Quando la forma prevale sulla sostanza
Se questo drama fosse uno dei tanti pacchetti esposti in una vetrina, allora sarebbe senza ombra di dubbio quello dall’incarto più scintillante, capace di distinguersi da tutti gli altri e attirare lo sguardo fin dal primo istante. Una confezione davvero spettacolare ma che, una volta rimossa e messi a nudo tutti i contenuti dei pacchetti sullo stesso scaffale, non si farebbe più riconoscere nettamente come prima.E’ così che “Pursuit of Jade” arriva sullo schermo: confezionato in un involucro che non può passare inosservato: Zhang Ling He e Tian Xi Wei come protagonisti, un budget consistente, una campagna marketing che dovrebbe essere presa ad esempio e che ne ha fatto uno dei drama più attesi dell’anno. Eppure, dopo averne seguito l'intero arco narrativo, ci si trova di fronte a un'opera che incarna perfettamente le contraddizioni di molte produzioni cinesi contemporanee: tecnicamente ineccepibile, visivamente sontuosa, ma narrativamente fragile, quasi titubante nel costruire qualcosa di davvero memorabile.
La prima metà del drama è sicuramente la migliore e porta le aspettative a livelli stratosferici. L'ambientazione iniziale nel villaggio di Lin'an ha un fascino autentico: Fan Changyu, una macellaia dal cuore generoso ma dalla mano ferma, salva dalla neve un uomo ferito che si rivelerà essere il marchese Xie Zheng, creduto morto. Mantenendo segreta l'identità di lui, ne nasce un matrimonio di convenienza che, anziché scivolare nei soliti cliché, regala momenti di genuina freschezza. La chimica tra i due protagonisti funziona, le scene di vita quotidiana sono permeate di calore, e la regia cesella ogni inquadratura con cura quasi maniacale. Tian Xi Wei, in particolare, restituisce una Changyu vivace e credibile, fresca e originale, capace di alternare la durezza della sua professione a una vulnerabilità mai sopra le righe. È proprio questo contrasto – la macellaia che diventa marchesa – a costituire il motore emotivo iniziale. Il dramma sembra voler raccontare una storia di crescita reciproca, di due persone che imparano a fidarsi l'una dell'altra al di là delle convenzioni sociali. E per un po' ci riesce. Tremendamente bene.
La seconda metà del drama è però caratterizzata da una leggera ma costante perdita di quota. Il passaggio all'arco militare segna l'inizio di un lento ma inesorabile declino. Changyu si arruola, e quella che poteva essere un'evoluzione organica del personaggio diventa improvvisamente una forzatura narrativa. La sua ascesa a generale – dopo appena due battaglie – sfida qualsiasi sospensione dell'incredulità. Non basta aver avuto un padre che l'ha addestrata da bambina per giustificare la capacità di uccidere generali esperti con due colpi di spada. La sceneggiatura sembra voler costruire a tutti i costi una "leggenda della donna generale", dimenticando che la forza del personaggio risiede altrove: nella sua intelligenza pratica, nella sua umanità, nella sua capacità di navigare le complessità della vita senza bisogno di impugnare una spada in prima linea.
Non passano anni che possano rendere credibile una tale trasformazione, e il breve lasso di tempo rende l’evoluzione ancor più precipitosa. L’affascinante, originale e singolare macellaia più che vedere la crescita del proprio personaggio sembra proprio evolvere in una figura completamente diversa, pur presa in prestito da vicende storiche realmente accadute. Rispetto al romance, ci si è un po’ dilungati su alcuni meccanismi: l’identità segreta di lui resta tale per una quantità impressionante di episodi e, una volta venuta a galla, occorre mettere in conto un’altra quantità di episodi dove lei porta avanti il cruccio della differente estrazione sociale. Tutti aspetti sensati e leciti, ma che andavano sviluppati nei giusti tempi e non trascinati all’infinito.
Ancora più problematico è il trattamento riservato a Xie Zheng. Il personaggio, presentato inizialmente come un generale temuto, un uomo dal passato oscuro e dalla ferocia repressa, viene progressivamente svuotato. Le sue reazioni diventano sproporzionatamente pacate, la sua autorità militare si dissolve in una serie di malattie improvvise che lo costringono a letto ogni pochi episodi, e il suo ruolo si riduce a quello di spettatore ammirato della moglie, dove ci si ricorda che è il famoso e temuto Marchese di Wu’ An solo nei brevi incontri notturni con i suoi sottoposti, durante i quali viene aggiornato sugli sviluppi della situazione (tolto questa sorta di “bollettino”, si limita a fare il convalescente e ad aspettare pazientemente di vedere cosa succede). Quando Changyu lo droga per partecipare a una battaglia al posto suo – un atto che in qualsiasi contesto militare comporterebbe conseguenze gravissime – la sua risposta è un silenzio complice. Non c'è conflitto, non c'è confronto, non c'è nemmeno un accenno di autorità ristabilita. Il paradosso è che proprio mentre la protagonista viene esaltata oltre ogni misura, la sua autonomia narrativa ne risente paradossalmente. Per farla brillare, il drama finisce per costruire intorno a lei un mondo troppo accomodante, dove le conseguenze delle sue azioni vengono sistematicamente rimosse e dove la sua ascesa avviene in un vuoto di ostacoli credibili.
Ad arricchire ulteriormente il quadro ci pensa la coppia secondaria. Qi Min e Yu Qianqian – quest'ultima tragicamente confinata in un finale che nega ogni possibilità di felicità – rappresentano di fatto il nucleo emotivo più interessante dell'intera opera. Le loro dinamiche, per quanto tossiche, hanno il coraggio di mostrare desiderio, conflitto, ambiguità morale. Deng Kai, splendido psicopatico dalla chioma argentata nel ruolo di Qi Min e indiscutibilmente il mio personaggio preferito, offre un'interpretazione di gran lunga più sfaccettata rispetto a quella dei protagonisti, e la sua chimica con l'attrice che interpreta Qianqian genera una tensione di gran lunga superiore a quella della coppia principale. È paradossale: la storia secondaria, quella destinata a rimanere nell'ombra, è quella che rivendica con più forza la complessità che il resto del drama sembra rifuggire. Ho apprezzato anche l’altro pairing secondario, più modesto e per certi versi goffo, ma al tempo stesso anche molto tenero.
Passando ai cattivi, il problema è molto semplice: sono troppi. Quattro fazioni nemiche creano una confusione politica che neppure la sceneggiatura sembra in grado di districare. Il risultato è che l'intreccio politico, anziché arricchire la narrazione, la appesantisce, costringendo il finale a precipitare in una ridda di rivelazioni accatastate l'una sull'altra senza il giusto respiro.
Negli ultimi dieci episodi, se possibile, la situazione peggiora ulteriormente: le scene sono giustapposte senza fluidità, le transizioni appaiono forzate, e alcune sequenze – come il combattimento uno contro uno nel bel mezzo di un colpo di stato – sfiorano il ridicolo. Soprattutto, il drama inizia a "raccontare" ciò che prima "mostrava": le motivazioni vengono spiegate a voce, i conflitti interni vengono dichiarati anziché messi in scena, e l'empatia che si era costruita nei primi venti episodi si disperde in un susseguirsi di dialoghi espositivi.
Il finale è piuttosto deludente: dopo un penultimo episodio dove vi è un caos narrativo in cui personaggi ben costruiti agiscono in modi non del tutto lineari, ecco che l’ultimo capitolo si chiude con uno "scenario alternativo" che sembra più un ripensamento dell'ultimo minuto che una scelta autoriale coerente. La sensazione è che la produzione, dopo aver speso tutte le energie per confezionare un prodotto visivamente impeccabile, si sia accorta all'ultimo momento di dover risolvere anche la storia.
E qui sta il punto. “Pursuit of Jade” è un drama che eccelle per molti versi: volti noti, paesaggi mozzafiato, fotografia curata, colonne sonore accattivanti, un filtro lattiginoso che rende ogni inquadratura simile a un dipinto. Ma tutto questo, da solo, non basta. Spettacolare – di quella bellezza straordinaria che però non può e non deve durare in eterno (i paesaggi innevati rischiarati dalla luce calda del sole sono tra i più belli mai visti, eppure a un certo punto il fascino è diventato quasi esasperazione, e i fiocchi di neve continuavano a volteggiare nell’aria come pulviscolo anche quando non avevano quasi più ragione di esserci).
I costumi risultano belli e curati: ho trovato inizialmente strambe le due “antenne” sul copricapo del Marchese, ma apprezzo il fatto che trovino un riscontro storico che non conoscevo. Rispetto alla protagonista, ho preferito di gran lunga gli abiti indossati nella prima parte, forse più inusuali del solito ma proprio per questo anche più distintivi e caratterizzanti.
In generale, la sceneggaitura sembra scritta con l’obiettivo di ammaliare e accontentare il pubblico: attori belli, sguardi languidi, baci appassionati, una protagonista che emerge senza troppe difficoltà. Su tutto questo si spende a mille, fornendo materiale in abbondanza. Ma nel farlo, rinuncia a qualsiasi ambizione di complessità. I personaggi vengono smussati per diventare più facilmente amabili, i conflitti vengono risolti senza lasciare cicatrici, la Storia viene ridotta a sfondo decorativo per storie d'amore patinate.
OST davvero belle e coinvolgenti, forse nella prima parte in certe scene un po’ predominanti sui dialoghi, ma non starei a cercare il pelo nell'uovo. Sigla iniziale particolarmente deludente: l’ho trovata insulsa e banale, davvero sottotono se si considera invece l’attenzione messa nell’impatto visivo delle diverse scene di ogni singolo episodio. Ci si poteva inventare qualcosa di meglio, di più originale, insomma.
Cast, già detto, sicuramente di prim’ordine: Tian Xi Wei è stata per me una scoperta che mi auguro di rivedere in futuro, con un carisma innato e una grande espressività. Zhang Ling He, con la sua bellezza elegante e composta, dimostra ancora una volta una presenza scenica che non necessita di parole. Riesce a riempire i momenti di silenzio con grande sicurezza, portando in scena un personaggio estremamente umano ed equilibrato. Un tipo di caratterizzazione che è nelle corde dell’attore, ma che mi chiedo se rappresenti anche un suo limite: spero di vederlo, in futuro, dare prova di una maggiore versatilità interpretando qualche personaggio un po’ più particolare.
Sia chiaro, non si tratta di un brutto drama, anzi, complessivamente merita, poco ma sicuro. La qualità della produzione è indiscutibile, e gli amanti del genere troveranno senz'altro molti momenti di soddisfazione. Ma rispetto a quanto promette, mantiene meno del previsto. È il prodotto perfetto per un mercato che premia il riconoscibile rispetto all'originale, la sicurezza rispetto al rischio.
Resta, alla fine, una sensazione di opportunità mancata. Perché il potenziale c'era: l'inizio era solido, i due protagonisti ben caratterizzati. Ma la seconda metà, frettolosa e confusa, tradisce quella promessa iniziale, lasciando lo spettatore con l'amaro in bocca di un'opera che avrebbe potuto essere memorabile e invece si è accontentata di essere, semplicemente, un altro prodotto di successo.
Consigliato? Direi tranquillamente di sì. Ma più per ammirare la tecnica che la storia in sé: chi cerca un drama visivamente appagante e non dà troppo peso alla coerenza narrativa ne rimarrà probabilmente molto soddisfatto.
Un importante e coinvolgente passo in avanti sul fronte BL
BL cinese – attori cinesi e girata in Cina – che ha cercato in tutti i modi di sfuggire alla mannaia della censura cercando l’appoggio di Singapore e Taiwan in sede di produzione e post produzione – sulle diverse piattaforme viene accreditata all’una o all’altra, in alcuni casi anche alla Tailandia – e con una distribuzione che si limita all’estero (ovviamente in Cina non viene trasmessa).Un giro tortuoso per un drama che, però, davvero merita.
La serie vanta un importante passo avanti e diversi pregi, ma presenta anche alcuni limiti e aspetti migliorabili, che possono essere buoni propositi per altre serie future dello stesso filone.
PRO:
- Romance molto coinvolgente, colpisce per la sua capacità di emozionare e far attendere con trepidazione la messa in onda dell’episodio successivo. La presa – almeno per gli amanti delle BL – è davvero forte e indiscutibile.
- Buon bilanciamento delle scene, un mix ben riuscito di romanticismo, sensualità e momenti di levità, che vedono l’alternarsi di scene comico-divertenti (in gran parte promosse dal proposito di Wu Suo Wei di fingersi attratto da Chi Cheng) a momenti passionali (sempre nei limiti della decenza, mai eccessivi) a passaggi più delicatamente sentimentali (soprattutto alcune uscite inaspettate di Chi Cheng, apparentemente banali ma di grande impatto e valore, se si tiene conto della caratterizzazione del personaggio).
- Le scene intime, seppur presenti e ben gestite, non sono quelle che lasciano il segno più duraturo: sono invece i piccoli momenti condivisi, le uscite improvvisamente tenere e le gag comiche a scombussolare lo spettatore e a portarlo ad affezionarsi al drama. Questo equilibrio tra passione, dolcezza e ironia rende la narrazione dinamica e avvincente.
- Cast azzeccato e chimica innegabile: entrambi gli attori protagonisti si sono rivelati davvero performanti, la loro recitazione convince, l’affiatamento di coppia si percepisce non solo nelle scene più esplicite ma anche nei momenti più semplici, dove i piccoli gesti si caricano di un’intensità sorprendente. Wu Suo Wei, con il suo sorriso solare e la determinazione a riscattarsi da un passato di povertà, contrasta splendidamente con un Chi Cheng arrogante, geloso, possessivo, prepotente, imprevedibile come i serpenti che alleva e di cui si circonda ma che in campo sentimentale mostra anche una sorta di vulnerabilità, nascondendo vecchie ferite sotto una maschera di apparente distacco.
- Personaggi principali ben costruiti, non monodimensionali come spesso capita in molte BL asiatiche: Wu Suo Wei e Chi Cheng non sono definiti solo dalla loro relazione, hanno una storia e un passato alle spalle che li identifica in primis come individui singoli. In Wu Suo Wei è palese il desiderio di riscatto economico e di rivalsa nei confronti di Yue Yue, aspetto che lo spinge a manipolare Chi Cheng. Quest’ultimo, pur essendo una red flag a tutti gli effetti, mostra anche un fascino indiscutibile, complice anche un'interessante mimica facciale e un timbro di voce intrigante che - va detto - non è però il suo (aspetto non da poco perchè con un tono di voce diverso credo che il suo appeal sarebbe stato decisamente inferiore). La sua gelosia, prepotenza e possessività sono spesso ai limiti dell’accettabile, Il suo modus operandi all’inizio della serie è decisamente discutibile e a tratti malsano, e ci sono dei momenti con Wu Suo Wei di dubbio consenso, aspetto smorzato però da una sorta di responsabilità condivisa dovuta al fatto che l’adescamento rientra volutamente nei piani di vendetta di Wei Wei.
- Sceneggiatura credibile, matura, adeguata. A differenza di molte serie BL tailandesi, dove le scene esplicite sembrano spesso fini a sé stesse, e a differenza di molte BL coreane dove l’interazione tra i due protagonisti adulti è tanto delicata e platonica da risultare irreale, Revenged Love integra la sfera sessuale alla trama in modo organico, senza mai scadere nella volgarità (in questo senso supera decisamente il romanzo dal quale è tratta, dove i molteplici momenti intimi vengono descritti fin troppo minuziosamente con un'infinità di dettagli e un’attenzione quasi morbosa).
- L'essere riusciti ad adattare una storia presa da un romanzo davvero malsano, di una volgarità eccessiva e con passaggi di una violenza praticamente da denuncia. Il drama ha il merito di aver tolto il 90% di questi aspetti davvero inguardabili. Restano alcuni passaggi e alcuni tratti, quasi tutti legati al personaggio di Chi Cheng, che andrebbero ancora rivisti: va bene abitudini in passato sopra le righe, proprio per mostrare il cambiamento successivo, ma sono convinta che il fascino del protagonista non necessiti di azioni violente o prevaricanti, il suo charme risiede altrove. Anche il rapporto di amicizia tra Guo Cheng Yu e Chi Cheng viene trasposto in modo sano e privo di tutti i risovolti perversi che caratterizzano il duo nel romanzo.
- Regia di alto livello, fotografia curata, con inquadrature e toni di luci capaci di esaltare le emozioni. La scenografia è immersiva e permette di cogliere in pieno l’atmosfera della storia. Le musiche, spesso strumentali, accompagnano in modo calzante i momenti chiavi, riproponendosi ad hoc nei siparietti più divertenti e spensierati, piuttosto che nei momenti più sentimentali o nelle scene più intime.
- Il passo – o pseudo passo – in avanti. Dopo anni di adattamenti censurati tramutati in bromance o BL depauperate dell'aspetto sentimentale e ridotte a un assalto fisico malsano e aggressivo, quasi a voler prendere la maggior distanza possibile da qualsiasi connotazione positiva, ecco che Revenged Love ritenta la strada già provata da “Addicted Heroin” quasi una decina di anni fa (drama non ben riuscito, e comunque poi interrotto), sfidando la mentalità ristretta non solo con scene esplicite, ma rendendole parte di una vera e propria storia sentimentale senza alcuna vergogna o assurda storpiatura.
CONTRO:
- Il drama presenta dei limiti narrativi abbastanza evidenti, la storia d’amore coincide di fatto con la trama - e in questo mi ricorda molto le BL tailandesi – mentre un valore aggiunto sarebbe stato inserirla in un contesto più ampio e strutturato quale parte integrante di una storia più complessa e articolata. Per questo i tempi forse non sono ancora del tutto maturi, ma certamente la direzione intrapresa è quella giusta.
- Il mettere al centro la relazione tra i due come unico obiettivo porta ad inevitabili forzature: il cambio ad hoc dell'orientamento sessuale di Wu Suo Wei ne è un perfetto esempio ("Gay solo per te" piuttosto che "da finto a vero gay" sono stratagemmi già visti, poco credibili e che sanno un po' di scorciatoia per arrivare al dunque). Stesso discorsi in termini di licenze poetiche: i serpenti di Chi Cheng sono un tocco da maestro, incuriosiscono e accentuano la caratterizzazione del personaggio. Detto questo, dubito che si possa andare tranquillamente in giro ovunque con un serpente attorcigliato attorno al braccio.
- I personaggi secondari nella prima metà del drama sono un po’ poco approfonditi e le conversazioni ruotano quasi esclusivamente attorno alla relazione principale, limitando la profondità narrativa. Personalmente non ho apprezzato particolarmente il pairing secondario, l’amico dottore è sì una graziosa e amichevole spalla per Wu Suo Wei ma preso singolarmente mi ha dato l’impressione di un personaggio un po’ insipido, non particolarmente perspicace per quanto sicuramente di buon cuore, e fastidiosamente pettegolo. L’ex amico di Chi Cheng, esteticamente (inteso come bellezza ma anche come espressività), non mi ha colpita molto. L’ho trovato poco contestualizzato nella prima parte, spesso noioso con i suoi agguati alla clinica, ma fortunatamente riguadagna i punti con l'entrata in scena di Wang Shuo e il successivo ripristino della vecchia amicizia fraterna tra lui e Chi Cheng. Devo però dire che a metà serie qualcosa cambia, la coppia secondaria sembra riuscire a smarcarsi un po' dall'ingombrante ombra del pairing principale e le loro scene non sono più uno spreco di minuti da skippare ma cominciano a farsi vagamente interessanti.
- La scena della riconciliazione dopo la rottura, qualcosa è decisamente andato storto. Abbastanza fedele al romanzo, ma il pianto di Wei Wei davvero poco convincente e anche Chi Cheng, nel suo istigarlo per poi frenarlo e infine cedere, ha mostrato passaggi non del tutto credibili. Non è stata emozionante come avrebbe dovuto essere una scena così fondamentale (ho preferito di gran lunga il momento del confronto in prigione tra i due nel penultimo episodio, per dire).
- I tempi della narrazione: il romanzo conta poco meno di 300 capitoli, la riappacificazione tra i due avviene a un centinaio di capitoli dalla fine ma nel drama ciò accade molto più avanti: va da sè che tutti gli eventi successivi vengono compressi e riproposti a raffica. Alcuni quasi tolti, altri semplificati (ad esempio il nipote è solo uno e non due gemelli, la sorella di Chi Cheng non mette alla prova Wei Wei seguendo il manuale di appunti scritto dal padre), altri ancora modificati (cambia il responsabile dell'arresto di Chi Cheng, piuttoto che la risoluzione del rapimento di Wei Wei). Non solo, anche il lasso temporale descritto viene accorciato, spesso a discapito della credibilità: dopo la morte della madre Wei Wei passa settimane in uno stato di totale sconforto, mentre nel Drama la proposta di portarlo a fare in viaggio è quasi immediata, e vederlo completamente rasserenato giusto per essersi sfogato con un po' di urla al vento... Boh.
- Il romanzo è disseminato di scene NC18 che ripropone puntualmente ogni tot capitoli dall'inizio fino praticamente alla fine. Ho sempre detto che non sono per me i passaggi più importanti, la chimica di coppia che mi è piaciuta l'ho percepita in scene più romantiche, dolci e sì, anche in qualche effusione non esagerata. Dopo la riconciliazione, però, non si vede più un bacio che sia uno, tanti momenti teneri (forse anche troppo, già che vedere Chi Cheng che spadella in grembiule rosa sa tanto di OOC), qualche fotogramma sul famoso materasso ad acqua volutamente allusivo, ma per il resto l'impressione è che manchi qualcosa. Senza riproporre scene spinte, sarebbe stato bello avere qualche effusione in più e qualche gioco d'acqua e bolla di sapone in meno (spesso nei drama asiatici, dai coreani ai cinesi e talvolta anche giapponesi, c'è quest'assurda abitudine di inserire parchi giochi, giostre dei cavalli, bolle di sapone e altre ridicolaggini infantili quali massime forme di divertimento...per adulti). Comprendo il voler sottolineare come l'iniziale attrazione lussuriosa si sia trasformata in vero amore, ma nel finale anche un semplice bacio non avrebbe minato la palese evoluzione del rapporto tra i due. Persino il pairing secondario vede un calo del sipario più gratificante, da questo punto di vista, sebbene l'immagine a tonalità calde dell'ultima scena, con entrambi rilassati e vestiti di bianco, e Wei Wei che, sdraiato sopra Chi Cheng, afferma di sentirsi di nuovo a casa resti comunque un finale di tutto rispetto.
- Non ho ben capito perchè far chiamare Wei Wei "zia" dal piccolo Dou dou, nipote di Chi Cheng: al di là del ruoli tra i due nell'intimità, ho sempre apprezzato il fatto che andassero oltre certe sciocchezze e appellativi vari: l'ho trovata una caduta di stile davvero evitabile.
- L'ultimo episodio è stato il più breve di tutti, non ho capito perchè rinunciare a minuti preziosi e soprattutto perchè eliminare la scena finale dei due davanti alla tomba dei genitori di Wei Wei (la scena tagliata, non doppiata, è comunque in circolazione su alcune piattaforme). Poteva starci un episodio speciale dopo la fine del drama, ma onestamente ci spero davvero poco.
- Infine, piccolo dettaglio ma non del tutto irrilevante, trovo sia una scelta discutibile l’inserimento nella sigla iniziale e nei titoli di coda di sequenze tratte non solo dai primi episodi ma – evidentemente – anche da momenti molto più avanti, generando un effetto spoiler non sempre gradito a tutti.
SPOILER!
Un piccolo sunto dei momenti che più mi sono piaciuti e mi hanno fatta affezionare al pairing Wei Wei/Chi Cheng:
- Chi Cheng che si fa mettere da Wei Wei la cintura che gli ha appena regalato
- L'atteggiamento di Chi Cheng dopo che Wei Wei finisce in ospedale quasi strangolato dal serpente
- Il tramonto guardato assieme e la battuta sulla barba non fatta/ricresciuta
- I fuochi d'artificio a Capodanno
- Wei Wei che, credendo al ritorno di Wang Shuo, si arrende a Chi Cheng buttandogli le bracci al collo
- Chi Cheng che scopre Wei Wei intento a fare una nuova teca per Gelosone, pensando invece lo stesse tradendo
- quando Chi Cheng afferma che tutti possono essere arrabbiati con lui, tranne Wu Suo Wei
- Wei Wei che porta via Chi Cheng dal locale che abitualmente frequentava, reclamandolo in modo ufficiale e definitivo
- gli orologi di coppia e i messaggi in codice
- la scena in piscina
- Wei Wei che salta in spalla a Chi Cheng dopo che il loro stratagemma per aiutare il pairing secondario ha sortito l'effetto desiderato
- l'abbraccio di Wei Wei quando Chi Cheng rincasa dopo essere stato dai genitori, e l'ammissione del timore che non tornasse
- il confronto tra i due in prigione (una delle miei scene preferite, forse la più toccante di tutte)
FINE SPOILER!
In conclusione Revenged Love è una serie che sa sicuramente come conquistare ed emozionare con la sua intensità - fatta di comicità, passione, prepotenze e tenerezze - portando lo spettatore ad affezionarsi ai due protagonisti. Pur non essendo perfetta (ci sono innegabilmente punti deboli e migliorabili, dalla struttura narrativa agli aspetti ancora troppo red flag del protagonista), rappresenta però un vero e proprio upgrade per le BL cinesi, aspetto di fondamentale importanza per i drama di questo genere.
Storia (fantastica) di una seconda chance tra intrighi aziendali, potere e drammi famigliari
Questo drama coreano, conosciuto anche come “Reborn Rookie”, si presenta nell’ormai diffuso nuovo format da dodici episodi e punta a mescolare commedia e drammi famigliari, con l’aggiunta di una buona dose di mistero, giochi di potere e un pizzico di fantasia.Sarò sincera, a fronte di plurime esperienze passate il tag “Body swap” – scambio di corpi – mi rende ormai subito diffidente. Ma qui ad aspettarmi c’era invece una bella sorpresa, già che lo scambio non interessava la solita coppia principale, seguito dai soliti mille cliché che possiamo immaginare. Qui la questione segue le orme di un giovane aspirante calciatore bello e bravo che subisce un’ingiustizia dai vertici di una potente multinazionale, un colosso aziendale nato e cresciuto sotto la guida del capace, duro e intransigente presidente 72enne, Kang Yong Ho. Saranno proprio loro due a scambiarsi, per cui l’anima del giovane finirà confinata nel corpo del presidente Kang, incoscente in quanto in coma, mentre il vero Kang Yong Ho si ritroverà nei panni di Hwang Jun Hyeon e come tale cercherà giustizia in primis per sé stesso e – più avanti – anche per Jun Hyeon.
Lo spettatore si ritrova quindi a seguire le imprese di un presidente Kang che, abbandonato il bastone, si ritrova in un corpo sano e giovane, ma completamente privo di ogni potere. Sarà quindi costretto a ricominciare come semplice impiegato nella sua stessa azienda, osservando i suoi figli gemelli, Kang Jae-sung e Kang Jae-kyung, distruggere tutto ciò che ha costruito con avidità e incompetenza e contrastando le loro mosse grazie al suo bagaglio di esperienza e innegabili capacità. Non è il classico protagonista coraggioso che sfida il pericolo senza pensarci due volte…E’ molto di più. E’ una colonna portante, capace di afferrare i fili e muoverli come il più abile dei burattinai. Il suo obiettivo iniziale è ben chiaro: dare una lezione ai figli e riprendersi la sua azienda. Nel corso del drama, però, il quadro si farà via via più complesso, dal conoscere veramente i suoi figli e capirli – nel bene e nel male – fino a pesare le proprie responsabilità di padre e scoprire di avere ancora molto da imparare anche come uomo. Questa, per me, è la vera genialità della serie: non è la solita storia di vendetta fine a sé stessa, ma un percorso di riscoperta e di umanità.
Detto questo, la forza del drama risiede in gran parte nella straordinaria interpretazione di Lee Jun Young, attore che regala una prova davvero magistrale. E’ incredibile come riesca a incarnare perfettamente un uomo settantenne: la voce roca, lo sguardo severo e giudicante, il modo di muoversi e persino la tipica espressione corrucciata del vecchio presidente. Il tutto, con la consapevolezza di dover sembrare un giovane scaltro ma con un background completamente diverso. Questo recitare un personaggio che a sua volta recita una parte crea un contrasto che funziona e che rende il personaggio magnetico.
Altra scelta vincente è l’aver saputo porre domande profonde senza mai rendere pesante l’intero drama, grazie all’uso bilanciato dei tratti più leggeri di una commedia, capaci di sfiorare la simpatia e l’ilarità. Promuove riflessioni serie e interessanti senza trasformarsi in un mattone, né senza svilirle con un approccio grottesco. La giusta misura, insomma, per risultare sia piacevole da guardare sia interessante da seguire.
E’ dunque attraverso gli occhi del Presidente che osserva la sua azienda dal basso che la serie si interroga sul vero significato di successo e leadership. Cosa rende una persona degna di guidare? L'ambizione e l'astuzia politica, come mostrano i figli, o il giudizio, l'empatia e la capacità di guadagnarsi la fiducia degli altri? È un tema che viene esplorato con intelligenza, mostrando le crepe di un impero costruito su scelte a volte ciniche e su persone trascurate.
Tra i personaggi che ruotano attorno al presidente, notevole è il personaggio di Kang Bang Geul, interpretato da Lee Joo-myung: La figlia minore, tenuta nascosta per anni – mandata all’estero a studiare in realtà per il suo stesso bene – e che ricompare senza farsi riconoscere quale dipendente dell’azienda di famiglia si rivela un personaggio femminile complesso e completo . Non è la classica eroina in pericolo, ma una donna astuta e determinata a dimostrare il proprio valore alla famiglia, in primis al padre, di cui ha sempre sofferto l’assenza. Va da sé che la sua dinamica con il padre - che lei non riconosce nel corpo del giovane impiegato - diviene uno dei punti di forza della narrazione, capace di coinvolgere emotivamente più di molti romance in circolazione. Il Presidente, dal canto suo, si comporta esattamente come un padre premuroso e burbero, con uno sguardo incredibilmente carico di emozioni, che ovviamente la figlia non è in grado di leggere adeguatamente, mentre impara a sua volta a scoprire quella figlia amata da lontano e trasformatasi in una giovane e fiera donna di cui essere – silenziosamente - orgoglioso. Rispetto al loro rapporto ho apprezzato che non ci sia lasciati tentare da facili cliché, inserendo un romance inappropriato e da gestire o facendo capire a Bang Geul – o a uno degli altri famigliari – la propria identità, con riferimenti non voluti ma che casualmente portano l’ignaro di turno a fare due più due, scoprendo così l’arcano.
Un plauso va anche alla schiera dei cattivi, in particolar modo ai gemelli. Se il viscido e subdolo Na – al pari della figlia – rappresenta l’antagonista “classico”, ecco invece che i due aspiranti alla poltrona presidenziale – Kang Jae Seong e Kang Jae Gyeong – si rivelano figure tanto pessime quanto però complesse e multistratificate. Cresciuti da un padre severo, distaccato e perennemente mai soddisfatto del loro operato, sono due gemelli ambiziosi e frustrati disposti a sbranarsi a vicenda per sedersi sulla poltrona presidenziale, dopo aver tolto di mezzo l’ingombrante e irraggiungibile figura paterna. Jae Seong non vanta un acuto intelletto ma, quale figlio maschio, si sente in dovere di non apparire meno abile della sorella, e questo lo porta muoversi come uno sbruffone arrogante ma palesemente incapace. Lei fa venire voglia di prenderla a schiaffi, mossa da un’avida ambizione che la rende disposta a passare sopra tutto e tutti pur di raggiungere l’ambito obiettivo, per lei anche simbolo di rivalsa contro il padre. In questo senso i due attori centrano perfettamente i rispettivi personaggi: Jin Goo porta in scena un Kang Jae Sung che è detestabile ma al tempo stesso tragicomico e, un misto di sfumature di grigio – più tendenti al nero che al bianco – che mi ha ricordato molto anche un altro personaggio da lui interpretato nel drama “The Auditors”. Sulla gemella, interpretata da Jeon Hye Jin, c’è poco da dire: non si riesce proprio a non detestarla e, anche ripercorrendo la sua adolescenza, è ben chiara la sua subdola profondità.
Ho apprezzato la mancanza di una redenzione di massa. Certo il nostro presidente prende via via consapevolezza di come il suo modo di crescere i propri figli li abbia influenzati, per certi versi in modo negativo, ma a fronte delle sue colpe resta comunque la responsabilità delle decisioni del singolo, per cui abbiamo una Bang Geul che nonostante si sia sentita abbandonata ha sempre cercato l’affetto del padre, un Jae Sung debole che, dopo aver sbagliato in tutti i modi possibili, sembra riuscire a venire finalmente a patti con i suoi limiti, accettandoli così come le conseguenze delle proprie azioni e infine Jae Gyeong, che perservera invece sulla strada sbagliata fino alla fine.
Pur riconoscendogli diversi pregi, non è però un prodotto perfetto. E' un drama che riesce a bilanciare bene il thriller aziendale con la commedia d’ufficio, tenendo lo spettatore incollato allo schermo senza momenti morti, ma verso il decimo episodio le mosse e contromosse delle strategie studiate dal nostro apparentemente giovane protagonista diventano un po’ troppo ripetitive, mettendo quasi in stand-by l’avanzamento della trama dal punto di vista delle relazioni umane. Si riprende però bene nel finale, l’ultimo episodio riesce a chiudere in modo sensato tutte le questioni aperte.
INIZIO SPOILER!!!
In chiusura lo scambio che sistema tutto poteva essere gestito un po’ meglio, difficile credere che il vero Hwang Jun Hyeon possa confrontarsi con chi lo circonda senza tradirsi – al di là di un atteggiamento più educato e gentile – rispetto a tutto il pregresso di cui non ricorda assolutamente nulla. Bene la scelta di farne l’allenatore della squadra, e altrettanto bene che il presidente abbia lasciato la carica, atto giusto e doveroso con il quale dimostra di aver davvero imparato qualcosa. Che anche lui orbiti attorno alla squadra di calcio suona un po’ forzato, ma ci sta nell’ottica di richiamare un sodalizio tra i due. Prevedibile anche l’accenno al romance, mentre ho trovato davvero fuori luogo la chiusura degli ultimi minuti, con Hwang Jun Hyeon che si scambia nuovamente con una sconosciuta nella quale si imbatte. Non ha senso, non era necessario, rende il tutto solo spiacevolmente grottesco. Uno scivolone di una manciata di secondi o poco più, ma che lascia un po’ l’amaro in bocca.
FINE SPOILER!!!
In conclusione siamo davanti a un prodotto di intrattenimento sorprendentemente soddisfacente, un drama che parla di seconde possibilità, di come il potere possa isolare e di come, a volte, per capire veramente le persone, sia necessario camminare nei loro panni... o, meglio, nel loro corpo. Decisamente consigliato!
Un ritratto spietato del bullismo tra silenzio, disperazione e sopravvivenza
Ci sono film che si guardano, si apprezzano e si archiviano in fretta. Poi ci sono film come “Better Days” : un’esperienza che resta scolpita nella mente per giorni, un pugno allo stomaco che si trasforma in un abbraccio disperato. Definirlo un semplice “drama scolastico” sarebbe riduttivo e fuorviante: si tratta piuttosto di un’indagine spietata sulla natura del bullismo, sulla fragilità della speranza adolescenziale e sulla forza primordiale di un legame che nasce dal fango e dalla solitudine.La storia segue Chen Nian - interpretata da una straordinaria Zhou Dong Yu - una studentessa modello la cui intera esistenza è votata all’esame di ammissione all’università, considerato l’unica speranza per un futuro migliore. La sua vita scolastica è però un inferno quotidiano: un gruppo di compagne la sottopone a un bullismo feroce, psicologico e fisico, con una crudeltà tanto gratuita quanto agghiacciante. Dall’altra parte della città vive Xiao Bei – portato in scena da un Jackson Yee in uno stato di grazia sorprendente - un ragazzo di strada abituato a risolvere tutto con i pugni, che dorme in una baracca fatiscente e non ha altra prospettiva che la sopravvivenza. L’incontro tra i due sembra destinato a restare uno scontro tra mondi opposti, ma si trasforma immediatamente in qualcosa di molto più complesso: una tregua armata, poi un’alleanza, infine una dipendenza reciproca che rasenta il sacro.
Il vero punto di forza assoluto del film è la comunicazione silenziosa tra i due protagonisti. Zhou Dong Yu e Jackson Yee recitano prevalentemente con lo sguardo. Una ruga sulla fronte, un tremore delle labbra, una lacrima trattenuta: ogni minimo segno diventa un dialogo interiore potentissimo. Quando si guardano, l’intero mondo intorno smette di esistere. Jackson Yee, giovanissimo e all’epoca al suo primo grande ruolo serio, non recita da idol pop: incarna un ragazzo distrutto ma dignitoso, capace di trasmettere una vulnerabilità titanica con un semplice battere di ciglia. Zhou Dong Yu, dal canto suo, offre una prova fisica e psicologica di rara intensità, specialmente nelle sequenze di umiliazione pubblica, dove il suo corpo sembra piegarsi ma mai spezzarsi del tutto.
La regia alterna una crudezza quasi documentaristica a momenti di una bellezza lirica straziante. Le scene di violenza sono girate con una vicinanza sporca e claustrofobica: la macchina da presa non si sottrae mai all’aggressione, costringendo lo spettatore a sostenere lo sguardo su ogni schiaffo, ogni strappo di vestiti, ogni risata sadica. Non c’è compiacimento, ma nemmeno pietismo. Si tratta di una scelta etica prima ancora che estetica: mostrare fino in fondo la brutalità del bullismo per non lasciare alcuno spazio alla neutralità. In netto contrasto, i momenti tra i due protagonisti – sulla moto sgangherata o nella baracca illuminata da una luce calda – sono impregnati di una tenerezza sospesa, quasi onirica, che rappresenta l’unico rifugio possibile in un mondo ostile.
La sceneggiatura è notevole anche per come rifiuta ogni facile manicheismo. I bulli non sono mostri caricaturali, ma ragazze che agiscono all’interno di un sistema che legittima la sopraffazione. E la vera antagonista del film è infatti l’indifferenza strutturale: quella degli insegnanti che voltano lo sguardo, quella della polizia che arriva sempre troppo tardi, quella di una società che misura il valore di una persona solo in base ai risultati scolastici. La madre di Chen Nian, venditrice truffata e costantemente assente, non è un personaggio malvagio: è semplicemente una donna sopraffatta dalla sopravvivenza, che rappresenta l’assenza non per crudeltà ma per impotenza.
Nella seconda metà, quando la vicenda precipita in un evento tragico, il film si trasforma in un thriller morale teso e angosciante. La lunga sequenza dell’interrogatorio, in cui i due ragazzi vengono separati e ripetono all’infinito la stessa identica versione dei fatti, è un capolavoro assoluto di montaggio e recitazione. In quel momento, senza alcuno scambio di parole, emerge con chiarezza assoluta che il loro legame è diventato indistruttibile, quasi sacro. Hanno scelto di portare il peso l’uno dell’altra, perché prima di incontrarsi nessuno aveva mai dato loro una ragione per continuare a lottare.
Rispetto ai bulli, il film accenna solo brevemente alle loro motivazioni personali, lasciando in ombra le dinamiche familiari o sociali che potrebbero averle generate. Tuttavia, questa scelta appare perfettamente funzionale al punto di vista adottato: la narrazione resta saldamente ancorata allo sguardo delle vittime, e mostrare il retroterra delle aguzzine rischierebbe di umanizzarle in modo indesiderato o di distrarre dall’urgenza del dolore raccontato.
Il finale – e non rivelo volutamente nulla perché rovinerebbe davvero l’intera visione - rappresenta un altro tratto di coraggio della regia: non si tratta del lieto fine riparatorio tipico della narrazione hollywoodiana, ma di una conquista faticosa, imperfetta e profondamente vera. La speranza non viene donata: viene strappata a denti stretti dal silenzio e dalla memoria. E proprio questa ambiguità – non sapere del tutto se la felicità sarà duratura, ma riconoscerla come possibile – rende l’intera esperienza ancora più preziosa.
In conclusione, “Better Days” è un vero e proprio capolavoro, uno dei migliori film asiatici che abbia mai visto. La recitazione, la regia, la fotografia e l’uso calibratissimo del silenzio convergono in un film che non si limita a denunciare il bullismo, ma ne esplora le conseguenze psicologiche, legali e morali con una profondità raramente raggiunta dal cinema contemporaneo. È un’opera dolorosa, a tratti quasi insostenibile, ma assolutamente necessaria. Va vista almeno una volta, e probabilmente tornerà in mente per molto, molto tempo. Non è un film per chi cerca leggerezza, ma per chi non ha paura di guardare in faccia il peggio dell’adolescenza per trovarvi anche il meglio di cui due esseri umani siano capaci.
Un'idea gradevole per un risultato che scivola nel banale e lascia un po' a desiderare...
Questo è uno di quei drama che si classificano perfettamente nella mediocrità: non abbastanza brutto da abbandonarlo con insofferenza, ma nemmeno abbastanza bello da consigliarlo con entusiasmo. Buoni gli spunti che fanno da premessa iniziale: un ambiente universitario nei primi anni 2000, un’atmosfera nostalgica, l'attesa dello slow burn e la promessa di un amore che sboccia tra due ragazzi apparentemente opposti. Purtroppo, la realizzazione si ferma costantemente a metà percorso, senza raggiungere mai il traguardo preventivato.Il punto di forza indiscusso è la chimica tra i due protagonisti, per cui si intravede quel potenziale capace di far scaldare il cuore agli spettatori più fedeli al genere . Tuttavia il copione non fornisce loro un supporto sufficiente: la storia, nella sua semplicità, scivola spesso verso luoghi comuni e banali. E finisce quindi che i due giovani sperimentano la confusione dei sentimenti in un clima fin troppo idilliaco, quasi asettico, che mal si sposa con l’epoca storica in cui è ambientato il drama, rendendo tutto innaturalmente semplice.
Il ritmo è un altro tasto dolente: si procede con una lentezza esasperante che rischia di far perdere la pazienza, per poi veder risolvere i nodi cruciali in modo affrettato e poco credibile negli episodi finali.
A ciò si aggiungono alcuni difetti tecnici che minano costantemente il coinvolgimento dello spettatore e la sua immersione nella storia: il doppiaggio, in particolare, è talvolta un elemento quasi di disturbo, con dialoghi che sembrano sussurrati e poco naturali. La colonna sonora è anonima, la cura per i dettagli non sempre all’altezza, i costumi spesso anacronistici. Il risultato è un prodotto che appare inferiore ad altre produzioni dello stesso genere, anche a budget simili.
Altra carta che ci si è giocati proprio male è quella dei personaggi secondari. Sebbene il pairing secondario doni una sferzata di energia, il suo sviluppo viene inspiegabilmente troncato, lasciando diversi fili narrativi in sospeso . Nel complesso, il drama guarda con insistenza al passato e alla purezza dei sentimenti adolescenziali, ma non ha la forza di essere veramente incisivo.
Verdetto: “Feel what you feel” si lascia guardare senza troppa fatica, e per chi è un amante incallito del genere può rappresentare una visione "passatempo", che può starci. Tuttavia non lascia davvero alcun segno. È un prodotto che esiste, si vede, ma di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno.
Revenge drama che segue le orme del film senza però lasciare nuove impronte.
Il drama è il riadattamento del film coreano “Fabricated City” del 2017, sempre interpretato da Ji Chang Wook, incentrato sulla ricerca di vendetta di un giovane uomo comune ingiustamente imprigionato. Non lo ricordo come una pellicola particolarmente eccezionale, ma piuttosto come un buon thriller con molti momenti di tensione legati a scene d’azione. Onestamente non ho ben capito il senso di farne una rivisitazione a più puntate, se non di correre così il rischio di un inevitabile paragone – da qui quindi la necessità di un margine di miglioramento obbligatorio – oltre a riproporre lo stesso attore negli stessi panni, certo sempre molto bravo ma di fatto con non più nella sua epoca d’oro, in termini di apice di carriera e freschezza fisica. Il risultato è un rimaneggiamento che ripercorre sentieri già battuti senza aggiungere però molto di nuovo.Il problema principale è l’ossatura narrativa. Se nel film originale la mancanza di tempo non permetteva un adeguato sviluppo psicologico, nel drama tale approfondimento continua a mancare: il tempo c’è, ma non viene impiegato a dovere. I primi episodi sono tesi, coinvolgenti, mostrando con efficacia la caduta nell’inferno carcerario di Park Tae Joon, un onesto fattorino incastrato per omicidio. La regia è curata, il ritmo incalzante e la promessa è quella di un thriller di alto livello. Poi, però, l’impressione è che la serie inizi a girare a vuoto, anche ripetendo alcuni meccanismi. Un esempio lampante sono i pestaggi in prigione: dopo il terzo o quarto scontro in cui Tae Joon, nonostante le ferite, si rialza e affronta i detenuti di turno, l’effetto sorpresa svanisce, lasciando spazio a una stancante sensazione di déja vu.
La trasformazione del protagonista è un po’ poco credibile. Da semplice corriere gentile con la passione per le piante ad abile evaso strategico e leader di una propria vendetta, il passo è decisamente troppo breve. In cella studia e si allena, va bene, ma una volta fuori dal carcere Tae Joon sembra improvvisamente in grado di manovrare fili e risorse con la sicurezza di un consumato uomo d'azione. Nel film, va detto, la discrepanza era ancora più evidente, già che il protagonista era un giovane ragazzo un po’ pigro e con la fissa dei videogiochi, con tanto di lavata di capo materna. Nel drama, quanto meno, abbiamo a che fare con un adulto responsabile. Ma il cambiamento, ad ogni modo, lascia qualche perplessità.
Il cattivo interpretato da Do Kyung Soo si rivela un'arma a doppio taglio. L’attore, idol di professione, ci mette tutto il suo impegno e regala momenti di autentico disagio alternando espressioni imperscrutabili a sorrisi psicopatici. Un personaggio apparentemente interessante, ma tratteggiato con troppa superficialità: An Yo Han è un folle senza una vera psicologia alle spalle, le sue motivazioni sono vaghe e la sua onnipotenza rasenta a volte il ridicolo. Sembra muoversi in un videogioco, passando da un'idea criminale all'altra senza una logica coerente, quasi fosse randomico. La sua follia, invece di essere un abisso, è una pozzanghera: si vede subito il fondo e non fa poi così paura. Bella l’idea, discutibile il risultato: il “villain” psicopatico è tra i più difficili da portare in scena in modo credibile.
Il personaggio femminile secondario è un'altra occasione sprecata. Introdotta con un certo potenziale, rimane per certi versi una figura marginale in una storia che non sa come impiegarla. Nessun romance – e così era anche nel film – perché la vicenda vuole focalizzarsi unicamente sulla vendetta di Tae Joon. Forse, però, al drama la stampella di una love story sarebbe in parte servita a traballare di meno. L’unico aspetto interessante di No Eun Bi è la questione del legame con il padre, a sua volta buona spalla del protagonista. Ho però preferito di gran lunga la figura femminile presente nel film, una gamer sociopatica apprezzabile nel suo essere davvero inusuale.
L’ultima parte del drama è un vero e proprio caos narrativo. La trama si perde in inseguimenti e scene rocambolesche mentre il piano di An Yo Han diventa sempre più fumoso e privo di una direzione chiara e precisa. Il finale è sbrigativo, poco soddisfacente e incapace di dare una degna chiusura alle sofferenze del protagonista e alla tensione accumulata - e dispersa - negli episodi precedenti.
E arriviamo a Ji Chang Wook. La sua recitazione è, come sempre, indubbiamente valida: carismatico e fisicamente in forma, a livello espressivo regala tutto il dolore e la determinazione possibili. Ma il suo talento, qui, sembra messo al servizio di un’operazione nostalgica poco felice. E’ stato uno dei miei primi attori coreani preferiti, e mi fa un po’ specie ritrovarmi – oggi – a fare certe tristi considerazioni: i tempi di “Healer” e “Suspicious partner” sembrano sempre più lontani, mentre gli ultimi anni sono una carrellata di tentativi che non riescono ad andare veramente a segno. E rivederlo in una rivisitazione allungata di un suo vecchio film non proprio di successo, anziché esaltarlo, aumenta la sensazione di un’occasione mancata per rilanciarsi con qualcosa di davvero nuovo e meritevole.
In conclusione, Sculpture City/The Manipulated è una serie che funziona a tratti, sorretta dall'interpretazione del suo protagonista, ma che affonda sotto il peso di una storia ripetitiva e di una gestione maldestra dei suoi elementi migliori. La fotografia è curata, la regia dinamica, le coreografie d’azione ben realizzate, ma manca di autenticità e spessore, con contenuti a mera fruizione dello spettatore. Un prodotto lucido e patinato, insomma, ma con un cuore di plastica.
Teen drama piacevole pur senza pretese ma con qualche cliché di troppo
Film giapponese gradevole, sebbene non rivoluzionario, che regala momenti teneri senza però raggiungere vette particolarmente alte.La trama risulta abbastanza familiare a chiunque abbia visto qualche drama romantico giapponese con target adolescenziale. Da una parte abbiamo Yuiji Kira, studente popolare e carismatico che nasconde un pesante segreto: una grave malattia cardiaca gli lascia un futuro incerto e limitato. Dall'altra Nino Okamura, ragazza timida e senza amici, quotidianamente vittima di bullismo, che preferisce la compagnia del suo pappagallo e sembra volersi mimetizzare con lo sfondo. Come prevedibile, i loro mondi si scontrano e da un'insolita amicizia nascerà poi l’amore.
Sebbene, complessivamente, la storia non sia niente di che, devo dire che la prova dei due attori protagonisti è senz’altro buona, così come la chimica di coppia: Nakagawa Taishi offre una performance convincente, catturando perfettamente la dualità di Kira: la patina superficiale di ragazzo "fastidiosamente spavaldo" che mostra al mondo, contrapposta alla solitudine, alla paura e alla "crudezza" di un ragazzo che sta facendo i conti con la propria mortalità. Le sue scene più emotive sono intense senza scadere nel melodrammatico. Al suo fianco, Marie Iitoyo incarna l'imbranataggine e la bassa autostima di Nino con una sincerità che evita la caricatura. Non è solo la "ragazza goffa": porta una vulnerabilità genuina nel ruolo, rendendo la sua silenziosa crescita interiore davvero gratificante da seguire. La loro relazione si sviluppa in modo naturale, costruita su momenti condivisi di solitudine e supporto silenzioso.
Tra i difetti c’è in primis l'abbondare di cliché già visti (dal il ragazzo popolare con un segreto, alla ragazza timida che sboccia grazie al protagonista, eccetra). Inoltre, il ritmo cala nella seconda metà e alcune scene sembrano poco credibili. In particolare il momento "nuziale" appare frettoloso e totalmente stridente. I personaggi secondari, come il migliore amico Yabe, assolvono al loro compito ma risultano unidimensionali. Tolta l’interpretazione dei protagonisti e alcuni passaggi particolarmente intensi, per il resto la sceneggiatura cade spesso nella mediocrità di errori già visti e rivisti.
La fotografia è invece buona: cattura con luminosità e colore la vivacità della giovinezza e crea quell'atmosfera romantica che fa da cornice alla storia. La colonna sonora è gradevole seppur non particolarmente memorabile.
In conclusione, "Today's Kira-kun" è un film piacevole, da tenere in considerazione per un momento di relax con una storia tenera, senza doversi immergere in qualcosa di più impegnativo. Non reinventa il genere, ma strappa un sorriso e forse qualche lacrima. Una visione confortevole, godibile finché dura.
Quando i cattivi rubano la scena al “Conte di Montecristo” in versione femminile
Serie acclamata e la cui uscita, all’epoca, è stata attesa come l’evento della stagione. Un revenge drama di sedici episodi totali -la recensione si riferisce ad entrambe le parti - con Song Hye Kye nei panni di una sorta di “Conte di Montecristo” al femminile in cerca di vendetta per il bullismo subito ai tempi della scuola.La premessa è di quelle che funzionano a prescindere e su un tema ormai ben rodato: Moon Dong Eun è stata vittima di un bullismo così feroce durante il liceo da portare ancora, a distanza di anni, le cicatrici fisiche e psicologiche. Bruciature, violenze, umiliazioni. E, soprattutto, l’abbandono da parte di tutti: insegnanti, polizia, persino sua madre. Il suo corpo segnato dal calore diventa allora il carburante di una vendetta gelida, pianificata per un decennio intero. Dong Eun non vuole solo punire i suoi aguzzini: vuole distruggere le loro vite dal dentro, come un tarlo che divora il legno dall’interno. Un’idea affascinante, che promette colpi di scena e tensione psicologica.
Eppure, a conti fatti, qualcosa si inceppa. Il problema principale è sicuramente il ritmo. La prima parte è lenta, a tratti proprio appesantita. Si accumulano dettagli, si introducono personaggi, si prepara la scacchiera. Ma la tensione, quella vera, stenta ad arrivare. Ci si ritrova a guardare scene che sembrano girare a vuoto, dialoghi che non decollano, situazioni che promettono esplosioni ma restano sospese. Quando finalmente la miccia si accende l’effetto è quasi paradossale: accadono molte cose, eppure nulla sembra davvero accadere. O meglio, accadono con una tale fretta e con un tale susseguirsi di colpi di scena da risultare artificiose.
Rispetto al cast, brillano i cattivi. Im Ji Yeon nei panni della perfetta Park Yeon Jin è semplicemente memorabile: la sua interpretazione della bulla diventata donna ricca e apparentemente realizzata è così intensa da rubare la scena ogni volta. Con lei, Park Sung Hoon (Jeon Jae Joon) e Kim Hi-Eo-Ra (Lee Sa Ra) compongono un trio di antagonisti che si muove tra l’esasperazione grottesca e una vitalità malvagia che tiene incollati allo schermo. Sono loro, i “cattivi”, a dare carattere al drama. Senza di loro, l’intera impalcatura crollerebbe.
Poi c’è Jung Sung-il, che interpreta Ha Do Yeong, il marito di Yeon Jin. Un personaggio che emerge come il più sfaccettato e interessante dell’intera serie. Uomo di successo, freddo e misurato, ma capace di crepe emotive che lo rendono umano. La sua chimica con Song Hye Kyo è palpabile, per certi versi sarebbe risultato probabilmente più intrigante sviluppare il loro legame piuttosto che la relazione con Joo Yeo Jeong (Lee Do Hyun). Quest’ultimo, purtroppo, finisce per essere sacrificato a un ruolo che non decolla mai del tutto: il chirurgo plastico innamorato della vendicatrice, pronto a tutto per aiutarla, ma la cui motivazione e il cui spessore restano opachi fino alla fine. La loro storia d’amore, per quanto dolce, sembra inserita forzatamente in una narrazione che non ne aveva bisogno.
Infine c’è lei, Song Hye Kyo: l’attrice sicuramente più nota, ma anche quella la cui prova mi ha lasciato più perplessa. Il suo volto di pietra, la recitazione monocorde, l’assenza di sfumature: caratterizzazione del personaggio o limite dell’attrice? Un bel dilemma. Sicuramente Dong Eun è, per definizione, una donna che ha spento ogni emozione per sopravvivere. Il suo essere “di ghiaccio” è funzionale al personaggio. Il problema è che, nei momenti in cui quel ghiaccio dovrebbe incrinarsi – i traumi, gli incontri ravvicinati con i suoi aguzzini, le rare occasioni di vulnerabilità – l’interpretazione resta piatta. Nutrivo qualche dubbio sulla versatilità di quest’attrice già da tempo e questo drama sembra un po’ una conferma: sguardo fisso sul volto visto di profilo, postura immobile, tono controllato e misurato, parole intercalate sempre dalla stessa pausa sospesa. Un ruolo che le viene bene – e che qui ci stava – ma che sembra non lasciare spazio a molto altro.
Passando alla sceneggiatura, l’idea di base è solida ma l’esecuzione traballa. Troppi personaggi secondari, troppe sottotrame che si aprono e si chiudono senza un vero perché. La madre di Dong Eun, la coinquilina che subisce violenze, l’omicidio di So Hee, il mistero del cadavere sepolto: ognuno di questi filoni avrebbe meritato più spazio, oppure nessuno. Ciò che si ottiene è un accavallarsi di eventi che disperdono l’attenzione, mentre il nucleo della storia – la vendetta psicologica, il gioco del gatto e del topo – resta in ombra. E quando finalmente si arriva alla resa dei conti, il finale risulta paradossalmente affrettato: tutte le tessere cadono in modo troppo meccanico, come se la sceneggiatrice avesse premuto l’acceleratore negli ultimi due episodi per chiudere tutto in fretta.
Per quanto riguarda il tema della violenza, il drama non risparmia nulla: bruciature, percosse, stupri. La serie mostra il bullismo in tutta la sua crudeltà, e lo fa con un realismo che può essere difficile da sostenere. Ma c’è anche il rischio che questa violenza diventi fine a sé stessa, uno strumento per impressionare più che per raccontare. Le continue scene di abusi – fisici e psicologici – finiscono per desensibilizzare lo spettatore, trasformando il dolore in un rumore di fondo, e a questo punto la storia perde la sua presa emotiva.
La fotografia è curatissima, con inquadrature che giocano sui contrasti tra luci e ombre per riflettere la dualità dei personaggi. La colonna sonora, pur non indimenticabile, accompagna senza mai sovrastare. E ci sono momenti di puro cinema, come l’incedere di Dong Eun nel quartiere dei ricchi, vestita di nero, immobile come una statua mentre intorno a lei la vita degli altri scorre. Scene che restano indubbiamente impresse, insomma.
Tra le scene meno riuscite, sicuramente l’ultima: quel “ti amo” sussurrato in un momento in cui le parole avrebbero dovuto essere altre, o forse nessuna. Un finale che, invece di chiudere il cerchio con la forza della vendetta compiuta, si rifugia nel romanticismo più convenzionale, lasciando l’amaro in bocca per l’aspettativa disillusa di una conclusione più fedele al personaggio.
La domanda finale è: “The Glory” – inteso come il drama completo composto da entrambe le parti - merita davvero? Forse sì, ma con alcune riserve. È un drama che tiene incollati per la voglia di vedere i cattivi puniti, che regala qualche brivido e qualche emozione. Ma è anche un’opera che poteva essere molto di più: più tesa, più profonda, più coraggiosa nel tagliare il superfluo e concentrarsi sull’essenziale. Lascia addosso una sensazione di occasione sfumata, come se il potenziale esplosivo della polvere da sparo fosse stato disperso in troppe piccole scintille invece che in un’unica, devastante fiammata.
Lo consiglio? Per via del tema importante, di alcune scene che restano e della prova recitativa dei cattivi… Direi tranquillamente di sì. Ma senza l’aspettativa di trovarsi davanti un capolavoro: piuttosto un’opera imperfetta, ambiziosa e a tratti confusa, ma capace di regalare momenti di puro intrattenimento. E forse, per un revenge drama, può bastare.
Un drama che non si guarda, ma che si respira.
“To the Wonder” è un’esperienza visiva e sensoriale che va oltre la semplice narrazione. Ambientato nella prefettura cinese dell’Altai, tra le verdi steppe e le montagne innevate dello Xinjiang, questo piccolo gioiello incanta non tanto per colpi di scena mozzafiato, quanto per la sua straordinaria capacità di raccontare l’anima di un luogo e delle persone che lo abitano.C’è una frase che resta a mio avviso particolarmente impressa e che coglie l'essenza intima del drama: “Se nessuno usa l’erba, lei è comunque felice di esistere nel prato. È libera, no?”. In soli otto episodi - che sono perfetti come durata - questa serie non racconta solo la storia di Li Wen Xiu, una giovane aspirante scrittrice che si trasferisce nella remota regione dell’Altai, nello Xinjiang. Racconta anche e soprattutto il diritto delle cose – e delle persone – di esistere senza dover essere utili a qualcuno.
Ambientato oltre vent’anni fa, “My Aletai” - titolo originale che trovo più intimo e vero - è un adattamento dei saggi di Li Juan. E si sente: non c’è la struttura rigida del drama televisivo costruito a tavolino, ma il fluire lento e naturale della vita di un villaggio kazako. Qui le stagioni comandano, le greggi si spostano verso i pascoli estivi, e la modernità è un’ombra lontana che pure si allunga già sulle tende di feltro.
La forza della serie è tutta nella sua autenticità. Gli attori locali, i volti veri dei pastori, le parole in kazako pronunciate con accento sincero: tutto concorre a creare un’opera che sembra più un documentario poetico che un drama. E poi c’è lui, Yu Shi, e il suo notevole cimentarsi nell'imparare a memoria i dialoghi in una lingua che non è la sua e a montare a cavallo senza controfigure.
La regia propende per un tono misurato, mai didascalico. L’umorismo c’è, ma non tradisce mai la fatica di una vita in cui il lusso più grande è dormire in un letto asciutto. E così, tra una festa nuziale e una trattativa di matrimonio, tra il sapone medicato fatto col grasso di pecora e i predatori di giada che arrivano da fuori, ci si accorge che non stiamo guardando una storia: ci stiamo vivendo dentro.
La coppia principale – Wen Xiu e Batay – è quasi un pretesto. Il vero amore qui è per la comunità, per il pascolo che torna verde ogni estate, per il gesto antico di spostarsi con le bestie. I conflitti generazionali esistono, certo: i giovani guardano altrove, gli anziani stringono i denti. Ma non c’è giudizio, solo sguardi che cercano di capire.
E poi c’è il paesaggio. Non si contano gli screenshot, le inquadrature che sembrano dipinti. L’Altai non è solo uno sfondo: è un personaggio, silenzioso e potente, che tutto contiene e tutto perdona.
In conclusione, un vero e insolito gioiello. Non è però un drama per chi cerca colpi di scena o idol patinati. È per chi ha voglia di fermarsi, di ascoltare il fruscio del fiume, di capire il vero significato del concetto di libertà. È piccolo, ed è immenso. Come la prateria.
Il complesso e intenso linguaggio delle emozioni… Con qualche ambizione di troppo.
Ho iniziato la serie senza aver letto nemmeno una riga al riguardo, cosa per me piuttosto insolita. Per assurdo, mi sono ritrovata spiazzata quando l’inquadratura iniziale mi ha dato l’impressione di un luogo familiare. Quando pochi istanti dopo il ML si è espresso in italiano – pronuncia tra l’altro abbastanza buona, soprattutto rispetto alla prova di altri attori asiatici, vedi ad esempio Song Joong Ki in “Vincenzo” – tutto ha acquisito improvvisamente senso, e ho riconosciuto la Civita di Bagnoregio. Sorpresa inaspettata? Assolutamente sì. Sorpresa piacevole? Anche.Altra cosa che mi ha stupito – sempre in modo positivo – è stato il fatto che fosse lui a fare da interprete e non viceversa come mi sarei aspettata (luoghi comuni, che ci vogliamo fare). Il loro incontro è certamente singolare, una situazione sicuramente improbabile nella realtà ma portata in scena con estrema credibilità. Fin da subito trapela una grande sintonia tra i due personaggi, non sembrano due attori che recitano singolarmente, bensì danno prova di un’interpretazione che riesce a legare le due figure al pari di due metà complementari, indipendentemente che la scena sia ironica, triste, divertente o romantica.
Come drama si discosta bene dalla massa, offrendo spunti nuovi, sia su aspetti di un certo rilievo sia su piccoli dettagli, che saltano comunque all’occhio. Lavoro certamente ambizioso, forse un po’ troppo pretenzioso.
Tra i punti a favore:
- Ambientazioni diversificate e conseguente varietà linguistica: si spazia dal Giappone alla Corea, passando per il Canada e l’Italia. Occorre mettere in conto i soliti luoghi comuni (parlo per quanto riguarda l’Italia, immagino sia stato lo stesso anche per gli altri Paesi), ma ho comunque apprezzato l’alternarsi dei paesaggi e degli scenari.
- Riferimenti ricorrenti carini (l’aurora boreale, i quadrifogli, la cascata, il disco musicale) e dettagli quanto meno insoliti nel mondo dei kdrama (dalle parolacce – niente di eccessivo – al dito medio alzato più volte… Eh già, nella vita reale a quanto pare lo fanno anche lì!)
- Un buon equilibrio tra la parte drammatica (lei tradita dall’ex ragazzo, lui che non riesce a superare una vecchia infatuazione, il trauma infantile di lei) e quella ironica/divertente, dove le gaffe di lei davvero non si contano e i momenti di sano imbarazzo dopo aver detto/fatto la cavolata di turno ed essere stata colta in flagrante strappano numerosi sorrisi.
- Triangolo insolito (i protagonisti inizialmente si ritrovano uniti a promuovere un avvicinamento di lei con il terzo incomodo) che poi diventa una sorta di quadrato (la quasi-cognata di lui), quindi un inaspettato pentagono (la non-cognata con il manager amico della protagonista) e volendo anche un ipotetico esagono se contiamo Do Ra Mi come personaggio a sé stante, almeno per un breve periodo. Pur non amante dei poligoni vari devo dire che, stranamente, i vari intrecci sembrano funzionare senza cadere eccessivamente nei classici cliché.
- Il cast secondario: ricco e ben selezionato. Rivedo sempre con piacere Kim Won Hae (qui nei panni dell’anziano scrittore), attore veramente bravo e formidabile spalla di molti protagonisti in svariate serie di successo dell’ultima decade e oltre; Sung Joon (il fratello del protagonista) un po’ troppo defilato, ma del resto in questa serie non era lui il personaggi maschile principale; a me nuovo ma devo dire molto interessante Fukushi Sota (Hiro), credibile nel complesso ruolo assegnatogli.
- Gli attori protagonisti, semplicemente strepitosi ed azzeccati: non riesco a immaginare attore migliore di Kim Seon Ho per questo ruolo, già che si cala perfettamente nei panni dell’interprete tutto controllo e razionalità ma nel cui profondo si agitano un turbine di emozioni la cui gestione è per lui complessa. Tutto questo traspare splendidamente da quell’espressività che riesco a definire solo “composta”, ma non per questo di scarsa intensità, anzi: l’apparente imperturbabilità fa risaltare maggiormente lo sguardo incredibilmente empatico (gli occhi sembrano sorridere nel vero senso della parola quando la vede felice e, al contrario, si caricano di una preoccupazione quasi tangibile quando lei è in difficoltà). Possiede inoltre un timbro di voce affascinante, specialmente quando parla in coreano, e risulta piacevole anche quando si cimenta nelle lingue straniere. Go Yoon Jung è stata una bella scoperta, attrice a me nuova che mi ha ricordato moltissimo Kim Jin Won (specialmente il suo personaggio secondario ne “Descendants of the sun”): con grande naturalezza porta in scena una giovane impulsiva e spontanea, a tratti spudorata, spesso fuori luogo ma in un modo che suscita quasi tenerezza. Tra l’altro molto brava anche rispetto alla doppia interpretazione, già che il suo personaggio mostra diverse personalità: riesce a legarle profondamente tra loro pur mantenendole chiaramente distinte. Bravissimi entrambi, è stato un piacere continuo osservare la loro recitazione, così convincente e sentita.
- Do Ra-Mi: più che il suo status di allucinazione, ho apprezzato in particolar modo la sua connotazione horror (e da lì tutti i riferimenti nelle varie battute e considerazioni). Si fa sicuramente notare, non si limita a fare da “ombra” al personaggio principale.
- Sviluppo del romance: “sensato”. Aggettivo che mi ritrovo a poter utilizzare non di frequente, purtroppo. L’evoluzione dei reciproci sentimenti è perfettamente in linea con la caratterizzazione dei personaggi, senza fraintendimenti infiniti o affermazioni perennemente contrarie a ciò che si pensa. Cha Mu Hui è istintiva, disposta a fare la prima mossa, a incassare, a perseverare. Rimane affascinata da Ju Ho Jin praticamente da subito, perché bello, corretto e affidabile, pur con la sua mancanza di tatto verbale. Lui è estremamente fedele al suo personaggio: in lui le emozioni mettono radici lentamente e, una volta nate, ulteriormente filtrate dal suo controllo e dalla sua razionalità. Mentre lei ci prova più volte – più o meno spudoratamente – lui per davvero non è interessato. Certo la trova curiosa, certo gli salta all’occhio e, una volta entrati comunque in confidenza si ritrova a decidere di supportarla. Un primo accenno di coinvolgimento lo si nota quando si secca del fatto che alcuni membri della troupe si rivolgano a lei chiamandola “Do Ra Mi” invece che con il suo vero nome; è inizialmente infastidito dall’atteggiamento beffardo di Hiro nei confronti di lei, ma non è corretto definirla gelosia. La nascita di un sentimento romantico inizia a palesarsi più avanti, con l’aurora boreale: da quel momento lì scatta la gestione repressiva di tali sentimenti, che non sono liberi di venire a galla ma che vengono analizzati un poco per volta. A questo suo procedere caratterialmente a piccoli passi si aggiunge una difficoltà nel trovare la chiave di lettura di lei, aspetto che gioca molto sul tema dell’interprete di linguaggi – non solo lingue – diverse, nonché richiami al titolo del drama stesso. Le scene prettamente romantiche non sono molte, ma sicuramente emozionanti. In svariati passaggi il coinvolgimento dello spettatore è intenso anche senza nessun bacio nei paraggi.
A fronte di tanti pregi non mancano, purtroppo, anche alcuni difetti, quantitativamente minori ma decisamente impattanti, per lo più concentrati nella seconda parte del drama:
- La ricerca dell’effetto estetico supera spesso la linea sconfinando nell’eccesso: tanti, troppi riferimenti ad esempio ai brand dei capi di lusso. Anche i paesaggi, piacevolmente suggestivi, a volte lo sono fin troppo, dando un po’ l’impressione patinata tipica di una cartolina. Grande attenzione all’apparenza, e ci sta… Ma per certi versi, e in certi passaggi, decisamente esagerata.
- Le tematiche drammatiche vengono affrontate una per volta, ma sembrano al contempo creare dei tagli netti nella trama, nonostante gli sporadici richiami: all’inizio tutto sembra ruotare attorno all’ex traditore di lei, ma poi finisce velocemente nel dimenticatoio, lasciando spazio al sentimento di vecchia data e a lungo taciuto di lui nei confronti della imminente cognata, che passa anch’esso in sordina quando Do Ra-Mi irrompe a pieno titolo nella scena, passando da inquietante allucinazione a figura attiva e va a scoperchiare il vaso di Pandora dell’infanzia di Cha Mu Hui. Quest’ultima parte è davvero ambiziosa e impegnativa, forse un po’ troppo per le possibilità del drama e il tempo rimasto a disposizione. La doppia personalità è una bella idea, interpretata anche bene, ma la gestione generale della situazione e il suo inserimento nello sviluppo della trama scricchiola un po’ (che lui riesca a gestire una situazione improvvisa e di quella portata manco fosse il più esperto psichiatra, proprio non ci sta); anche sul finale, vengono aggiunti dei risvolti non necessari e un po’ privi di coerenza, che portano Cha Mu Hui a un allontanamento temporaneo ma così fondamentale… Che non si sprecherà poi mezza parola al riguardo. Una scelta, quella legata al discorso della madre nell’ultima parte dell’ultimo episodio, che davvero non ho capito. Messo lì tanto per, mi viene da dire.
- La storia, di conseguenza, ne esce un po’ troppo ricca. Solida, certo, ma un po’ troppo. Si è voluto sviluppare un numero eccessivo di idee e gli obiettivi non raggiunti pesano di più degli obiettivi che non ci si pone.
- Musiche belle (davanti a capolavori come “La Traviata” c’è poco di cui discutere) ma che peccano nell’originalità: bene qualche richiamo famoso e importante, un cavallo di battaglia certamente facile e ad effetto, ma apprezzo sempre di più una OST originale capace di rimanermi a lungo in mente dopo averla sentita per la prima volta in una manciata di episodi. E’ un valore aggiunto che nessuna musica, dalla classica alla lirica, passando per le hit internazionali dei decenni passati, può comunque vantare.
Che dire… Un drama inaspettato, al quale mi sono approcciata senza alcuna aspettativa e che si è rivelato davvero una bella sorpresa. Carico, emozionante, ben recitato, per molti versi insolito e capace di distinguersi dalla massa. L’unica sua pecca è stata quella di aver desiderato troppo: qualche ambizione in meno avrebbe probabilmente azzerato i difetti. L’ho seguito volentieri, non mi ha mai annoiata e mi è piaciuto molto (tanto che credo ci starà anche il rewatch): nonostante i sopracitati difetti, i pregi sono maggiori e per molti versi insoliti, aspetto che li fa valere il doppio: certamente consigliato!
Quando la sceneggiatura va alla deriva e penalizza tutto ciò che di buono c'era...
La trama, non originalissima ma comunque interessante, e l'avvio con un buon primo episodio sembrano promettere un drama che sa il fatto suo. Dopo i primi episodi, scorrevoli e ben fatti, ci si impiglia però in uno schema di fatto ripetitivo: lui che non si fida di lei, lei che non si fida di lui, tra mosse e contromosse e strategie varie che sembrano più lo studio di un assetto di guerra che lo sviluppo di un romance.E' un peccato perchè ci sono davvero tanti aspetti che ho apprezzato di questa serie. Il nostro Cancelliere si presenta per davvero come un uomo freddo e spietato. Dimentichiamoci i protagonisti dallo sguardo gelido ma che dopo le prime scene rivelano un cuoricino di panna: Shen Zai Ye è un acuto e machiavellico stratega, già sposato e con tanto di concubine, pronto a far fuori l'ultima arrivata senza il minimo rimorso. E tale rimarrà per buona parte del drama, senza vedere il suo personaggio snaturarsi completamente, sebbene l'evoluzione del romance determinerà in lui un profondo cambiamento, di fatto però coerente e credibile. Lei appare fin da subito in una posizione tutt'altro che facile, praticamente sotto scacco, ma determinata a non arrendersi e a sfruttare al meglio ogni possibilità di sopravvivere, grazie soprattutto al suo incredibile acume. Due figure ben delineate, insomma, e soprattutto ben interpretate, già che la prova dei due attori è tra i punti di forza del drama.
Anche a livello di espressività l'intesa tra i due è davvero innegabile: sguardi che dicono davvero molto, dove si smascherano a vicenda all'insaputa del resto dei presenti. Un drama dove la comunicazione non verbale della coppia principale supera anche quella verbale, e non è cosa comune.
Gli intrighi inizialmente affascinano, le strategie incuriosiscono e l'evoluzione lenta del rapporto tra i due consentirebbe un vero sviluppo "enemies-to-lovers" (tema spesso promesso ma altrettanto spesso non di qualità). Poi, però, il drama entra in un circolo vizioso, un pantano dal quale sembra non riuscire più a riemergere: ed ecco quindi che la mancata trasparenza a turno dei due diventa ripetitiva, l'impressione è che non venga mai fatto un passo avanti, e per creare nuove situazioni gli intrighi sono costretti a infittirsi, troppo, in modo contorto, pesante e alla lunga anche confusionario.
La principessa ha più vite di un gatto, già che ne perde una un episodio sì e l'altro pure: mai vista una protagonista così massacrata, tra frecce, fruste, strangolamenti, lame, impiccagioni, avvelenamenti, cadute da precipizi e quant'altro. Ma eccola che puntualmente ricompare viva e vegeta, a volte un po' ammaccata, ma poi guarita in men che non si dica. Un po' "too much", insomma.
La trama si fa via via meno accattivante, vittima di dinamiche ormai avviate ma che nell'insieme si fanno pesanti e noiose, mentre il desiderio di ritagliare una fetta di episodi per il decollo del romance è continuamente posticipato. Uno sbilanciamento che si acuisce e che penalizza una premessa iniziale che appare sempre più lontana dal punto in cui si è ormai sopraggiunti. Nell'ultima parte a risentirne sono anche i protagonisti, meno brillanti e a tratti anche un po' OOC.
Il finale, inoltre, cala il sipario in modo un po' superficiale e poco soddisfacente.
Se la regia si è rivelata così così e la sceneggiatura decisamente debole, di contro musiche e costumi vanno sicuramente premiati. Attori validi e caratterizzazione di molti personaggi, non solo i protagonisti ma anche buona parte di quelli secondari, sicuramente ben riuscita.
Mi verrebbe da consigliarlo per via di alcuni elementi che ho davvero apprezzato, ma se penso al giudizio complessivo alla fine dei quasi quaranta episodi... Forse è un investimento che non merita.
Storia di riscatto intensa e incalzante, tra valori, perseveranza e supporto reciproco
Questo è un drama che ha il pregio di riuscire a farsi apprezzare fin dal primo episodio. Personaggio motore della vicenda è il giovane rampollo Kang Tae Poong, interpretato da Lee Jun Ho, attore con valide prove alle spalle e che nell’episodio di apertura ha anche modo di dare prova delle sue doti di celebrità da palcoscenico, dove lo vediamo cimentarsi in balli e canti, oltre a sfoggiare una mise decisamente eccentrica tra mèche bionde e un vistoso abbigliamento “fashion”.Tae Poong è dunque un giovane adulto ribelle che passa le giornate a fare la bella vita sperperando i soldi guadagnati dal padre imprenditore. La seconda figura che emerge è quella della giovane e apparentemente anonima contabile della Typhoon, interpretata da Kim Min Ha, attrice dalla fisionomia singolare e interessante, il cui talento mi aveva già colpita nel drama storico “Pachinko”.
Due importanti eventi improvvisi – l’inaspettata dipartita del sig. Kang e il crollo finanziario del 2007- rimescolano le carte in tavola e permettono di portare alla luce un lato più profondo e intenso di Tae Poong, deciso a salvare – con l’aiuto della sopracitata contabile Oh Mi Seon – l’azienda di famiglia dalla bancarotta.
Un drama che parla di famiglia, relazioni umane, fatica, ripartenza, scelte difficiil e tanta forza di volontà.
Ogni episodio si presenta come un misto ben bilanciato di occasioni inaspettate e altrettante difficoltà impreviste: il risultato è un’altalena emotiva dove un attimo prima si sorride e quello dopo ci si commuove, ma il tutto sempre con grande intensità.
Il duo Oh Mi Seon – Kang Tae Poong sembra funzionare a dovere: carismatico e con un approccio fuori dall’ordinario lui, più pacata e attenta ma non meno forte di carattere lei.
Dopo i primi episodi dedicati all'introduzione e all'avvio della vicenda, entrano poi in scena anche diversi personaggi secondari, dalla madre di Tae Poong alla famiglia di Oh Mi Seon: sono figure ben delineate e che riescono a ritargliarsi una singola evoluzione pur a lato della coppia principale, risultando peraltro splendidamente interconnessi tra loro. C'è un sapiente lavoro di equilibrio dietro a questo risultato, così come splendido è il loro alternarsi nell'offrire supporto a vicenda, a sottolineare come - anche nel momento più difficile o tragico - non manchi mai qualcuno sul quale contare o una spalla sulla quale piangere. E' il non essere davvero soli che non fa perdere la speranza, anche nelle situazioni più disperate.
Altro aspetto che mi è piaciuto molto è l'onestà che Tae Poong dimostra quando cerca di risollevare l'azienda dalle ceneri con l'aiuto di Oh Mi Seon: il loro diventa un rapporto praticamente alla pari, privo di formalità, un mutuo sostegno che non presenta maschere, dove lui non si tira mai indietro pur mostrando la sua scarsa competenza nel settore: si farà fregare, cadrà nei più comuni tranelli, si confronterà costantemente con Mi Seon e da lei si farà anche consigliare. Sarà impulsivo ma anche molto onesto e trasparente, soprattutto quando manifesterà la nascita di sentimenti più importanti nei confronti della ragazza.
Più il gli episodi passano, più il drama si fa ancor più profondo: certe tematiche vengono riprese, in particolar modo la riflessione sul fatto che, nella vita, non si è mai spacciati finchè si può contare l'uno sull'altro. In questo senso ho trovato ad esempio molto bella la scena nella quale il protagonista si incontra con il vecchio amico e dietro (o per meglio dire dentro) lo scambio tra una scatola di scarpe e un casco per la moto c'è quella mano tesa ad aiutarsi a vicenda. Apprezzabile anche il richiamo alla difficoltà per il genere femminile di ottenere riconoscimento in campo professionale, così come l'idea di una famiglia che va formandosi e pian piano allargandosi, pur senza legami di sangue, a costituire una vera e propria rete di persone interconnesse che si supportano le une con le altre (la casa di Mi Seon conta oltre alla nonnina, alla sorella, al fratellino anche Tae Poong, sua madre, l'amico di lui nonchè ragazzo della sorella di Mi Seon...un gruppo sempre più nutrito di figure che alternano forza interiore e situazioni di fragilità).
I momenti intensi vengono messi in risalto e stemperati da passaggi più leggeri, dove Lee Jun Ho ha modo di dare prova anche dei suoi altri talenti, in primis il canto. Non manca nemmeno quel tocco di eccentricità, in parte dato dalla formidabile figura di Jung Cha Ran, supertruccata, appariscente, schietta ma anche di buon cuore, in parte dagli outfit del protagonista che non si limitano alla prima parte della serie ma si ripropongono di tanto in tanto anche più avanti, sebbene non sia dato da sapere come possa aver infilato tutto il suo firmato e abbondante guardaroba nell'unica valigia con la quale aveva lasciato la casa di proprietà (e devo dire che il soprabito di pelle lungo color melanzana è stata una scelta forse un po' troppo kitsch anche per un ex-modaiolo come Tae Poong).
Sul fronte musica, l'OST è azzeccatissima: in particolar modo "Updraft" è una scelta indubbiamente di carattere e che contribuisce a dare grinta ai momenti salienti.
Il viaggio in Tailandia inserisce una parentesi insolita, ma che personalmente ho comunque apprezzato (chi non è abituato ai T-drama troverà forse il suono della lingua abbastanza fastidioso). I vecchi dipendenti torneranno in scena uno per volta, ciascuno con scelte diverse alle spalle e finiranno per ritornare a far parte dell'azienda, rivalutando Tae Poong e dando di fatto vita a quella che sarà la Thyphoon 2.0. Il cattivo di turno dominerà la scena per tre quarti del drama fino a quando verrà messo da parte dal sangue del suo stesso sangue, un personaggio che è il risultato di un'educazione basata su principi e valori sbagliati, e che vive corroso dall'invidia e incapace di accettare di non essere stimato dal padre e dagli altri.
Nell'ultima parte la serie perde un po' il ritmo, la storia prosegue ma l'atmosfera è decisamente meno frizzante e coinvolgente. Il romance tarda un po' ad ingranare, per quanto la titubanza possa essere in linea con la caratterizzazione di Mi Seon, si è andati comunque un po' troppo lunghi nell'attesa che capitolasse, ma tutto sommato non è un grosso problema perchè la love story è solo uno dei tanti temi del drama, non predomina sugli altri ma si intreccia ad essi in modo estremamente bilanciato.
L'ultimo episodio sembra voler rispolverare la verve iniziale e, per la prima metà, l'ho trovato davvero ben fatto e carico di significato. L'ultima parte mi ha un po' delusa: nonostante le tante considerazioni meritevoli e la conclusione delineata, le scene mi sono sembrate eccessivamente farsesche (ad esempio la scena dello show televisivo). Non sono state un valore aggiunto e hanno cozzato un po' con lo stile della serie.
Rispetto al cast, tante prove eccellenti, non solo quelle dei due protagonisti ma anche di buona parte dei personaggi secondari (che, in questo drama, tanto secondari non lo sono). Talmente in sintonia davanti alla telecamera che mi verrebbe da immaginarlo come un cast affiatato anche dietro le quinte.
Tolto un leggero calo del ritmo nell'ultimo quarto della serie, una gestione del romance che - a coppia dichiarata - poteva osare una maggiore incisività e un episodio finale da ritoccare nell'ultima parte, per il resto non ho trovato altri difetti e questo rende il drama davvero meritevole. Sicuramente uno dei migliori tra tutti quelli usciti di recente.
Trama valida ma a tratti troppo diluita per un romance bello ma non travolgente
Storia complessivamente interessante, che mescola demoni, taoisti e maestri delle forze oscure. L'avvio è promettente, l'idea di questo spirito dragone millenario tradito dalla donna che amava in cerca di vendetta certamente affascina. Che la sua ambita scaglia protettrice del cuore sia finita per coincidenza nel corpo della protagonista è prevedibile ma serve a dare un senso alla loro alleanza, che si caratterizzerà comunque da un (non primo) incontro casuale. Compagna di viaggio a tratti recalcitrante, Yan Hui è una discepola taoista recentemente cacciata dalla sua setta per via della clemenza mostrata verso alcuni demoni prigionieri, in un mondo dove i due gruppi sono acerrimi nemici. Al fianco di Tian Yao, intraprenderà un complesso e pericoloso viaggio accompagnandolo nella ricerca delle sue parti essenziali (corna, vene, ossa, cuore). Lungo la loro strada compariranno svariate figure secondarie, alcune interessanti e ben riuscite, altre meno incisive o poco curate. Tra tutte spicca Bai Xiao Sheng, per certi versi quasi un personaggio principale: la sua entrata in scena - già nei primi episodi - imprime una nota di carattere al drama: la sua è una figura decisamente singolare, fastidioso e divertente, a tratti eccentrico, capace di conferire verve alle scene, vivacizzare i momenti di noia e stemperare i passaggi troppo seriosi. Il suo è un personaggio comunque complesso e multistratificato, che si ha modo di scoprire man mano e apprezzare sempre di più. Senza la sua figura il drama sarebbe risultato davvero molto sotto tono.La trama non è un concentrato di originalità, ma risulta comunque ben strutturata. L'appeal tuttavia non è costante: i primi dieci episodi catturano l'attenzione, che si arena un po' nella noia poco dopo l'arrivo dei due nella Valle del Dragone. Si riprende nuovamente con l'entrata in scena dell'Elogio Spettrale, ma di nuovo rallenta poco dopo le nozze della coppia. Le plurime dipartite di lui nell'ultima parte sono un po' ridondanti, anche se vederlo rinascere dall'uovo di drago e vederlo e soprattutto seguirlo nella sua particolare crescita - la mente capricciosa e infantile di un bambino rinchiusa nel corpo di un adulto - è indubbiamente divertente. Forse, essendo in sul finire degli episodi, avrei un po' accorciato l'iter e accelerato il recupero dei ricordi dimenticati. Sicuramente la seconda parte risulta troppo diluita, il ritmo rallenta e - di conseguenza - l'interesse di chi segue anche. La conclusione è quell'happy ending non troppo happy, tipico di molti C-drama che trattano il tema della reincarnazione, dove ci si ritrova ma non necessariamente ci si riconosce entrambi.
Passando alla recitazione, avevo già avuto modo di vedere entrambi i protagonisti in altre prove: mi sono piaciuti entrambi, il talento si vede, lui molto bravo così come lo è stato nel recente "Love in the clouds", lei capace di interpretare in modo adeguato il personaggio femminile, anche se rispetto alla versatilità dell'attrice qualche dubbio mi sorge. La Yan Hui di questo drama assomiglia tantissimo alla He Yan di "Legend of the female general", l'impressione quindi di riproporre la stessa caratterizzazione pur in contesti - cioè drama - diversi c'è stata. Ad ogni modo, l'interpretazione proposta si adatta maggiormente alla figura della giovane protagonista di questa serie, mentre strideva maggiormente nell'ottica di un generale donna.
Rispetto ai costumi, mi è saltata particolarmente all'occhio la veste giallo chiaro che ripropone in diverse occasioni: tonalità solitamente non tra le più frequenti per le vesti della figura principale femminile ma che qui risulta una scelta azzeccata, capace di sottolineare la leggerezza del suo personaggio, esaltando l'idea di una giovane fanciulla allegra e frizzante.
Per quanto il drama sia complessivamente apprezzabile, non manca però di difetti. Le musiche potevano essere gestite meglio, in termini di volume - a volte irrompono in modo fin troppo precipitoso - e nei tagli, dove capita non di rado che si interrompano fin troppo bruscamente e non sempre perfettamente sincronizzate con il cambio di scena. Ho sentito la mancanza di un cattivo di tutto rispetto: c'è più di una figura nemica, ma nessuna capace di suscitare la stima che un vero cattivo meriterebbe, se ben fatto, al punto da poter risultare a suo modo affascinante nonostante lo spettatore si schieri ovviamente con il team dei buoni. Due cattivi di serie B se non C, per farla breve.
Infine, l'aspetto a mio avviso più penalizzante è stato il romance, che presenta svariate mancanze e un potenziale poco sfruttato. Le scene davvero romantiche latitano - tutta la serie conta pochissimi baci, e tra questi giusto uno degno di essere chiamato tale, per quanto sbrigativo e a stampo - le interazioni tra i due sono sì piacevoli, ma la chimica di coppia, anche al di là delle scene intime, è davvero tutt'altra cosa. Si gioca tanto sul tempismo mancato, per cui quando lei si dichiara lui fa un passo indietro e quando lui è disposto ad ammettere i suoi sentimenti lei prende le distanze in quanto precedentemente ferita. Questi momenti di mancata sincronizzazione non fanno impazzire e vengono anche tirati per le lunghe. Nel corso della storia ci scappa anche il matrimonio - anzi due - eppure nonostante a un certo punto sembri chiaro l'affetto che provano l'uno nei confronti dell'altra, di fatto il loro livello di interazioni e confidenza non sembra progredire con la naturalezza che la logica vorrebbe.
Non è la storia d'amore che resta nel cuore o per la quale mettere in conto un rewatch, ma il drama nel suo complesso è indiscutibilmente buono. Una bella visione dalla quale è bene non aspettarsi di esserne travolti.
Melodramma romantico vecchio stile, una comfort-zone nostalgica che non fa mai male...
Una bella commedia romantica vecchio stile (una decade fa), con i passaggi più divertenti e spensierati alternati alla componente melodrammatica, il tutto in un giusto equilibrio.E' stata bella la sensazione confortevole di essere incappata in un drama dalla struttura nota ma sempre piacevole, un visione non contorta, capace di strappare qualche sospiro, qualche lacrima e far perdere un battito o due. Niente di originale, non una pietra miliare, ma l'intrattenimento positivo e un po' nostalgico al quale cedere e lasciarsi coccolare un po'.
Rispetto alla trama, mi è piaciuto che la questione patrigno-figlia non abbia trascinato con sè risvolti morbosi o sia rimasta a lungo nell'equivoco. La storia tra i due protagonisti è carina, forse in certi tratti risente dell'appiattimento di meccanismi un po' troppo ripetuti, ma complessivamente i sedici episodi scorrono in modo tutto sommato fluido e senza particolari momenti di stallo.
Buono l'affiatamento tra i protagonisti, l'attrice è stata una piacevole scoperta mentre Kim Young Kwang è un attore che ho già avuto modo di apprezzare in altre serie e al quale riconosco un talento forse un po' troppo sottovalutato (l'avrei voluto protagonista di molti più drama, negli ultimi anni), un fascino e una statura che non passano inosservati e un carisma che per certi versi mi ricorda un po' Lee Seung Gi. Il pairing secondario avrebbe meritato uno sviluppo migliore, approfittando degli ultimi episodi che sono sì stati sfruttati ma non come avrebbero potuto essere: ha comunque regalato una singolare interpretazione di Jo Bo Ah, per una volta tanto nel ruolo di fastidiosa antagonista. Un maggiore investimento sarebbe stato gradito anche nei confronti di Deok Shim, particolare sorellina del rivale in amore del protagonista, che sembra mettere sul piatto la carta interessante del bullismo oltre a impostare le basi per un grazioso e fresco terzo pairing, ma finisce con l'essere messa un po' in disparte. Stesso discorso per il fratello adottivo di Go Nan Gil, dove i riferimenti al loro passato comune e al rapporto che avevano avuto torna ripetutamente con piccoli accenni ma non procede mai oltre e regala un momento finale davvero insipido.
Quanto al protagonista, se da una parte la figura del bello, agile, forte, coraggioso, intelligente e perseverante giovane estremamente determinato, con un passato difficile macchiato da scelte sbagliate e sensi di colpa vari e la dedizione assoluta a un primo amore mai dimenticato ha sempre il suo innegabile fascino, dall'altra quest'immagine dell'eroe perfetto suona un po' troppo perfetta. Anche rispetto alla schiera dei cattivi, c'è una profusione di buonismo diffuso, per certi versi un po' tipico di molti altri drama dello stesso periodo, dove sul finire viene dispensata a destra e a manca una sorta di redenzione generale.
In certi casi, suona un po' tirata: che la protagonista e la frivola collega hostess vadano un po' a ricucire il rapporto appare poco credibile (del resto c'è di mezzo un tradimento con un fidanzato storico, difficile metterci una pietra sopra), e anche il presidente Kwon, tra corruzione, riciclaggio e soprattutto la responsabilità di un evento passato costato la vita a tanti piccoli innocenti, sembra ricevere una insensata assoluzione nel finale, dove tutto si riduce alle diverse posizioni e relazioni tra i vari membri familiari. Il padre sparito nel nulla e opportunamente redivivo al momento giusto, così come lo zio debole e facile preda del gioco d'azzardo, sono un ennesimo esempio.
E questo è quanto. Tra tanti clichè, qualche spunto nuovo e molto di già visto, questo drama porta a casa una valutazione più che dignitosa, grazie a una nostalgica comfort-zone che - per chi ha ormai visto centinaia e centinaia di serie come me - è sempre più difficile ritrovare, ma della quale col passare del tempo capita di sentire la mancanza.
Una storia carina ma poco avvincente e facile preda della noia...
Sarò una voce fuori dal coro... Pazienza. Il mondo è bello perchè è vario.La stessa cosa mi era successa anche con il drama ad esso collegato, Hidden Love. Anche lì, a fronte di tanti pareri entusiasti io davvero faticavo a capire come mai non mi piacesse (o per meglio dire faticavo a capire cosa dovesse piacermi).
Il timore di rivivere l'esperienza c'era, la speranza di ricredermi anche.
E invece mi ritrovo a racimolare con fatica belle parole per una serie che mi ha annoiata a dismisura.
Per assurdo, amo i romance un po' drammatici e onestamente non posso dire che non ci sia una storia sulla quale si è anche investito in termini di trama e tematiche affrontate.
Ma mi ha lasciata comunque del tutto indifferente. Non lo so, fin dal primo episodio ho avvertito una sorta di lentezza intrinseca, molte scene non incisive e nemmeno capaci di dare una leggera piacevolezza. C'era solo l'impazienza di arrivare a un dunque più accattivante che però non arrivava mai (e non parlo di scene d'amore o che, ma proprio di momenti emozionanti, anche banali nel contenuto ma capaci di far tenere gli occhi incollati allo schermo).
Non mi sono incantata davanti alla prova recitativa degli attori, lui in modo particolare mi ha trasmesso ben poco. Ho trascorso tutti gli episodi così, alle prese con una minestra tiepida che ogni tanto provava a riscaldarsi senza successo.
Troppo lento, troppo banalmente tenue anche dove non doveva esserlo, rendendo alcuni passaggi davvero esili in termini di sostanza e di carattere. La storia può anche essere graziosa sulla carta, ma non c'è una spina dorsale a tenerla su.
Mi stupisco sempre di come la Cina sappia promuovere drama simili nella tipologia, a volte anche non lontani nelle trame e nelle strutture narrative, ma con un divario impressionante in termini di risultato, dove la maggior parte si rivelano flosci e fiacchi e vanno presto alla deriva mentre alcuni - una minor parte - diventano delle vere e proprie perle rare meritevoli di svariati rewatch. Un vero e proprio mistero.
Credo però possa piacere a chi ha apprezzato il drama Hidden Love (incentrato su un altro pairing ma frutto sempre di un adattamento della stessa autrice). Personalmente, invece, faticherò a ricordarlo.

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