Una buona premessa che si risolve in una serie mediocre e che manca di identità
Incipit curioso, aspettative medie. Il primo episodio mi ha spiazzata, l’avvio decisamente migliore di quanto mi aspettassi. La protagonista che si ritrova a vivere all’interno del romanzo non è una novità – vedasi “Lost Romance”, anno 2020, tanto per citarne uno – ma la vera chicca è l’evoluzione rapida tra i due, una vera e propria partenza col botto, unita all’elemento – gestito in chiave simpatica e divertente – della prima notte…di lui, con il risveglio al mattino successivo che propone una scena a parti invertite rispetto al solito.Uno spunto grazioso che andava alimentato e arricchito negli episodi a seguire, ma che va invece a disperdersi a favore di altre questioni non altrettanto accattivanti. Anche l’intesa di coppia che inizialmente prometteva tensione e romanticismo sembra subire un calo costante, la serie perde smalto man mano che procede, il focus passa a concentrarsi su tutta una serie di intrighi interessanti solo fino a un certo punto e introducendo una quantità eccessiva di personaggi secondari, spesso non necessari.
Rispetto ai protagonisti, buona ma non eccellente la prova di lui (già conosciuto e apprezzato nel ruolo di cattivo in “Vincenzo”. Lei invece convince davvero poco: a tratti sembra un po’ una macchietta mentre sul fronte estetico il make up è un vero scempio, col risultato che appare più vecchia di quello che è (anagraficamente l’attrice è anche più giovane rispetto al partner).
La fotografia risulta curata, le musiche apprezzabili, l’ambientazione storica resa con un certo fascino.
Trattandosi di una serie ispirata a un racconto, il risultato lascia però abbastanza a desiderare. Alla buona partenza segue un declino che poteva essere evitato: se da una parte c’è l’aiuto di una linea guida già che la vicenda non viene inventata da zero, dall’altra serve però un investimento imprescindibile per far si che la trasposizione mantenga alto l’interesse. Senza questa particolare attenzione, il prodotto finale non può che essere discutibile, come questo è il caso.
Il finale, inoltre, particolarmente deludente. Doveva essere nell’insieme un drama con uno spunto nuovo, si è rivelato un insieme di cose già viste e senza una vera e propria identità.
Mi fermo a una sufficienza stiracchiata, il contraccolpo della delusione dopo la premessa iniziale è stato peggio dell’affrontare un drama mediocre fin dall’inizio.
Remake ristretto e piatto che non regge il confronto con l’originale
Questo è un remake di cui non si sentiva onestamente la mancanza. Partiamo col dire che l’originale coreano vanta un’ottima riuscita, un cast di primordine – il protagonista è “solo” Ji Chang Wook, tanto per dire – e una narrazione sicuramente complessa e completa. Proporre una rivisitazione che sia all’altezza sa già di impresa ardua in partenza, insomma.Questa giapponese, di fatto, non ci prova nemmeno più di tanto: la vicenda è tremendamente confusa, vengono richiamati a spot dei passaggi in modo fedele ma tra l’uno e l’altro ci sono dei buchi notevoli, intere scene completamente eliminate che pur non essendo singolarmente fondamentali nell’insieme sono tutto fuorché superflue.
Qui mancano proprio, e il collage che rimane genera una storia insoddisfacente per chi ha già visto il drama originale, se non addirittura incoerente e confusa per chi – provo a immedesimarmi – dovesse approcciarsi a questo “Suspicious partner” per primo.
L’economia su durata e numero di episodi è quindi bocciata su tutta la linea.
Il cast è accettabile, ma niente di eclatante: bravina lei, poco convincente lui, perennemente ingessato a fronte di un protagonista che sì, conosciamo molto rigido e squadrato all’inizio, ma che si fa via via più interessante e mostra anche altri aspetti, oltre a evolvere di per sé nel corso della vicenda. Questo, quanto meno, è ciò che accadeva a Noh Ji Wook, procuratore protagonista del drama coreano. Il suo alter ego, Tateishi Haruto, resta un pezzo di gesso dall’inizio alla fine, i rari tentativi di mostrarsi più aperto, empatico e sciolto falliscono miseramente. Anche gli attori che interpretano i personaggi secondari risultano complessivamente poco performanti e non reggono minimamente il confronto con i corrispettivi coreani (basti ricordare il padre adottivo del procuratore, il mitico Lee Deok Hwa e Nam Ki Ae, bravissima attrice che veste i panni dell’eccentrica moglie di lui, figura che nella versione giapponese non è nemmeno contemplata).
La terza e grande falla di questo drama è data dalla capacità di coinvolgere e di emozionare, che qui latita veramente. Ci può essere una soggettività, certamente, ma la recitazione piatta e a tratti apatica non promuove sicuramente chissà quale turbine di emozioni.
C’è poco, molto poco rispetto all’originale, e quel poco è di un livello piuttosto scarso. Sarò sincera, l’ho portato a termine più per inerzia che per altro, quasi grata alla fine che fossero solo dodici episodi.
Per gli appassionati del genere, più che questo remake meglio allora propendere per un più valido rewatch del drama coreano.
Melodramma romantico stile soap opera di vent'anni fa...
Drama vecchio stile, non in termini di scenografia, montaggio e riprese - su queste nulla da dire, la qualità è decisamente buona - quanto sulla vicenda in sé, che si presenta come una sorta di polpettone di oltre cinquanta episodi degno di una soap opera di vent'anni fa.C'è il romance, c'è il melodramma, ma uniti dalla pesantezza e spesso dall'insensatezza di situazioni trascinate a dismisura. Protagonisti ancora interessati l'uno all'altro ma che pretendono di odiarsi, sguardi di sfida e promesse di guerra aperta che sfumano in un battibaleno davanti all'evidente gelosia di lei e all'apprensione smisurata di lui nei suoi confronti, salvo poi tornare a recitare il ruolo di nemici giurati, e ricadere subito dopo in un'improbabile alleanza a supporto l'uno dell'altra.
Esagerato, eccessivo, poco credibile, così come i colpi di scena davvero abusati: maternità/paternità messa in dubbio una volta, poi un'altra, poi un'altra ancora...a turno sembra che tutti possano essere figli segreti di tutti. Manca proprio un po' il senso della misura, insomma.
Rispetto al cast, sicuramente la coppia funziona e la chimica è buona, ma a livello interpretativo la protagonista è tanta apparenza e poca sostanza (complice anche un trucco da femme fatale che non viene mai meno, nemmeno dopo un tuffo in piscina, nemmeno dopo una nottata d'amore, nemmeno dopo un rapimento...no, lei ha sempre un make up perfetto e per nulla discreto). Buona ma non eccellente la prova del protagonista, portato in scena da Fan Zhi Xin, attore che sto tenendo d'occhio da qualche tempo, al quale riconosco una bellezza che lo fa apparire anche più maturo della sua reale età e un fascino che si sposa bene con il ruolo del "apparentemente cattivo ma sotto sotto buono", scaltro e capace di sporcarsi le mani quando serve. Non un talento formidabile e non un attore poliedrico e versatile: questo è forse l'unico ruolo su misura per lui ma, anche qui, tolto lo sguardo da duro e i momenti di commozione - due aspetti che evidentemente ha ormai acquisito - dovrebbe lavorare sul resto per dare al personaggio, pur stereotipato, un po' di spessore. Diciamo che, pur nel suo piccolo, vedo per lui discreti margini di miglioramento.
Complessivamente un drama con qualche scena d'amore gradevole per quanto palesemente artefatta, una trama che via via si infittisce ma in modo estremamente disordinato e spesso senza il minimo buonsenso alla base di scelte, azioni e reazioni (ad esempio Tutto molto scenografico, a uso e consumo dello spettatore, ma senza la ricerca di un'identità tutta sua come obiettivo primario.
Evitabile ma non inguardabile.
Romance standard che appiattisce i pochi spunti interessanti
Drama semplice, che cerca di mixare un approccio piuttosto superficiale a tematiche più profonde, ma - proprio per via del taglio - fallendo miseramente.Classico romance made in Cina: aspettiamoci conversazioni infittite di riempitivi non necessari, talvolta con dinamiche e reazioni nemmeno tipiche della fascia adolescenziale ma più pre-adolescenziale, nonostante l'ambientazione sia paradossalmente quella universitaria. Tutto molto naif, insomma.
Lui passabile, un po' amorfo ma ne ho apprezzato il contegno, aspetto non scontato già che di protagonisti glicemici la rete ne è particolarmente satura. Lei decisamente fastidiosa, la sua caratterizzazione è legata sì al vissuto passato ma ne esce un ritrattato davvero esagerato e poco credibile.
Abbiamo poi il classico pairing secondario, come spesso accade non particolarmente degno di nota.
Cosa porta, a fatica, la serie a ottenere la sufficienza?
- la caratterizzazione del personaggio maschile, soprattutto nella prima parte della serie.
- la figura di Black, l'autore sconosciuto del popolare fumetto al centro della vicenda
- il tema della menzogna e di tutte le riflessioni che comporta, dalla condanna facile alla comprensione che, in un mondo che non è tutto bianco o nero, più che un difetto o una colpa o un tratto deprecabile possa essere a volte un sintomo di malessere, un po' come la febbre provocata dall'organismo stesso per fronteggiare un'infezione.
Questi elementi potevano davvero essere un plus, se gestiti bene. Purtroppo l'approccio - come sopra sottolineato - ha banalizzato un po' il tutto, portando a un risultato decisamente sottotono. In conclusione, si può guardare ma anche no, senza nessuna indicazione/controindicazione particolare.
Valida serie tra numeri e revisori dei conti, oltre a un cattivo con gli attributi
Secondo kDrama che ho visto negli ultimi mesi incentrato sull'insolita figura dei revisori dei conti e per la seconda volta mi sono trovata davanti a una serie sorprendentemente meritevole. Aspetto singolare, già che l'ambientazione porterebbe a pensare a qualcosa di potenzialmente noioso e piatto. E invece ne esce una serie accattivante, così come successo con "The Auditors/Thank You". Forse, a fare la differenza, è proprio la consapevolezza di trattare un tema che necessita un'attenta valorizzazione e un impegno non trascurabile per agganciare l'interesse dello spettatore. Un'accortezza che - mi viene da pensare - è forse troppo spesso ritenuta non necessaria in quelle moltissime serie dagli spunti anche innovativi ma dove vi è quasi l'illusione che basti un'idea originale a garantire un buon risultato, quasi che una serie si costruisca e stia in piedi quasi da sola.Tornando a "Numbers"...Come dice il titolo, i numeri qui la fanno da padrone. Numeri che sono si oggettivi e precisi, numeri ai quali non si scappa, ma numeri che possono essere interpretati da chi ha quindi il potere di decidere le sorti di intere aziende. Un ruolo difficile e insidioso, dove l'essere "giusti" non va sempre a braccetto col classico concetto di giustizia. Il drama ruota attorno alle figure principali di una famosa compagnia, la Taeil Accounting, che vede tra le new entry uno dei protagonisti, un giovane ragazzo animato dal proposito della vendetta e divenuto revisore proprio per far sì che il personaggio corrotto di turno paghi per le proprie malefatte. Questo ci porta dritti al nostro cattivo, e che cattivo! Un cattivo di prim'ordine, con un (come sempre) formidabile Choi Min Soo nei panni del vicedirettore commerciale Han Je Kyun. Un personaggio con gli attributi, avido e scaltro, disposto a tutto per soddisfare la sua brama di soldi e di potere. Elegante, autorevole nella sua compostezza, nei suoi sorrisetti taglienti e sguardi affilati che lancia da dietro le lenti di quegli occhiali che spesso rimette in posizione, in un gesto che - come molti altri - si impara presto a leggere. Poi abbiamo il figlio, interpretato da un sempre imponente, rigidamente affascinante Choi Jin Hyuk, che veste il ruolo di un revisore onesto e intelligente, tenuto sotto scacco da quel padre che ha imparato a detestare: cercherà in tutti i modi non solo di smarcarsi dalla sua ombra, ma intraprenderà una vera e propria guerra padre-figlio senza esclusione di colpi. Trova quindi spazio una simpatica Bromance tra lui e il nuovo giovane arrivato, sebbene le aspettative dei primissimi episodi non trovino una giusta evoluzione nel corso della serie, limitandosi a qualche simpatico richiamo del rapporto tra i due tra un episodio e l'altro. A entrambi viene poi fornita una donzella, per il primo un vecchio amore finito drasticamente e mai dimenticato, per il secondo una giovane impiegata che si rivelerà un'affidabile spalla e valido elemento della schiera dei buoni.
Se da una parte abbiamo quindi un cast eccellente (soprattutto i due Choi, nessuna parentela tra loro, per chi se lo stesse chiedendo), dall'altra non mancano però i difetti, in primis i riferimenti troppo specifici e dettagliati su indici, acquisizioni, liquidazioni e quant'altro, che si rivelano in certi momenti forse un po' troppo complessi da comprendere per chi non è ferrato di suo sull'argomento. Qualche intoppo poi su alcune dinamiche riguardanti gli altri personaggi, soprattutto Jang Ji Soo: la sua ricomparsa stride troppo con l'immagine con la quale era stata introdotta, abbiamo già il giovane revisore quale mente brillante capace di inventarsi revisore quasi dall'oggi al domani, che anche lei - sempre per propositi di vendetta - sia diventata nel giro di una manciata di anni una figura di prestigio di un'importante e potente azienda, sembra davvero poco credibile. Se sei arrabbiato, puoi trasformarti in breve tempo in una figura ad hoc, super competente, e mettere così i bastoni tra le ruote ai cattivi. Anche meno, grazie. Ji Soo rientra in scena fredda e distaccata come un ghiacciolo - anche troppo - per passare al lento disgelo man mano che comprende come sono andate veramente le cose. Il figlio segreto è forse l'elemento peggio gestito del drama: spunta fuori dal nulla, una carta sulla quale anche il vicedirettore farà ben poca leva. Anche la reazione di Seung Jo quando scopre di essere diventato padre è poco credibile: non fa domande, accantona la questione e insieme a Ji Soo continuano la lotta contro il vicepresidente mentre il bimbo in questione resta relegato chissà dove e con chissà chi.
Altri personaggi secondari invece sono invece stati delineati con maggiore precisione: elemento comune quasi a tutti è quello di non essere mai completamente del tutto innocenti, con errori passati per i quali giunge il momento di fare ammenda.
Per i fan dei romance come la sottoscritta, va' precisato che qui non c'è altro che un debole accenno... Ma va bene così: non è l'obiettivo del drama, che punta invece a farsi apprezzare per altro.
Il personaggio meglio riuscito e più carismatico è sorprendentemente il cattivo: il vicedirettore è davvero una figura complessa, che non si può non condannare ma al contempo che suscita curiosità e interesse. Singolare come non si accanisca sul proprio figlio, mentre questo fa di tutto per farlo finire in prigione. Emblematica in tal senso è la sua affermazione "la tua fortuna è essere mio figlio, la mia sfortuna è che tu sia mio figlio". Non c'è affetto o senso paterno, ma un'egoistica scelta di avere al proprio fianco il sangue del suo sangue (un concetto che si avvicina molto a quello di fitness darwiniana). La scena finale al parco giochi è un po' un colpo basso: mostra un inaspettato e unico momento di umanità, senza occhiali e senza maschera, mentre sta brevemente seduto su una panchina a osservare a distanza il nipote che non avrà mai modo di conoscere (e nemmeno l'interesse a farlo). Si tratta però di un minuscolo frangente, senza un vero rimpiante: subito dopo tornerà ad essere quello di sempre, di nuovo dedito ai suoi noti giochi di potere. Il male non vince sempre, ma sicuramente resta in agguato.
Concludendo, una serie che mi è piaciuta molto, pur con qualche difetto e tratto a volte eccessivamente pesante (in termini di dettagli su transazioni e resoconti vari) e che mi sento di consigliare a chi ha apprezzato altri drama simili quali il sopracitato "The Auditors/Thank You".
C-drama precursore di L&P, tra tanta buona volontà e pochi e scarsi risultati
Questa è una serie di cui ho compreso l'intento, l'obiettivo e alla quale riconosco l'impegno, al di là del mediocre risultato ottenuto di fatto.C-drama che potrei definire precursore di L&P (Lighter & Princess, 2022), che presenta molti elementi comuni: due giovani si incontrano-scontrano ai tempi dell'università, i battibecchi iniziali lasciano posto all'instaurarsi della relazione amorosa, quindi un evento inaspettato crea un'improvvisa rottura, il protagonista finisce in prigione, i due si ritrovano anni dopo per fare i conti con una seconda chance che deve però gestire il non risolto del passato e i cambiamenti nel frattempo sopravvenuti.
Qualitativamente parlando, c'è un abisso profondo tra le due serie, al di là dei soli cinque anni che intercorrono tra loro.
Qui abbiamo una regia non molto competente, una fotografia spesso non all'altezza, attori buoni ma non eccellenti e soprattutto performanti solo fino a un certo punto (nulla contro le capacità dell'attore protagonista, ma avrei assegnato il ruolo a qualcuno di più indicato). La sceneggiatura non garantisce fluidità e linearità nel racconto della vicenda, c'è un grande e smisurato ricorso ai flashback - in L&P era un lungo e unico flashback della durata di metà della serie - che si inseriscono un po' senza preavviso, con un effetto a singhiozzo e non sempre in modo chiaro (capita che ci voglia un attimo per capire se la nuova scena sia nel presente o nel passato). Sorvolo sulle musiche, qualche brano sembrava uscito direttamente da una commedia americana dei primi anni '90, nulla a che vedere con i capolavori di Chen Xueran, compositore di buona parte delle musiche e canzoni di L&P.
Paradossalmente, in termini di significato, "Where the lost ones go" punta forse anche più in alto rispetto a L&P: entrambe forniscono dei validi spaccati di realtà, ma mentre il Li Xun di L&P resta per molti versi immutato, pur compiendo a modo suo una piccola evoluzione a livello affettivo/relazionale, Xiang Ze Yi subisce una drastica e profonda trasformazione, introducendo con maggiore serietà il tema del cambiamento, elemento importante che connoterà pesantemente la relazione tra i due protagonisti ritrovati e condizionerà anche i meccanismi che porteranno alla conclusione della vicenda.
Qualitativamente parlando, non mi sentirei di attribuirle la sufficienza: musiche che si interrompono bruscamente, fastidiosi rumori di fondo e disturbi vari spesso presenti, scene non ben collegate, passaggi troppo allungati a discapito di altri troppo affrettati (vedi sul finale). La lista delle pecche di natura tecnica - e non solo - sarebbe davvero lunga. Mi sento però di premiare l'intento: l'impressione è quella di un cast e una troupe di professionisti forse non davvero all'altezza e con un budget non particolarmente importante, ma desiderosi e volenterosi di fare del loro meglio per portare avanti la storia nel modo più dignitoso possibile.
In conclusione, apprezzabile per chi ha amato L&P, ma a patto di chiudere entrambi gli occhi sui moltissimi difetti.
L'ennesimo drama affossato dalla censura e dalla mentalità ristretta cinese
Le BL mascherate da Bromance con protagonisti due fratellastri non consanguinei sono un po' un tarlo fisso per la Cina, qualche rara volta con buoni risultati (vedi "Stay with me", 2023). Qualche speranza in partenza c'era, ma con aspettative molto contenute, insomma.Già nel primo episodio succede praticamente di tutto: tanto, troppo, La serie è breve, ma le vicende andavano un po' diluite per dare linearità alla storia, mentre invece si susseguono passaggi così veloci da sembrare un po' slegati.
Il tempo, dicevo, è limitato, per cui sarebbe stato utile concentrarsi su un unico tema - la conoscenza e l'instaurarsi del rapportro tra i due - mentre invece viene inserito l'elemento del salto temporale all'indietro - non un flashback ma proprio un breve viaggio all'indietro nel passato - elemento che già di suo non mi fa impazzire ma che qui porta a dover ricostruire tutto da zero, dal primo incontro all'instaurarsi di un legame tra i due. Lo fai con un drama da 36 episodi, non con uno da 6 dove i minuti sono già più che contati.
Detto questo, pur non condividendo la linea di sviluppo della storia, mi sono sorpresa del fatto che si stesse via via rivelando una BL vera e propria: un passo avanti rispetto alla nota censura cinese?
Ovviamente - e purtroppo - no. Le poche serie cinesi che non trasformano BL in Bromance presentano solitamente due possibili e tristi risvolti: un amore malsano e aggressivo (Addicted Heroin, 2016, tanto per citarne uno) o un amore che viene "punito" con un finale triste, come è questo il caso. Per la Cina, insomma, la storia tra due protagonisti maschili può essere solo affetto fraterno, oppure un'attrazione malata oppure ancora un sentimento proibito da punire. Questo il sunto di come siamo messi nel 2025. Spiace perchè qualitativamente molte produzioni sono di medio-alto livello, ma continuo a non capire perchè fissarsi sul tema, con tutta la pesantezza della censura e del giudizio negativo, piuttosto che limitarsi ad altri generi.
Chiusa l'infelice parentesi, l'unica nota positiva a conti fatti è l'aver scoperto Kou Wei Long, giovane attore con un buon potenziale, qui alle prese con il suo primo ruolo da protagonista (Shen Nan) ma che spero di rivedere in altri drama in futuro.
Storiella senza pretese incapace di raggiungere anche solo gli obiettivi minimi
Ora, che non sia una serie particolarmente profonda lo si intuisce fin dai primi minuti del primo episodio. Ci troviamo di fronte a uno short drama di circa 6 ore fastidiosamente spezzettato di 24 episodi da un quarto d'ora scarso l'uno.Storiella davvero senza pretese e con lo spessore di un foglio di carta, che va presa per quella che è e che al massimo può regalare una visione a tratti carina ma davvero molto ma molto disimpegnata.
Fatte queste premesse e pronti a ignorare un'infinità di difetti, possiamo dire che la prima parte della serie è anche accettabile: le scene sono esasperate, la coerenza non è quasi mai di casa, e ho qualche dubbio sul vero proprietario della matita per gli occhi con la quale Qin scrive sul braccio di Min Xi il numero di telefono, già che gli occhi di lui risultano più palesemente e pesantemente truccati rispetto a quelli di lei. Anche meno, grazie.
Però, qua e là, ci sono momenti tutto sommato carini e spunti che - con un investimento più importante su tutti i fronti - avrebbero potuto portare alla realizzazione di una buona storia. Mi è piaciuto molto l'idea del ruolo dell'istitutrice, mi ha richiamato alla mente alcuni romanzi inglesi dell'800, capolavori che non cito perchè fa rabbrividire anche solo pensare di paragonarli a una serie come questa. Mi è piaciuto molto il ragazzino, simpatico e capace di regalare dei bei momenti di leggerezza fatta bene. L'era repubblicana cinese è inoltre un periodo storico che nelle serie trovo sempre molto affascinante (peccato che l'investimento, anche per i costumi, sia stato davvero scarso). Ho apprezzato anche l'attrice protagonista, abbastanza espressiva. Meno invece il sig. Qin, che - con l'immancabile riga di matita ad accentuargli lo sguardo - sembrava più che altro il soggetto di riprese pubblicitarie che un personaggio fatto e finito, e dove il fascino del bel volto non riesce però a distogliere l'attenzione dello spettatore dalla sua caratterizzazione veramente priva di coerenza, già che passa dall'essere il "malvagio" duro e freddo dei primissimi episodi, violento e temibile, per trasformarsi poi in una pera cotta alle prese con mille siparietti ridicoli da bambinetto infatuato. La seconda parte della serie, infatti, deraglia del tutto: alle scene davvero infantili e melense - di quelle che più che emozionare imbarazzano - si affiancano intrecci e sviluppi di una credibilità e di una logica che tocca davvero i minimi storici. Il tutto condito con una teatralità grottesca, dove ad esempio mentre l'invidiosa rivale in amore sottrae un unguento dalla borsa della protagonista tutti i presenti - protagonista inclusa - sembrano forzatamente guardare altrove (non devono accorgersi, eh!). Ci manca poco che si mettano le mani sugli occhi e facciano la conta come a nascondino, per dire.
Concludendo, anche partendo con delle aspettative molto ma molto ridimensionate, il rischio di arrivare comunque perplessi alla fine c'è, proprio perchè chiusi entrambi gli occhi sulla prima metà degli episodi, non c'è un terzo occhio che si può chiudere ulteriormente sul disastro aggiuntivo che è la seconda parte. Qualcosa di salvabile - ma poco poco - qua e là c'è, ma francamente non abbastanza per raggiungere anche solo la sufficienza.
Romance-legal drama più legal che romance: interessante e poco prevedibile, ma non senza pecche
All'avvio la serie si presenta come un romance inserito in un contesto legale: procuratori, avvocati, investigatori, testimoni, vittime, crimini, accuse e indizi sono quindi un po' il pane quotidiano.Con l'avanzare degli episodi le vicende irrisolte del passato finiscono per intrecciarsi in modo sempre più complesso ai casi del presente, ingarbugliando la trama con sottili fili spesso invisibili che vengono via via scoperti e che collegano, in modi anche del tutto inaspettati, i vari personaggi sulla scena.
Sicuramente questo drama ha il pregio di non essere prevedibile, anzi, riesce anche a nascondere qualche bel trabocchetto. Di contro, la storia si infittisce davvero tanto e arrivati in fondo ci si rende un po' conto che non proprio tutti gli incastri hanno funzionato a dovere. Non mancano le coincidenze, in certi momenti davvero un po' abusate.
Per gli amanti delle love story occorre ridimensionare le aspettative, già che al di là delle premesse quanto si ottiene di fatto è giusto una "spolverata" di romance, e sicuramente non rappresenta il perno centrale della storia.
Cast indubbiamente valido, l'attrice protagonista - a me nuova - porta a casa una buona prova. All'attore protagonista - già conosciuto in "Gu family book" - riconosco più la presenza importante e un bel volto (pur con lineamenti piuttosto duri) rispetto a grandi capacità espressive (colpa dei lineamenti scolpiti o meno, di fatto mostra una sola ed unica espressione per tutto il drama, salvo qualche raro e non particolarmente affascinante sorrisetto).
Degli altri personaggi, alcuni più curati e ben riusciti, come Kang Soo e Jeong Chang Gi, altri un po meno, come il buffo ma non così interessante pairing secondario. Sopra tutti, coppia protagonista compresa, spicca però il personaggio di Moon Hee Man, il cui interprete offre al pubblico un ritratto davvero notevole: carismatico e di carattere, è una figura che sa davvero bucare lo schermo. Tremendamente ambiguo, ho davvero fatto fatica a inquadrarlo e, per quanto mi affascinasse, non capivo se alla fine si sarebbe rivelato parte della schiera dei buoni o dei cattivi. Gran bel personaggio, attore indiscutibilmente bravo, obiettivo centrato in pieno: solo lui vale una stellina di giudizio in più.
Rispetto alle note dolenti, una pesa sicuramente più delle altre: il finale. Se nei primi 20 episodi si va a sviscerare ogni pista, traccia, indizio e ricostruzione - a volte anche col rischio di annoiare i non appassionati di indagini & co. - il ventunesimo ed ultimo episodio eredita l'ingrato e arduo compito di chiudere in bellezza la vicenda. Peccato che le questioni rimaste aperte siano tante, troppe. Buona parte dell'episodio se ne va per sferrare il colpo di grazia a sorpresa in tribunale e dopo... Dopo non resta praticamente nulla. Una chiusura davvero frettolosa, che regala giusto una manciata di secondi nemmeno tanto edificanti alla coppia principale, lascia davvero perplessi e insoddisfatti rispetto al capo Moon e non degna di un epilogo nessun altro, Kang Soo e Jeong Chang Gi compresi. Uno scivolone che un po' spiace, arrivati praticamente alla fine di una buonissima produzione.
Infine, una perplessità: il titolo. Preso in prestito alla Austen davvero senza alcun motivo, già che anche a scervellarsi non riuscirei ad affibbiare le due caratteristiche a nessuno degli attori principali. Sicuramente l'attore protagonista non è né prevenuto né orgoglioso, lei inizialmente lo giudica in modo sbagliato, ma francamente ne ha tutti i validi motivi. Boh, mistero.
Resta però complessivamente una serie che mi sentirei di consigliare , più agli amanti del genere legal-thriller che agli appassionati del filone romantico. Sicuramente è una serie interessante e che incuriosisce parecchio, se si è disposti a perdonarle qualche errore qua e là.
In linea con le BL coreane, graziosa ma non senza pecche.
Drama BL molto breve, sei episodi in tutto per un totale di tre ore scarse e incentrato sul tema della seconda chance dopo una rottura dovuta a un fraintendimento. Va da sé che tutto si concentra proprio su questo, ovvero come i due protagonisti, ritrovatisi dopo quasi un decennio da quella che era una relazione appena avviata quando erano ventenni e subito interrotta a causa di un malinteso, tornano a rapportarsi tra loro, inizialmente per questioni professionale e poi, tra dubbi, paure e speranze, anche dal punto di vista sentimentale.Si tratta dell’adattamento del manhwa “Eul’s love” , dal quale differisce principalmente per il fatto che il manhwa dedica almeno un terzo dei capitoli alle scene NC18 – e/o riferimenti annessi – tra i due. La serie – in linea con le tipiche produzioni coreane – punta invece a dare risalto ai sentimenti, al confronto, alle emozioni, offrendo uno scenario breve ma credibile. Nonostante questo l’inizio parte decisamente col botto, aspetto che porterà immediata soddisfazione ai fan delle scene d’amore.
A scatola chiusa avrei detto che tra i due protagonisti il mio preferito sarebbe stato Jin Hwan, mentre invece a conti fatti ho trovato molto più realistico Kim Min Jun. I suoi pensieri e le motivazioni dietro le sue azioni sono chiari, dubbi e titubanze che lo affliggono anche. Jin Hwan ho fatto più fatica ad inquadrarlo, la sua caratterizzazione stride un po’ tra quello che dice e come si approccia, con un’espressione sorridente ma indecifrabile. Paradossalmente, è molto più espressivo quando non si trova con Kim Min Jun (vedi la serata di rimpatriata con i vecchi compagni di classe, dopo il matrimonio dell’amico). Che sia per caratterizzazione del personaggio o per livello di recitazione degli attori, Kim Min Jun batte Jin Hwan a occhi chiusi.
Ora, date le premesse e date la durata, oltre a chiarire il malinteso e ricostruire la relazione altro non c’è: il pregio di questa serie non è certo nei contenuti, tutt’altro che ricchi, ma nella modalità in cui un tema, per quanto circoscritto, viene portato in scena. L’avrei definita un “poco ma ben fatto”, cosa che personalmente non disdegno mai, ma l’ultimo episodio è stato davvero sotto tono: se la rottura da giovani era dovuta a un fraintendimento, la crisi che si profila nuovamente all’orizzonte si basa davvero sul nulla totale. Comprendo che i dubbi e le vecchie paure non siano così facili da accantonare, tanto da promuovere una sorta di circolo vizioso al primo, stupido, imprevisto… Ma era comunque necessario imbastire qualcosa di più credibile.
Riassumendo, tra i pregi metterei il personaggio di Kim Min Jun e la capacità di molte BL coreane di dare risalto ai sentimenti riuscendo a coinvolgere pur mantenendo un tono di compostezza.
Tra i contro, la caratterizzazione di Jin Hwan e la sua espressività nel corso della serie, oltre a un finale qualitativamente in calo e un po’ sbrigativo nelle ultime scene.
Una visione che di certo non lascia il segno ma che sa regalare comunque qualche ora piacevole.
Il secondo migliore adattamento del celebre manga "Itazura na kiss"
Questa recensione vale sia per la serie in oggetto che per il suo sequel (They kiss again, 2007).Versione taiwanese, tra i primi adattamenti del noto manga “Itazura na kiss” di Kaoru Tada. Penso di aver visto ormai tutte le serie e i film ad esso riferiti e sebbene il drama giapponese del 2013 (Itazura na kiss: love in Tokyo, 2 stagioni) resti a tutti gli effetti il mio preferito, direi che questo strappa un più che dignitoso secondo posto.
Il pregio di entrambi gli adattamenti è di essere gli unici a coprire in giusta misura l’intero arco temporale del manga invece di terminare con il matrimonio o subito dopo (primi sei volumi), senza tralasciare quindi la parte a mio avviso più interessante, ovvero i restanti sei volumi dedicati alla vita di coppia da neo sposini nei primi anni a venire. Se la prima parte vede sostanzialmente la protagonista rincorrere strenuamente l’apparentemente irraggiungibile personaggio maschile fino ad arrivare faticosamente all’obiettivo, la seconda parte ha modo di concentrarsi su molteplici aspetti, seguendo l’evoluzione dei singoli personaggi nelle relazioni familiari, di coppia e professionali oltre a mostrare la crescita personale di ciascuno.
Nel confronto tra le due versioni, questa made in Taiwan la spunta su alcuni aspetti, in particolare:
- Il protagonista maschile, che risulta sì distaccato e poco socievole, ma non per questo completamente privo di empatia. Viene tratteggiato in modo un po’ più sano – più caratteriale e meno al limite del patologico – del suo corrispettivo giapponese.
- Le scene d’amore - soprattutto nel sequel - sono numerose, più lunghe e un po’ meno statiche rispetto al drama giapponese, sebbene lasci un po’ perplessi la fissa del protagonista per il collo di lei, manco fosse un vampiro famelico.
Di contro, conta alcune pecche che lo fanno scivolare al secondo posto:
- E’ palesemente più datato: la qualità delle riprese, del montaggio, della fotografia non possono essere messi sullo stesso piano della versione di una decade successiva. Soprattutto sul sonoro sono evidenti delle lacune, con lunghi momenti senza comunicazione verbale o musica che lasciano uno spazio troppo importante ai suoni di fondo (questo succede ad esempio ancora oggi in alcuni drama tailandesi).
- Gli attori protagonisti non sono sicuramente il top dal punto di vista estetico: decisamente più belli e più espressivi (soprattutto Kotoko, che è un concentrato di simpatia solo a vederla) gli interpreti giapponesi. Nonostante ciò, come coppia sembrano funzionare entrambe.
- La durata, forse eccessiva, se si conta che ogni stagione è composta da venti episodi e ciascuno ha una durata di oltre un’ora. Alcuni passaggi potevano tranquillamente essere un po’ più sintetizzati, la trama non ne avrebbe risentito, anzi, il ritmo non avrebbe conosciuto momenti di rallentamento e l'attenzione sarebbe stata sempre alta.
- Le musiche, se paragonate all’altra serie, non sono niente di speciale.
- I nomi: Paese che vai, nome che trovi. Ci sta. Ma per chi ha letto il manga, continueranno comunque ad essere Kotoko e Irie-kun.
- Il finale: l’autrice del manga scompare improvvisamente prima di portare a termine il manga, sebbene sembri lasciare intuire quella che avrebbe dovuto essere la direzione della conclusione. Il drama giapponese ricalca fedelmente l’anime, mentre in questo adattamento viene inserito un elemento a mio avviso forzato e che poco c’entra con i toni che caratterizzano l’intera storia. La conclusione finale può anche essere, in prospettiva, più o meno simile ma l’elemento aggiunto sembra stridere come una nota stonata.
In conclusione, una buona prova. Per chi non è un grandissimo fan del manga e vuole limitarsi a una sola visione, consiglio senza dubbio quello giapponese. Per chi, come me, si è affezionato alla storia e ama l’idea di vederla riproposta, tra tutti gli adattamenti in circolazione consiglio questo come seconda e valida scelta.
Serie distopica breve con una trama forse troppo concentrata
Drama distopico ambientato in un futuro smil-apocalittico. Durata breve, sei episodi da un'ora l'uno, potenzialmente congrui per sviluppare la trama proposta.I PRO:
- l'attore protagonista, davvero azzeccato per il ruolo, è stato in grado di delineare un personaggio meno stereotipato del solito, dove l'essere un leader forte non si accompagna a tratti di prepotenza, immotivata freddezza o arroganza. L'ho trovato piacevolmente singolare, così come l'attore che lo interpreta, già visto in altre serie e che da sempre mi ha dato l'impressione di un'espressività particolare.
- lo scenario surreale, con l'umanità nettamente distinta in nuove classi sociali, la dipendenza da priorità diverse da quelle della vita pre-impatto del meteorite. Un'idea nuova, insomma.
- il personaggio del giovane corriere, rifugiato clandestino per anni nei settori generali. Non eccellente come 5-8, ma comunque di tutto rispetto.
I CONTRO:
- l'ambientazione monotona: polvere, grigiore, arredamenti ridotti all'osso. Per quanto sia coerente con la storia proposta, alla lunga tende ad appiattire l'interesse, visivamente parlando.
- il focus della storia, troppo concentrato. Sembra di assistere a uno dei passaggi di una storia che merita di avere un prima e un dopo, o comunque un'evoluzione più complessa. Tutto si concentra sul momento della grande svolta ma, per quanto possa essere stato pensato e curato e fatto bene, l'impressione è quella di aver letto solo una pagina del libro, per quanto scritta bene e interessante.
- I personaggi - di conseguenza - sono esigui e non molto approfonditi (anche la figura della sorella della militare, ad esempio, poteva essere sfruttata meglio).
- il cattivo di turno, davvero sottotono. E se manca un cattivo di prim'ordine, l'intera lotta dei buoni perde un po' di sapore, comunque ce la si vuole raccontare.
Concludendo: mi va bene averlo visto, l'inizio è stato promettente ma sono arrivata alla fine abbastanza insoddisfatta. Necessiterebbe di tutte le migliorie sopracitate per stimolare anche solo un rewatch.
Un amore fraterno bello, toccante e pulito, capace di smuovere il cuore e curare lo spirito
Bellissimo drama familiare, con un focus particolare sul legame tra fratelli. Preciso subito, non si tratta affatto di una BL, nemmeno mascherata da bromance, come spesso accade in molte serie cinesi proprio sul tema dei fratellastri non consanguinei.Qui c'è davvero il solo, spettacolare, affetto fraterno, tra due cugini cresciuti insieme come fratelli e che a un certo punto della loro vita - il più grande adolescente, l'altro ancora un bambino - scoprono di non essere di fatto veramente imparentati.
Jia Shu si ritrova all'improvviso a dover fronteggiare la sbalorditiva scoperta di essere il frutto di una storia che la madre ha avuto con un altro uomo, mentre l'uomo ormai in fin di vita per una lunga malattia, da lui amato e creduto il suo vero padre, di fatto non lo è. Alla morte di questo viene cacciato, insieme alla madre, dalla famiglia He, nonostante non abbia alcuna colpa.
Durante gli otto anni di separazione il giovane Jia Hao vive un'adolescenza cupa e mostra i primi segni di una forte depressione che nessuno sembra cogliere: sente la mancanza del fratello (cugino), è isolato dai compagni e si sente schiacciato dalla pressione di un padre che sembra pretenderlo diverso da come in realtà è, condannando la sua passione per le lanterne e incalzandolo senza sosta per i buoni voti a scuola, oltre al gravoso peso di dover tenere alto il prestigioso nome della famiglia He.
Il ritorno di Jia Shu rimescola il tutto: se da una parte il legame tra i due fratelli torna via via a farsi più forte che mai, dall'altra devono fronteggiare tutta una serie di situazioni problematiche, alcune apparentemente insormontabili.
Ho apprezzato ogni singolo minuto dei sedici episodi di questo drama, mi sono spesso commossa fino alle lacrime e mi sono anche ritrovata a sorridere. C'è affetto, tenerezza, amore, dolore, perdita, abbandono, rabbia, frustrazione, tristezza, calore... Le emozioni che ruotano attorno a questa serie formano davvero un ventaglio impressionante e variopinto.
Ottima la prova recitativa, sia dei due protagonisti che del secondo fratello (padre di Jia Hao). Ne risultano tre personaggi davvero complessi e ben delineati: Jia Shu, bello e onesto, disposto per anni a farsi carico di una colpa non sua e, per quanto inizialmente cerchi di tenere a distanza Jia Hao, è più che evidente l'affetto nei suoi confronti, così come la nostalgia del defunto padre e il segreto desiderio di essere riaccolto in quella che lui sente essere - al di là del legame di sangue - la sua vera famiglia e i suoi veri affetti. Jia Hao mostra un adolescente davvero provato dalle circostanze, che tenta di nascondere i segnali della depressione, così come nasconde le sue passioni e la speranza - mai persa - di recuperare il rapporto con quel cugino/fratello che tanto adorava da piccolo. Hong Guang, il padre di Jia Hao, è contemporaneamente motore e vittima di tutte le travagliate vicende attorno alle quali ruota l'intera storia: appare come un padre oppressivo, più interessato al prestigio del nome di famiglia e alle apparenze piuttosto che alla felicità dei componenti della stessa. Un personaggio apparentemente cieco, ma che di fatto vive un conflitto interiore davvero importante, distrutto dalla scomparsa del fratello maggiore che per lui era come un padre e incapace di voltare pagina, tanto da escludere Jia Shu, un tempo amato nipote, dalla famiglia, rifiutandosi categoricamente di riaccoglierlo anche dopo anni. E' un fratello minore - anche se ormai adulto - che soffre una terribile perdita, tanto da portare avanti il suo ruolo di padre in un modo non funzionale, addirittura deleterio per il giovane Jin Hao, nonostante sia chiaro che gli voglia bene.
Gli altri personaggi secondari sono tutti - chi più e chi meno - apprezzabili: utili ad arricchire e completare la storia, ma singolarmente non determinanti.
Facendo mente locale, non riesco a ricordare un altro drama davvero dedicato al profondo legame tra fratelli. Ci sono drama dove il rapporto genitori-figli ha grande risalto, altri dove l'affetto fraterno fa da contorno a un genere diverso (thriller piuttosto che azione) oppure figura come elemento secondario in una serie incentrata sull'amore di coppia (BL mascherate da Bromance comprese). Questo non può che essere un valore aggiunto per questa serie: bella, toccante e pulita, capace di smuovere il cuore e curare lo spirito.
Un piccolo gioiello che purtroppo rischia di passare inosservato dal momento che non è reperibile sulle principali piattaforme. Ovviamente consigliato!
Un film leggero, nel bene e nel male, sugli amori adolescenziali
Più che un vero e proprio film, sembra un breve momento, o uno scorcio. Per come la vicenda occupa il tempo a disposizione, assomiglia più a uno degli episodi di un drama che a un'opera autoconclusiva, insomma.Al centro le dinamiche degli amori tipicamente adolescenziali: due amici d'infanzia, lei già un po' interessata a lui, lui che si prende un cotta per l'insegnante, lei che prende le distanze e reagisce con i meccanismi - anche un po' immaturi - tipici dell'età, lui che nel vuoto lasciato da lei riconosce l'importanza del loro rapporto e, archiviata la cotta per la docente, si torna al duo iniziale d'apertura, di nuovo vicini ma con qualche consapevolezza in più.
La sceneggiatura rispetta i passaggi prestabiliti ma non lascia il segno: manca d'incisività, sembra riportare un racconto piuttosto che provare a dargli vita. Carina, delicata, ma non particolarmente toccante o che vanta chissà quale chimica tra i protagonisti.
Rispetto agli interpreti, non conoscevo l'attrice mentre ho ben presente Arthur Chen (Chen Fei Yu), già che sono giunta a questo titolo proprio grazie alla sua filmografia: una prova un po' acerba, la sua, ma sensata considerato che all'epoca del film era un giovane diciassettenne. Sicuramente il ruolo era nelle sue corde: il distacco, la freddezza composta e il timbro di voce di un'eleganza controllata fanno del personaggio di Dua Bo Wen un ottimo precursore di Li Xun (spettacolare protagonista del drama "Lighter & Princess", interpretato sempre da Chen qualche anno più tardi).
Al di là della componente prettamente romantica, però, non c'è in realtà molto altro e tutto si riassume in uno spaccato legato a un'età dove anche i "piccoli problemi di cuore" vengono vissuti in modo amplificato e totalizzante.
Una visione che definirei "leggera", in tutte le molteplici accezioni - positive e negative - del termine.
Il fascino del male portato in scena da due protagonisti "cattivi" di prim'ordine.
Davvero un bel kdrama. Non il mio genere preferito, ma comunque del tipo che ogni tanto ci sta. Soprattutto quando è ben fatto, come in questo caso.La figura del cattivo, qui, la fa da padrone. Due spettacolari protagonisti portano in scena il male, e il suo fascino, in tutte le sfaccettature. Figura cardine della storia è senza ombra di dubbio quella di Han Dong Su, interpretato da un Shin Ha Kyun strepitoso come sempre. In apertura viene presentato come un avvocato dall'aria patetica, vittima di soprusi da parte di un capo corrotto: nonostante la rabbia per l'ingiustizia subita cerca, arrancando, di tornare a galla. "L'onestà non sempre paga", se dovessimo riassumere. A gravare poi sulle sue spalle c'è il peso di un'intera famiglia, che non conta solo la moglie ma anche la madre anziana e affetta da demenza senile, oltre a un fratellastro più giovane ma economicamente non indipendente anche se già padre di una piccola nipotina. Ed è proprio grazie a un contatto del fratello che arriva a conoscere il primo cattivo della storia, Seo Do Yeong, prossimo alla scarcerazione e praticamente a capo della banda criminale della città. Interpretato da un Kin Young Kwang davvero più affascinante che mai, il giovane gangster viene presentato come uno psicopatico crudele e folle ma che, di fatto, rappresenterà a tutti gli effetti la seduzione del male. Bello, giovane, potente, intelligente, pronto a sfruttare chi di dovere per raggiungere i propri obiettivi e a togliere di mezzo chi prova a ostacolarlo o a infastidirlo, al pari della mosca schiacciata con la palla da baseball contro la parete. Il loro incontro in carcere, con Seo Do Yeong prossimo alla scarcerazione e Han Dong Su che si propone come consulente legale, è molto particolare: se Han Dong appare terrorizzato, Seo Do Yeong è sicuramente incuriosito dall'avvocato ligio ma ormai caduto in disgrazia, quasi vedesse già oltre l'apparenza. Un incentivo economico che Han Dong fatica a rifiutare - soprattutto a causa dell'insistenza del fratello - e la richiesta di verificare se la donna di Do Yeong lo stia nel frattempo tradendo: inizia così la collaborazione tra i due. A dettare le regole è Seo do Yeong che, dopo aver eliminato la fidanzata e il suo braccio destro - entrambi in combutta per farlo fuori - costringe i fratelli Han a diventare complici facendo occultare loro i cadaveri. Da lì torna a pretendere la collaborazione di Han Dong Su, quale consulente per i suoi loschi affari (gioco d'azzardo clandestino). Se il giovane fratello comincia a prendere le distanze da quel mondo, a costo di rinunciare al guadagno facile, Han Dong Su rimane via via sempre più coinvolto. Apparentemente è vittima della situazione, nella realtà emerge a pieno l'ambiguità della sua figura: la vendetta repressa e il desiderio di rivalsa lo portano a superare la linea, a dimenticare di voler vivere secondo le regole, giustificando una zona d'ombra che va via via facendosi sempre più ampia e scura con la scusa di essere stato indotto e costretto dalle circostanze. La sua, in realtà, è una vera e propria scelta. Potrebbe voltare pagina - come più volte suggerito dal fratello - ma sotto sotto non vuole farlo. Dopo anni di umiliazioni, la gratificazione dell'ammirazione della moglie, il non dover più preoccuparsi dei debiti, la considerazione professionale di colleghi che ormai lo ignoravano e deridevano... Tutto questo ha lo stesso effetto di un magnete. Il suo cambiamento interiore, lento e credibile, si riflette anche nell'aspetto: abbandona gli occhiali e il taglio di capelli banale, gli abiti dozzinali lasciano il posto a completi su misura e rolex al polso, l'auto da rottamare verrà sostituita da una macchina nuova di grossa cilindrata e - sul finire - addirittura da un autista privato. E' un'evoluzione lenta, ma inarrestabile. Seo Do Yeong al contrario è molto più coerente e lineare: è un cattivo che ha messo in chiaro le carte in tavola, che agisce - anche crudelmente e illegalmente - ma secondo determinate regole. Il rapporto tra i due nella parte centrale del drama è spettacolare: non c'è fiducia, non c'è propriamente stima, ma c'è un legame ancor più solido, fatto non solo di opportunismo ma anche del desiderio comune di togliere di mezzo i rispettivi nemici. Lo stesso Seo Do Yeong, a un certo punto, si troverà a tenere d'occhio Han Dong Su, quasi percependo il proprio controllo venire meno su di lui: ha creato un mostro - o, per meglio dire, ha liberato il mostro che dimorava sopito da qualche parte nelle profondità dell'avvocato dimesso che aveva conosciuto - e questo mostro rischia di diventare più malvagio e abile di quanto non lo sia lo stesso Seo Do Yeong. E' l'anticipazione di una disfatta: Han Dong verrà completamente avvolto dalle tenebre meritando a tutti gli effetti il premio di miglior cattivo della serie. Il finale è spiazzante ma azzeccato.
Quanto alla recitazione, ci troviamo di fronte a una prova di altissimo livello: i due protagonisti tengono di fatto in piedi da soli l'intera serie che, soprattutto nella parte iniziale, regala in ciascun episodio una scena ad alto impatto in apertura. L'attenzione nella parte centrale viene mantenuta viva grazie al particolare rapporto che si instaura tra i due, quasi una sorta di insolita bromance - uniti dal fascino del male, direi - mentre nell'ultima parte le svolte impreviste ma non imprevedibili guidano lo spettatore verso l'unica soluzione sensata e possibile.
Non c'è niente di scontato, la banalità è fortemente bandita e la bontà a basso costo anche.
Che il genere sia tra i preferiti o meno, la ritengo una di quelle serie che non può comunque non essere apprezzata.

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