anni fa. Successivamente protagonista di altri drama e film meritevoli dove ha dimostrato – soprattutto in questi ultimi – di non essere solo un bel volto capace di affascinare nel ruolo dell’aitante capitano delle forze speciali piuttosto che nel magnetico boss della malavita ma di saper annullare il piano estetico e dare vita a personaggi di una profondità introspettiva impressionante.
Le aspettative non erano alte, diciamo pure altissime. La delusione, di conseguenza, è stata a dir poco cocente.
La sceneggiatura di “My Youth” è qualcosa di davvero indefinito e inconsistente: un drama nemmeno troppo lungo – conta solo dodici episodi – che fatica comunque a trovare una propria identità. Il tema iniziale è quello del giovane, anonimo e tranquillo fiorista con un passato da ex bambino prodigio, che diventa suo malgrado oggetto di attenzioni da parte di produttori che vogliono riportarlo davanti alle telecamere e rispolverare così i suoi anni d’oro. La figura che fa da collante si rivela essere la giovane compagna di studi degli anni dell’adolescenza e con la quale, complice la difficile situazione che lui stava vivendo all’epoca, non era riuscito a cogliere l’opportunità di vivere una bella storia d’amore. Il tema della seconda chance si infila così nella vicenda e diventa via via predominante, mentre l’incipit iniziale si affievolisce fino a diventare un elemento quasi di contorno. Il focus si sposta quindi sul romance, tra alti e bassi che li vede avvicinarsi e allontanarsi più volte, in vari tentativi minati da un mancato tempismo ma che riescono comunque a concludersi - a un certo punto – con la formazione della coppia. Siamo ben lontani dall’ultimo episodio e sembra non esserci altro da spremere rispetto alla love story, per come impostata e sviluppata. Così, nel mentre che la coppia va formandosi, si provvede a un ulteriore rabbocco di trama, aggiungendo l’elemento della malattia degenerativa di lui.
Non è un grande drama sulla storia di un bambino prodigio cresciuto poi nell’anonimato e affrontando mille difficoltà. Non è neanche il racconto di un’indimenticabile storia d’amore e nemmeno la toccante vicenda che coglie l’essenza di una vita provata da una malattia terminale. E’ piuttosto un mix deludente di tutte queste tematiche, dove nessuna eccelle ma nel complesso vengono tutte un po’ bistrattate.
Se ho apprezzato qualcosa, sono stati i legami famigliari. In particolar modo quello tra Sunwoo Hae e il padre, figura chiaramente debole e incapace di assumersi le più banali responsabilità tipiche dell’età adulta e che, per questo, si può disprezzare ma non si riesce veramente a odiare. Interessante anche il rapporto con la sorellastra minore e il fratellastro acquisito.
Cast secondario valido, dove spiccano Jin Kyung e Jo Han Chul. Rispetto ai protagonisti, l’attrice femminile non mi ha convinta affatto e non sono riuscita a prenderla in simpatia: è rimasta lì, come un personaggio scritto sulla carta, un po’ insipida e un po’ incolore.
Diverso il discorso per Song Joong Ki, pezzo forte del drama in tutti i sensi e unico motivo per cui – facendomi forza – sono giunta alla fine della serie. Una colonna portante che, da sola, non ha avuto comunque la possibilità di tenere in piedi l’intera serie. Sprecato per il tenore di una storia complessivamente fiacca, costretto nei limiti di una sceneggiatura ordinaria e priva di originalità e, di conseguenza, impossibilitato a dare prova del suo noto talento. I miracoli, come tutti, non li può fare.

Attendevo da anni il suo ritorno a un drama romantico, è un vero peccato che sia incappato in una produzione che davvero non lo meritava. In un’intervista ha recentemente affermato di non essere sicuro di saper ancora fare dei melodramma con l’avanzare dell’età… Io dico di sì, a patto di scegliere il titolo giusto.

Drama da archiviare. Per i fan di Song Joon Ki: voltiamo pagina e confidiamo nel prossimo drama.

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Completed
ABO Desire
3 people found this review helpful
by Lynnea
Oct 12, 2025
16 of 16 episodes seen
Completed 1
Overall 6.0
Story 5.0
Acting/Cast 7.0
Music 7.0
Rewatch Value 4.0

Drama malsano ma con la sublime interpretazione di uno psicopatico

Trattasi di una serie BL made in Taiwan a tema Omegaverse, quindi un’ambientazione fantasy dove gli essere umani non sono più classificati in base al genere ma secondo una gerarchia di dominio alfa-beta-omega che contempla questioni come la gravidanza maschile, marchiatura, cicli di calore/furia legati all’accoppiamento e produzione di feromoni da ghiandole specifiche situate alla base posteriore del collo.

Un panorama discriminatorio e prevaricante che sinceramente non ho potuto apprezzare, dove vige la legge del più forte e l’umiliazione dei più deboli è all’ordine del giorno.

La trama è esclusivamente al servizio del doppio pairing - principale e secondario - con situazioni forzatamente assurde e improbabili. Tanti gli aspetti, nelle vicende così come nella caratterizzazione dei personaggi, davvero poco credibili. Va detto che spessore della trama e coerenza non sono gli obiettivi principali del drama, che punta invece ad essere pioniere del genere, a dispetto della censura cinese.

Piuttosto noioso il pairing secondario dato dallo zerbinoso Gao Tu e dal suo capo/ ex compagno di studi, l’altezzoso ma per nulla acuto Shen Wen Lang. Di quest’ultimo ho tuttavia apprezzato le conversazioni con l’improbabile alleato, Hua Yong. Sono momenti un po’ assurdi, tra uno psicopatico e un ottuso, che risultano però a tratti anche simpatici.

La coppia principale posso definirla solo malsana, dove la storia prende avvio per merito delle mille bugie di Hua Yong, trasformando l’inizialmente arrogante e dominante Sheng Shao You in un burattino senza spina dorsale, pronto a voltare pagina dopo un’incazzatura davvero celere e a perdonare un trattamento a dir poco inaccettabile.

Pessima anche la gestione del tempo: la prima metà degli episodi sembra procedere a rallentatore, con l’impressione di un perenne procrastinare l’entrata nel vivo della vicenda. Gli ultimi episodi al contrario sembrano concentrati a dismisura: in particolar modo l’ultimo sembra il pessimo risultato di un “taglia e cuci” per inserire tutti i passaggi che avrebbero necessitato minimo del quadruplo della durata dell’episodio.

A fronte di queste critiche impietose, c’è da chiedersi perché sia giunta alla fine - interminabile, già che con un episodio a settimana la messa in onda è durata qualcosa come tre mesi - invece di droppare la serie a piedi pari.

La risposta è solo una: Hua Yong.
Personaggio , ripeto, malsano e che non può e non deve rappresentare un modello nella vita reale, indipendentemente dai trascorsi difficili che gli si possono attribuire. Meschino, subdolo, falso fino al midollo e disposto a tutto pur di raggiungere il proprio obiettivo e soddisfare quella che a tutti gli effetti è un’ossessione malata che si vuole spacciare per amore.

Pur condannando quindi il personaggio su tutta la linea, ho trovato davvero sublime l’interpretazione dell’attore - Huang Xin - che ha saputo portare in scena una figura da brividi, tremendamente bipolare e capace di alternare in modo a dir poco inquietante lo sguardo indifeso con tanto di occhi lucidi e postura remissiva a un portamento categorico, freddo e letale. Tanto è eccessivamente stucchevole nell’occuparsi del suo Mr. Sheng, tanto si rivela insensibile nei confronti del resto del mondo, con un disinteresse totale e una mancanza di empatia patologica da renderlo quasi non umano. Enigmatico - in tutti i sensi - rappresenta la vera singolarità della serie.
Davvero credibile nella sua facciata gelida, autorevole e autoritaria, dove si sente palesemente al di sopra di tutto e di tutti.
Ho seguito l’attore di recente anche in uno short drama - etero, non BL - dove al di là della bassa qualità della serie ha dimostrato ancora una volta di essere performante nel ruolo del protagonista freddo, distaccato e tagliente.

Per quanto mi riguarda salverei quindi solo questo aspetto del drama, ovvero la prova di talento del sopracitato Huang Xin e la speranza di rivederlo in una serie dal contesto totalmente differente ma con lo stesso tipo di caratterizzazione che, a quanto pare, è davvero nelle sue corde.

Per il resto, visione per quanto mi riguarda molto discutibile, credo apprezzabile solo dai fan del genere che, a sua volta, è un po una derivazione di nicchia del filone fantasy slash.

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