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Completed
Where Does the Sea Begin
3 people found this review helpful
by Lynnea
Feb 1, 2025
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 7.5
Story 7.0
Acting/Cast 7.5
Music 7.5
Rewatch Value 7.0
This review may contain spoilers

Serie originale su temi delicati che in primis emoziona ma poi va capita

Serie insolita, che va a toccare anche temi piuttosto delicati.
E' un drama dove la comunicazione è fondamentale per come è impostata la storia, ma è anche un drama giapponese, notoriamente parchi di interazioni verbali (se un concetto può essere normalmente espresso in 10 parole e la sua sintesi in 5, un drama giapponese ne utilizzerà a dir tanto 3). Sia chiaro, rispetto ad altre serie giapponesi qui le conversazioni e le interazioni non mancano, anzi, sono alla base della trama. Eppure, per ogni esternazione sembra sempre esserci altrettanto non detto.
Attorno a tematiche quali la genitorialità, l'aborto, le scelte individuali e non, ruotano le tre principali figure: inizialmente viene da fare una netta distinzione tra chi è nel giusto e chi nel torto, ma un'osservazione attenta porta a concludere che - di fatto - rappresentano semplicemente la realtà nella loro complessa imperfezione, nessuno escluso.
Abbiamo "la temeraria incompresa" Mizuki, personaggio forte e deciso a portare avanti le proprie scelte, costi quel che costi. Sebbene abbia avuto un attimo di tentennamento - valutando la strada dell'aborto perchè di fatto la più utile per le prospettive di Natsu - ci viene descritta dalla madre e dai conoscenti come un personaggio da sempre singolare. Anche nella delicata questione della maternità, alla fine, rimarrà fedele a sè stessa stabilendo un ordine di priorità, che vedrà al primo posto Umi. Decide di tenere all'oscuro Natsu, mossa pesante e sicuramente condannabile perchè di fatto toglie a lui il diritto di essere padre, e lo fa perchè consapevole che decidere di tenere il bambino significava mettere Natsu con le spalle al muro, senza dargli in realtà la possibilità di scegliere diversamente. Proprio perchè però Umi è al primo posto, quando viene a sapere della malattia terminale mette in conto di invadere nuovamente la vita di Natsu (anche qui la scelta è decisamente opinabile, sembra che si prenda il diritto di decidere cosa dire e quando dire, tenendo all'oscuro Natsu o sconvolgendogli la vita). E' un personaggio che fa una scelta, la fa nell'interesse esclusivo di Umi, e per questa scelta è pronta ad addossarsi giudizi e sensi di colpa, ma è anche una scelta convinta e della quale non si pentirà mai.
Abbiamo poi "l'indeciso perenne" Natsu, che inizialmente sembra un po' la vittima della situazione (gli viene fatto credere un aborto, poi viene lasciato, gli viene tenuta nascosta la nascita della figlia, gli viene sconvolta l'esistenza scoprendo della figlia anni dopo, aspetto che destabilizzerà inevitabilmente la vita che nel frattempo si era ricostruito). E' un personaggio che, per sua ammissione, è eternamente insicuro e indeciso: prende tempo, non si butta a capofitto. Lo vediamo da come risponde all'attuale compagna, da come gestisce il rapporto con Umi. Fin dai tempi della relazione con Mizuki appare come un bravo ragazzo, gentile e presente, però di fatto non una colonna portante del rapporto. Sarà proprio il costruire un rapporto con la figlia appena conosciuta a renderlo più sicuro di sè, più responsabile e pronto a fare delle scelte convinte.
C'è infine "l'altruista infelice", la nuova compagna di Natsu: la paternità di lui sconvolge la loro relazione come un fulmine a ciel sereno e, inizialmente, oltre a puntare a mantenere il rapporto con lui vede nella bambina anche l'inaspettata possibilità di mettere a tacere dei sensi di colpa con i quali, in segreto, convive da anni. Quando lui confessa che, pur essendone stato tenuto all'oscuro, sapere che l'aborto non era andato in porto e la bambina era poi nata gli aveva dato sollievo, lei sembra un po' alla ricerca della stessa sensazione. Consapevole di aver comunque agito all'epoca secondo quello che le sembrava buonsenso - anche se non era ciò che avrebbe voluto - continua però a dare la priorità agli altri e non ai propri desideri. Sarà difficile per lei trovare la forza di scegliere di non doversi necessariamente adattare alla nuova situazione ma di avere il diritto di compiere delle scelte per vivere bene con sè stessa, per quanto sia sinceramente affezionata a Natsu e alla piccola.

Un drama, quindi, che più che una storia di eventi narra l'evoluzione di rapporti.
Dal punto di vista del coinvolgimento, i primissimi episodi mi hanno davvero toccata - le lacrime scorrevano a fiumi - ma col progredire della serie l'impatto emotivo è via via venuto meno, un po' perchè certi meccanismi riproposti non avevano più l'effetto della prima volta, un po' perchè se all'inizio sembra ci sia una storia al centro, affiancata dallo sviluppo dei personaggi, col passare degli episodi sembra che la lettura introspettiva dei personaggi diventi la parte predominante, ma a quel punto la componente emotiva scema e l'impressione è più che altro quella di compilare una virtuale scheda del profilo psicologico di ciascun protagonista.

Buono il supporto dei personaggi secondari, complessivamente la serie conta un numero di attori piuttosto esigui, se non teniamo conto delle comparse. Buona la recitazione, il protagonista maschile esteticamente affascinante - il panorama degli attori giapponesi non offre solitamente molto in tal senso - e davvero brava la piccola attrice che interpreta Umi (attrice la cui anagrafica corrisponde all'età del suo personaggio e che è coinvolta come figura principale in moltissime scene).

In conclusione una serie senz'altro originale, consigliata per chi vuole vedere qualcosa di diverso dal solito, con l'avviso che il coinvolgimento emotivo iniziale potrebbe lasciare il posto a una più impegnativa richiesta legata alla comprensione psicologica dei personaggi nella seconda parte della serie. Lacrime nella prima parte, meningi spremute nella seconda.

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Completed
Go Ahead
3 people found this review helpful
by Lynnea
Dec 22, 2024
46 of 46 episodes seen
Completed 0
Overall 8.0
Story 8.0
Acting/Cast 8.0
Music 8.0
Rewatch Value 8.0

Una gran bella serie, ma non coinvolgente quanto il suo remake

Arrivo a questa serie dopo aver visto il suo recente remake coreano. Ho letto molte recensioni che ritenevano il remake non all'altezza dell'originale "Go ahead", ed ero quindi contenta di averli visti in ordine inverso. Paradossalmente, però, per quanto mi riguarda, mi ha coinvolta ed entusiasmata di più il recente "A prefabricated family" rispetto a questo titolo. La storia di base è la stessa, ma presenta anche diverse varianti. Dal punto di vista della trama, ho preferito il remake. Remake che è più scenografico, artefatto, studiato, rispetto a questa serie, che al contrario sembra un vero e proprio spaccato di realtà. Eppure sembra che il remake sia riuscito a coinvolgermi e ad emozionarmi molto di più, forse perchè proprio costruito con quell'obiettivo ed estremamente incentrato sul nucleo famigliare allargato, mentre in Go Ahead si ritagliando ampio spazio anche altri personaggi secondari, che può anche starci data la durata della serie ma che andavano a smorzare l'interesse tra una scena legata ai protagonisti e la successiva. Sugli attori, nulla da dire, ottimo il cast in entrambe le produzioni.
In Go Ahead certe situazioni ostiche non sembrano trovare lo sfogo eclatante come nel remake: la madre depressa lo è in entrambi i casi, ma nel remake è davvero agghiacciante; la relazione tra i due giovani non viene accettata così facilmente nella serie recente, mentre qui tutto sommato non c'è un'iniziale e netta opposizione del padre di lei. Punto a sfavore di Go Ahead è l'aver accennato al triangolo amoroso, mentre nel drama coreano la questione viene presa in considerazione e quasi istantaneamente eliminata (non sono una fan dei triangoli, se non si è capito).
Credo che la versione ottimale sarebbe un mix tra le due, prendendo però più elementi dal drama coreano rispetto a questa serie cinese. Resta comunque una visione che mi sento di consigliare, seguendo però l'ordine cronologico tra le due.

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Completed
Embrace in the Dark Night
3 people found this review helpful
by Lynnea
Sep 14, 2024
24 of 24 episodes seen
Completed 0
Overall 5.0
Story 4.0
Acting/Cast 5.0
Music 6.0
Rewatch Value 5.0

In una parola... Sconclusionato

Serie un po' assurda, nel senso che la trama non la si può definire nemmeno inverosimile. Investimento su coerenza, credibilità e senso logico pari a zero. Abbiamo un protagonista sicuramente affascinante e calato nel ruolo del giovane freddo e impavido e una fanciulla esteticamente graziosa e poco altro (il personaggio probabilmente non voleva essere insipido e fastidioso, ma è così che risulta per tutta la durata della serie). Una sfilza di scene romantico-provocatorie, sature di cliché ripetuti come cadute all'indietro sul divano, placcaggi al muro, agguati vari (perchè più che un corteggiamento è questo che sembra) che possono soddisfare gli occhi a cuoricino di chi cerca un romance con scene in parte appassionate (dico in parte, perchè la chimica può esserci anche in una scena non esplicita, paradossalmente senza nemmeno un contatto fisico...e, soprattutto, vale anche il contrario, ovvero scene d'amore che non trasmettono alcunché). Questo, sostanzialmente, quanto messo sul piatto. La storia - se così possiamo chiamarla - viene ricamata di conseguenza, dando vita a una trama allucinante che deve forzatamente portare alle scene prefissate. Ci sono innumerevoli situazioni e momenti - ma proprio innumerevoli - dove le possibili opzioni di azione e reazione sono molteplici, alcune anche di semplice buonsenso, che non vengono minimamente prese in considerazione, forzando la sceneggiatura a un'evoluzione davvero artificiosa e cieca. Non c'è trama, e soprattutto non c'è logica. Giusto molte scene tra i due, che alla lunga sembrano davvero tutte uguali e che possono essere valutate solo per quelle che sono: singole scene, non certo una serie. Visione che si può saltare senza tentennamenti.

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Completed
Don't Dare to Dream
3 people found this review helpful
by Lynnea
Sep 4, 2024
24 of 24 episodes seen
Completed 0
Overall 5.0
Story 5.0
Acting/Cast 5.0
Music 5.0
Rewatch Value 5.0

Eccessiva

"Eccessiva" è l'aggettivo che per primo mi viene in mente pensando a questa serie. Molti, moltissimi aspetti sono esasperati all'inverosimile. C'è un triangolo amoroso che più triangolo non si può, il modo in cui i due protagonisti si relazionano è spesso esagerato, le liti o le discussioni esagerate, le dichiarazioni pure. C'è troppo, ripetuto, esasperato, che stroppia. Le scenette ridicolo imbarazzanti lo sono in modo smisurato, anche le tematiche che potevano dare spessore alla serie - come viene vista la donna in ambito lavorativo piuttosto che il tumore al seno maschile - vengono affrontate nella stessa maniera. L'ho trovata una serie davvero priva di eleganza, come paragonare una bella canzone a uno schiamazzo da cortile.
Anche i protagonisti mi hanno convinta davvero poco, in particolare l'inviato, la cui presenza paradossalmente è stato il motivo per il quale ho deciso di vedere la serie: dopo averlo molto apprezzato come capitano della guardia reale in "The King 2 hearts" ero curiosa di vederlo cimentarsi in un genere anche diverso, senza quella rigidità e poca espressività che il ruolo un po' gli imponeva. Purtroppo quelle sfumature le ho ritrovate anche in questa serie, credo facciano più parte dell'attore e del suo modo di recitare - piuttosto che caratteristiche del personaggio interpretato. Che dire, sono arrivata non senza fatica alla fine.

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Completed
Cutie Pie
3 people found this review helpful
by Lynnea
Mar 31, 2024
12 of 12 episodes seen
Completed 1
Overall 6.0
Story 4.0
Acting/Cast 7.0
Music 6.0
Rewatch Value 6.0

Un drama melenso e senza trama

Ho visto questo drama tempo fa, forse dopo le primissime BL Thai. Mi aveva un po' delusa, l'avevo guardato sbrigativamente e poi archiviato. A distanza di alcuni mesi, ho provato a dargli una seconda chance. Niente, la prima impressione era quella giusta.
L'unico pro credo sia la buona chimica di coppia, sia per quanto riguarda il pairing principale che quello secondario.
Di contro, tante cose. Dal fatto che, diciamocelo, una trama non esiste. Ci sono solo una serie di elementi infilati - a volte un po' a caso - per accompagnare la relazione dei protagonisti nella direzione in cui si vuole andare. Non ci sono grandi drammi, veri e propri ostacoli, ma ci si limita a puntare tutto sul tema del "segreto" e del "non detto", anche dove ciò che viene celato non è niente di eclatante, tant'è che una volta svelato non va a sconvolgere chissà quali equilibri. Alcune scelte, poi, risultano così forzate da essere un po' assurde, vedi il fatto che i due siano stati promessi fin dalla tenera età per volere delle rispettive famiglie (ah, la logica, questa strana cosa misteriosa!). Gli attori abbastanza bravi, anche se l'attore che interpreta Lian mi suscita antipatia a prima vista. Se da una parte, dicevo, non esiste una storia vera e propria, dall'altra a peggiorare la situazioni arrivano una quantità disumana di scenette assurde: un conto è il momento un po' glicemico, ma comunque emozionante e romantico, un altro sono i siparietti melensi, così sdolcinati da risultare ridicoli e quasi imbarazzanti. Ecco, per arrivare alle - non poche, va detto - scene appassionate tra i due occorre però sopravvivere alla pioggia di zucchero a velo del prima e spesso anche del dopo.
Giusto per completezza, mi sono fatta del male e ho guardato anche il sequel e, non contenta, anche la spin-off su Yi e Diao. Per entrambe, confermo quanto già detto per la serie originale. Anzi, in alcuni passaggi sono riuscite pure a essere al di sotto di "Cutie Pie", che non è cosa da poco. Il giudizio finale è una sufficienza risicata, giusto per l'affiatamento tra le coppie. Ma non lo ritengo un motivo sufficiente per consigliarne la visione.

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Completed
When Life Gives You Tangerines
6 people found this review helpful
by Lynnea
Apr 1, 2025
16 of 16 episodes seen
Completed 1
Overall 10
Story 10
Acting/Cast 10
Music 10
Rewatch Value 10
This review may contain spoilers

Una spettacolare lezione di vita di sconvolgente bellezza tra amore e resilienza

Una vera e propria pietra miliare. Ecco cos'è questo drama.
C'è tanto, praticamente tutto, e fatto in modo straordinario.
Non è la storia di una singola persona o di una coppia, è la storia della vita di tante singole persone e coppie diverse, di tutti gli abitanti di un villaggio, la storia di un'intera popolazione nel corso delle varie decadi, dagli anni '60 fino ai giorni nostri.
Nell'elaborato ricamo della trama si intrecciano i fili di molteplici sentimenti e aspetti, capaci di bucare lo schermo e arrivare dritti allo spettatore, con tutto il carico emotivo che comportano.
Amore, resilienza, sacrificio, ma anche sogni, speranze, gioie così come sofferenza, dolore, rabbia e determinazione.
Cronologicamente parlando, il lasso temporale segue il percorso di vita di Ae Sun, da quando nel 1960 non era altro che una bambina di dieci anni. Intelligente e ambiziosa nonostante sia nata e cresciuta nella totale povertà. Figura fondamentale per lei è - e resterà sempre nei suoi ricordi - la madre, una donna sorprendentemente giovane ma logorata nell'aspetto da una dura vita di solo lavoro. Gwang Rye è una haenyeo (pescatrice subaquea tradizionale dell'isola di Jeju), e il suo ritratto è quello di migliaia di altre donne che per decenni hanno mantenuto le proprie famiglie grazie a un lavoro sì caratteristico (è oggi patrimonio UNESCO) ma estremamente usurante, oltre che molto pericoloso. Gwang Rye è una donna cresciuta in povertà ma molto intelligente e soprattutto forte come una roccia, vissuta in un periodo troppo acerbo per poter fare un salto di qualità nello stile di vita (le immagini della capanna in cui vive, gli abiti e tutto il resto potrebbero benissimo risalire agli inizi del secolo, mentre invece siamo ben oltre la metà, ma la mancanza di progresso , soprattutto in una zona provinciale isolana, è davvero impressionante). Sa di non poter ambire a nessun futuro diverso dal proprio presente e ripone tutte le speranze in Ae Sun, primogenita dotata di spiccata intelligenza e bambina capace di sognare in grande. Il rapporto madre - figlia sembra burbero, fatto più di crude lezioni di vita che di coccole, per quanto sia segretamente molto orgogliosa della piccola: Gwang Rye ha una missione da compiere, far capire alla figlia di non abbandonare mai i propri sogni ma al contempo prepararla a una vita - nell'immediato - sicuramente difficile, poichè è chiaro che anche per Ae Sun il mondo non potrà cambiare dall'oggi al domani.
La sua morte lascerà Ae Sun di fatto sola al mondo, poco tollerata dalla famiglia del defunto padre, accolta per convenienza dal patrigno rimasto ad occuparsi dei due piccoli fratellastri. Al suo fianco, fin dalla giovane età, troviamo Yang Gwan Sik, meno abizioso e talentuoso di Ae Sun, ma con un solo obiettivo verso il quale mostrerà la tenacia invidiabile del suo essere il "cuore d'acciaio" per tutta la vita: stare al fianco di Ae Sun.
Le vicende legate alla loro gioventù sono ricche dei drammi quotidiani, quelli veri. La povertà, la disperazione e i sogni infranti non riescono però a soffocare l'amore, che porta il cuore a scelte inevitabili, segnando così il destino di tutto ciò che verrà.
I sedici episodi sono davvero ricchi, intensi. Già dopo averne visti due o tre si ha l'impressione di aver superato - in contenuti - la maggior parte delle serie complete in circolazione. Il filone, dicevo, segue principalmente la crescita di Ae Sun, ma frequenti sono i flashback e i flashforward tra una decade e l'altra, con particolare attenzione ai primi anni di matrimonio, dove le vicissitudini della giovane coppia alternano momenti di gioia e speranza a grandi sofferenze e rinunce, e poi al ventennio successivo, con Ae Sun e Gwan Sik ormai alla soglia dei quarant'anni, alle prese con la gestione dei figli nel delicato passaggio tra l'adolescenza e l'età adulta.
Personalmente, la parte che più ho preferito è quella iniziale, fino ai primi anni del matrimonio. Il salto successivo lascia ampio spazio alle vicende dei due figli che, pur ben caratterizzati, non mi hanno affascinata allo stesso modo. Gli ultimi episodi, invece, sono tornati a investirmi in pieno. Questa è sicuramente una delle serie per la quale ho versato più lacrime in assoluto, la capacità della sceneggiatura, della regia e della recitazione di coinvolgere è impressionante, sembra davvero di mettersi nei loro panni e di vivere le diverse situazioni.
Cast di altissimo livello, tutti quanti, bambini inclusi che hanno davvero avuto un ruolo non marginale o semplice. E che dire delle "zie" haenyeo, la nuova moglie del patrigno, la coppia di anziani burberi ma di buon cuore nella cui casa vivono in affitto nei primi anni di matrimonio, o ancora la nonna di Ae Sun, la madre di Gwan Sik, e non di meno il fastidioso Bu Sang Gil con moglie e figlia. Tante storie e tanti intrecci portati avanti sapientemente, senza mai perdere di credibilità o coerenza, mostrando un vita reale in tutta la sua straziante ma - al tempo stesso - sconvolgente bellezza.
Le musiche - in gran parte canzoni celebri delle varie epoche - s'inseriscono perfettamente nel contesto, affiancando all'inusualità della scelta la capacità di ricondurre sempre a un senso di realtà costante e profonda, richiamando periodi - vissuti o raccontati - che fanno parte della storia di tutti.
In conclusione, una serie non solo da non perdere ma che probabilmente lascerà sconvolti tanto è meravigliosa e ben fatta. A me, di sicuro, è successo.

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Completed
Genie, Make a Wish
10 people found this review helpful
by Lynnea
Oct 8, 2025
13 of 13 episodes seen
Completed 0
Overall 7.5
Story 7.0
Acting/Cast 8.5
Music 7.0
Rewatch Value 6.5

Il Genio dei tre desideri… Esauditi solo in parte

Per quanto quella del genio della lampada sia da sempre una storia indubbiamente affascinante, ho trovato particolare la scelta di farne il tema di un kdrama fin da quando questo è stato annunciato alcuni mesi fa.
Abituati a serie anche ricche di fantasia e di leggende che traggono però spunto dalla cultura coreana, "Genie, make a wish" riprende invece una delle più famose novelle della celebre raccolta araba "Le mille e una notte". Fiaba quindi di origine mediorientale, ambientata in una città cinese... Ma, di nuovo, niente a che vedere con la Corea del Sud. A scatola chiusa, avrei azzardato si trattasse di una mezza proposta commerciale. Se non ho fatto centro, credo di esserci andata comunque abbastanza vicina.

Il cast è sicuramente il punto di forza della serie: quattro nomi importanti, che hanno saputo ancora una volta dare prova di grande talento. In primis i protagonisti, dove troviamo una Suzy Bae semplicemente spettacolare nel ruolo della giovane sociopatica: intrigante, credibile (anche nelle scene più violente), mai scontata. Kim Woo Bin porta invece in scena un Genio di tutto rispetto anche se - ogni tanto - davvero un po' sopra troppo sopra le righe. Resta comunque un attore che trovo da sempre molto interessante ed esteticamente singolare, la cui carriera conta tante prove meritevoli ma mai nessuna veramente eccellente (io però il potenziale continuo a vederlo...la speranza, del resto, è l'ultima a morire).
Le altre due interpretazioni degne di nota sono state le due "versioni" della nonna di Ki Ga Yeong, ovvero Kim Mi Kyung (l'indimenticabile Ahjumma di "Healer") e Ahn Jun Jin (la pluripremiata Gil Chae di "My dearest"): brave, brave, brave.

Nota dolente del drama è stato sicuramente il taglio esageratamente comico, ai limiti del grottesco. Spiacevolezza che irrompe improvvisamente già a metà del primo episodio (partendo dal Genio in preda alla nausea per essere stato agitato con troppa forza all'interno della lampada e poco dopo alle prese con la gestione di una chioma chilometrica disseminata a ricoprire pavimenti e pareti della stanza). Un effetto "farsa" che non rappresenta alcun valore aggiunto ma che, al contrario, finisce per togliere molto alla serie. Il personaggio che più viene penalizzato, in questo senso, è Iblis: innumerevoli sono i suoi urletti spaventati, le gag da sit-com, le reazioni esageratamente buffe o bizzarre. Quale Genio era già di suo un personaggio particolare, al suo fianco poi una protagonista caratterialmente unica e fuori dagli schemi... Non c'era davvero bisogno di calcare ulteriormente, col rischio - come è stato - di sconfinare nell'eccesso.

Devo dire che con il passare degli episodi c'è una leggera attenuazione a favore di una vicenda che punta a farsi via via sempre più carica di significato. Ci sono momenti intensi e struggenti capaci di far versare qualche lacrima, e la bella sintonia tra i protagonisti riesce a regalare scene romantiche gratificanti. Qua e là si può anche abbozzare una lettura più profonda, che sembra voler suggerire riflessioni anche importanti.

Il limite, però, è per l'appunto il "qua e là". Ci sono passaggi meritevoli, ma disseminati un po' a macchia di leopardo, momenti apprezzabili ma incapaci di creare un unico filo conduttore di qualità quale spina dorsale della storia.

INIZIO SPOILER!
Buona l’idea del finale, un happy ending che però fa una scelta diversa dalla prevedibile trasformazione di lui in un essere umano, elemento già visto innumerevoli volte.
FINE SPOILER!!!

Complessivamente è una visione piacevole, capace di toccare in alcuni casi la corda giusta ma anche rea di diverse stonature. Non è il drama che resta nel cuore, quello proprio no. Ma se il desiderio è quello di passare qualche ora alle prese con un romance e una storia graziosi seppur non sconvolgenti, allora probabilmente sarà esaudito.

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Completed
The Prosecutor's Proposal
5 people found this review helpful
by Lynnea
Jul 24, 2026
10 of 10 episodes seen
Completed 0
Overall 7.0
Story 6.5
Acting/Cast 8.0
Music 7.5
Rewatch Value 5.0
This review may contain spoilers

BL innovativa tra crime e romance cupo, in difetto di tempo e con finale disastroso

L’originalità di questo drama coreano BL sta tutta nel tentativo di mescolare un thriller investigativo con un romance travagliato e oscuro, nella prima parte addirittura tossico. I due aspetti, intrecciati tra loro, costituiscono una premessa intrigante: due uomini legati da un omicidio avvenuto quindici anni prima si ritrovano a lavorare insieme come procuratore e investigatore, costretti a confrontarsi con segreti sepolti e verità scomode. La ciliegina sulla torta? Uno è il figlio della vittima e l’altro il figlio dell'assassino (presunto). Il primo è a conoscenza dell’identità dell’altro, il secondo no. Ed è su questo aspetto che il procuratore costruisce il suo singolare piano di vendetta. Una dinamica - almeno sulla carta - indubbiamente avvincente.

La vicenda si distingue fin da subito per il suo tono maturo e cupo, lontano dalle atmosfere leggere che spesso caratterizzano il genere ma in linea con l’ambientazione nella quale si svolge. Una coerenza di scelta sottolineata dalla fotografia suggestiva e dalla palette cromatica prevalentemente desaturata. Completano il tutto una colonna sonora avvolgente, capace di amplificare i momenti di tensione e un ritmo iniziale sostenuto.

A fare la differenza è però il cast: Kim Yoon Sik - nei panni del procuratore Ju Tae Seon - offre una performance magnetica e disturbante, passando dalla freddezza calcolatrice a scoppi di rabbia incontrollata con una naturalezza inquietante. Park Si Woo- nel ruolo dell'investigatore Lee Chae Ha - costruisce un personaggio più silenzioso ma altrettanto complesso, portando in scena un sopravvissuto che si piega ma non si spezza. Eccede forse nella passività, che rende poco credibile l’immagine di lui come ex poliziotto. La chimica tra i due protagonisti è notevole, soprattutto nelle interazioni cariche di una tensione che sembra oscillare continuamente tra desiderio e odio, costantemente in bilico tra la sete di vendetta e un’attrazione sempre più difficile da negare. Le scene intime, tutt’altro che romantiche, sono rappresentazioni crude ma mai volgari di quello che però non si può non definire un rapporto tossico, incentrato sulla brama di possesso, rabbia e il desiderio di controllo. E’ il ritratto di un rapporto complesso e senza edulcorazioni, per quanto malsano, dove l’intimità non è intesa come espressione di romanticismo ma come un vero e proprio campo di battaglia emotivo.

E arriviamo alle note dolenti, che sono sostanzialmente due, ma di dimensioni cosmiche: La durata e lo scempio degli ultimi due episodi.
Il tempo è troppo poco, inutile girarci intorno. Dieci episodi da meno di mezz’ora l’uno non possono proprio essere sufficienti a sviluppare per bene l’idea originale alla base del drama. Si è cercato di smarcarsi dalle BL coreane da manuale, ma era il caso anche di uscire dalle solite durate eccessivamente ridotte, altrimenti l’insieme non può funzionare. Se nella prima parte l’unico passaggio un po’ troppo precipitoso è l’innesco della relazione fisica tra due, sul finale ci si trova a premere forzatamente l’acceleratore, senza lasciare margine di sviluppo né al thriller né al romance. Ne consegue un vero e proprio disastro narrativo, che demolisce in modo affrettato e confusionario ciò che era stato costruito con cura per otto episodi. La rivelazione dell’identità di Tae Seon porta a un cambiamento del suo personaggio tanto repentino quanto imbarazzante: le carte sono state scoperte, ma non per questo deve diventare irriconoscibile, trasformandosi in un salice piangente tutto confessioni, scuse e stucchevolezze. Anni di risentimento sembrano dissolversi in poche scene, una transizione dall’odio all’amore praticamente fulminea. C’è davvero da impegnarsi non poco per massacrare così il personaggio più intrigante della serie. A tutto ciò si aggiunge un ricorso alla CGI sul finale che è semplicemente imbarazzante e che culmina con la scena finale sulla spiaggia – fuori luogo ed esageratamente finta -stravolgendo in modo davvero ignobile l’intera ambientazione. Se il romance chiude in modo assurdo, il thriller non chiude affatto, nel senso che tante domande non trovano vere e proprie risposte (cosa succede al vero colpevole? E al padre di Chae Ha?). La mancanza di tempo rende di fatto impossibile anche il lavoro sui – già pochi – personaggi secondari, che a livello di introspezione restano proprio fermi ai blocchi di partenza.

In conclusione: una bella premessa, la promessa di qualcosa di nuovo, un mezzo risultato e un epilogo da dimenticare. I primi due terzi della serie volano alto, il finale è davvero deludente. Con questa consapevolezza, la visione può comunque starci. Diciamo che la chimica tra i due protagonisti, l'interpretazione di Kim Yoon Sik e l’approccio innovativo per il genere valgono il prezzo del biglietto, ma l'opera nel suo insieme è anche un’occasione sprecata, tanto rovinata nell’ultima parte da lasciare l’amaro in bocca.

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Completed
Agent Kim Reactivated
4 people found this review helpful
by Lynnea Finger Heart Award1
19 days ago
10 of 10 episodes seen
Completed 0
Overall 8.5
Story 8.5
Acting/Cast 9.0
Music 8.5
Rewatch Value 8.0
This review may contain spoilers

L’intrattenimento di qualità e senza esclusione di colpi

Ci sono tre immagini che mi hanno indotta alla visione di questo drama: la prima è stata una mera associazione col titolo, che non poteva non portarmi alla mente la splendida serie coreana “Chief KIM” – conosciuta anche come “Good MANAGER” – e che mi capita talvolta di rivedere con piacere; la seconda è stata l’immagine di So Ji Sub, attore che apprezzo molto e del quale ho seguito moltissimi lavori; la terza è il volto di un altro grande attore, Liam Neeson, protagonista del film statunitense “Io vi troverò” di vent’anni fa, riportatomi istantaneamente alla mente dal titolo di una recensione – grazie Jennifer P. - già che il concept di base è praticamente lo stesso.

Che dire, una serie che si vede tutto d’un fiato. Dieci episodi – qui i spesso rimpianti sedici del vecchio classico format sarebbero stati decisamente troppi – che filano via lisci in un batter d’occhio.

LA TRAMA – Kim Do Hyeon è un impiegato di banca tranquillo e anonimo, nonché padre dell’adolescente Min Ji, figlia che ha cresciuto da solo dopo la morte della moglie durante il parto. Vive una vita semplice e monotona, con un atteggiamento passivo-remissivo che gli costa l’assoluta mancanza di stima da parte della figlia. Poi un giorno Min Ji viene rapita, e tutto cambia improvvisamente. Il mite quarantenne torna ad essere ciò che è stato per buona parte della sua vita: il più abile e letale agente speciale nordcoreano, passato poi nei servizi segreti sudcoreani e infine sparito nell’anonimato per fuggire dal pesante passato e proteggere la famiglia con la quale desiderava trascorrere il resto della vita.
A livello di scrittura c’è un’evidente discrepanza tra arco narrativo e durata: c’è un primo filone, probabilmente il migliore e il più completo, che si risolve a suo modo verso il settimo episodio. Il drama però conta dieci puntate, da lì la necessità di concatenare un altro sviluppo, che in parte ripercorre percorsi già battuti (vedi il tema del rapimento dei figli piuttosto che il conflitto con Ju Kang Chan). Se da una parte si può capire la necessità di inserire una parte a tema sicurezza/politica agli alti livelli, dall’altra sembra un po’ un capitolo a sé stante, che sarebbe stato meglio inglobare meglio nella storia, invece di procedere con un effetto “a tappe”.
Il finale non mi ha convinta del tutto. La storia apre con un caso di bullismo tra due adolescenti, poi si sposta su piani ben più importanti (sicurezza nazionale, spionaggio, tensioni ed equilibri tra Paesi) e trova conclusione in una cornice che è ancora quella leggera iniziale (il saluto all’ex compagno di scuola, i discorsi sul rendimento scolastico, ecc.). Si comprende l’intenzione di mostrare finalmente la vita ordinaria tanto desiderata, ma come conclusione ha un sapore un po’ riduttivo. Si salva l’ultimissima scena, che mi ha ricordato – nel concetto - l’epilogo di un altro kdrama (Tale of the Nine-Tailed).

PERSONAGGI – Kim Do Hyeon è una figura perfettamente riuscita, il complesso e intricato risultato del suo percorso di vita, dalla difficile infanzia in orfanotrofio all’ancor più terrificante addestramento nell’esercito nordcoreano, fino alla sofferta scelta di passare dalla parte del “nemico”, e poi ancora quello scorcio effimero di una vita famigliare felice, che si dissolve con la morte prematura della moglie e si traduce nel devoto ma difficile compito di allevare da solo una figlia, per tornare infine a rivivere ciò che era stato fin da ragazzino, stavolta con il mero obiettivo di garantire la sicurezza di Min Ji.
Kim Min Ji incarna credibilmente la classica adolescente, un tempo molto legata al padre ma ora sempre più alla ricerca dei suoi spazi e dei suoi coetanei, tanto da tenere per sé anche gli episodi di bullismo che subisce a scuola, convinta che la distanza di pensiero tra lei e il “vecchio” padre sia come comunicare in due lingue diverse, sottolineando così un classico dell’approccio tipico adolescenziale, ovvero la convinzione – anche a priori – che il genitore non possa capire. A questo tratto comune si aggiunge, nel suo caso, anche la totale mancanza di stima nei confronti del padre, ai suoi occhi uomo debole e senza spina dorsale.
Se il rapporto padre-figlia caratterizza i momenti di svolta importanti, il cuore pulsante del drama è il trio dato da Kim e i gli altri due ex agenti sudcoreani. Min Ji segna due radicali cambi di vita per Kim: il primo con la sua nascita, dove rende immediato e necessario per lui concretizzare il desiderio di lasciarsi il passato di spia alle spalle e intraprendere una vita tranquilla e ordinaria; il secondo è innescato dal suo rapimento, che toglie Kim dall’esistenza placida e tranquilla per tornare a vestire i panni dell’implacabile agente speciale.
Il drama conta svariati momenti di cruda violenza, ma mai fine a sé stessa bensì più strumento di una protezione disperata e comunque ampiamente bilanciata dalla tenerezza di alcuni momenti padre-figlia e stemperata dai passaggi di puro divertimento promossi dai due ex agenti amici di Kim: Seong Han Su, campione di takewondo e di uscite di ironia stralunata, vestito tassativamente con un dobok immacolato che completa – a un certo punto – con un inquietante gilet trapuntato rosso a fiorellini, e Park Jin Cheol, ex marine in stile “macchina da guerra” e un Mr. "Rock and Roll” eccentrico come pochi. Ho apprezzato come tra i flashback dedicati al passato di Kim sia stato dato spazio al suo primo incontro con i due e al legame sempre più saldo che è andato formandosi. Un’amicizia non sbandierata ma solida, di quelle che non ti lasciano da solo nel momento del bisogno, costi quel che costi.
Tra i due compari, quello più esilarante ma anche più approfondito è di sicuro Park Jin Cheol: tuta mimetica che si apre su un’imbarazzante maglietta con foto della figlia racchiusa in un cuore, risata pazza di chi non teme nulla e pregusta i combattimenti che affronta a suon di testate con spirito quasi divertito, salvo poi scattare sull’attenti – in tutti i sensi – di fronte alla moglie. I suoi battibecchi con Seong Han Su sono a dir poco spassosi, tra botta e risposta quasi infantili – dove anche la conta dei numeri progressivi diventa motivo di ripicca – fino a giocarsi i vari incarichi pericolosi con sasso-carta-forbice. Innumerevoli le uscite che fanno sorridere (“il protagonista deve farsi vedere”, “Devo andare a casa, viene quello del purificatore. Ho già spostato due volte, tre no”, "Sembri le tipe coi capelli lunghi dei film horror"... Potrei andare avanti all'infinito).
Un trio dunque singolare e carismatico, concreto nelle azioni e caratteristico nelle interazioni (da qui la memorabile riflessione di Nam, lo scagnozzo di Ju Kang Chan, mentre vola all’indietro fuori dal camion dopo il gancio ben piazzato di Jin Cheol: “Chi diavolo sono questi quarantenni con gli occhiali?!?”)

CAST – So Ji Sub domina la scena con una performance di altissimo livello. La sua è una recitazione convincente e calibrata, studiata in ogni singolo cipiglio e in quegli sguardi – soprattutto nella parte iniziale - che sanno di rabbia trattenuta a stento grazie a un notevole autocontrollo. A seconda del contesto vi si legge perfettamente l’amore e la preoccupazione per Min Ji, la stanchezza di un uomo che ha già visto troppo, la precisione inesorabile di quando si prepara a combattere. Con la sua serietà glaciale bilancia perfettamente le interpretazioni più vivaci dei compagni di squadra. Un’espressività raffinata e ricca, la sua, mai forzata, mai eccessiva, mai fuori luogo. Davvero un grande attore.
A fargli da spalla altri due bravissimi attori quali Choi Dae Hoon e soprattutto Yoon Gyung Ho. Menzione d’onore anche per Joo Sang Wok che in qualità di villain veste perfettamente i panni del ricco e potente uomo d’affari che si crede al di sopra di tutto e di tutti. I personaggi secondari offrono complessivamente una buona prova a supporto dei protagonisti.

ASPETTI TECNICI - Il drama è certamente confezionato con cura, la regia di Lee Yong Seok mostra capacità e consapevolezza nella trasposizione del weebtoon al quale è ispirato, traducendo con enfasi i momenti più incisivi e seguendo i combattimenti da una distanza davvero ridotta. In linea con l’idea dell’action-thriller le coreografie sono brutali e di forte impatto fisico, basate sul corpo a corpo che distrugge ambienti e trasforma oggetti quotidiani in armi improvvisate. In questo senso, il montaggio è indubbiamente valido: le sequenze di combattimento sono tagliate con un ritmo serrato ma mai frenetico, permettendo allo spettatore di seguire ogni movimento senza perdersi nel caos della lotta.
La fotografia conferisce significato ai contrasti cromatici: nelle sequenze ambientate nel presente in Corea del Sud predominano le tonalità calde mentre i flashback nordcoreani sono caratterizzati da palette di blu freddi e grigi acciaio, perfetti nel richiamare la violenza e l'alienazione del passato del protagonista. Anche la scenografia ha fatto un buon lavoro, contribuendo nel “raccontare” i personaggi: l'appartamento di Kim è volutamente anonimo, quasi spoglio, perfettamente in linea con un uomo che ha smesso di vivere per limitarsi a sopravvivere; al contrario, gli ambienti dei cattivi sono sovraccarichi di simbolismi industriali dall’aspetto metallico (quasi delle gabbie in cui si rintanano, ma che alla lunga imprigionano anche i loro stessi piani). La colonna sonora alterna timbri sintetizzati durante le scene d'azione a pianoforti nei momenti di intimità padre-figlia.

PRO E CONTRO: Un aspetto che ho molto apprezzato è che il drama va oltre il classico revenge-thriller: la vendetta, qui, c’entra davvero poco. La “caccia” ai cattivi non è promossa dal desiderio di far pagare loro i torti subiti, ma semplicemente dalla paura di perdere i propri cari e dalla disperata necessità di tutelare l’unica famiglia rimasta. Tra i limiti, invece, l’inevitabile mancanza di realismo: i combattimenti sono spettacolari ma davvero poco conformi alla realtà. I tre quarantenni non sono per nulla arrugginiti, sconfiggono da soli intere squadre addestrate e armate e si riprendono da colpi in testa e ferite profonde con una velocità a dir poco incredibile. Ci si lamenta del tono di voce di Jin Cheol, eppure seduti al tavolo del ristorante disquisiscono tranquillamente di operazioni segrete e altre informazioni altamente riservate. Sono difetti comunque ammissibili se si considera che derivano da una scelta voluta dell’opera, volta ad affascinare lo spettatore più che a farlo “credere”.

IN CONCLUSIONE – Un drama con le idee chiare, che vuole essere un prodotto commerciale di alta qualità dedito ad un puro, spettacolare ed efficace intrattenimento. Lo dico nel senso più positivo possibile dei termini: non tutti i drama o i film devono essere opere rivoluzionarie o trasporre in modo geniale chissà quale significato della vita. L’importante è avere un obiettivo ben definito. E questo drama non solo sa cosa vuole essere ma lo fa con evidente competenza. Il risultato è una serie che funziona alla grande, incentrata su una storia che sa emozionare e intrattenere con pari intensità, dove l’elemento emotivo è sempre presente e mai sacrificato in nome dell’azione, e viceversa. Un ottimo risultato e un titolo che mi sento di consigliare su larga scala.

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Completed
Deep In
4 people found this review helpful
by Lynnea
25 days ago
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 4.5
Story 4.0
Acting/Cast 5.0
Music 7.0
Rewatch Value 4.0

L’idea (forse) giusta nel drama (sicuramente) sbagliato

Drama cinese BL con un obiettivo ambizioso: tradurre in immagini una storia che esplora il confine labile tra realtà e finzione, seguendo due attori, Zhang Zhun e Zhen Xin, che mentre girano un drama BL iniziano a confondere i sentimenti dei loro personaggi con i propri.
L'idea di base è anche interessante e, per certi versi, originale: un "drama nel drama" che si interroga su cosa significhi davvero "entrare in un ruolo" e su quanto un personaggio possa contaminare chi lo interpreta. Sulla carta è un’idea vincente, nel concreto lascia molto a desiderare, purtroppo.

La chimica tra i due protagonisti è buona? Dipende da cosa intendiamo per chimica. Sicuramente la serie pullula di scene intime esplicite – non a caso è classificato NC17 – ma la sintonia tra due attori, per me, va ben oltre e comprende un’affinità a più ampio spettro che qui proprio non ho riscontrato. Questo perché abbiamo a che fare con una sceneggiatura davvero basic, satura di scelte surreali tutte volte a suscitare un fremito nello spettatore. E’ una carrellata di “momenti clou” estremamente banali, che tolgono alla storia qualsiasi possibilità di seguire un arco narrativo sensato e credibile. C’è un dramma in ogni sciocchezza e da ogni sciocchezza scaturisce un dramma (si arriva persino a ricamare sopra dei banalissimi orecchini, tanto per dire).
L’introspezione dei personaggi è pari a zero: a conti fatti, tolte le riprese sul set e le dinamiche tra di loro in albergo, cos’altro rimane? Quanto si conoscono veramente, quanto sanno l’uno dell’altro? Poco o niente, al pari dello spettatore. Dovessimo fare un elenco di dieci domande classiche sul loro passato, le loro passioni, i loro interessi… Probabilmente non caveremmo fuori un ragno da un buco.

C’è poi la questione del doppio ruolo. L’idea, dicevo, è anche curiosa, ma lo sviluppo proprio non funziona. I personaggi del drama che stanno filmando – Fang Chi e Gao Zhun – non riescono a diventare un secondo pairing, ma fanno da fastidioso riempitivo. Le loro scene arrivano a occupare la maggior parte di alcuni episodi, aspetto che ho trovato personalmente noioso, già che da parte mia c’era già un grande investimento nel cercare di apprezzare il pairing originale, se così possiamo chiamarlo. Sia nella “finzione” che nella “realtà” relativa, c’è una carenza evidente di sostanza. Tante scene ad effetto che poggiano su poco o niente.

A una trama povera e confusa e a una caratterizzazione inconsistente dei personaggi, si aggiunge anche un livello di recitazione che definire acerbo è un complimento: due attori giovanissimi, al loro drama d’esordio, con alle spalle più partecipazioni a programmi TV che studi di recitazione. Uno è un cantante rapper, l’altro un modello e social media creator. Non ci si inventa attori da un giorno con l’altro, insomma. E nemmeno registi, già che anche qui contiamo un altro esordio di un altro giovanissimo. Che il risultato limitato sia un caso? Direi proprio di no.
Già che però l’idea di base mi incuriosiva, ho fatto uno sforzo e l’ho portato a termine – dodici episodi da quaranta minuti l’uno, perché di più non avrei retto – arrivando alla fine dell’ultimo episodio pentendomi amaramente della scelta: raramente mi capita di essere così lapidaria, ma l’ho trovato davvero un epilogo di rara bruttezza, dove tutto - ma proprio tutto – sembrava veramente fuori luogo.

Dato il livello qualitativo, parlare degli aspetti tecnici non ha molto senso: basta far caso ad esempio al doppiaggio, che è spesso fuori sincrono. Sorvolo poi sulla gestione della logica del set cinematografico, che è qualcosa al di là del fantasioso (ma del resto, regista e attori devono averne bazzicati pochi nella realtà).
L'OST si salva paradossalmente grazie al brano "Tiger in my love" di Ollie, uno dei due protagonisti: decisamente più apprezzabile come cantante che come attore.

Tirando le somme, arriviamo a una valutazione per la quale bastano – e avanzano - le dita di una mano. Ho apprezzato giusto l’idea di base, ma anche con una copertina interessante un brutto libro rimane una lettura spiacevole. Evitabilissimo.

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Completed
Xiao Fang
4 people found this review helpful
by Lynnea Flower Award1
26 days ago
18 of 18 episodes seen
Completed 2
Overall 9.0
Story 9.5
Acting/Cast 9.0
Music 9.0
Rewatch Value 9.0
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Un inno al rispetto per sé stessi, tra onestà narrativa e paesaggi mozzafiato

"Xiao Fang" è quel drama che dà l’immediata sensazione di una boccata d'aria fresca. Trasposizione del racconto "Xiao Fang Chu Jia" di Yi Bei, si è rivelato essere una piccola gemma che ho avuto il piacere di scoprire quasi per caso – a tal proposito grazie, @stardust_stroller - e che merita assolutamente di essere visto.

LA TRAMA – L’ambientazione è quella rurale della provincia di Guizhou, dove la giovane Yang Xiao Fang torna al villaggio natale per il Capodanno insieme al suo amico d’infanzia Qi Xiao Wei, portando con sé due notizie sconvolgenti: i due stanno insieme e lei è in dolce accesa. L’impatto con famigliari, conoscenti, vicini di casa e in generale tutto il villaggio, è simile a quello di un meteorite: la coppia inizialmente regge grazie alla determinazione e alla fermezza di Xiao Fang, ma ben presto Qi Xiao Wei dimostra di non essere all'altezza della situazione. Il matrimonio sfuma e invece di risultare in una prevedibile storia di maternità single, la vicenda ha il pregio di trasformarsi in un racconto molto più profondo, che culmina in uno spettacolare senso liberatorio. E’ un’opera senz’altro originale, capace di muoversi contemporaneamente su piani diversi e catturare sia il cuore si la mente, senza sacrificare l’uno per la buona riuscita dell’altro.
Mi è piaciuta molto l’idea di far saltare il matrimonio già dopo i primi episodi: questo da una parte ha evitato di tirarla per le lunghe con il classico dilemma “Riusciranno infine a sposarsi?”- quasi fosse un punto di arrivo obbligatorio- e dall’altra ha permesso, archiviato il capitolo nozze, di focalizzarsi su come i protagonisti e le loro famiglie affrontano la situazione post rottura. Diciamo che il “come” ha splendidamente prevalso sul “se”, in poche parole.
Punto culminante del drama, nonché mia scena in assoluto preferita, è il momento in cui Xiao Fang, di fronte all'immaturità di Xiao Wei e alle meschine trattative sulla dote da parte della famiglia di lui, annuncia all’altoparlante che non ama più Qi Xiao Wei e che quindi non lo sposerà. Non è un atto di ribellione ma una conseguenza logica e necessaria per la sua serenità, un primo passo liberatorio a tutela della propria autonomia, un gesto davvero intenso e per certi versi quasi commovente. Questa scena è innescata da altri due momenti fondamentali: l’infelice uscita di Qi Xiao Wei “Puoi cambiare almeno un po’?” e la conseguente chiacchierata tra Xiao Wei e il padre, che facendo riferimento a insetti, camaleonti e uccelli vari apre un’interessante riflessione sui bisogni e sugli obiettivi, diversi per ciascuna persona e a volte così distanti da impedire loro di percorrere lo stesso cammino insieme. Il nocciolo non è se sia giusto o meno cambiare, ma se sia il tipo di cambiamento giusto per una determinata persona.
Il rischio che le tematiche importanti rendessero la narrazione pesante è stato sapientemente azzerato da un approccio leggero, dove questioni come il pregiudizio, la famiglia e le pressioni sociali vengono affrontati con un tono ironico, che in certi momenti apre proprio a una vena quasi comica.
Altra chicca che merita menzione è la questione della scimmia scappata con l’altoparlante e ricercata in tutto il villaggio: stramberia apparentemente senza senso introdotta nel primo episodio e poi ripresa nel finale, è di fatto una metafora azzeccata che rappresenta il peso delle aspettative altrui, delle voci che giudicano e che vogliono condizionare le scelte personali. Quando Xiao Fang, nel finale, afferma che "la scimmia è finalmente libera", celebra non solo la sua liberazione personale ma anche la possibilità di vivere senza portare sulle spalle il peso delle convenzioni sociali. E’ un lieto fine davvero stupendo e anticonvenzionale, che vale più di mille classici coronamenti d’amore.
Il valore assoluto del drama sta nel profondo messaggio trasposto dalla vicenda, che affronta temi di grande rilevanza sociale con sorprendente maturità, in primis la libertà di scelta, declinata in tutte e sue forme (libertà di fare le proprie scelte, libertà di non farsi condizionare dalle convenzioni, libertà anche di sbagliare, libertà di crescere secondo i propri tempi, libertà di amare senza vincoli). E’ un drama che non pone al centro un sentimento – l’amore – bensì l’individuo stesso, promotore di scelte proprie che devono essere accettate e comprese. In quest’ottica, il passo più delicato e coraggioso che quest’opera ha saputo compiere è stato proiettare il messaggio anche nei confronti della figlia: Xiao Fang rifiuta la riduttiva descrizione di “madre di Bi Te”, non perché non si senta madre ma perché convinta di non dover per questo rinunciare a una propria – e molto più ampia – identità. Amare sé stessi e perseguire i propri sogni diventa un elemento imprescindibile per poter amare pienamente e senza rimpianti i propri figli. L’ultima parte sottolinea molto questo aspetto, ovvero come una genitorialità consapevole sia ben distante dal concetto di sacrificio dovuto.

I PERSONAGGI – Xiao Fang è una figura che affascina e che, per come è stata ben caratterizzata, non si può non ammirare. Estremamente carismatica, bilancia con naturalezza il temperamento risoluto e la dolcezza della maternità, la fermezza e la vulnerabilità. Non è vittima della situazione, bensì il ritratto di una rara e giovane donna autosufficiente. Lo si capisce fin dai primi istanti, da come vive la propria gravidanza: non c’è vergogna né preoccupazione, non la percepisce come una debolezza ma come un dato di fatto che deriva da scelte private che non solo non temono il giudizio altrui, ma proprio non lo contemplano. A Qi Xiao Wei bastano pochi episodi per far emergere ciò che è nella realtà: immaturo, insicuro, addirittura codardo. Aspetti che da una parte quasi nega a sé stesso, mentre il senso di oppressione quando si trova in difficoltà lo porta istintivamente a sbroccare. S’illude di possedere una maturità e una forza che evidentemente non ha, convinto che la vicinanza a Xiao Fang abbia per un effetto “traino” sufficiente a gestire le varie dinamiche. E invece la sua difficoltà di stare al passo con la ragazza diventa sempre più palese e sempre più difficile e faticosa per lui da affrontare. Riesce benissimo a farsi detestare dallo spettatore per via della sua cecità nel fare il passo più lungo della gamba: una falcata che non può permettersi ma che si ostina a tentare per poi, davanti all’inevitabile fallimento e all’incapacità di gestire la situazione, trovare vie di fuga meschine e irrispettose nei confronti di Xiao Fang. L’aspetto positivo è che la scelta della ragazza di far saltare il matrimonio, sarà per lui – paradossalmente e in prospettiva – di grandissimo aiuto: l’esperienza lo porterà a crescere e a maturare un po’, fino a un epilogo che lo vede finalmente un po’ più consapevole di sé stesso, di ciò che è accaduto e di quali sono gli obiettivi da perseguire.
Più che mai fondamentali in questo drama sono anche i personaggi secondari: la famiglia Yang è un concentrato emotivo femminile che conta in primis la nonna Qu Man Xia - semplicemente iconica con gli occhiali da sole neri – e che, pur rappresentando la generazione più anziana dimostra di avere una visione molto più moderna degli altri, incoraggiando Xiao Fang a dare priorità a sé stessa e in generale nel ricordare alle figlie di essere autrici del proprio destino. Le due zie portano a loro volta una diversa interpretazione della femminilità: la maggiore, pur con alle spalle un matrimonio fallito, necessita sostanzialmente di ripetere l’errore prima di rendersi conto di poter vivere bene anche da sola. La sorella minore è abituata a vivere affidandosi completamente al marito e per lei la svolta arriva quando viene a trovarsi in difficoltà, scoprendo di poter lottare disperatamente e di possedere la forza per vivere la vita che desidera anche contando solo su sé stessa. Sono esempi di come percorsi diversi, tutti legittimi e umanamente possibili, possano convergere in un unico punto di arrivo, a riprova che non esiste un’unica strada verso l’indipendenza.

CAST - Wang Ying Lu è semplicemente splendida e offre una performance che è un vero e proprio esempio di recitazione sottile e potente. E’ un’attrice che per me sta diventando sempre più sinonimo di garanzia e che ho già avuto modo di apprezzare lo scorso anno in “When destiny brings the demon” e “Twelve letters”. Amo la sua capacità di dare vita a personaggi inconfondibili, che restano nitidi nella memoria anche a distanza di tempo. Anche Xin Yun Lai coglie in pieno il suo personaggio: qui non ci sono eroi coraggiosi, forti e disposti a fare di tutto e di più per amore. Al contrario, c’è un giovane immaturo che si destreggia tra la presunzione di fare il “grande” e il tentativo di nascondere l’esigenza di non essere “al passo” con Xiao Fang: in apertura è piacevole, si arriva ben presto a detestarlo e solo nell’ultima parte gli si da atto dell’avvio di un percorso di crescita personale. Questo doveva trasmettere in modo credibile e questo è esattamente ciò che lo spettatore percepisce. Ottimo lavoro anche da parte degli attori secondari, già che questo è un drama dove la buona riuscita – per come pensato e strutturato – non può essere tutta a carico dei soli protagonisti. Senza il supporto di validi attori il risultato ne sarebbe stato pesantemente influenzato.

ASPETTI TECNICI – L’atmosfera visiva fresca e rilassante - data dalla bellezza degli spazi ampi tra montagne verdi, distese di campi e acque limpide - si adatta al tono leggero del drama. Ma è anche molto di più: l’ampiezza del paesaggio rurale – uno scorcio di Cina raro e affascinante - richiama l’atteggiamento e lo stato mentale dei personaggi proprio in termini di libertà e apertura, non per similitudine bensì paradossalmente per netto contrasto (ampi spazi contro ristrettezza mentale, scenario idilliaco contro litigi continui).
La fotografia è spettacolare, con inquadrature studiate con cura per esaltare le emozioni e il fascino della storia, mantenendo un equilibrio tra i grandi paesaggi e i momenti più intimi tra i personaggi. La regia sfrutta al meglio questa cornice naturale, dominata dalla luce naturale, dentro la quale si muove con un approccio volutamente leggero ma mai superficiale. C’è una particolare attenzione ai dettagli quotidiani, che si caricano di significato: i momenti in famiglia, le cene, le passeggiate nei campi… Sembrano richiamare lo spettatore al loro fianco e a soffermarsi sulle piccole cose della vita. Il montaggio promuove un ritmo narrativo vivace e coinvolgente, enfatizzando le scene di conflitto tra le due famiglie così da evidenziare il contrasto comico ma senza rinunciare alla tensione emotiva. Le transizioni sono fluide, le storie dei vari personaggi scorrono e si intrecciano con naturalezza, senza che nessuno di loro venga trascurato. La colonna sonora è composta da brani che mescolano strumenti tradizionali e arrangiamenti contemporanei, caratterizzante ma mai invadente. Singolare ma nello specifico caso vincente la scelta di soli 18 episodi, molto al di sotto degli standard cinesi: una giusta durata che ha permesso di sviluppare con cura il drama ma senza dover forzatamente ricorrere a riempitivi inutili.

IN CONCLUSIONE – Un drama la cui onestà narrativa ho apprezzato e ammirato davvero molto, frutto di una scrittura intelligente, divertente, delicata e visivamente incantevole. Una storia che parla di scelta, di famiglia e del coraggio di essere sé stessi, il tutto raccontato con una leggerezza che non sminuisce la profondità dei temi, senza idealizzare né demonizzare le varie figure, ma permettendo loro di essere semplicemente quello che sono: esseri umani pieni di contraddizioni, capaci di gesti generosi così come di azioni meschine. Un mix talmente ben bilanciato di intrattenimento e riflessione da renderlo una visione che si distingue in un panorama spesso omologato. Davvero da non perdere.

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Completed
Would You Marry Me?
4 people found this review helpful
by Lynnea
Nov 15, 2025
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 5.0
Story 5.0
Acting/Cast 7.0
Music 5.5
Rewatch Value 5.0
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La risposta - più rivolta al drama che al titolo - è un meritato e convinto "no".

Commedia romantica fortemente incentrata sul tema del finto matrimonio – matrimonio di convenienza. Tematica già affrontata innumerevoli volte in innumerevoli drama, riproposta con tale frequenza da risultare spesso noiosa. Un filone che a mio avviso non merita necessariamente di esaurirsi ma che deve essere quanto meno ben fatto e, meglio ancora, giocarsi un taglio originale e innovativo (in questo senso ne è un ottimo esempio “When the phone rings”, dove il finto matrimonio andava nascosto invece che mostrato).
In questo drama spunti originali di certo non ce ne sono, tutto è molto prevedibile fin dall’inizio. Rispetto al “niente di nuovo ma almeno ben fatto”, direi che la prova è riuscita a metà: la coppia principale funziona e garantisce un buon ritmo alla storia, ma c’è stato un uso esagerato di stratagemmi – spesso poco credibili – per forzare la trama nella direzione voluta. Al di là di tutte le motivazioni che portano lei a proporre il finto matrimonio all’omonimo del fidanzato traditore, e ai motivi per i quali lui infine accetto (e già qui l’effetto “coincidenza”, tra connessioni professionali e trascorsi d’infanzia viene ampiamente abusato), seguono poi tutta una serie di situazioni davvero al limite, dove pur colti in flagrante scappano a nascondersi in modo ridicolo, senza tra l’altro generale una sensata reazione nello spettatore di turno (dai parenti di lui, al dirimpettaio di casa, all’ex fidanzato di lei). Scadiamo un po’ in una comicità da situazione non-sense che poco c’entra e per nulla impreziosisce la serie. Le mille complicazioni che si presentano una dopo l’altra, tutte fronteggiate con scelte discutibili che creano un castello di bugie palesemente traballante, tolgono spazio ai finti novelli sposi, che quasi non riescono a ritagliarsi scene dedicate al ruolo di coppia felicemente sposata, che poi sarebbe il perno centrale dell’intera serie.
Verso la metà arriva la svolta, lui si confessa e lei scopre il loro legame passato. Se da una parte ho apprezzato che le carte fossero state finalmente scoperte – sarebbe stato noioso trascinare il segreto fino alla fine della serie – dall’altra sembra che non ci sia stata la capacità di giocarsele bene. L’impressione di essere sempre un po’ sottotono si fa via via più persistente e la scelta di come sviluppare la trama e le varie vicende non sempre è azzeccata. In particolar modo il ritorno dell’ex fidanzato è veramente insensato: all’inizio del drama lascia Me Ri su due piedi, tagliando di netto ogni legame e ribadendo – quando lei in difficoltà proverà a contattarlo – di essere ormai praticamente due estranei. Poi, mollato a sua volta dall’amante, ricompare sulla scena vantando delle pretese che non possono essere credibili nemmeno nell’ottica di un ottuso egoista come lui. Compare sulla scena, non si comprende bene vantando quale diritto, e a peggiorare le cose Me Ri si sente quasi in dovere di dare spiegazioni. Capisco l’intento legato al rientro del personaggio, dalla rivalità con il protagonista, ai fraintendimenti sull’omonimia, al diventare poi una minaccia per la “finta” coppia. Ma non ci sta comunque, è pensata male e gestita senza grande convinzione. Riprendendo il paragone con le carte, dopo averle scoperte non si sa bene come giocarle e si finisce per riprenderne anche dal mazzo di quelle scartate.
Arrivati a metà serie il ritmo ha subito un forte rallentamento, mentre in termini di sostanza ci si inizia a chiedere con cosa si andrà a riempire tutti gli episodi mancanti, già che sul piatto non sembra esserci rimasto gran che.
Se la prima metà non è risultata accattivante, la seconda va ancora più alla deriva. Le stesse dinamiche si ripropongono più e più volte – in particolar modo l’ex fidanzato che ha la pretesa di tenere tutti quanti sotto scacco – mentre il tema del matrimonio di convenienza diventa un vago ricordo, con la protagonista che diventa figura di contorno mentre la vicenda, sentendo forse di aver esaurito il filone narrativo, cerca un’ancora di salvezza nel mistero che avvolge l’incidente che ha sconvolto la vita del protagonista 25 anni prima, rendendolo prematuramente orfano.
L’ultimo episodio torna col focus sulla coppia, con un’accozzaglia di banalità che ormai – visto il tenore dell’intero drama – non stupiscono più di tanto. Conclusione piatta e insipida, tristemente in linea con tutto il resto.

Rispetto al cast, buona ma non eccellente la prova degli attori protagonisti. Choi Woo Shik credo di averlo intravisto in qualche altro drama, ma non si è fatto particolarmente ricordare. In questa serie riesce abbastanza bene a portare in scena il ruolo assegnato, pur non riuscendo a definirlo in modo netto. C’è sempre l’impressione che sia un po’ indefinito e indistinto, a tratti fumoso, nella caratterizzazione. Jung So Min al contrario è un’attrice che mi riporta alla mente diversi drama, dal lontano “Playfull kiss” al ben riuscito “D-Day”, fino al tristemente sentito “The smile has left your eyes”. E’ un’attrice carismatica che esteticamente mi ricorda molto Suzy Bae, adatta a vestire i panni di protagoniste decise e di carattere, sebbene questo sia forse un po’ anche il suo limite. Ciò nonostante, anche in queste vesti il personaggi tende ad appiattirsi, nell’ultima parte perde anche quel brio spigliato che – quanto meno – rendeva apprezzabile Meri nella prima metà del drama.

In conclusione, non è il primo drama sul tema del finto matrimonio e non sarà di certo l’ultimo. Tra i tanti, molti non hanno però ragione di esistere e questo lo annovererei – mio malgrado – in questa seconda categoria. Da dimenticare (senza nemmeno troppo sforzo).

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Completed
Wedding Impossible
4 people found this review helpful
by Lynnea
Apr 8, 2024
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 5.0
Story 4.0
Acting/Cast 4.0
Music 4.0
Rewatch Value 3.5

Deludente su tutti i fronti, una serie da dimenticare...

Credo di poterlo definire un drama che non puntava in alto, ma che - a conti fatti - poco ci mancava precipitasse.
Niente di nuovo e il già visto è riproposto pure male. Manca la trama, ma con un buon romance posso farne anche a meno. Il problema è che manca anche una buona storia d'amore. Mancano attori validi, l'attrice protagonista in particolare non mi ha convinta, mi irritava anche solo vederla. Manca tutto, insomma.
Non c'è una scena - e dico una che sia una - che potrei salvare. Quando assegno valutazioni negative spesso lo faccio parlando di spreco di potenziale, di opportunità non colte, ecc. Ma qui, la materia prima scarseggiava già in partenza, su tutti i fronti (dalla scelta degli attori, alla sceneggiatura, alla trama, all'idea di base).
Da dimenticare, se si è visto. Da non vedere, se si è ancora in tempo.

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Completed
The East Palace
6 people found this review helpful
by Lynnea Flower Award1
Jul 23, 2026
8 of 8 episodes seen
Completed 0
Overall 7.0
Story 6.0
Acting/Cast 8.5
Music 7.5
Rewatch Value 6.0
This review may contain spoilers

Un drama soprannaturale poco horror e troppo thriller e con un sovraffollamento di cattivi.

Partiamo dalle aspettative: tra il ritorno di Nam Joo Hyuk dopo il servizio militare (l’ultimo suo drama, Vigilante, risale infatti al 2023), la regia di Choi Jung Kyu e l’ampia visibilità data da Netflix… Ci si aspetta – inevitabilmente – davvero tanto. "Donggung" – conosciuto anche come “The East Palace”, che poi è storicamente il palazzo del Principe Ereditario - è senz’altro un prodotto ambizioso e per certi versi anche curato, ma che non riesce a centrare davvero l’obiettivo prefissato.

LA STORIA - L’avvio è intrigante e catapulta lo spettatore in un regno immaginario afflitto da morti inspiegabili che colpiscono uno dopo l’altro gli eredi della famiglia reale. L’elemento soprannaturale permea l’ambientazione in modo quasi onnipresente, facendo percepire il concentrato di forze sinistre e spiriti malvagi che si annidano praticamente in ogni angolo del Palazzo. Il Re, disperato per lo stato di salute del giovane Principe Ereditario, convoca segretamente Gu Cheon per via della sua singolare capacità di vedere gli spiriti e viaggiare nel regno dei morti. Quale spia al suo fianco – nei panni di una dama di corte come tante - mette la propria figlia, la principessa Saeng Gang, allontanata da tempo da palazzo per volere dello stesso sovrano a causa della sua capacità di udire le voci degli spiriti, aspetto fortemente in contrasto con quanto il sovrano va affermando dinnanzi ai suoi sudditi, ovvero che le maledizioni e gli spiriti non esistono.
L’improbabile duo “maledetto” si ritrova dunque a investigare sul mistero che avvolge il Palazzo Reale, fatto non solo di presenze vendicative tanto inquietanti quanto rancorose, ma anche di segreti sepolti da tempo. Fino a qui, tutto bene. Molto bene, a dirla tutta. Ma le ricerche di Gu Cheon e Saeng Gang portano a uno scenario ripetitivo, dove lui varca il mondo dei morti svariate volte e ripropone la lotta con lo spirito maligno di turno. Scenograficamente la prima volta si rimane colpiti, le tonalità rossastre e l’atmosfera densa rendono in pieno l’idea di un luogo insidioso e opprimente. Alla lunga, però, stufa un po’. Stesso discorso per gli spiriti maligni, che di horror hanno ben poco. Rispetto ad altri drama osa di più, certo, ma se parliamo di horror, siamo davvero su piani molto distanti: non c’è proprio nulla di raccapricciante e nessuna tensione in crescendo prima dell’improvviso e spiazzante colpo di scena. Al di là che le presenze sono quindi semplicemente bruttine, manca proprio il brivido necessario a mantenere viva l’attenzione e, senza la quale, tutto si traduce in una serie di scene ripetute che, al più, alimentano la noia. Altra nota dolente, la sovrasaturazione di cattivi, tra vivi e non: si parte dalla Favorita, poi si punta il dito contro la Regina Vedova, poi è il turno dello stesso sovrano, poi dello spirito del Principe Ereditario, quindi ancora la madre del Re e, perché no, tiriamo in ballo anche la madre di Saeng Gang. Far credere che un personaggio è il colpevole e poi dirottare gli indizi su un altro è sempre un bel meccanismo da guardare… Una volta. Ma se poi le volte diventano due, tre, quattro o addirittura cinque, ci si trova di fronte a un disco rotto che gira a vuoto. Sostanzialmente tutto si traduce in un buon numero di peccati e una nutrita schiera di cattivi, dove l’obiettivo sembra diventare un gioco di associazione (collega il peccato al cattivo giusto). Detto questo, tra tutti i colpevoli, la figura più complessa, interessante e meglio riuscita è senza dubbio quella del Re, dove le colpe - pur pesanti e imperdonabili – nella sua mente trovano una sorta di giustificazione, seguendo un po’ la logica machiavelliana de “Il fine giustifica i mezzi”.
Il finale non riesce assolutamente a darsi un tono, sembra tirato insieme in modo sbrigativo negli ultimi minuti e lascia un senso di incompletezza, quasi fosse mancata qualche lettera per scrivere davvero al parola “FINE”. Poteva avere senso solo nel caso fosse previsto un sequel – cosa che non mi risulta al momento – ma anche lì poi ci si sarebbe dovuti inventare tutto un nuovo arco narrativo per la seconda stagione. Se nuovo arco narrativo significa però riproporre ancora scene ripetute in continuazione... Anche no, grazie.

CAST - Su Nam Joo Hyuk c’è poco da dire, è davvero bravo. Una prova per lui del tutto nuova, che si discosta dai ruoli interpretati in passato, mostrando una maggiore maturità. Il suo Gu Cheon è stanco, sarcastico e segnato dal passato: una percezione che si evince in modo costante quasi fosse un’aura visibile intrinseca, che si trascina dietro qualunque sia la scena (una lotta, un momento ironico, un confronto serio, ecc.). Le parole seguono il copione, lo sguardo tiene salda l’identità del personaggio. Al suo fianco, Roh Yoon Seo porta in scena una figura che non è la classica damigella in pericolo, bensì il collante dell'indagine, colei che dipana gli intrighi politici mentre Gu Cheon combatte gli spiriti. La loro partnership, costruita su fiducia e rispetto reciproco, dovrebbe essere il cuore pulsante della storia, con una chimica che cresce in modo naturale e mai forzato. Dico “dovrebbe” perché avrei apprezzato un focus maggiore sull’aspetto emotivo che riguarda il duo e qualche viaggio nel mondo degli spiriti in meno.

IN CONCLUSIONE - "Donggung" cerca palesemente di portare in scena qualcosa di nuovo. Ci riesce però poco. E’ una visione che trova senso per chi apprezza un po’ di fantasy e atmosfere cupe (ma non troppo cupe) e per il piacere di rivedere il bravo attore protagonista. Ma chi è alla ricerca di una storia dai contorni netti e dal profondo impatto emotivo, potrebbe ritrovarsi arrancare con frustrazione, soprattutto nella seconda parte.

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Completed
Bogota: City of the Lost
7 people found this review helpful
by Lynnea
Feb 4, 2025
Completed 0
Overall 8.0
Story 8.0
Acting/Cast 8.0
Music 8.0
Rewatch Value 8.0
This review may contain spoilers

La Colombia fa da sfondo a una lotta tra potere e sopravvivenza nella quale perdere sé stessi

Come per "My name is Loh Kiwan" la presenza di Song Joong Ki è stato il motivo principale per il quale ho visto questo film. Tra l'altro ho trovato diverse similitudini tra i due: l'ambientazione lontano dalla Corea, lui che parte da una situazione di svantaggio (qui è un espatriato, nel film precedente un rifugiato) e un protagonista il cui spessore è più nell'aspetto introspettivo che in quello estetico (dimentichiamoci l'aitante capitano delle forze speciali de "I discendenti del sole", piuttosto, come in Loh Kiwan, abbiamo a che fare con un taglio di capelli inizialmente trascurato, un abbigliamento spesso trasandato e un volto che è tutto fuorchè perfetto, dagli occhi spesso arrossati alle lentiggini - nell'altro film erano dei nei - che costellano gli zigomi dell'attore)
Ero curiosa di vedere "Bogotà" ma al contempo scettica per via dei vari rimandi non propriamente entusiasti (pare che sia stato un mezzo flop al botteghino). E invece devo dire che mi è piaciuto.
Non una prova eccellente ma comunque un film che ci sta. La prima parte mi è piaciuta molto: l'arrivo della famiglia in Colombia - inizialmente vista come transito per gli USA - alla ricerca di una vita migliore, l'ambiente completamente diverso negli usi e costumi (emblematico quando appena arrivato Guk Hui insegue il borseggiatore, per poi sentirsi dire che "Non sei in Corea, qui se insegui il tizio che ti ha derubato finisci nei guai"). Un mondo diverso, oltre che una lingua diversa. Mentre la famiglia si disgrega - il padre, elemento fallimentare, si autoelimina da solo dandosi all'alcolismo - il giovane Guk Hui si da da fare partendo dal basso, con determinazione e costanza, e animato da un modo di approcciarsi diverso dagli altri e che salta subito all'occhio del "Sergente" Park, contrabbandiere coreano da anni e di fatto a capo dei commercianti coreani della città. Park, insieme al suo sottoposto Su Yeong (che a un certo punto cercherà di smarcarsi e mettersi in proprio con gli affari), rapprensentano le due figure di riferimento per Guk Hui: osservandoli imparerà le regole non scritte dell'ambiente, sarà per loro un valido elemento ma mai completamente degno di fiducia e a sua volta lavorerà per loro senza mai affidarsi completamente. Più che altro, direi che li studia. Impara la lingua, impara come funziona il giro del contrabbando, partendo dal gradino più basso e scalando via via "i sei mondi". Se inizialmente spera di poter tornare in un futuro in Corea (quando rifiuta lo stupefacente offertogli dal collega perchè "in Corea è illegale", è indice di come veda la Colombia solo come un periodo di passaggio nella sua vita), col passare del tempo la voglia di tornare nella sua terra d'origine - dalla quale se ne era andato povero in canna - lascia il posto all'assuefazione per la bella vita che ora conduce (dove può permettersi di brindare a bordo di una piscina sul tetto di un palazzo e con vista mozzafiato, ricevendo in regalo nientemeno che un rolex). E' un primo segnale di svolta, il cambio di obiettivi e di prospettiva. Tenendo un profilo basso ha fatto esperienza, ha studiato tutto ciò che lo circonda e sa di possedere delle buone capacità. Eppure, manca qualcosa. E lo comprende quando il padre muore dopo aver cercato di sottrargli dei soldi che Guk Hui era incaricato di utilizzare per un'operazione di contrabbando. Quel momento rappresenta, nel concreto, il giro di boa: lui è già cambiato, ma è solo in quel momento che il suo cambiamento diventa palese a tutti. Questo perchè capisce che non basta l'esperienza e la capacità, se di fatto non lo temono. L'intimidazione prende il via con l'uccisione del tizio che a sua volta aveva cercato di eliminarlo. Da quel momento in poi - sergente Park compreso, che per un attimo appare addirittura intimorito - diventa chiaro a tutti che con Guk Hui non si scherza. Da lì la sua ascesa è rapida, Park sembra ormai una figura in procinto di cadere dal suo trono e l'allora mentore Su Yeong si trova suo malgrado e non senza malcelata invidia a dover accettare l'autorità di Guk Hui. Ci ritroviamo quindi di fronte a un protagonista che viaggia in prima classe e veste abiti fatti su misura, il suo viaggio in Corea viene citato ma non gli viene dedicata una scena che sia una (quasi a sottolineare che, ormai, la terra di origine non ha più un significato per lui). Il tentantivo di progettare un centro commerciale con negozi che seguano le regole sfuma, Su Yeong riesce a far leva sulle ormai radicate abitudini dei commercianti coreani per minare l'autorità di Guk Hui. In risposta, tornerà a fare ricorso all'aspetto intimidatorio, ma in modo diverso rispetto al passato: metterà in scena un finto attentato a sè stesso, cosa che inizialmente nessuno comprenderà, poichè del resto molti sono quelli che, potendo, avrebbero piacere di eliminarlo. E' una mossa rischiosa ma arguta, che da una parte gli premette di riconfermarsi a capo del territorio e dall'altra di far venire a galla gli elementi di cui è ormai giunta ora di liberarsi (sentendosi i primi sospettati dell'attentato - poichè di fondo ne avrebbero l'intenzione - scappano timorosi di una sua ritorsione). E' così che giunge la fine per Su Yeong, ormai consumato dall'invidia per non essere stato in grado di aver scalato "i mondi" come Guk Hui ha saputo invece fare. L'averlo accolto anni prima sotto la propria ala è ormai un lontano ricordo, non può esserci fiducia, solo un pugnalarsi alle spalle. Stesso discorso per il sergente Park, che fa una mossa più scaltra ma alla quale il protagonista era già preparato. Emblematica la scena finale, con lui che ha eliminato tutti coloro che gli stavano vicino ma dei quali non si poteva fidare, che osserva il panorama dall'alto. Ha raggiunto il sesto mondo, è potente, la gente lo teme. Ma è solo. Anche il ragazzo che era, il giorno del suo arrivo, inseguendo il borseggiatore, si era ritrovato in cima a un promontorio con un'ampia veduta davanti. Stessa scena, stesso nome, diversa persona. Non è più il ragazzo che era appena arrivato dalla Corea, ha preso una strada a senso unico, entrando a far parte di un sistema che non può più lasciare per riabbracciare i sogni del passato: le sue uniche opzioni ora sono sopravvivere e dominare o soccombere.

A livello di recitazione, davvero un cast molto valido, anche al di là del protagonista. Song Joong Ki, per la seconda volta dopo Loh Kiwan, riesce ad annullare qualsiasi attenzione all'aspetto estetico dando spazio al lato introspettivo del personaggio. Credo che sia l'ennesima prova della grande versatilità di questo attore - la cui fama internazionale certo è legata a drama come "I discendenti del sole" e "Vincenzo" - ma che sa abbandonare il ruolo del bello forte e fascinoso per dare vita a personaggi decisamente meno scontati e più difficili da interpretare (per fare un paragone, anche Ji Chang Wook ha tentato delle pellicole diverse dai suoi celeberrimi "Healer" o "Suspicious Partner", ma i risultati sono stati piuttosto deludenti).
Unica considerazione, inizia a farmi un po' strano vederlo impersonare giovani poco più che adolescenti. Vero che gli attori asiatici spesso camuffano bene l'età reale e vero che Song Joong Ki ha un volto da eterno ragazzo. Ma siamo alla soglia dei quaranta, scaliamone pure una decina o poco più, ma quando all'inizio del film si spaccia per un diciottenne... E' credibile solo fino a un certo punto.

Nulla da dire sulla sceneggiatura. Avrei tolto forse qualche scena - ripetuta - dei controlli dei camion ai posti di blocco, a favore di qualche passaggio in più nella sua scalata al potere iniziata con la morte del padre.

In conclusione, non un film che passerà alla storia, ma senz'altro un prodotto originale - difficile confondere la sua trama con quella di altri film/drama - ben interpretato e interessante.

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