L’amara visione di un adattamento BL non riuscito
Non mi aspettavo un capolavoro o qualcosa di particolarmente valido, bensì una semplice ma piacevole storia d’intrattenimento, anche senza troppe pretese. E invece – purtroppo - anche queste aspettative minime sono state disattese. La serie, tratta dall’omonimo romanzo BL di Che Ye Liu Xiang che – preciso – non ho letto ma del quale ho avuto rimandi positivi, si rivela un adattamento estremamente banale e deludente. Un melodramma “tutto fumo e niente arrosto”, privo di qualsivoglia spessore e personaggi assolutamente insopportabili.TRAMA - Lu Xiao Fan è un ragazzo di campagna bistrattato dalla propria famiglia che, per denaro, arriva a combinargli un matrimonio riparatore con la figlia – incinta di un altro - di una famiglia aristocratica. Umiliato anche nella nuova dimora, trova un’ancora di salvezza nell’ambiguo cognato, Bei Lu Qing. Tra i due inizia una complessa relazione segreta che, tra dinamiche famigliari e investimenti economici porterà i due a fare una serie di scelte determinanti per il loro futuro.
Un drama che doveva – in teoria – contemplare lotte di classe, realismo sociale, un amore travagliato, ma che nei fatti è un susseguirsi di scene di un romanticismo banale tipico di una trama superficiale e molto spesso anche illogica. Tutto sembra concentrarsi a enfatizzare la relazione proibita tra lui e il cognato, utilizzandola come esca per tenere lo spettatore attaccato all’amo.
INIZIO SPOILER!!!
Il finale è perfettamente in linea con la mediocrità del lavoro: si ritrovano dopo anni, un approccio intimidatorio fatto “per scherzo” (ma che senso ha?!?!), Xiao Fan che mormora il suo “Ge” mentre rispolvera tutto il vittimismo che – in teoria – doveva essere andato perduto con l’evoluzione - quale? – del personaggio, e Lu Qing che sistema tutto esordendo con un ridicolo “sposiamoci”. Tempo richiesto: una manciata esigua di minuti. La chicca extra agghiacciante è la scena finale del loro matrimonio, vestiti in modo ridicolo (vogliamo parlare del fiocchettone di Lu Qing?) durante quella che sembra a tutti gli effetti una cerimonia religiosa (tanto per fare della Spagna un posto fantastico e immaginario).
FINE SPOILER!!!
PERSONAGGI - Per descriverli in una sola parola: disastrosi.
Xiao Fan è tra le figure più insopportabili che abbia mai visto. Ho cercato di inquadrarlo più volte, di capirlo, di apprezzarlo, ma non c’è stato proprio verso. Inizialmente sembra un ragazzo debole e succube, poi si mostra timido e timoroso, poi ancora impacciato e a disagio - anche semplicemente nello scoprire come funziona una doccia – quindi remissivo e con un’autostima sotto la suola delle scarpe. Dopo i primi tempi con la famiglia Bei sono arrivata a ipotizzare che fosse solo un’anima semplice, non nel senso di semplicità dell’ambiente in cui era cresciuto ma proprio in termini di mancanza di strumenti: un protagonista con un QI borderline sarebbe stata una scelta più unica che rara, ma paradossalmente avrei apprezzato. E invece tra studi di recupero e pianificazioni segrete di investimenti economici, dimostra di avere neuroni belli svegli, demolendo così l’ennesima supposizione. Tolte un paio di azioni decise che prende nella parte finale, cos’altro rimane a descriverlo? Un fastidioso “Ge” (utilizzato per un fratello maggiore o in generale un maschio più grande) pronunciato di continuo con voce tremante dal primo all’ultimo episodio compreso e perennemente avvolto da un manto di vittimismo – in certi momenti quasi compiaciuto – che impedisce allo spettatore di empatizzare anche solo un minimo col personaggio.
A Bei Lu Qing non è toccata una caratterizzazione migliore: freddo e manipolatorio, eccessivamente ermetico anche quando ciò non ha senso, soprattutto se consapevole del carattere insicuro di Xiao Fan (leggasi creare mille fraintendimenti, tra i quali il passeggiare col proprio ex davanti a Xiao Fan). Sono tutte scene fine a sé stesse, per colpire in quell’istante, ma completamente vuote e poco credibili.
Manca inoltre la chimica tra i due personaggi, le interazioni per nulla naturale, sembrano sempre forzate o artefatte, anche nei rari momenti in cui Xiao Fan non fa l’ombra tremolante e Lu Qing l’automa robotico, vale a dire brevi siparietti che si svolgono solitamente nei pressi dei fornelli dove la massima sintonia è ribadire che il cipollotto non piace e fare attenzione al filo di sedano che resta incastrato tra i denti.
Rispetto ai personaggi secondari, non ci sono tante parole da spendere: tutti eccessivi nella loro caratterizzazione, così esasperati da risultare per nulla credibili. Al contrario, rendono molti passaggi davvero finti.
IN CONCLUSIONE – Sono arrivata alla fine – seguendo per oltre un mese la cadenza dei due brevi episodi settimanali – solo ed esclusivamente per inerzia. Un drama che inizia male, procede male, finisce male. Su questo è stato coerente. Nessun potenziale (se non forse il romanzo dal quale è tratto) è andato sprecato. Nessuna caduta sul più bello, nessuna scelta sbagliata a rovinare qualcosa di fatto bene fino a quel momento. Visti i primi due episodi, si capisce il tenore dell’opera: quello è e quello rimane sino alla fine. Credo possano riuscire ad apprezzarla – in qualche modo - solo gli sfegatati del genere. Personalmente ritengo esistano delle BL ben fatte e altre invece da dimenticare: questa l’ho vissuta come una totale e costante perdita di tempo, quindi non posso che sconsigliarne la visione.
Un ragazzo diviso tra due Coree e un'adolescenza rubata da una missione impossibile
Con “Commitment” ci troviamo davanti a un thriller d’azione che mescola spionaggio, dramma familiare e una buona dose di malinconia. Il film appartiene a quel filone di pellicole sudcoreane che esplorano la complessa e dolorosa divisione tra le due Coree, ma lo fa con uno sguardo che punta più all'intrattenimento che alla riflessione politica profonda.TRAMA
La figura al centro della vicenda è quella di Ri Myung Hoon, un giovane nordcoreano che, dopo il fallimento di una missione del padre, viene imprigionato in un campo di lavoro insieme alla sorella minore. Per salvarla, accetta di diventare lui stesso una spia, infiltrandosi nella Corea del Sud con l'identità di uno studente liceale. La sua missione: eliminare alcuni agenti nordcoreani ribelli. Il premio per il successo? La libertà sua e della sorella.
A Seul verrà accolto da una pseudo coppia quale figlio adottivo – in realtà sono tutti agenti segreti nordcoreani – e tornerà tra i banchi di scuola per rendere ancora più credibile la sua copertura: lì entrerà in contatto con dinamiche adolescenziali dalle quali si terrà inizialmente alla larga ma – essendo lui stesso dopotutto un ragazzo di vent’anni – finiranno per coinvolgerlo suo malgrado.
PUNTI DI FORZA – Di sicuro le sequenze d'azione: le scene di combattimento sono rapide, brutali di grande impatto. Mi è rimasta impressa in particolare la scena in cui Myung Hoon finisce l’uomo che cerca striscia in fuga sul ring, dopo avergli già sparato alla gamba: il colpo fatale è un calcio mirato che spezza di fatto il collo all’indietro (non si vede da vicino, ma il rumore secco rievoca quasi una decapitazione). Una scena fortissima che sembra stridere ancor di più con l’espressione provata, quasi angosciata a stento soppressa, con la quale lui si guarda allo specchio pochi secondi dopo. Coglie in pieno il senso di un giovane che si costringe a comportarsi come un cinico assassino pur essendo ancora una vittima umana nel profondo.
CAST - Choi Seung Hyun nasce come popolare rapper – in arte T.O.P. – e non come attore, ma nonostante la mancanza di esperienza riesce a portare in scena un protagonista credibile e dal carisma all'occorrenza glaciale, capace di trasmettere una determinazione che conquista lo spettatore. La sua interpretazione di un ragazzo intrappolato in un gioco molto più grande di lui è efficace, meno credibile invece la sua fisicità nel ruolo di un'abile spia. Buona anche la prova di Han Ye Ri, che veste i panni della compagna di classe bullizzata e con la quale sembra a un certo punto aprirsi uno spiraglio per un romance che vira invece a favore di un legame simbolico volto a richiamare – anche attraverso lo stesso nome di battesimo - la sorella di lui. Marginale la presenza della suddetta sorella, portata in scena da una giovanissima Kim Yoo Jung: avrei preferito le fosse stato dato più spazio, già che il legame tra i due fratelli è una delle tematiche principali del drama.
I LIMITI – Un progetto forse troppo ambizioso per le capacità schierate, dall’esordiente regia alla sceneggiatura a tratti sbilanciata. Ne consegue la difficoltà di combinare due contesti così diversi: l’ambiente scolastico e le dinamiche con i compagni da una parte, la difficile e tragica situazione che minaccia la vita dei due fratelli dall’altra. Nella seconda parte del film, inoltre, si perde un po’ anche la profondità tematica a favore di dello sviluppo del thriller che, per quanto ben fatto, appiattisce quella che era la complessità iniziale.
Il finale, amaro e malinconico, se da una parte sembra cercare un tono più realistico, dall’altra è comunque prevedibile e per certi versi stereotipato, per quanto riesca comunque a strappare qualche lacrima. Pur non cedendo a un happy ending che sarebbe stato senz’altra fuori luogo, avrei optato per un’altra soluzione ancora e ricercato un epilogo un po’ più originale.
IN CONCLUSIONE – Non è certo un film rivoluzionario del suo genere, ma appassiona a sufficienza e offre un buon intrattenimento. Sebbene abbia peccato di ambizione, cercando di essere troppe cose – thriller, dramma, storia d’amore – senza eccellere in nessuna, la buona qualità tecnica e la valida interpretazione del protagonista la rendono una visione più che dignitosa.
Quando la morte bussa alla porta
“Sei un uomo già morto che cammina”: questa frase emblematica, rivolta dalla giovane Jae Yun al protagonista, suona non tanto come una sentenza ma più come un riconoscimento. E descrive perfettamente il nocciolo dell’intera pellicola. Perché in questo film, ambientato tra i vicoli sanguinanti di Seoul e le coste spettrali di Jeju, tutti i personaggi principali sembrano già appartenere all’aldilà. Sono fantasmi che si muovono per inerzia, spinti solo da un ultimo, disperato istinto, che sia la vendetta o l’attesa della fine.Il film si apre con una perdita devastante.: Tae-goo, un sicario al soldo della malavita, vede la sorella e la nipotina morire in un incidente stradale che sa di regolamento di conti. La sua reazione è gelida e lucida, di una precisione chirurgica: uccide i responsabili e si dà alla fuga verso l’isola di Jeju, su ordine del suo stesso boss. Qui, in un paesaggio di campi innevati e acque grigie, incrocia Jae Yun, una giovane donna misteriosa e gravemente malata, che vive in attesa della morte con un cinismo disarmante e una passione inaspettata per le armi da fuoco.
La forza del film non sta tanto nella sua trama, che è volutamente scarna e altamente prevedibile: non è il “cosa” a contare, ma il “come”. La regia trasforma ogni silenzio in una lama, ogni sguardo in un conto alla rovescia. Le scene d’azione sono brutali, realistiche al punto da risultare sgradevoli, ma mai gratuite: ogni sparo è un punto di non ritorno. La fotografia, che alterna i colori spenti e lividi della metropoli alla fredda bellezza pastorale di Jeju, crea un contrasto straniante, come se l’inferno e il paradiso fossero solo due lati della stessa medaglia.
Il rapporto tra i due protagonisti diventa il vero cuore pulsante della vicenda. Non è amore romantico, bensì qualcosa di più raro e doloroso: un’intesa tra naufraghi. Lui ha perso la ragione di vivere. Lei ha perso la speranza di un futuro. Si osservano, si studiano, si sfiorano a malapena, ma nel loro muto sostegno reciproco trovano una ragione per arrivare fino all’ultima scena. Siamo oltre il romanticismo, oltre i grandi principi, oltre qualsiasi barlume di speranza. Non c’è volutamente alcun appiglio al quale aggrapparsi.
Rispetto al cast, il protagonista – Uhm Tae Goo – non mi ha convinta completamente: ha fatto il suo ma non è stato in grado di dominare la scena, di essere davvero incisivo. Il tono di voce esageratamente basso e rauco risulta spesso fastidioso e in alcuni passaggi la caratterizzazione del personaggio ha un po’ vacillato. Al contrario, Jeon Yeo Bin, ruba la scena ogni volta che appare: la giovane donna da lei interpretata è un pugno nello stomaco, capace di passare dalla battuta sarcastica alla disperazione più lucida in un secondo. È lei a dare al film quel sotto testo di assurdo e di grazia che lo eleva dal semplice "revenge movie". Conosciuta nei panni della protagonista un po’ sopra le righe in “Vincenzo”, quest’attrice si sta dimostrando davvero portata anche per le storie più tragiche, come in questo film o nel drama “Our movie”. Altra figura determinante è il Direttore Ma - interpretato da Cha Seung Won, il mitico Woo Ma Wang di “A Korean Odyssey” per intenderci – qui boss arrogante e spietato della gang rivale, che si caratterizza per la sua particolare attenzione all’etichetta criminale e diventa di fatto l’antagonista principale a Park Tae Goo. Lo vediamo si e no in tre scene, ma è capace - come sempre - di fare la differenza.
Non mancano tuttavia i difetti: la seconda parte riserva un’eccessiva lentezza e qualche cliché - il boss traditore piuttosto che il sicario dal cuore d’oro – forse non così necessari. Per chi cerca un’azione serrata e coreografica, bene che le aspettative vengano subito ridimensionate: qui le pallottole volano, ma il ritmo è quello lento e inesorabile di un lamento funebre.
In conclusione non è un film per tutti. È crudo, malinconico, a tratti quasi insopportabilmente triste. Ma allo stesso tempo lo definirei un’opera di una bellezza cupa e ipnotica. Non racconta la redenzione, ma la possibilità di trovare un’anima gemella anche nell’abisso. E forse, in un mondo di gangster senza nome, condividere l’ultimo istante prima della tempesta è l’unico, vero atto d’amore possibile. Un piccolo, grande film che merita di essere scoperto.
Stile impeccabile, cast memorabile, sceneggiatura che necessita del rinforzo del sequel
“Made in Korea” cattura lo spettatore fin da subito con un inizio ad effetto, un dirottamento aereo girato come un film d’azione hollywoodiano, per poi trasformarsi in un thriller politico ambientato nella Corea del Sud degli anni ’70. Non lo definirei un capolavoro assoluto, ma nemmeno un’occasione sprecata, piuttosto una curiosa e apprezzabile via di mezzo che alterna luci abbaglianti e ombre profonde.Punti di forza indiscussi della serie sono la componente visiva-tecnica e il cast. Rispetto alla prima, la fotografia è curatissima, capace di restituire l’atmosfera opprimente e sporca della dittatura militare di Park Chung Hee. Saltano agli occhi gli ambienti trascurati e deprimenti, dai luoghi di lavoro alle abitazioni private fino alle riprese girate per strada. Le location, i costumi, le luci e la colonna sonora strumentale costruiscono un mondo particolarmente affascinante, dove ogni inquadratura è studiata nel dettaglio. Una particolare menzione va alla scena finale, uno spaccato in bianco e nero di notevole impatto, visivo ed emotivo. E’ una vera e propria chiusura in bellezza, che cala il sipario elegantemente e con la tacita promessa di sollevarlo di nuovo (la serie prevede infatti un sequel).
Per quanto riguarda il cast, ci si è davvero superati: da una parte uno splendido Hyun Bin, di ritorno ai drama dopo ben sette anni dal suo ultimo lavoro – “Crash landing on you” – che lo ha consacrato a livello internazionale. Attore più noto per ruoli romantici ed eroici, qui si trasforma in un villain multi sfaccettato, un narcotrafficante senza scrupoli, freddo e calcolatore, che perdipiù lavora per i servizi segreti coreani. Il ritratto che offre è altamente caratterizzante: l’espressione trattenuta, una sigaretta accesa con lentezza, un sorriso che non arriva mai agli occhi. Al suo fianco, Jung Woo Sung è il contraltare perfetto: attore per me nuovo e principalmente dedito a film piuttosto che a serie tv, riesce a dare vita a un personaggio davvero unico e credibile: il suo procuratore Jang Geon Yeong è un tornado caotico, genuino e quasi comico in certi frangenti – la sua risata, così compiaciuta ed eccessiva, ne è un esempio - ma con una determinazione incrollabile. La loro dinamica è di fatto il vero motore della serie.
Accanto a loro, l’apparizione un po’ fugace di Woo Do Hwan nei panni del fratello di Baek Gi Tae – che conto però riesca a ritagliarsi maggiore spazio nel sequel – e soprattutto Jung Sung II, attore che ho già visto e apprezzato in “The Glory” e che, ancora una volta, interpreta un personaggio intrigante ed ermetico, capace di emanare un’aura di potente sicurezza e di mettere anche un po’ di soggezione. Molto buona anche la prova di Seo Eun Soo nel ruolo dell’ispettrice Oh, mentre Won Ji An veste un po’ a fatica i panni della figlia adottiva della Yakuza, la mafia giapponese.
Meno solida è invece la struttura narrativa. Il drama conta in tutto sei episodi: troppi per essere un film, troppo pochi per sviluppare adeguatamente l’intricato groviglio di personaggi e sottotrame che introduce. L’effetto, in alcuni tratti, è quello di una sinossi illustrata: si salta dal Vietnam al Giappone in dieci minuti, la yakuza viene prima citata e poi introdotta, ma resta l’impressione di non averla mai inquadrata veramente; vi è un accenno a un passato nella guerra del Vietnam che resta quasi uno sfondo decorativo, salvo poi cercare di acquisire un senso verso la fine. Le relazioni – in primis quelle tra i fratelli Baek – sono solo abbozzate e appaiono più come delle premesse che quali legami vissuti.
Questa compressione genera, di fatto, uno strano paradosso: la serie è allo stesso tempo troppo lenta e troppo veloce. Troppo lenta quando si perde in dialoghi tra uomini di potere – si arriva fino ai vertici della Casa Blu – tra mosse e contromosse, doppio giochi che diventano tripli, se non quadrupli o quintupli. Troppo veloce quando, per arrivare alla fine, si risolvono conflitti complessi con un colpo di scena o un’azione violenta, senza dare il tempo allo spettatore di elaborare il tutto. Vuole essere al contempo un thriller serrato e un drama politico profondo, ma alla fine non è pienamente né l’una né l’altra cosa.
Un altro nodo critico sono le figure femminili, davvero sotto tono. Siamo nella Corea degli anni ’70, un contesto patriarcale, e la serie non fa nulla per scalfire questo scenario. Le attrici sono relegate a ruoli di contorno: la spalla comica, la donna isterica, la pedina da proteggere o da usare. Fa eccezione il personaggio di Ikeda/Choi Yu Ji, una donna fredda e ambiziosa, ma la sua presenza è limitata e non del tutto convincente.
Eppure, nonostante tutto, Made in Korea è comunque un drama che si lascia ampiamente apprezzare e che mi sento di consigliare, in primis per la scelta insolita e a suo modo rischiosa: in un panorama ormai saturo di romance e fantasy, un thriller politico cupo, senza il prevedibile lieto fine e con un protagonista malvagio è paragonabile a una boccata d’aria fresca. Inoltre, la seconda stagione potrebbe compensare le pecche sopracitate, dando più spazio ai personaggi secondari e riprendendo le sottotrame lasciate in sospeso. Sicuramente, ad oggi e senza quindi una seconda stagione, “Made in Korea” appare come un drama imperfetto, per quanto affascinante. Il classico prodotto “di prestigio” che pecca di un po’ di presunzione, dove l’estetica e l’alto livello del cast non annullano i difetti della sceneggiatura. Le sei ore passate davanti allo schermo non sono però un peso, soprattutto grazie alle interpretazioni di Hyun Bin e Jung Woo Sung, ma alla fine si resta con la sensazione di aver assistito a una grande prova di stile più che a una grande storia. Per quest’ultima, a quanto pare, sarà imprescindibile attendere la seconda stagione.
Romance a senso unico, un'infinità di menzogne e un finale che non sa di redenzione
Questo drama si è rivelato, purtroppo, un misto di frustrazione e delusione. Unica – o quasi – nota positiva: il protagonista maschile, interpretato da Fan Zhi Xin, aveva un buon potenziale. Del resto l’attore è esteticamente interessante (tra l’altro in realtà è più giovane di quanto in alcuni drama sembri), oltre che carismatico, magnetico e particolarmente adatto a interpretare il “cattivo ragazzo” dall’animo complesso, l’antieroe per cui vale la pena soffrire. Di contro è anche l’unica caratterizzazione comune un po’ a tutti i protagonisti da lui interpretati, quindi sul fronte della versatilità potrebbe non essere particolarmente talentuoso. Se però ci soffermiamo sulla serie in questione, allora possiamo dire che la figura del delinquente o l’assassino dal cuore nascosto, una maschera dura che cela una fragilità interiore, può dirsi senz’altro riuscita.Considerazione quasi opposta quella sulla controparte femminile, Hao Yu. Descritta come una spia infiltrata in cerca di giustizia, si rivela invece un personaggio amorfo, privo di spessore e, oserei dire, di intelligenza emotiva. La sua missione è vendicare il padrino, e per farlo è disposta a tutto, ma il suo metodo è esasperante: passa l’intera durata del drama a fare la spia in modo così maldestro che persino un bambino se ne accorgerebbe. Il tutto senza mostrare la minima evoluzione del suo personaggio. Nonostante lui le dimostri in mille modi la sua devozione – venendo pestato, frustato, strisciando sulle ginocchia tra i vetri rotti per salvarla – lei continua a mentirgli, a tradirlo e a dubitare, nascondendosi dietro una presunta rettitudine morale. Questo fa sì che non la si possa definire in tutto e per tutto una vittima, se non addirittura un’eroina. Ha il suo obiettivo di vendetta, che persegue atteggiandosi da paladina della giustizia ma di fatto comportandosi spesso in modo meschino, diventando simile in alcuni tratti – tranne che nell’omicidio – a coloro che tanto guarda dall’alto verso il basso.
Il loro romance, di conseguenza, è sembra non trasformarsi mai in un sentimento sincero. Da parte di lei c’è qualche titubanza, ma perlopiù suona solo come mero sfruttamento. Lei lo usa come strumento per i suoi fini, e lo farà fino all’ultimo, senza mai ricambiare realmente la sua dedizione. Lui, dal canto suo, ogni volta fa finta di crederle, ma tiene gli occhi aperti, creando un circolo vizioso di menzogne e manipolazioni che stanca dopo i primi episodi. Questo squilibrio rende l’intera relazione tossica e, per giunta, noiosa. Quando poi lui, per amore o per frustrazione, si impone, il suo comportamento non appare passionale, bensì prevaricante e aggressivo, perché manca qualsiasi base di fiducia reciproca su cui poggiare la tensione romantica.
E poi c’è il finale, deludentissimo. Non che mi aspettassi un lieto fine, attenzione. Ma se l’idea era quella di una redenzione che passa attraverso l’amore non corrisposto e il sacrificio estremo, allora l’intera impostazione del drama doveva essere diversa. Invece, ci viene servita una conclusione malinconica e raffazzonata, dove lui muore per salvarla (ovviamente) e lei solo dopo, leggendo una lettera, capisce quanto l’amasse. Troppo poco, troppo tardi. La redenzione non sta nell’atto finale, ma nel percorso, e qui il percorso è stato un deserto di incomprensioni e cattiva scrittura.
In sintesi, “Invisible Love” è una triste occasione sprecata. Non basta certo la buona prova recitativa dell’attore principale per tenere in piedi un intero castello di carte. Piuttosto, per chi fosse curioso, suggerirei di optare per qualche suo altro titolo meglio riuscito e salterei a piedi pari questo.
Ottimo inizio, ma poi l'originalità lascia il posto al già visto (e fatto meglio altrove)
Partenza un po' ingannevole, già che l'ottima impressione mi ha portata a supporre di avere tra le mani una perla rara: l'avvio è perfetto, l'unica nota stonata è stata la scelta dell'attrice protagonista, che ho trovato poco espressiva dall'inizio alla fine, ma a parte questo tutto il resto sembrava puntare a qualcosa di originale, diverso dal solito. Ho adorato la piccola fenice, l'incontro nel regno mortale e, soprattutto, la caratterizzazione del protagonista, che tratteggia l'esatto opposto del belloccio di turno tutto forza, coraggio, potere e agilità da vendere. Il "malaticcio" - così lo chiama lei - è un uomo maturo, di una bellezza imperfetta, estremamente cagionevole e dall'atteggiamento mite. Tutto farebbe pensare a una figura debole e remissiva, ma al contrario sembra emanare un'aura di sicurezza e consapevolezza tali da renderlo di fatto "intoccabile", quasi fosse nella sua essenza superiore a tutto e a tutti. Non il solito aitante giovane con zero autocontrollo che si infiamma non appena qualcuno torce un capello alla fanciulla di turno. Xing Yun va ben oltre queste bazzecole, forte di un autocontrollo di fatto invidiabile. Più istintiva è invece Shen Li, guerriera agile e potente (ancora una volta una donna generale, figura spesso promessa e mai mantenuta in svariati drama trasmessi di recente... Qui, forse, abbiamo quanto meno la versione più credibile tra tutte).I primi sei episodi sono splendidi, mostrano qualcosa di nuovo, piace la suddetta caratterizzazione a ruoli invertiti tra i due, e bella è anche la loro interazione, dove l'atteggiamento serafico e composto di lui, che sembra impossibile da scalfire, e l'indole vivace e impulsiva di lei creano un'interazione spesso ironica e divertente.
Poi si arriva al settimo episodio, e lì tutto precipita. Ci spostiamo nel regno demoniaco, ma l'insieme degli eventi e delle situazioni appare piuttosto confuso, quasi fossero mancati dei passaggi. Cambia il tenore della storia, il salto sembra davvero troppo brusco. Il background si amplia, ma personalmente la curiosità ha iniziato a scemare. Poi torna in scena lui, nelle sue vere vesti, che danno un senso tra l'altro alla sua caratterizzazione particolare nel regno mortale, e... Non affascina più come all'inizio. Sembra un contro senso ma perde davvero fascino, oltre a non mostrare la minima evoluzione. La scelta di fingere di non essere lo stesso, con lei che un po' ci crede e un po' no, sembra avere l'unico obiettivo di riempire una buona manciata di episodi. Quanto alla trama, tutto ciò che mi era sembrano un iniziale spunto originale naufraga di fronte a tematiche già viste e riviste, riproposte puntualmente come in mille altre serie dello stesso genere... Non nascondo la delusione e la spiacevole sensazione associata. Non ho nemmeno potuto concentrarmi sul solo romance - che se fatto bene sarebbe più che bastato a consolarmi - perchè la curiosa interazione che si era generata tra i due nel regno mortale si evolve lentamente - ma molto lentamente - in qualcosa di assolutamente tiepido e per nulla coinvolgente, dove la chimica di coppia appare quasi inesistente.
Si risolleva giusto in coda, negli ultimi episodi, regalando un apprezzabile lieto fine e, soprattutto, un episodio che definirei quasi un "extra", dedicato a riunire un'altra coppia ma che permette di scrutare i due protagonisti nella versione "felici e contenti". Una scelta singolare che varrebbe la pena valutare più spesso, già che molte volte gli epiloghi sono un po' affrettati e lo spettatore , deluso dalla conclusione ma affezionato ai personaggi principali, sogna ad occhi aperti una seconda stagione che puntualmente non arriva e che - a conti fatti - non avrebbe ragione di esistere in quanto la storia si è comunque conclusa. Ecco quindi che una soluzione del genere potrebbe essere una giusta via di mezzo in grado di accontentare tutti quanti.
Detto questo, la durata complessiva è - come nella maggior parte dei drama cinesi - davvero eccessiva. Bene i primi sei episodi, avrei condensato tutta la parte meno riuscita in altri dieci episodi al massimo, e ricollegato poi quelli finali. Un taglia e cuci che avrebbe ridotto della metà il numero di episodi ma, con tutta probabilità, a suo vantaggio.
Nonostante una sceneggiatura non particolarmente azzeccata e uno sviluppo prolisso, il drama presenta però anche aspetti positivi: OST di alto livello, effetti speciali anche (qualitativamente indiscutibili, ma forse ne avrei limitato un po' l'uso massiccio nel regno demoniaco/immortale).
A livello di recitazione, ho apprezzato la maggior parte degli attori, con una nota di demerito per l'espressività della protagonista e al contrario una nota di merito per Geng Xin, che ha saputo regalare un ritratto spettacolare del ML soprattutto nella prima parte, finendo poi ingessato in una sceneggiatura che, dal di là delle doti recitative, non promuoveva certo l'evoluzione e lo sviluppo del personaggio.
A conti fatti lo trovo un drama nel quale ci si è giocati proprio male l'ottimo potenziale, indi per cui se devo valutarne il solo risultato concreto personalmente mi sembra sia stato un bel po' sovrastimato. Non ne sconsiglio la visione, ma tra la parte che merita e quella che lascia a desiderare, l'ago della bilancia pende di un poco verso quest'ultima.
Rapido ma impreciso ritratto di un curioso eroe squattrinato
Cashero è quel drama che suscita curiosità nonostante i numerosi difetti, ma che si continua a guardare fino alla fine accettando la presenza di svariati aspetti migliorabili.LA DURATA:
Breve, gli otto episodi – la metà dei canonici coreani – lo rendono una visione rapida, con un investimento di tempo sufficientemente contenuto e, di conseguenza, una maggiore clemenza rispetto ai difetti.
Se da una parte non si rischiano le criticità dei drama eccessivamente prolissi, dall’altra si è andati forse un po’ troppo al risparmio in termine di minuti, ed è mancato lo spazio per fare la giusta e necessaria chiarezza su svariati aspetti. Se otto episodi era la misura perfetta per serie come “The trauma code”, qui il tipo di storia che si voleva sviluppare avrebbe necessitato di qualche episodio in più… Dodici sarebbero stati a mio avviso quelli giusti.
LA STORIA:
Non c’è una vera e propria storia… Di fatto questa coincide con la figura del protagonista. Kang Sang Woong è un giovane impiegato dalla vita ordinaria, che convive con la fidanzata storica e con la quale cerca faticosamente di mettere da parte i risparmi necessari a comprare finalmente casa.
Il padre verso il quale non ha la minima stima trasferirà a lui un superpotere in modo improvviso e bizzarro, per cui si ritroverà dall’oggi al domani in una situazione più disperata che fantastica, già che l’utilizzo delle nuove abilità acquisite comporta il dover depauperare le proprie risorse economiche.
Proprio il tema del denaro è un po’ il perno centrale della storia: Sang Woong che cresce in una famiglia perennemente in difficoltà a causa di un padre incapace di salvaguardare i risparmi, la fidanzata storica ossessionata dal denaro e che di lavoro fa la contabile. Cashero aggiunge poi il dilemma per eccellenza: un supereroe che per fare del bene si deve ridurre sul lastrico. Forza sovrumana e capacità curative diventano incredibilmente “costose”, ma ancor più difficile diventa scegliere di non intervenire nelle questioni non strettamente personali, salvaguardando però così la situazione ordinaria della propria vita personale. Più una condanna che una fortuna, insomma.
La trama ha il pregio di approcciare le diverse situazioni sfruttando modalità variegate, per cui ai passaggi più drammatici si alternano momenti ironici e bizzarri, scene più riflessive stemperate da momenti di pura azione, oltre a brevi spiragli di simpatica levità (ad esempio quando la fidanzata che gli passa la banconota per testare l’aumento della sua forza anche in camera da letto). Nonostante ciò, il drama palesa una scarsa chiarezza narrativa che porta questi diversi tipi di approccio a susseguirsi bruscamente, senza una lineare continuità necessaria a rendere il tutto scorrevole e coerente.
IL CAST
Partendo dal protagonista, Lee Jun Ho si rivela una scelta più che azzeccata: attore carismatico ed espressivo, reduce da un’altra prova meritevole (Thyphoon family) e che vanta in generale diverse intepretazioni degne di nota negli ultimi anni (King the land, Chief Kim, Dress sleeved red, Just between lovers). La sua è una recitazione grintosa, di carattere, che trova ad esempio un perfetto riscontro nelle inquadrature finali di alcuni episodi, dove riesce a conferire il giusto grado di incisività e verve alla scena. Oltre a lui, da segnalare sicuramente la prova di Kim Byung Chul, attore particolare capace di farsi apprezzare in ruoli diversi e il cui talento avevo già avuto modo di conoscere in “Doctor prisoner”. Ho ritrovato con piacere altre vecchie conoscenze, quali Jang Hyun Sung (il detective) e Kim Won Hae (l’anziano che vede il futuro), attori da anni dediti a interpretare magistralmente figure secondarie di drama celebri e ben fatti. Tutti attori, quelli citati, le cui carriere si erano già incrociate sui set di “Chief kim” e “Doctor prisoner” (all’appello credo manchi solo Namgoong Min, protagonista di entrambe le serie citate, ma che qui comprendo non avrebbe avuto senso… Anche perché la sua presenza avrebbe oscurato il protagonista, e non era certo il caso). Si fa nuovamente notare, in senso positivo, Lee Chae Min (Cho Nathan), che quest’anno ha attirato l’attenzione di molti grazie alla splendida prova in “Bon appetit, your Majesty”. Tra l’altro l’attrice che qui interpreta la sorella, nell’altro drama ricopriva il ruolo della sua concubina: di nuovo un ruolo da “cattiva” e di nuovo un buco nell’acqua, già che ne risulta ancora una volta un personaggi fiacco. Simpatica la ragazza col potere della telecinesi, mentre la fidanzata del nostro eroe davvero anonima: il romance non era il tema predominante ma più che altro un elemento di contorno, per cui la sua presenza è stata tutto sommato senza infamia e senza lode… Così come lo sarebbe stata quella di tante altre attrici non particolarmente brillanti.
OST
Non fenomenali ma adeguate al tipo di drama. Carine, in certi passaggi si fanno particolarmente notare, ma non sono quei brani che ti rimangono in testa anche a visione conclusa.
MARGINI DI MIGLIORAMENTO
- La figura del padre, introdotta e spiegata veramente male e in modo incoerente: non c’è un grande rapporto padre-figlio ma nemmeno del risentimento, per cui risulta abbastanza incomprensibile il fatto che trasmetta di punto in bianco il potere al giovane, stravolgendogli la vita e senza nemmeno degnarlo di spiegazioni non solo dovute ma anche necessarie per la sua incolumità. Un potere talmente ambito per cui Sang Woong entrerà fin da subito nel mirino dell’alleanza mondana, mentre al contrario il padre era stato lasciato tranquillamente in pace per anni. Qualcosa non torna, maialino-salvadanaio a parte.
- Gli altri soggetti con super poteri, di cui si sa ben poco e si decide di raccontare ancora meno. L’avvocato, Pan-Mi… persino il detective, avrebbero meritato tutti una maggiore attenzione e introspezione. Peccato.
- I cattivi: qui siamo proprio messi male. Sembrava una staffetta di quattro atleti dalle prestazioni deludenti che non facevano altro che passarsi – faticosamente – il testimone l’un l’altro. Soprattutto sugli obiettivi di ciascuno di loro, dal padre ai due figli all’usuraia, è rimasta una grande confusione.
- Le dinamiche, spesso poco coerenti e dove i tempi non tornano: Sang Woong viene attaccato da Cho Anna e dal suo tirapiedi dalle braccia infuocate, segue lo scontro tra i due, la vittoria di Sang Woong… Che poi si ferma. La nemica è lì, a un passo da lui, difesa da un gruzzolo di guardie inutili, e niente, il confronto termina lì, tipo “fine primo round”. Se facciamo fuori la cattiva subito, come portiamo avanti la storia? Non solo, hanno così fretta di mettere le mani su Sang Woong, sperando non si metta di mezzo anche l’Avvocato, che lo lasciano poi tranquillo per giorni/settimane, durante le quali lui ha paradossalmente modo di allearsi con gli altri due super umani e allenarsi per diventare più agile e forte. Ma perché??? Sono scelte che hanno senso solo per arrivare dove la storia già scritta vuole arrivare, ma rappresentano di fatto una strada forzata poiché il buonsenso e la logica andrebbero in tutt’altra direzione, ed è con quelle che ragiona lo spettatore ignaro dell’intera sceneggiatura.
Il drama dura poco, alcuni spunti sono originali, il cast merita, la storia a modo suo incuriosisce… Abbastanza da accettarne i difetti – che vanno messi in conto e che salteranno all’occhio – e apprezzarlo per quello che è.
Buono l'inizio... Ma soltanto quello. Drama complessivamente deludente nonostante il valido cast.
Di buono c'è solo l'inizio. I primi tre episodi sono validi, suscitano un certo interesse e promuovono un certo tipo di aspettative... Che verranno però presto disattese. L'idea alla base è molto chiara, la realizzazione molto meno. Tanta confusione, tanti errori e strafalcioni, molti controsensi, non poche ovvietà. Su questa scia l'entusiasmo iniziale presto inizia a venire meno, la serie va alla deriva, poi naufraga e infine si inabissa nella noia. Arrivare alla fine è stata una fatica, e certo non è la sensazione che uno spettatore ricerca.Nei panni della protagonista troviamo una sempre molto brava Jeon Yeo Bin, attrice che dopo le performance in "Vincenzo" e "Our movie" si trova sulla cresta dell'onda, ma che qui finisce per essere imbrigliata in un personaggio inconsistente, legato a una sceneggiatura con pesanti problemi di coerenza e credibilità. L'idea dell'anonimato non ha funzionato affatto, al contrario tutto si è rivelato essere più che palese e scontato.
L'inizio, dicevo, è l'unica parte meritevole. Dal suo arrivo nella sperduta cittadine di Muchang l'intera storia sembra assumere tratti tragicomici, riempiendosi di stupidi fraintendimenti, situazioni assurde e del tutto irreali. I meccanismi causa-effetto che hanno portato avanti la storia fino al suo epilogo sono molto discutibili: manca il buonsenso, con il quale si risolverebbe tutto nel giro di un paio di episodi, invece si forza la trama verso scelte che non hanno la minima logica se non quella di andare verso la direzione prevista da un copione che, in termini di coerenza, lascia davvero a desiderare.
Rispetto al cast, comunque complessivamente buona la prova Jeon Yeo Bin. Moon Sung Geon, il vecchio presidente, performante nel ruolo interpretato e figura di rilievo nella prima parte, un'ottima prova per un bravo attore che da anni veste i panni del personaggio secondario in moltissimi drama di successo (Our movie, Connection, Vuoi sposare mio marito?, My dearest/Lovers e molti altri ancora). Ben riusciti anche i personaggi dell'amica svampita e dell'avvocato zelante, così come l'antagonista che riesce - come è giusto che sia - a farsi detestare e a risultare veramente antipatica, anche semplicemente nell'estetica. Per nulla riuscito invece Jeon Dong Min, che rimane un personaggio piatto e per nulla convincente (quella frangia perennemente infilata in mezzo agli occhi, poi, è stata una vera e propria tortura).
Tutta la vicenda centrale, che prevalentemente si svolge nella piccola cittadina, risulta prolissa e noiosa, buona parte degli abitanti tratteggiati in modo troppo esagerato, chi per un verso chi per l'altro, tanto da risultare fastidiosamente finti e fuori luogo.
Le emozioni tornano a farsi un po' vive nel finale, ma parliamo ormai degli ultimi episodi e non bastano certo a risollevare le sorti del drama, ormai arenato sul fondale.
Partita curiosa, inizialmente carica, ben presto tremendamente delusa, infine quasi pentita del tempo dedicatole. Meglio puntare ad altro...
L'infelice binomio dato da una sceneggiatura banale e un attore di grande talento
Titolo atteso da tempo in quanto ritorno a un romance drama di Song Joong Ki, attore versatile e poliedrico la cui fama è cresciuta in modo esponenziale grazie al celebre e iconico “The Discendants of the Sun” di una decina di anni fa. Successivamente protagonista di altri drama e film meritevoli dove ha dimostrato – soprattutto in questi ultimi – di non essere solo un bel volto capace di affascinare nel ruolo dell’aitante capitano delle forze speciali piuttosto che nel magnetico boss della malavita ma di saper annullare il piano estetico e dare vita a personaggi di una profondità introspettiva impressionante.Le aspettative non erano alte, diciamo pure altissime. La delusione, di conseguenza, è stata a dir poco cocente.
La sceneggiatura di “My Youth” è qualcosa di davvero indefinito e inconsistente: un drama nemmeno troppo lungo – conta solo dodici episodi – che fatica comunque a trovare una propria identità. Il tema iniziale è quello del giovane, anonimo e tranquillo fiorista con un passato da ex bambino prodigio, che diventa suo malgrado oggetto di attenzioni da parte di produttori che vogliono riportarlo davanti alle telecamere e rispolverare così i suoi anni d’oro. La figura che fa da collante si rivela essere la giovane compagna di studi degli anni dell’adolescenza e con la quale, complice la difficile situazione che lui stava vivendo all’epoca, non era riuscito a cogliere l’opportunità di vivere una bella storia d’amore. Il tema della seconda chance si infila così nella vicenda e diventa via via predominante, mentre l’incipit iniziale si affievolisce fino a diventare un elemento quasi di contorno. Il focus si sposta quindi sul romance, tra alti e bassi che li vede avvicinarsi e allontanarsi più volte, in vari tentativi minati da un mancato tempismo ma che riescono comunque a concludersi - a un certo punto – con la formazione della coppia. Siamo ben lontani dall’ultimo episodio e sembra non esserci altro da spremere rispetto alla love story, per come impostata e sviluppata. Così, nel mentre che la coppia va formandosi, si provvede a un ulteriore rabbocco di trama, aggiungendo l’elemento della malattia degenerativa di lui.
Non è un grande drama sulla storia di un bambino prodigio cresciuto poi nell’anonimato e affrontando mille difficoltà. Non è neanche il racconto di un’indimenticabile storia d’amore e nemmeno la toccante vicenda che coglie l’essenza di una vita provata da una malattia terminale. E’ piuttosto un mix deludente di tutte queste tematiche, dove nessuna eccelle ma nel complesso vengono tutte un po’ bistrattate.
Se ho apprezzato qualcosa, sono stati i legami famigliari. In particolar modo quello tra Sunwoo Hae e il padre, figura chiaramente debole e incapace di assumersi le più banali responsabilità tipiche dell’età adulta e che, per questo, si può disprezzare ma non si riesce veramente a odiare. Interessante anche il rapporto con la sorellastra minore e il fratellastro acquisito.
Cast secondario valido, dove spiccano Jin Kyung e Jo Han Chul. Rispetto ai protagonisti, l’attrice femminile non mi ha convinta affatto e non sono riuscita a prenderla in simpatia: è rimasta lì, come un personaggio scritto sulla carta, un po’ insipida e un po’ incolore.
Diverso il discorso per Song Joong Ki, pezzo forte del drama in tutti i sensi e unico motivo per cui – facendomi forza – sono giunta alla fine della serie. Una colonna portante che, da sola, non ha avuto comunque la possibilità di tenere in piedi l’intera serie. Sprecato per il tenore di una storia complessivamente fiacca, costretto nei limiti di una sceneggiatura ordinaria e priva di originalità e, di conseguenza, impossibilitato a dare prova del suo noto talento. I miracoli, come tutti, non li può fare.
Attendevo da anni il suo ritorno a un drama romantico, è un vero peccato che sia incappato in una produzione che davvero non lo meritava. In un’intervista ha recentemente affermato di non essere sicuro di saper ancora fare dei melodramma con l’avanzare dell’età… Io dico di sì, a patto di scegliere il titolo giusto.
Drama da archiviare. Per i fan di Song Joon Ki: voltiamo pagina e confidiamo nel prossimo drama.
Drama malsano ma con la sublime interpretazione di uno psicopatico
Trattasi di una serie BL made in Taiwan a tema Omegaverse, quindi un’ambientazione fantasy dove gli essere umani non sono più classificati in base al genere ma secondo una gerarchia di dominio alfa-beta-omega che contempla questioni come la gravidanza maschile, marchiatura, cicli di calore/furia legati all’accoppiamento e produzione di feromoni da ghiandole specifiche situate alla base posteriore del collo.Un panorama discriminatorio e prevaricante che sinceramente non ho potuto apprezzare, dove vige la legge del più forte e l’umiliazione dei più deboli è all’ordine del giorno.
La trama è esclusivamente al servizio del doppio pairing - principale e secondario - con situazioni forzatamente assurde e improbabili. Tanti gli aspetti, nelle vicende così come nella caratterizzazione dei personaggi, davvero poco credibili. Va detto che spessore della trama e coerenza non sono gli obiettivi principali del drama, che punta invece ad essere pioniere del genere, a dispetto della censura cinese.
Piuttosto noioso il pairing secondario dato dallo zerbinoso Gao Tu e dal suo capo/ ex compagno di studi, l’altezzoso ma per nulla acuto Shen Wen Lang. Di quest’ultimo ho tuttavia apprezzato le conversazioni con l’improbabile alleato, Hua Yong. Sono momenti un po’ assurdi, tra uno psicopatico e un ottuso, che risultano però a tratti anche simpatici.
La coppia principale posso definirla solo malsana, dove la storia prende avvio per merito delle mille bugie di Hua Yong, trasformando l’inizialmente arrogante e dominante Sheng Shao You in un burattino senza spina dorsale, pronto a voltare pagina dopo un’incazzatura davvero celere e a perdonare un trattamento a dir poco inaccettabile.
Pessima anche la gestione del tempo: la prima metà degli episodi sembra procedere a rallentatore, con l’impressione di un perenne procrastinare l’entrata nel vivo della vicenda. Gli ultimi episodi al contrario sembrano concentrati a dismisura: in particolar modo l’ultimo sembra il pessimo risultato di un “taglia e cuci” per inserire tutti i passaggi che avrebbero necessitato minimo del quadruplo della durata dell’episodio.
A fronte di queste critiche impietose, c’è da chiedersi perché sia giunta alla fine - interminabile, già che con un episodio a settimana la messa in onda è durata qualcosa come tre mesi - invece di droppare la serie a piedi pari.
La risposta è solo una: Hua Yong.
Personaggio , ripeto, malsano e che non può e non deve rappresentare un modello nella vita reale, indipendentemente dai trascorsi difficili che gli si possono attribuire. Meschino, subdolo, falso fino al midollo e disposto a tutto pur di raggiungere il proprio obiettivo e soddisfare quella che a tutti gli effetti è un’ossessione malata che si vuole spacciare per amore.
Pur condannando quindi il personaggio su tutta la linea, ho trovato davvero sublime l’interpretazione dell’attore - Huang Xin - che ha saputo portare in scena una figura da brividi, tremendamente bipolare e capace di alternare in modo a dir poco inquietante lo sguardo indifeso con tanto di occhi lucidi e postura remissiva a un portamento categorico, freddo e letale. Tanto è eccessivamente stucchevole nell’occuparsi del suo Mr. Sheng, tanto si rivela insensibile nei confronti del resto del mondo, con un disinteresse totale e una mancanza di empatia patologica da renderlo quasi non umano. Enigmatico - in tutti i sensi - rappresenta la vera singolarità della serie.
Davvero credibile nella sua facciata gelida, autorevole e autoritaria, dove si sente palesemente al di sopra di tutto e di tutti.
Ho seguito l’attore di recente anche in uno short drama - etero, non BL - dove al di là della bassa qualità della serie ha dimostrato ancora una volta di essere performante nel ruolo del protagonista freddo, distaccato e tagliente.
Per quanto mi riguarda salverei quindi solo questo aspetto del drama, ovvero la prova di talento del sopracitato Huang Xin e la speranza di rivederlo in una serie dal contesto totalmente differente ma con lo stesso tipo di caratterizzazione che, a quanto pare, è davvero nelle sue corde.
Per il resto, visione per quanto mi riguarda molto discutibile, credo apprezzabile solo dai fan del genere che, a sua volta, è un po una derivazione di nicchia del filone fantasy slash.
Ogni promessa è debito...La vera "leggenda" di questo drama.
Ho sempre visto il trailer di un film/drama come una sorta di promessa, un anticipo di ciò che potrai aspettarti dalla visione.Promettere tanto e non mantenere l'impegno è peggio che promettere poco ma essere di parola. Niente lascia l'amaro in bocca quanto le aspettative disattese.
Con "Legend of the female general" mi sono ritrovata - ahimè - nel primo dei due casi: un trailer accattivante che prometteva imprese epiche e la figura di una donna straordinaria.
Non è un brutto drama - non lo è davvero - ma sulla carta doveva essere qualcos'altro. La serie abbraccia diversi genere, dal romance al wuxia, senza tralasciare scenari militari e intrighi. Ma nessuno di questi aspetti eccelle singolarmente e, nell'insieme, la leggenda diventa più di nome che di fatto.
La protagonista femminile doveva essere il perno centrale e l'idea del suo personaggio è comunque interessante: una donna forte e indipendente, tenace nell'inseguire i suoi obiettivi, che non accetta di cedere di un millimetro rispetto a quanto ottenuto con fatica, al di là del genere, del nome, del passato, dei rapporti famigliari, di tutto quanto. Una persona di valore che vuole essere riconosciuta come tale per i propri meriti, né più né meno.
Questa giovane, abile e astuta donna mostra spesso però anche atteggiamenti e moine spesso infantili, sorrisetti divertiti e/o canzonatori... Momenti simpatici, per l'amor del cielo, ma poco in linea con l'immagine di una donna che nel passato recente era riconosciuta come un grande e valoroso generale, pur spacciandosi uomo. L'addestramento al campo assomiglia spesso al ritiro di un campeggio estivo.
Discordanze di questo tipo si riscontrano anche nel protagonista maschile: attore calzante per un personaggio ben pensato, che brilla di suo ma senza voler oscurare la controparte femminile, dove ammirazione e rispetto per l'altro contano quanto il coinvolgimento sentimentale. Però anche qui ogni tanto qualcosa stride: il nostro Comandante, così intelligente, acuto e attento - capace di cogliere la natura delle persone in una frazione di secondo in base a un passo felpato o a un minimo gesto - non riconosce il cambio di persona quando il vero He Ru Fei prende il posto di He Yan: cambia la corporatura, cambia la voce - una voce che si presuppone lui conosca da anni - e lui non se ne accorge minimamente. Non solo, ritrova He Yan al tempio nel periodo in cui era cieca e successivamente ci si interfaccia giorno (e notte) al campo di addestramento e...Niente, non collega proprio i puntini. Poco coerente, davvero.
I personaggi secondari sono molti e penso che su ciascuno di loro sia stato fatto un buon lavoro di caratterizzazione, nel complesso: non c'erano figure le cui scene avrei saltato a piedi pari. Alcuni un po' stereotipati, altri più interessanti: nell'insieme si può dire che hanno fatto la loro parte.
Sul fronte del ritmo e della capacità di mantenere alta l'attenzione, qualcosa è mancato. I primi dieci episodi li ho seguiti con grande interesse, tanti i personaggi da conoscere e inquadrare, molti dei quali alle prese con mosse e contromosse, tattiche, sotterfugi e secondi fini. Alla lunga però l'impressione è stata quella di episodi sempre più lenti, meno accattivanti, con un senso di pesantezza che emergeva pian piano. Forse 33 episodi sono stati eccessivi per la vicenda narrata o forse ci sarebbero potuti anche stare ma a patto di rendere la visione più stimolante: se la curiosità va scemando, qualcosa non ha sicuramente funzionato a dovere.
Una serie partita in pompa magna, presto ridimensionata nelle aspettative, conclusa non dico per inerzia ma sicuramente con un senso di pesantezza al seguito. Sono passata da un elettrizzato "chissà cosa succederà ora!" a un monotono "va bene, è successo questo, ci sta, passiamo oltre".
Bella l'idea di una guerriera leggendaria, magari prima o poi la vedremo. Ma non in questo drama, che si lascia comunque guardare e per alcuni aspetti anche apprezzare, con un approccio di accettazione finalizzato a "passare oltre".
Short drama verticale apprezzabile solo per la buona chimica di coppia
Primo drama in formato verticale per la sottoscritta: decisamente non fa per me.La trama è inconsistente, non sta minimamente in piedi, dal punto di vista della logica è una falla dopo l'altra. La storia sembra un collage di singole scene - del resto conta una novantina di episodi da due minuti l'uno - che si susseguono con l'impressione di uno spiacevole singhiozzo.
L'unica nota che ho apprezzato sono le scene d'amore tra i protagonisti, più realistiche - complice anche una buona chimica di coppia - rispetto agli statici e sdolcinati baci a stampo (o quasi) che caratterizzano la stragrande maggioranza dei drama asiatici.
Riconosciuto questo singolo aspetto positivo, posso dire che mi piacerebbe vederlo messo in atto anche in altri drama, quelli meritevoli. Perchè questa serie, per il resto, ha davvero ben poco di salvabile.
Il massimo degrado in un drama che vuole essere crudo e difficile da guardare, pur valido e sensato
Forse il drama più pesante che io abbia visto ad oggi. Non è una serie d'intrattenimento e, anche per chi cerca altro, non è comunque un prodotto per tutti.Regna la violenza, fisica e psicologica, dove le scene NC18 sono crude ma disturbano meno degli accenni agli abusi, da giovani o in età adulta. Non le vedo però come scelte provocatorie o insensate, bensì come l'obiettivo che il drama si pone, ovvero quello di mostrare un preciso spaccato reale - per quanto difficile da guardare, al mondo c'è anche questo - e portare avanti un tema inserendolo in un contesto che rappresenta il massimo disagio sociale possibile.
Senza nulla togliere ai drama che propongono e sviluppano storie che si muovono, pur con i loro alti e bassi, all'interno della comfort zone dell'accettabilità, dove certi limiti non vengono mai superati, qui semplicemente viene fatta una scelta diversa ma altrettanto lecita: proporre e sviluppare un tema - e di conseguenza una storia, o viceversa - in una situazione di massimo degrado. Va da sè che gli alti e bassi acquisiscano una nuova concezione, in particolar modo per quanto riguarda i "bassi". E sorprendentemente, gli "alti" ci sono comunque (e quest'ultimo credo sia un po' il punto fondamentale, perchè per quanto nero sia il nero, non può mai essere tutto completamente nero).
Sarò sincera, sono abbastanza certa che non la riguarderò. Non è una serie fatta per il rewatch, non credo possa nemmeno rientrare nel "genere preferito" della maggior parte degli utenti ma, messa in conto la possibilità di rimanere disturbati da alcuni passaggi, è una serie che - con il giusto metro di valutazione, che non è quello della storiella da intrattenimento - risulta valida e capace di raggiungere lo scopo prefissato.
Drama che affonda poco dopo l'inizio... E non torna più a galla.
Iniziato discretamente, non proprio un avvio col botto ma c'erano comunque delle buone premesse. Cast e livello di recitazioni accettabili. Sono bastati però pochi, pochissimi episodi per farlo inabissare nelle acque dell'arcipelago di Kinmen. Il resto della serie è stato un continuo annaspare per cercare di stare a galla, ma con la noia dilagante come zavorra aggiuntiva. Concluso davvero a fatica, un titolo da dimenticare alla svelta, un po' come il tempo - purtroppo - sprecato.
Serie originale su temi delicati che in primis emoziona ma poi va capita
Serie insolita, che va a toccare anche temi piuttosto delicati.E' un drama dove la comunicazione è fondamentale per come è impostata la storia, ma è anche un drama giapponese, notoriamente parchi di interazioni verbali (se un concetto può essere normalmente espresso in 10 parole e la sua sintesi in 5, un drama giapponese ne utilizzerà a dir tanto 3). Sia chiaro, rispetto ad altre serie giapponesi qui le conversazioni e le interazioni non mancano, anzi, sono alla base della trama. Eppure, per ogni esternazione sembra sempre esserci altrettanto non detto.
Attorno a tematiche quali la genitorialità, l'aborto, le scelte individuali e non, ruotano le tre principali figure: inizialmente viene da fare una netta distinzione tra chi è nel giusto e chi nel torto, ma un'osservazione attenta porta a concludere che - di fatto - rappresentano semplicemente la realtà nella loro complessa imperfezione, nessuno escluso.
Abbiamo "la temeraria incompresa" Mizuki, personaggio forte e deciso a portare avanti le proprie scelte, costi quel che costi. Sebbene abbia avuto un attimo di tentennamento - valutando la strada dell'aborto perchè di fatto la più utile per le prospettive di Natsu - ci viene descritta dalla madre e dai conoscenti come un personaggio da sempre singolare. Anche nella delicata questione della maternità, alla fine, rimarrà fedele a sè stessa stabilendo un ordine di priorità, che vedrà al primo posto Umi. Decide di tenere all'oscuro Natsu, mossa pesante e sicuramente condannabile perchè di fatto toglie a lui il diritto di essere padre, e lo fa perchè consapevole che decidere di tenere il bambino significava mettere Natsu con le spalle al muro, senza dargli in realtà la possibilità di scegliere diversamente. Proprio perchè però Umi è al primo posto, quando viene a sapere della malattia terminale mette in conto di invadere nuovamente la vita di Natsu (anche qui la scelta è decisamente opinabile, sembra che si prenda il diritto di decidere cosa dire e quando dire, tenendo all'oscuro Natsu o sconvolgendogli la vita). E' un personaggio che fa una scelta, la fa nell'interesse esclusivo di Umi, e per questa scelta è pronta ad addossarsi giudizi e sensi di colpa, ma è anche una scelta convinta e della quale non si pentirà mai.
Abbiamo poi "l'indeciso perenne" Natsu, che inizialmente sembra un po' la vittima della situazione (gli viene fatto credere un aborto, poi viene lasciato, gli viene tenuta nascosta la nascita della figlia, gli viene sconvolta l'esistenza scoprendo della figlia anni dopo, aspetto che destabilizzerà inevitabilmente la vita che nel frattempo si era ricostruito). E' un personaggio che, per sua ammissione, è eternamente insicuro e indeciso: prende tempo, non si butta a capofitto. Lo vediamo da come risponde all'attuale compagna, da come gestisce il rapporto con Umi. Fin dai tempi della relazione con Mizuki appare come un bravo ragazzo, gentile e presente, però di fatto non una colonna portante del rapporto. Sarà proprio il costruire un rapporto con la figlia appena conosciuta a renderlo più sicuro di sè, più responsabile e pronto a fare delle scelte convinte.
C'è infine "l'altruista infelice", la nuova compagna di Natsu: la paternità di lui sconvolge la loro relazione come un fulmine a ciel sereno e, inizialmente, oltre a puntare a mantenere il rapporto con lui vede nella bambina anche l'inaspettata possibilità di mettere a tacere dei sensi di colpa con i quali, in segreto, convive da anni. Quando lui confessa che, pur essendone stato tenuto all'oscuro, sapere che l'aborto non era andato in porto e la bambina era poi nata gli aveva dato sollievo, lei sembra un po' alla ricerca della stessa sensazione. Consapevole di aver comunque agito all'epoca secondo quello che le sembrava buonsenso - anche se non era ciò che avrebbe voluto - continua però a dare la priorità agli altri e non ai propri desideri. Sarà difficile per lei trovare la forza di scegliere di non doversi necessariamente adattare alla nuova situazione ma di avere il diritto di compiere delle scelte per vivere bene con sè stessa, per quanto sia sinceramente affezionata a Natsu e alla piccola.
Un drama, quindi, che più che una storia di eventi narra l'evoluzione di rapporti.
Dal punto di vista del coinvolgimento, i primissimi episodi mi hanno davvero toccata - le lacrime scorrevano a fiumi - ma col progredire della serie l'impatto emotivo è via via venuto meno, un po' perchè certi meccanismi riproposti non avevano più l'effetto della prima volta, un po' perchè se all'inizio sembra ci sia una storia al centro, affiancata dallo sviluppo dei personaggi, col passare degli episodi sembra che la lettura introspettiva dei personaggi diventi la parte predominante, ma a quel punto la componente emotiva scema e l'impressione è più che altro quella di compilare una virtuale scheda del profilo psicologico di ciascun protagonista.
Buono il supporto dei personaggi secondari, complessivamente la serie conta un numero di attori piuttosto esigui, se non teniamo conto delle comparse. Buona la recitazione, il protagonista maschile esteticamente affascinante - il panorama degli attori giapponesi non offre solitamente molto in tal senso - e davvero brava la piccola attrice che interpreta Umi (attrice la cui anagrafica corrisponde all'età del suo personaggio e che è coinvolta come figura principale in moltissime scene).
In conclusione una serie senz'altro originale, consigliata per chi vuole vedere qualcosa di diverso dal solito, con l'avviso che il coinvolgimento emotivo iniziale potrebbe lasciare il posto a una più impegnativa richiesta legata alla comprensione psicologica dei personaggi nella seconda parte della serie. Lacrime nella prima parte, meningi spremute nella seconda.

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