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Completed
10Dance
3 people found this review helpful
by Lynnea
Dec 21, 2025
Completed 0
Overall 9.5
Story 9.0
Acting/Cast 10
Music 9.5
Rewatch Value 9.0
This review may contain spoilers

BL dal significato profondo e di ottima qualità, tra balli, amore ed emozioni

Una sorpresa inaspettata e sorprendentemente gradita: ecco cosa è stato per me questo film. Mi capita spesso di tenere d’occhio dei titoli – perlopiù drama, talvolta film – anche con largo anticipo rispetto alla data di uscita e ritrovarmi poi troppo carica di attese e aspettative. Qui è stato l’esatto opposto, sono venuta a conoscenza di questo film davvero per caso, ho pensato di buttargli un occhio… E non sono più riuscita a distogliere lo sguardo.

Trasposizione giapponese dell’omonimo manga, la storia ruota attorno alle vicende di due ballerini agli antipodi su tutti i fronti, dal tipo di ballo allo stile di vita, dal carattere alla formazione ed educazione ricevuta, dagli obiettivi futuri al modo di affrontare la vita nel presente. Irrimediabilmente incompleti se presi singolarmente, diventeranno però l’uno la soluzione dell’altro, ma solo a fronte di un percorso difficile e scelte che porteranno a galla debolezze oltre alla paura di rimettere in tutto in gioco, di abbandonare una comfort zone di fatto poco gratificante e osare desiderare e lottare per qualcosa di più.

Diametralmente opposti ma con nomi estremamente simili – uno dei tanti dettagli che fanno la differenza – abbiamo da una parte Suzuki Shinya, figura di punta dei balli latini, vibrante e travolgente come l’atmosfera di Cuba, un ritmo che ha nel sangue e che lo porta a vivere la sua passione in modo intenso. Manca però di ambizione, preferisce essere un piccolo pesce, il numero uno di uno stagno, invece di aspirare a migliorarsi e mettersi alla prova nel grande mare del panorama internazionale.
Dall’altra parte, Sugiki Shinya, rigido e controllato, preciso e attento nella gestione della sua vita così come nei passi dei balli da sala. Mosso dall’ambizione fin dalla tenera età, insegue strenuamente ciò che ha deciso deve essere l’obiettivo della sua vita.

A far convergere le esistenze di questi due improbabili alleati, il campionato di tutti i campionati: 10 Dance, un’estenuante competizione dove i partecipanti devono cimentarsi in altrettanti tipi di stili, che spaziano dai balli di sala a quelli latini.

La scelta di allearsi e diventare insegnanti reciproci dell’area di eccellenza è promossa da motivazioni diverse per l’uno e per l’altro. Parte del gruppo di lavoro saranno anche le rispettive partner, personaggi comunque chiave a modo loro.
Da lì in poi l’evoluzione del rapporto sembra un’escalation irrefrenabile: due anime che si incontrano, rimangono affascinate, si ricercano, si studiano, si comprendono. Con sofferenza, desiderio e speranza.

Suzuki troverà nell’ambizione di Sugiki un modello da seguire e da esso verrà spronato a desiderare qualcosa di più, a mettere veramente tutto sé stesso per raggiungere gradini sempre più alti e a non accontentarsi di vivere come un piccolo pesce in un piccolo stagno. In questo senso la forza trainante di Sugiki è davvero notevole, sembra sapere esattamente quali tasti premere per provocare e stimolare Suzuki a mettersi in gioco.
Di contro, sarà grazie a Suzuki se Sugiki riuscirà a superare un evento passato e a scendere a patti con una verità a lungo rinnegata, accettando che la sua vera natura sia più simile alla figura del Dio della Morte o Mietitore, piuttosto che a quella del cavaliere gentiluomo, aspirazione e modello da lui autoimposto ma che non gli permette di essere veramente fedele a sé stesso. In questo senso, anche Suzuki saprà su cosa fare leva – parlando di “delusione” e “essere ridicolo” – per far perdere il controllo a Sugiki e privarlo di quella finta compostezza dietro alla quale si è trincerato per tutta la vita. Il modo in cui Suzuki si indispone nel vedere Sugiki trattenersi, un contenimento della rabbia che gli da praticamente sui nervi e che lo spinge con determinazione a farlo invece sbroccare, è riportato in maniera credibile e coinvolgente.

Accettare di essere diverso da ciò che si avrebbe voluto essere (Sugiki), accettare di volere qualcosa di più di ciò che si è sempre creduto bastasse (Suzuki)… Sono aspetti difficili ma che i due trovano la forza di affrontare solo grazie all’aiuto reciproco, un supporto promosso da un sentimento che nasce e che si fa via via più forte e definito. Un amore che non è semplicemente “travolgente”, ma che si riconosce come legame indissolubile tra anime e che, dal momento in cui si palesa diventa poi di fatto innegabile. Le scene intime sono davvero ben fatte, emozionanti e per nulla volgari, l’NC18 più per delle inquadrature di nudo che in realtà non hanno a che vedere direttamente con le interazioni tra i due ballerini.

Dopo aver fatto i conti con i deludenti risultati del campionato durante il quale ciascuno dei due sembra non trovare la forza per fare il proprio “passo” in avanti, ecco che nella competizione finale vince il coraggio e trova l’epilogo in una serie di balli di coppia che sembrano ripagare lo sforzo fatto per arrivare fin lì (vedere Sugiki sorridere divertito mentre balla gratifica più di qualsiasi discorso).

Tanti, ma davvero tanti, i punti di forza del film. In primis, la recitazione, semplicemente spettacolare. Grande sintonia ed espressività, scene intense e cariche di significato. Le emozioni traboccano dagli sguardi dei protagonisti, dai loro passi e movimenti, la passione per il ballo diviene passione per la vita, per l’altro, per il proprio essere. La danza, per l’appunto, qui la fa da padrona: vederli volteggiare e cimentarsi nei diversi stili - singolarmente, tra di loro, persino con le rispettive partner – è una vera e propria gioia per gli occhi.
La sensualità del ritmo cubano si fonde con il galateo e l’eleganza dell’etichetta di sala, generando un quadro ricco e affascinante, nonché splendidamente equilibrato.
Regia, scenografia e fotografia di ottimo livello e di grande impatto. Pur ambientata ai giorni nostri, sembra di vivere a metà tra il presente e un passato più o meno recente, dove la tecnologia c'è ma è limitata (c’è la metro, compare un cellulare in un paio di occasioni), trovano spazio oggetti che sembrano appartenere a qualche decade precedente (il tipo di automobili piuttosto che uno stereo portatile che sa tanto di anni '80) e altri elementi ancora a dare un tocco d’altri tempi (lampadari a cristalli dalle luci soffuse, gare con giudici e giurie senza maxischermi o pannelli dinamici pubblicitari). Tutto questo regala l’impressione di un tempo indefinito, così come lo è la percezione dell’ambientazione (un attimo prima ci si sente nel cuore de L'Avana, l’attimo dopo si passeggia tra alberi natalizi e fiocchi di neve).

Temevo un finale lontano dall’happy ending (e per una volta tanto avrei anche potuto accettarlo) invece il sipario cala su un epilogo un po’ aperto, ma in senso positivo. Il manga di cui è l’adattamento, del resto, è ancora in corso di pubblicazione, per cui non escludo possa esserci in cantiere un sequel, cosa che mi auguro, sia perché la conclusione avrebbe meritato altrimenti uno spazio maggiore, sia perché la famosa competizione 10 Dance di fatto ancora non si è vista.
Se proprio vogliamo trovare il pelo nell'uovo e valutare un paio di spunti di miglioramento, uno potrebbe essere la comunicazione spesso ridotta all’osso, sebbene questo sia però generalmente un tratto distintivo dei drama/film giapponesi, per cui difficile intervenire su questo aspetto senza snaturare nell’insieme la struttura caratteristica. L’altro riguarda la scelta delle musiche: belle, famose e orecchiabili, sanno fare egregiamente la loro parte. Ma pensare di riuscire a ottenere il medesimo risultato senza far ricorso a brani celebri poteva essere quella sfida difficile ma allo stesso tempo intrigante.

Caldamente consigliato a tutti gli amanti delle BL, della danza, della musica e delle storie di vita e d’amore.
In attesa e nella speranza di un sequel, valido anche per un saltuario rewatch.

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Completed
Would You Marry Me?
3 people found this review helpful
by Lynnea
Nov 15, 2025
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 5.0
Story 5.0
Acting/Cast 7.0
Music 5.5
Rewatch Value 5.0
This review may contain spoilers

La risposta - più rivolta al drama che al titolo - è un meritato e convinto "no".

Commedia romantica fortemente incentrata sul tema del finto matrimonio – matrimonio di convenienza. Tematica già affrontata innumerevoli volte in innumerevoli drama, riproposta con tale frequenza da risultare spesso noiosa. Un filone che a mio avviso non merita necessariamente di esaurirsi ma che deve essere quanto meno ben fatto e, meglio ancora, giocarsi un taglio originale e innovativo (in questo senso ne è un ottimo esempio “When the phone rings”, dove il finto matrimonio andava nascosto invece che mostrato).
In questo drama spunti originali di certo non ce ne sono, tutto è molto prevedibile fin dall’inizio. Rispetto al “niente di nuovo ma almeno ben fatto”, direi che la prova è riuscita a metà: la coppia principale funziona e garantisce un buon ritmo alla storia, ma c’è stato un uso esagerato di stratagemmi – spesso poco credibili – per forzare la trama nella direzione voluta. Al di là di tutte le motivazioni che portano lei a proporre il finto matrimonio all’omonimo del fidanzato traditore, e ai motivi per i quali lui infine accetto (e già qui l’effetto “coincidenza”, tra connessioni professionali e trascorsi d’infanzia viene ampiamente abusato), seguono poi tutta una serie di situazioni davvero al limite, dove pur colti in flagrante scappano a nascondersi in modo ridicolo, senza tra l’altro generale una sensata reazione nello spettatore di turno (dai parenti di lui, al dirimpettaio di casa, all’ex fidanzato di lei). Scadiamo un po’ in una comicità da situazione non-sense che poco c’entra e per nulla impreziosisce la serie. Le mille complicazioni che si presentano una dopo l’altra, tutte fronteggiate con scelte discutibili che creano un castello di bugie palesemente traballante, tolgono spazio ai finti novelli sposi, che quasi non riescono a ritagliarsi scene dedicate al ruolo di coppia felicemente sposata, che poi sarebbe il perno centrale dell’intera serie.
Verso la metà arriva la svolta, lui si confessa e lei scopre il loro legame passato. Se da una parte ho apprezzato che le carte fossero state finalmente scoperte – sarebbe stato noioso trascinare il segreto fino alla fine della serie – dall’altra sembra che non ci sia stata la capacità di giocarsele bene. L’impressione di essere sempre un po’ sottotono si fa via via più persistente e la scelta di come sviluppare la trama e le varie vicende non sempre è azzeccata. In particolar modo il ritorno dell’ex fidanzato è veramente insensato: all’inizio del drama lascia Me Ri su due piedi, tagliando di netto ogni legame e ribadendo – quando lei in difficoltà proverà a contattarlo – di essere ormai praticamente due estranei. Poi, mollato a sua volta dall’amante, ricompare sulla scena vantando delle pretese che non possono essere credibili nemmeno nell’ottica di un ottuso egoista come lui. Compare sulla scena, non si comprende bene vantando quale diritto, e a peggiorare le cose Me Ri si sente quasi in dovere di dare spiegazioni. Capisco l’intento legato al rientro del personaggio, dalla rivalità con il protagonista, ai fraintendimenti sull’omonimia, al diventare poi una minaccia per la “finta” coppia. Ma non ci sta comunque, è pensata male e gestita senza grande convinzione. Riprendendo il paragone con le carte, dopo averle scoperte non si sa bene come giocarle e si finisce per riprenderne anche dal mazzo di quelle scartate.
Arrivati a metà serie il ritmo ha subito un forte rallentamento, mentre in termini di sostanza ci si inizia a chiedere con cosa si andrà a riempire tutti gli episodi mancanti, già che sul piatto non sembra esserci rimasto gran che.
Se la prima metà non è risultata accattivante, la seconda va ancora più alla deriva. Le stesse dinamiche si ripropongono più e più volte – in particolar modo l’ex fidanzato che ha la pretesa di tenere tutti quanti sotto scacco – mentre il tema del matrimonio di convenienza diventa un vago ricordo, con la protagonista che diventa figura di contorno mentre la vicenda, sentendo forse di aver esaurito il filone narrativo, cerca un’ancora di salvezza nel mistero che avvolge l’incidente che ha sconvolto la vita del protagonista 25 anni prima, rendendolo prematuramente orfano.
L’ultimo episodio torna col focus sulla coppia, con un’accozzaglia di banalità che ormai – visto il tenore dell’intero drama – non stupiscono più di tanto. Conclusione piatta e insipida, tristemente in linea con tutto il resto.

Rispetto al cast, buona ma non eccellente la prova degli attori protagonisti. Choi Woo Shik credo di averlo intravisto in qualche altro drama, ma non si è fatto particolarmente ricordare. In questa serie riesce abbastanza bene a portare in scena il ruolo assegnato, pur non riuscendo a definirlo in modo netto. C’è sempre l’impressione che sia un po’ indefinito e indistinto, a tratti fumoso, nella caratterizzazione. Jung So Min al contrario è un’attrice che mi riporta alla mente diversi drama, dal lontano “Playfull kiss” al ben riuscito “D-Day”, fino al tristemente sentito “The smile has left your eyes”. E’ un’attrice carismatica che esteticamente mi ricorda molto Suzy Bae, adatta a vestire i panni di protagoniste decise e di carattere, sebbene questo sia forse un po’ anche il suo limite. Ciò nonostante, anche in queste vesti il personaggi tende ad appiattirsi, nell’ultima parte perde anche quel brio spigliato che – quanto meno – rendeva apprezzabile Meri nella prima metà del drama.

In conclusione, non è il primo drama sul tema del finto matrimonio e non sarà di certo l’ultimo. Tra i tanti, molti non hanno però ragione di esistere e questo lo annovererei – mio malgrado – in questa seconda categoria. Da dimenticare (senza nemmeno troppo sforzo).

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Completed
Love Your Enemy
3 people found this review helpful
by Lynnea
Dec 29, 2024
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 5.0
Story 5.0
Acting/Cast 5.0
Music 5.0
Rewatch Value 5.0

Niente di nuovo e il già visto lascia pure a desiderare...

Mi sono sforzata di arrivare in fondo alla serie solo per coerenza, e questo la dice lunga. Romance banale, dove gli ostacoli dovrebbero essere questioni insormontabili ma che poi tali non sono. Niente di nuovo e il già visto non è un bel rivedere, insomma. Anche nell'ottica di un drama che punta al mero intrattenimento, non funziona. La storia è troppo insipida, gli attori lo sono anche di più, sia a livello di recitazione, espressività ed estetica. Spiace dirlo ma non sanno davvero di niente. Chimica ed empatia scarseggiano ovunque. Se penso al tema della rivalità tra famiglie, ne viene fuori meglio la tailandese "Bad Buddy". E il meccanismo della rottura da adolescenti e del ricongiungimento in età - molto - adulta è un altro esempio che non regge: fratture dettate da fraintendimenti e tempistiche sbagliate che però sembrano poi segnare a vita i protagonisti, i quali tuttavia passano le successive due decadi ciascuno sul proprio binario, mai alla ricerca dell'altro, salvo poi ritrovarsi più o meno costretti a un nuovo incontro e da lì rispolverare il sentimento adolescenziale quasi non se ne fosse mai andato. Finale inconsistente e piatto, un po' come tutto il resto.

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Completed
Our Movie
4 people found this review helpful
by Lynnea
Aug 9, 2025
12 of 12 episodes seen
Completed 1
Overall 10
Story 10
Acting/Cast 10
Music 10
Rewatch Value 10

Un inno alla vita reso magnificamente da un cast d'eccellenza

Questa è una serie di un’eleganza e di un'autenticità a dir poco struggenti. Un piccolo capolavoro che aspettavo da tempo e che per certi versi un po’ temevo. Perché Namgoong Min è in assoluto il mio attore preferito, una recitazione di altissimo livello e un talento nel dare vita a personaggi memorabili ed estremamente diversi tra di loro. Al suo fianco una formidabile Jeon Yeo Bin, che dopo l’ottima prova in “Vincenzo” qui davvero supera sé stessa. Inutile dire che messi assieme hanno saputo regalare una prova davvero indimenticabile.
Sapevo che la storia ruotava attorno al tema di una malattia terminale, argomento che non mi fa solitamente impazzire perché non amo immergermi nella tristezza. Conoscendo le capacità di Namgoong Min, era anche chiaro non ci sarebbero state mezze misure, per cui emotivamente sarebbe stato davvero impattante e travolgente. E così è stato.
Il ritmo della storia non ha bisogno di essere incalzante per mantenere alta l’attenzione ma può prendersi il suo tempo, anche rallentare, per infondere significato in ogni passaggio e in ogni scena. Le banalità sono bandite, qualsiasi cliché scontato anche. Non c’è una trama contorta, riempita da una miriade di svolte impreviste e colpi di scena, semplicemente perché non ce ne è affatto bisogno. Non si fa volutamente leva sui sentimenti dello spettatore, forzandoli, ma questi emergono naturalmente davanti a una storia che si mostra nella sua totale autenticità e grazie al sopracitato talento degli attori principali che hanno evidentemente portato avanti uno studio attento e approfondito dei personaggi interpretati. La mancanza di artificiosità promuove una tristezza di un’intensità sorprendente: a catturare lo spettatore non è tanto una bella trama, ma una pioggia di emozioni alle quali è impossibile sfuggire. Tanti sono i livelli che si sovrappongono nel quadro generale, tante emozioni e storie, tanti ruoli e personaggi. Se l’aspetto più rilevante e di impatto è la malattia terminale di lei, si affiancano poi tantissimi altri nodi più o meno grandi, più o meno vecchi, da sciogliere con cura. C’è il passato di Lee Ji Ha, la perdita della madre, il difficile e contorto rapporto con il padre, le convinzioni che l’hanno condizionato praticamente per tutto l'arco intero della vita, influenzando i suoi rapporti con gli altri. C’è il padre di Lee Da Eum, sopravvissuto a un grande lutto e che convive con la consapevolezza di doverne affrontare a breve un altro. A loro si affiancano svariati personaggi secondari - dal produttore all'amica al manager all'ex rivale in amore - nessuno messo lì a caso. Non c’è un vero cattivo, siamo ben oltre la banale e semplicistica distinzione tra bene e male. Ci sono solo persone, con i loro problemi, le loro difficoltà, i loro pregi e difetti e la loro possibilità di crescita personale. Una moltitudine di sfumature di grigio che virano di continuo tra tonalità più chiare e più scure.
"Our Movie" è una serie che fa amare la vita, per davvero, con anche tutto il carico di sofferenza che comporta. Titolo azzeccato e con più significati oltre a quello più scontato, perché la pellicola che viene girata è una sorta di “Film dentro il film”, dentro quella storia dove ciascuno è attore e che si chiama vita. Strepitosa la caratterizzazione di Lee Da Eum, capace di alleggerire un ruolo altresì monotono con numerosi momenti di brio, freschezza e ironia. Una singolarità caratteriale luminosa e vivida, che riesce davvero bene all’attrice (anche in Vincenzo il suo personaggio mostrava aspetti decisamente non convenzionali). Altrettanto complesso il personaggio di Lee Je Ha, la sua evoluzione è davvero importante, il tornado emotivo che attraversa e la presa di una nuova consapevolezza che darà una nuova svolta alla sua vita si avverte in maniera nitida ed inequivocabile, così come le incertezze che deve affrontare, un amore al quale non si può sottrarre ma che deve anche riconoscere e accettare, in tutta la sua splendida e dolorosa bellezza. A quel punto si coglie l’essenza stessa del sentimento, non esiste più malattia, e il poco tempo che resta e che scorre fin troppo velocemente diventa solo…tempo. Tutto passa in secondo piano. Un vero e proprio inno alla vita.
Regia ottima, scenografia e fotografia di alto livello, musiche pensate ad hoc. Non si seguono mode, non si ricerca la perfezione o il grande effetto visivo: la sigla da sola parla chiaro. Un tocco da maestro sono anche alcune serie di fotogrammi in bianco e nero, oltre a inquadrature davvero cariche di un significato che non viene buttato in faccia allo spettatore, ma che si mostra nella sua semplicità. C’è da commuoversi anche solo per la bellezza tecnica dell’opera, dico davvero.
Il finale è perfetto, degna e giusta conclusione che non si lascia tentare da soluzioni prevedibili, magari anche piacevoli per il pubblico, ma che a conti fatti andrebbero a stridere con il senso di tutto quanto fatto. Namgoong Min arriva davvero al cuore, nelle ultime scene, con quell’elegante compostezza che da sempre lo contraddistingue, con il suo timbro di voce, calmo e profondo, e un’espressività che vale più di mille parole.
Ho pianto, molto. Non amo piangere per la tristezza, solitamente evito i drama di questo genere ma in questo caso davvero non potevo non vederlo.
Una serie, questa, che non credo verrà apprezzata appieno su larga scala, poiché bisogna essere disposti a soffrire con essa e a mettere da parte la ricerca di soddisfazioni facili e immediate, per quanto decisamente meno persistenti: gli avventori del “tutto e subito” la troveranno probabilmente lenta e noiosa, ci sta. Io stessa a volte ricerco visioni più leggere e meno impegnative, attendevo da tempo l’uscita di questa serie ma per apprezzarla a dovere ho aspettato di essere nel “mood” giusto.
Non posso che consigliarla, a chi ha voglia di cimentarsi in qualcosa di originale e stupendo, mettendo in stand-by “il solito” e accettando l’idea di gustarsi per una volta qualcosa di davvero diverso. Con il giusto approccio, non si può che rimanerne incantati.

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Completed
Welcome to Samdal-ri
4 people found this review helpful
by Lynnea
Jan 21, 2024
16 of 16 episodes seen
Completed 0
Overall 6.5
Story 5.0
Acting/Cast 8.5
Music 6.5
Rewatch Value 6.0
This review may contain spoilers

Un cast sprecato per un drama piatto e superfluo

Quando ho letto di questo drama poco prima che iniziasse ad andare in onda, qualche perplessità già ce l'avevo. La trama sembrava già mancare di sostanza. Però c'era Ji Chang Wook, attore che apprezzo moltissimo, e speravo davvero di ricredermi, magari già dopo i primi episodi. E invece...
Invece no.
Qualche nota positiva c'è, e a volte è contemporaneamente negativa. Se da una parte l'ambientazione è diversa dai soliti drama, alla lunga stufa. E 16 episodio sono lunghi da trascorrere tra immersioni subacquee, previsioni meteo e i cortili di un piccolo paesino. Se Seul rappresenta la frenesia, Samdal-ri è un luogo placido e tranquillo, molto placido e molto tranquillo. Senza pretese, con il suo piccolo, ripetitivo e ordinario quieto vivere.
La trama ruota attorno al ritorno di Sam dal, autoesiliatasi per anni a Seul, e ora pronta a partire alla riscoperta di sé stessa. In realtà, il suo personaggio non mostra una particolare evoluzione e ciò che costituisce l'ostacolo che la coppia protagonista deve fronteggiare sono sostanzialmente il padre di lui, ostile alla relazione e in balia di un lutto che non riesce a superare, e la madre di lei, che con la sua boa a fiori tiene sostanzialmente ancorato Cho Yong-pil all'isola. Tutto qua.
Tasto dolente è proprio lui Yong pil: un personaggio inconsistente, un bravo ragazzo così esagerato da risultare tonto, più che sincero e genuino. Ed è stato davvero un colpo basso vedere un attore con il potenziale di Ji Chang Wook sprecato - e sottolineo sprecato - in un ruolo/drama che offre davvero così poco. Un attore tra i miei preferiti, ma i cui capolavori come Healer, K2 e Suspicious Partner sembrano ormai vecchi ricordi se paragonati agli ultimi lavori, dove finisce a rivestire i panni di protagonisti poco performanti in drama costruiti su sceneggiature che sembrano fin da subito non voler lasciare il minimo segno. Al contrario, ho apprezzato l'attore che interpretava il padre di Yong-pil, e anche la madre di Sam-dal (la mitica e indimenticabile Ahjumma di Healer).
La serie, dicevo, procede con quelli che vorrebbero essere dei piccoli colpi di scena ma che in realtà trasmettono ben poco, e si avvia verso un finale che lascia ancora qualche flebile speranza di veder decollare qualcosa, per poter dire che tutto sommato ne è valsa la pena di vederlo, tra alti e bassi. E invece no, nemmeno quello. L'ultimo episodio, se possibile, riesce solo a peggiorare la situazione: la tanto attesa mostra di Sam-dal si risolve in modo quasi frettoloso, certo i soggetti delle foto erano scontati, ma confidavo almeno in qualcosa di più toccante - mi sono chiesta per molte puntate che fine avrebbe fatto quel filo rosso, e invece è tornato ad essere una banale sciarpa inquadrata quasi per caso per una manciata di secondi - e gli stessi protagonisti e personaggi secondari sembrano non averla vissuta, figuriamoci chi sta dall'altra parte dello schermo e dovrebbe emozionarsi per riflesso. La puntata finale si consuma, minuto dopo minuto, nell'attesa di qualcosa che non ci sarà: le varie coppie si ritagliano una fetta dell'episodio per concludere le singole vicende, e ai protagonisti non resta che una breve, brevissima scena a dir poco insulsa. E sembra uno scherzo di cattivo gusto, ma lo spettatore a una certa non può che rassegnarsi al fatto che no, non c'è davvero nient'altro. E' tutto lì. Insipido e sbrigativo.
Qualcosa di apprezzabile, qua e là, c'è. Qualche spunto, qualche riflessione, qualcosa c'è. Ma è un qualcosa che doveva fare da perno centrale, mentre invece restano piccoli momenti che emergono da una trama spesso soporifera. Un drama superfluo, del quale non si sentiva la mancanza.

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Completed
The Husband
2 people found this review helpful
by Lynnea
5 days ago
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 7.5
Story 7.0
Acting/Cast 8.0
Music 8.0
Rewatch Value 6.5
This review may contain spoilers

Romance? No, Thriller.

Ho atteso questo drama per mesi, così come tutti i precedenti lavori del mio attore coreano preferito, Namgoong Min. Lo dico perché si capisca quanto fossero alte le mie aspettative. Mi aspettavo un apporto ben dosato di romance e thriller ma, a conti fatti, posso dire di aver ottenuto solo il secondo: un buon thriller psicologico con l’aggiunta di una profonda riflessione sulle difficili dinamiche coniugali, ma che è cosa ben diversa dall’idea di romance.

TRAMA – Dodici episodi che affrontano la singolare situazione del protagonista, Kang Tae Ju, quotato neurochirurgo che lavora nell’ospedale del suocero e che si trova all’improvviso a vivere l’incubo peggiore: sua moglie, Ko Se Yun, con la quale il matrimonio è ormai in frantumi, viene rapita da un misterioso aggressore la stessa notta in cui le chiede il divorzio, trasformandolo quindi nel sospettato numero uno. Complice l’approccio superficiale e cieco della polizia, agli occhi della quale lui è evidentemente già catalogato come colpevole, Tae Ju si trasforma in un fuggiasco determinato a salvare la moglie e a riabilitare il suo nome. Una corsa contro il tempo tra inseguimenti serrati e fughe rocambolesche, alle quali si alternano flashback che rivelano le crepe del matrimonio tra i due protagonisti, in primis la morte della figlioletta Ha Yun. La lista dei sospettati cambierà di continuo ad ogni nuovo tassello aggiunto da Tae Ju al quadro generale, scoprendo parallelamente azioni illecite condotte dall’ospedale.

(INIZIO SPOILER!!!)
Il finale è stato tra gli aspetti che più ho apprezzato, e che mi ha anche commossa. Assicurati i colpevoli alla giustizia, rimaneva da concludere il complicato rapporto tra i due coniugi: una riappacificazione sarebbe suonata forzata, un addio definitivo avrebbe reso inutile tutto l’iter vissuto dai due nel corso della vicenda. Ho trovato corretta la scelta consapevole e condivisa di non insistere a ricucire un rapporto ormai troppo compromesso, dove anche alla luce delle nuove consapevolezze sarebbe stato comunque permeato dal rimpianto e dai sensi di colpa. Una scelta coraggiosa che si allontana dai lieto fine facili e tradizionali. Il divorzio è stato un atto dovuto per alleggerire il peso che schiacciava entrambi ormai da molto tempo, un voltare definitivamente la pagina che rende più credibile, nel loro ritrovarsi in occasione della commemorazione della figlia, l’approccio più sereno e consapevole. Qualcuno ci leggerà forse la possibilità di un nuovo inizio – opzione lasciata volutamente all’interpretazione dello spettatore – ma io ci ho visto un sentimento ben diverso: due persone che hanno imparato a capirsi quando era ormai troppo tardi, ma che possono finalmente mettere fine insieme – e il come è, paradossalmente, andando ognuno per la propria strada – a un passato che era diventato emotivamente insostenibile per entrambi. La conclusione più realistica e onesta che poteva esserci, insomma.
(FINE SPOILER!!!)

TEMI PRINCIPALI:
Quello che speravo fosse un vero romance si è rivelato essere piuttosto una riflessione profonda sul significato del matrimonio e sulla delicata fragilità dei legami affettivi. In questo drama il matrimonio viene proposto – né più né meno - come una vera e propria prigione emotiva. In questo senso il titolo della serie suona addirittura ironico: non esiste un “completamento” del matrimonio, ma solo una costante ricerca di equilibrio – o forse sarebbe meglio dire di negoziazione – tra odio e amore, fiducia e tradimento. E’ l’esempio lampante di come un dolore devastante – in questo caso la scomparsa della figlia – possa trasformare due persone che si amano in perfetti (o quasi) sconosciuti. La morte della figlia è l’evento scatenante il dolore, ma la vera crisi è data dal lutto successivo, segnato dal fallimento comunicativo tra i coniugi che ha alla lunga determinato il deterioramento irreversibile del loro matrimonio.
Altra tematica affrontata è quella dell’avidità e della corruzione in ambito sanitario. L’intricata rete di segreti medici e sperimentazioni cliniche che violano i principi etici – dove la vita delle persone ha una sorta di “priorità” in base al loro valore economico – è a tutti gli effetti una chiara critica sociale. Interessante come l’ingiustizia alla base – aver negato a Kim Kyung Ae (moglie e complice del rapitore) le cure di cui necessitava solo perché non era una “sponsor” finanziaria della struttura ospedaliera, abbia poi generato gli eventi a cascata che sono seguiti, portandola a una disperazione tale da sollecitare il suo lato peggiore, quello criminale, che non va giustificato ma la cui dinamica è promossa a monte da una linea di condotta corrotta. In sintesi, potremmo dire che il messaggio che il drama passa è che “l’ingiustizia promuove altra ingiustizia”.

(INIZIO SPOILER!!!)
Ultima riflessione, quella sul concetto di mostro. Il drama conta più “cattivi”, tra colpevoli e complici di crimini di varia entità. Alla fine del drama si risale alla mente malvagia che ha innescato l’intera vicenda, mosso dall’invidia e dalla gelosia per i riconoscimenti ottenuti dal collega e che sfrutta quale braccio operativo un uomo disturbato e che accetta – per garantire alla moglie l’operazione in grado di salvarle la vita - di compiere l’omicidio. Uno è il mandante, l’altro l’assassino: quale dei due è il vero “mostro” della storia?
(FINE SPOILER!!!)

PERSONAGGI
Kang Tae Ju è un uomo di successo dotato di grande acume e correttezza, ma anche estremamente introverso. Lo incontriamo ormai in procinto di chiedere il divorzio, contenuto e misurato nei modi, ma i flashback nel passato inizialmente felice non lo mostrano particolarmente più espansivo, al contrario sembrano definire caratterialmente una figura non dimostra con gesti espansivi tutto l’affetto e le emozioni che vive nel profondo. Particolarmente significativo è il momento in cui, uscito dalla sala operatoria, scopre che la figlia è morta poco dopo essere arrivata in pronto soccorso: il suo è un dolore devastante che resta tuttavia trattenuto, costringendolo a un baratro emotivo interiore incapace di trovare sfogo liberatorio in pianti disperati o grida strazianti. Tae Ju ama intensamente, ma in modo silenzioso. E, nello stesso modo silenzioso, cercare di aiutare le persone a lui care a stare meglio: un approccio che in realtà gli fa più male che bene e lo costringe sopportare pesi che, alla lunga, sembrano finire per schiacciarlo.
Ko Se Yun è una donna che non si è mai ripresa dalla perdita della figlia e che vive una vita con una chiave di lettura parziale, fidandosi di convinzioni che tali non si riveleranno. Ha i suoi punti di riferimento – soprattutto i genitori, dei quali si fida ciecamente – e ha sviluppato nei confronti del marito un sentimento di forte frustrazione e risentimento. Non riesce ad accettare il modo in cui è morta la figlia: a caldo la sua reazione comprensibilmente disperata l’aveva portata a condannare su due piedi il marito per l’assenza e il mancato intervento tempestivo. A questa accusa rimane aggrappata anche dopo, quale strumento di sopravvivenza (incolpare qualcuno, in questo caso Tae Ju, promuove in lei un astio che, quasi come una reazione inconscia, le impedisce di lasciarsi definitivamente andare e crollare di fronte al dolore insopportabile). Una sorta di compromesso inconsapevole per riuscire, con fatica, a sopravvivere. Tolta la questione della scomparsa della figlia, permane una evidente difficoltà comunicativa con Tae Ju: anche dopo che viene fatta luce sul passato, lui continuerà ad essere ermetico e lei al contrario ad aver bisogno di apertura e confronto: un’incompatibilità caratteriale che va oltre i sentimenti e l’amare o non amare – a modo proprio - l’altra persona.
Tra tutti i colpevoli, l’unica figura che davvero si distingue è quella di No Man Hui, in apparenza un insegnante di informatica dal volto bonario ma in realtà capace di uccidere a colpi di martello mentre parla con voce pacata. Una malvagità disturbante, caratterizzata da una calma durante le atrocità che compie che non può non rimanere impressa. Ancora più inquietante è il mostrare momenti in cui sembra ragionare come una persona ordinaria, tipo il mettere il benessere della moglie al primo posto, per la quale è disposto a fare di tutto, un parallelismo non da poco con l’operato di Tae Ju. E’ facile etichettare un mostro come una figura perennemente malvagia, la cui logica è distorta e distante anni luce da quella delle persone “buone”. Eppure qui viene mostrato come anche un mostro ragioni, in altre situazioni, secondo la logica della normalità: così simile a quella della gente comune da risultare decisamente spaventosa.

CAST – Partiamo da lui, il mio mitico Namgoong Min. Come sempre offre una prova di livello, calandosi con meticolosità in quello che è il suo personaggio e sfuggendo alle caratterizzazioni banali: il suo Tae Ju è sì un uomo che si da alla fuga, ma non è un eroe dell’azione, e il realismo viene sostenuto dalle corse che lo lasciano senza fiato, dalle modalità a improvvisate e goffe con cui lotta. E’ un uomo di grande intelletto e astuzia che si trova costretto a un dinamismo a lui poco affine, e si vede… Perché è proprio così che deve essere. Dal punto di vista espressivo, il suo personaggio rappresenta una grande sfida, così come tutti i ruoli che hanno a che fare con figure introverse: riuscire a trasmettere tutto il non detto non è un’abilità da poco, ma in questo Namgoong Min ha dimostrato negli anni di essere davvero superbo. E, anche stavolta, ne ha dato prova per l’ennesima volta.
Lee Seol, già al suo fianco in “Our movie” (seppur lì non nel ruolo di protagonista femminile), non mi ha convinta. Seconda volta che la vedo in un drama – questo e il sopracitato Our Movie – e seconda volta che mi lascia perplessa: la trovo poco convincente, la sua recitazione è da manuale ma mio avviso è come se fosse poco sentita. Mi piacerebbe vederla in ruoli un po’ più amabili, dove potrebbe forse funzionare meglio, perché nel ricoprire figure controverse non riesce a suscitare l’empatia nello spettatore (esperienza ovviamente personale).
Una menzione speciale va a Kim Dae Myung, che veste i panni di Noh Man Hee, il rapitore. L'attore è noto per ruoli gentili e rassicuranti - vedi “Hospital playlist” - si trasforma qui in un villain agghiacciante che in più di una scena riesce a trasmettere un’incredibile inquietudine, dando prova di grande versatilità.

ASPETTI TECNICI – La regia ha saputo fare buon uso degli spazi (spesso stretti e claustrofobici) e delle atmosfere notturne (dominate da ombre e luci deboli) per massimizzare la tensione e accrescere il senso di oppressione. La fotografia supporta questa scelta evidenziando la luminosità degli ambienti ospedalieri in contrasto con il luogo di prigionia estremamente buio e crudo. L’ambientazione sembra riuscire a ribadire in modo efficace l’infelice transizione che sconvolge la vita di Tae Ju: il suo mondo è quello delle sale operatorie e dei laboratori ospedalieri, puliti, luminosi, sicuri, efficienti; di colpo però diventa un fuggiasco braccato dalla polizia, che si muove nel freddo delle notti invernali tra strade deserte, cantieri edili e fabbriche abbandonate. I colori predominanti qui sono le tonalità fredde del blu e del grigio, mentre ai flashback vengono riservate tinte più calde, quasi a ricordare un lontano “effetto seppia”, generalmente associato all’idea di momenti lontani e ormai perduti. Il montaggio garantisce un buon ritmo e assicura al termine di ogni episodio una chiusura di grande impatto, lasciando lo spettatore impaziente di vedere l’episodio successivo.
La colonna sonora è a dir poco variegata e coinvolge generi molto distanti tra loro: le OST spaziano dal rock di Gaho in "The Calling" alla ballata quasi malinconica di Lacuna in "Forever Broken Dreams", senza dimenticare la canzone iniziale, “Runaway”, di Ha Hyun Woo. Nell’insieme riescono a enfatizzare ogni momento andando a toccare, a seconda che si tratti di una scena d’azione o una particolarmente emotiva, il tasto giusto.

IN CONCLUSIONE – E’ un drama sul quale sono stata molto combattuta. Complici le mie aspettative davvero molto alte, un’immagine di copertina e un titolo che continuo a ritenere parecchio fuorvianti e il tag “romantico” che non trovo per nulla adeguato, dopo un paio di episodi lo scontro con la realtà dei fatti è stato un impatto notevole (e spiacevole): non era il drama che mi aspettavo e che avevo aspettato, il romance in senso classico era già dietro alle spalle e il fulcro della vicenda che diventava via via predominante era il tema delle cellule staminali embrionali. Quindi, dopo essere partita super carica, alla fine del terzo o quarto episodio ero così delusa da valutare addirittura di interrompere la visione. Alla fine ho deciso di continuare, rivedendo le mie aspettative, accantonando il sogno del romance e accettando che stavo guardando un buon thriller e che il “completamento” del matrimonio riportato nel titolo non fosse la felicità, bensì l’accettazione della sua fine. Su questa scia sono arrivata fino in fondo, rivalutandolo. Utile è stato il confronto con utenti che non avevano letto a priori la trama ma si erano avventurati nella visione alla cieca e che – di conseguenza – non ne erano rimasti affatto delusi.
Consigliato ma con l’avviso “non è un romance” scritto a lettere cubitali. Fatta questa premessa, è oggettivamente un drama interessante, ben fatto e qualitativamente meritevole.

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Completed
Love Game in Eastern Fantasy
2 people found this review helpful
by Lynnea
Nov 30, 2025
32 of 32 episodes seen
Completed 0
Overall 6.5
Story 6.5
Acting/Cast 7.0
Music 7.0
Rewatch Value 6.0
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La solita solfa: premesse buone, avvio interessante, vari difetti e tipico calo nella seconda parte

C-drama appartenente al genere wuxia che non riesce a distinguersi dalla massa ma chi si confonde con le molte altre serie simili, tutte accomunate da una valutazione complessivamente buona ma non oltre, risultato di una media tra una prima parte generalmente sempre migliore della metà successiva.

PRO
- L'attore protagonista, interessante sia a livello estetico sia rispetto all'espressività. Convince nell'atteggiamento distaccato della prima parte, senza tatto e a tratti un po' scontroso, convince anche nei primi momenti a difese abbassate, imbarazzato per situazioni alle quali no è evidentemente avvezzo. Convince un po' meno nei momenti accorati , dove risulta essere lui un po' imbarazzante.
- Il gruppetto dei "Quattro maestri del bambù" che viaggiano assieme consente di vedere non solo momenti dedicati alla coppia principale ma promuove interazioni più diversificate che caratterizzano le varie relazioni tra i membri. Il piccolo demone-germoglio di bambù è stata una scelta intelligente, capace nel suo piccolo di interrompere quella che altrimenti sarebbe potuta essere una monotonia a livello di scene.
- Il pairing secondario che, pur non essendo nulla di spettacolare, ha molto da insegnare alla coppia principale.
- L'idea di trascinare la protagonista dal mondo reale a una sorta di gioco in un mondo fantasy virtuale, con missioni da compiere e un aggiornamento periodico della percentuale di interesse che riesce a promuovere nell'ML. In certi passaggi il meccanismo è un po' troppo sottolineato, forse, ma complessivamente è un elemento sicuramente originale.
- La caratterizzazione del ML: piace la sua storia, la sua natura di mezzo demone, il cambio di aspetto, e il senso che viene reso noto verso la fine e che permette di ricollegare un po' tutto quanto.


CONTRO:
- Esther Yu continua ad riconfermarsi un'attrice che proprio non riesco ad apprezzare e che ripropone personaggi tutti uguali tra loro, dove le protagoniste femminili sono caratterizzate da tratti infantili e petulanti, più adatti all'immagine di una bambina che associabili a una figura adulta. Il doppiaggio, in aggiunta, non aiuta di certo.
- la storia/background: la vicenda fa da sfondo al romance e in generale al focus sui quattro personaggi principali. Da non aspettarsi una trama avvincente e ben strutturata, che abbia un senso di per sè, ma al contrario una serie di passaggi causa/effetto non sempre collegati tra loro e coerenti in termini di logica. Farsi apprezzare per la trama, insomma, non era tra gli obiettivi della serie.
- il romance: già che la storia sembra essere al suo servizio, c'è da dire che la coppia principale delude un po' in quanto a chimica e sviluppo della love story. Tante, tantissime le scene dedicate alle interazioni tra i due - nella prima parte anche interessanti - ma di fatto i momenti romantici saranno pochissimi e i baci nemmeno pervenuti, aspetto che penalizza soprattutto la seconda parte e che è un po' inaccettabile in quello che è un drama prevalentemente romantico. Rinunciamo a una trama vera e propria a favore di un romance - ok - ma se poi si deve rinunciare anche al romance, cosa resta?
- il finale: come sempre accade nei cDrama che si basano su viaggi nel tempo o in altri mondi, la conclusione è sempre una scena striminzita e palesemente vaga, una conclusione "aperta" dove in maniera non esplicita lo spettatore può decidere di vederci l'happy ending che, di fatto, non viene mostrato. In questo caso, si è stati anche più parsimoniosi del solito, non degnando il ML nemmeno di un'inquadratura finale.

Tirando le somme, questo drama - che ho visto solo perchè tra i consigliati in relazione a "When destiny brings the demon" (e, mi si perdoni, ma il paragone proprio non regge) - non è complessivamente inguardabile ma un mezzo buco nell'acqua, quello sì. Non l'ho droppato, sono arrivata alla fine anche se a fatica (la seconda parte mi ha messa un po' alla prova, va detto), e andrà a finire nel dimenticatoio insieme a tante altre serie simili, che non sono certo capolavori ma che nemmeno ricordo in modo particolarmente negativo o che considero totali perdite di tempo. Un triste anonimato, insomma.

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Completed
Marry My Husband: Japan
2 people found this review helpful
by Lynnea
Aug 6, 2025
10 of 10 episodes seen
Completed 0
Overall 6.5
Story 6.5
Acting/Cast 7.0
Music 6.5
Rewatch Value 6.0

Remake che non eguaglia l'adattamento coreano

Remake che non posso onestamente definire brutto, ma che a così poca distanza dall'uscita del drama coreano mi lascia un po' perplessa. Ultimamente ho come l'impressione che appena una serie riscuote un buon successo, gli altri Paesi asiatici corrono a mettere in cantiere un loro adattamento. Sebbene ogni Paese abbia le proprie caratteristiche stilistiche di approccio, e in questo senso avere varie versioni può essere un valore aggiunto, non penso però che tutte le storie si prestino a essere rivisitate in tutte le modalità. Questo, ad esempio, è un drama molto intricato a livello di trama, che la versione coreana ha saputo rendere in modo completo, chiaro e articolato, mentre il remake giapponese risulta un po' troppo concentrato, i passaggi non sempre fluidi, le conversazioni non dico misurate col contagocce e nemmeno ridotte all'osso, ma nemmeno esaustive. Se nella versione coreana la nota stonata era stata per me la scelta dell'attore protagonista (attore che non trovo particolarmente incisivo, anche se forse in quella serie è stato meglio che in altre), qui l'attore maschile doveva essere il punto di forza - già visto e apprezzato in altre serie - ma dove non riesce a brillare particolarmente e si rivela invece un po' sottotono. Come dicevo, il taglio tipicamente giapponese fatica a seguire fedelmente il modello coreano di "Marry my husband" e, forse con una punta di consapevolezza, opta saggiamente per un'evoluzione della vicenda che si smarca dall'altra e diverge sotto diversi aspetti. Scelta sensata, apprezzabile. Ma resta palese che siano entrambi l'adattamento della stessa storia (di cui esistono anche due produzioni cinesi, ancor meno meritevoli).
In conclusione, non sconsiglio nessuno dei due ma, nell'ordine, sicuramente il remake giapponese si posiziona dietro a quello coreano. Se la tipologia di drama piace, bene vedere entrambe le versioni, se il genere non è già tra i preferiti e ci si limita a una visione, meglio allora quella del 2024.

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Completed
Reborn
2 people found this review helpful
by Lynnea
Jul 10, 2025
23 of 23 episodes seen
Completed 0
Overall 9.0
Story 9.0
Acting/Cast 9.5
Music 8.0
Rewatch Value 9.0
This review may contain spoilers

Il difficile e complesso percorso di crescita personale tra angoscia, speranza e determinazione

Drama davvero ricco, coinvolgente e intenso, che riesce ad affrontare egregiamente svariate tematiche con una profondità emotiva non indifferente, intrecciandole in giusta misura in una vicenda ben delineata e strutturata.
C'è un romance adolescenziale che non domina e non fa nemmeno da sfondo, ma che una volta tanto è una parte integrante della storia pur non risultando predominante. Al centro del drama c'è una figura, quella della protagonista, Quiao Quing Yu, interpretata da una formidabile Zhang Jing Yi, che considero ormai a tutti gli effetti la mia attrice cinese preferita. Dopo alcuni drama di successo nelle vesti della protagonista femminile - splendida ma sempre un po' in secondo piano rispetto alla controparte maschile - trova in questa serie la possibilità di dominare veramente la scena, diventando il perno centrale del drama. Il suo non è solo un personaggio complesso e ben costruito, prova di una recitazione di alto livello soprattutto perchè davvero non semplice da interpretare, ma diventa anche il punto di convergenza della maggior parte delle questioni affrontate, dal romance con il compagno di classe Ming Shen, alla difficile situazione famigliare, devastata dalla recente scomparsa della sorella maggiore, al rapporto con la sorella stessa, fatto di memorie che vengono ricordate, sviscerate e rivalutate, mentre dubbi e domande si fanno sempre più insistenti e la percezione di segreti taciuti che diventano per lei un vero e proprio tarlo fisso.
Ci sono scene, disseminate tra gli episodi, che fanno stringere davvero il cuore. Lo spettatore impara a conoscere Bei Yu - la sorella scomparsa - attraverso i ricordi di Quing Yu e le maldicenze della gente, per poi scoprire via via una diversa chiave di lettura della situazione. Davvero tanti i temi che permeano la storia, dal bullismo che ha visto in Bei Yu una vittima e che sembra abbattersi nuovamente su Quing Yu, alle maldicenze - in famiglia, tra conoscenti, compagni di scuola e anche a volte quasi estranei - che sottolineano il terrificante potere delle parole, il trauma dell'abbandono, aspetto che segnerà Bei Yu fin dall'infanzia e sarà determinante per la sua fragilità, la ricerca - conseguente - di attenzioni e affetto, una fame d'amore che la condurrà, delusione dopo delusione, a precipitare nel baratro. Altro tema importante e insolito nei drama asiatici è quello della sieropositività e, più dell'aspetto meramente legato alla patologia, le ripercussioni relazionali che colpiscono chi ne è affetto e i famigliari. Questo ci porta a un altro aspetto ampiamente evidenziato, quello della rispettabilità, dell'integrità di facciata in nome di antiche abitudini e tradizioni, dove il tenere alto e intonso il nome di famiglia vale più di qualsiasi altra cosa, più delle vite delle persone stesse, più della verità, più della giustizia. Ed è così che Bei Yu diventerà un vero e proprio capro espiratorio, aspetto del quale Quing Yu verrà lentamente a conoscenza: la sorella maggiore che ricordava con fastidio, poco frequentata e - nella vita adulta - anche antipatica nei suoi confronti, nascondeva una storia ben diversa. Le ricerche di Quing Yu portano via via a galla l'intera verità, dall'affetto che Bei Yu aveva nei suoi confronti, alla sua fragilità, alle responsabilità alle quali Jin Rui si è sottratto vivendo quel futuro radioso che a Bei Yu era stato negato, alla complicità nella vicenda di tutti i famigliari, dal dispotico nonno alla zia, tremendamente meschina, passando per la debolezza del padre di Quing Yu e la negazione della madre. Questo background pone le basi per un interessante confronto tra generazioni: giovani cresciuti secondo i valori dell'onestà che si sentono di battersi per la verità, con tutta l'impetuosità della giovinezza, nei confronti delle figure adulte che appaiono ipocrite ai loro occhi, tanto dediti a insegnare cose che sono i primi a non saper mettere in pratica. L'insofferenza per la situazione, la convinzione di essere l'unica nel giusto, il facile giudizio verso i propri genitori, il dover subire i pregiudizi e le critiche dei concittadini, portano Quing Yu a rivelare in modo plateale una verità che scombinerà tutti gli equilibri. Quello che inizialmente rappresenta per lei un atto dovuto, che compie senza rimpianto e che determina una presa di distanza fisica dalla famiglia si carica via via dell'importanza della scelta: un futuro in fuga da costruire da zero, un'alleanza con Ming Shen che fa fatica a gestire per diverse ragioni (la situazione di lui e di quello che doveva essere il suo futuro, piuttosto che il rapporto stesso con lui, dettato da un sentimento genuino ma non privo dell'influenza del contesto dovuto alla storia di Bei Yu... tutto concorre a sottolineare un'angoscia adolescenziale espressa egregiamente). Ed ecco che si arriva a un giro di boa, dove la giovane e coraggiosa ragazza armata del senso di giustizia e volta alla ricerca della verità si trova a dover via via fare fronte a tutti i meccanismi che le sue azioni hanno innescato, scoprendo nuove situazioni ancora più complesse rispetto ai genitori che aveva facilmente giudicato e condannato: una fragilità devastante e insospettata della madre, un padre consapevole della precarietà della situazione della moglie. Sicuramente resta una figura debole, incapace di opporsi al proprio padre (nonno di Quing Yu) e da sempre abituato a risolvere le questioni con fratelli e cognati minimizzando le tensioni, ma mostra di essersi fatto carico di altre situazioni altrettanto difficili, quali per l'appunto la depressione della moglie. L'assetto malsano che Quing Yu aveva destabilizzato, dopo un periodo iniziale dove appare anche peggiore, viene poi rimesso in piedi lentamente dalla ragazza stessa, andando a risanare le ferite a lungo nascoste ma mai guarite. La situazione finale della famiglia Quing è come un tenue raggio di sole dopo una tempesta violenta e duratura. Il percorso affrontato dalla stessa Quing Yu diventa un vero e proprio percorso di crescita che la vede infine decisamente maturata (armati della "lotta per la verità", sia lei che Ming Shen reagiscono insofferenti alle uscite dei genitori che nella prima parte della serie accusano spesso i figli di essere ancora poco maturi e adulti), più consapevole e responsabile.
L'altro focus, seppur minore, della serie, riguarda la figura di Ming Shen, dove l'attore protagonista veste ancora una volta i panni di un personaggio calmo e composto, riflessivo, a tratti quasi schivo ma, a differenza di altre serie che lo hanno visto protagonista, il suo Ming Shen risulta caratterialmente più forte, capace di mostrare anche un lato più accattivante. Attorno a lui ruota la questione del difficile rapporto con il padre e l'abbandono forzato della madre, un vissuto che l'ha segnato più del dovuto ma che avrà modo di imparare a riconsiderare con una giusta chiave di lettura, anche qui alla luce di importanti rivelazioni e non senza una maturazione dell'adolescente incontrato nei primi episodi.
Sul fronte romance...storia d'amore sì, ma non in primo piano. Si intravede fin dall'inizio e resta una presenza più o meno costante per l'intero drama, una slow burn davvero ma davvero slow e che, non essendo il tema centrale del drama trova una risoluzione finale piuttosto tirata in termini di investimento. Buono il livello di interazione tra i due protagonisti ma, anche al netto delle scene romantiche, l'affiatamento di coppia è ben altra cosa. Non era una priorità e un po' si è notato, insomma.
Le tematiche affrontate risultano ben dosate e distribuite in modo bilanciato nel corso della storia, in un lavoro raffinato che mescola momenti più cupi e malinconici a sprazzi di leggerezza.
Una serie - tirando le somme - davvero valida, ricca e confezionata con molta cura, impreziosita da spunti originali e forte di una capacità di coinvolgere praticamente garantita. In conclusione, decisamente consigliata!

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Completed
Be Passionately in Love
2 people found this review helpful
by Lynnea
Jun 18, 2025
24 of 24 episodes seen
Completed 0
Overall 5.5
Story 4.0
Acting/Cast 6.5
Music 6.5
Rewatch Value 5.0
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Rom-com giovanile rovinata da una sceneggiatura banale e da un'attrice non adeguata al ruolo

Una serie, questa, che è si è davvero giocata male tutte le carte che poteva giocarsi. E alcune erano proprio pessime in partenza. Si presenta come una classica commedia adolescenziale o poco più, dove i due protagonisti si incontrano l'anno prima dell'inizio dell'università, pongono le basi per una relazione, poi si separano, quindi si ritrovano qualche tempo dopo e da lì - tra alti e bassi - vanno a sistemare e ricostruire il rapporto.
Niente che non si sia già visto un milione di volte, niente che non sarei disposta a vedere un milione di volte, se fatto bene. Ma non è questo il caso.
A partire dalla trama, davvero inconsistente. Le mie visioni pregresse mi portano ad aspettarmi che su 10 commedie romantiche cinesi, una sola riesca a distinguersi per dei contenuti che assomiglino a uno spaccato di realtà (vedi L&P). Purtroppo questa ricade nel restante 90%, quindi i problemi insormontabili non sono poi così insormontabili (e a volte non sono quasi nemmeno dei problemi), le conversazioni sono estremamente banali e senza sostanza, quasi dei riempitivi casuali, per la serie: quando non sai di cosa parlare, parla del tempo. E forse sarebbe stato meglio.
In mezzo a questa moltitudine di uscite prive di spessore si infilano di tanto in tanto questioni che vorrebbero essere serie e rilevanti ma che vengono gestite in modo superficiale e ridicolo, dalla partenza/non partenza per l'estero, al tema dell'adozione/madre biologica al vero padre ritrovato sul finire della serie. Passiamo da "stavo guardando i bei pesciolini nell'acquario" a "sei tu il padre che mi ha abbandonato? Ah, vabbè...facciamo che ti perdono". La sceneggiatura sembra davvero scritta da qualcuno che non sa cosa sia la vita reale, insomma.
L'altra carta che il drama si è davvero giocato male riguarda il cast, in particolar modo l'attrice protagonista, che proprio non funziona. Esteticamente parlando ha l'espressività di un alieno: non si capisce mai cosa pensa o cosa vorrebbe trasmettere. Non ho apprezzato l'attrice, non mi è sembrata adeguata al tipo di ruolo proposto, e anche il personaggio interpretato è quello di una ragazza antipatica, presa da sè stessa, annoiata, fastidiosa, poco empatica. Va da sè che la coppia non può funzionare, per quanto lui (attore protagonista e personaggio interpretato) ci provi da solo a tenere in piedi il drama. Le scene romantiche lasciano a desiderare, l'evoluzione del rapporto tra i due non è mai ben chiaro (non si capisce mai quando stanno insieme, quando si lasciano, quando tornano a formare una coppia e via dicendo). E' tutto fumoso e solo accennato, la partenza di lui per l'esterno sembrava dovesse essere "la rottura" e invece nemmeno parte, ritorna a breve, con lei infastidita da banalità, si riappacificano - forse, sicuramente, ma non è ben chiaro il quando - e vanno avanti così tra tira e molla debolini, questioni mai nette, problemi mai veramente tali e mai veramente affrontati.
Ventiquattro episodi così sono davvero tanto, forse troppo, da sopportare.
La "quasi" sufficienza solo per l'attore protagonista, il personaggio interpretato (dai modi composti e non glicemico, per quanto forse troppo arrendevole con la FL) e per alcune musiche tutto sommato decenti.
Detto questo, evitabilissima.

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Completed
Dear Hongrang
2 people found this review helpful
by Lynnea
May 22, 2025
11 of 11 episodes seen
Completed 0
Overall 7.5
Story 6.5
Acting/Cast 9.0
Music 9.0
Rewatch Value 6.0
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Buon period drama con un grande potenziale ma che punta a tenere il piede in due scarpe

Complessivamente un buon drama storico, con un grande potenziale ma anche reo di aver cercato di tenere il piede in due scarpe.
Delle due, l'una: o si punta a una storia ad effetto, dove il perno centrale è il mistero da svelare e la vendetta da perpetrare, in una visione che può richiedere sì concentrazione ma che risulta tutto sommato facilmente godibile, oppure si decide di andare un po' più in profondità e proporre un'opera che va al di là della narrazione fine a sè stessa e utilizza la vicenda per trasmettere un significato più importante, dove la semplice concentrazione non basta ma serve un investimento maggiore in termini di comprensione, per capire che se A dice/fa una cosa e B in risposta ne dice/fa un'altra, il succo della storia non è quello che hanno fatto o che si sono detti, ma il messaggio celato dietro quelle azioni o quelle parole.
"Dear Hongrang" in questo senso cambia spesso idea, come un pianeta che non ha ancora deciso su quale orbita stare e continua a spostarsi dall'una all'altra.
Il tema del dolore che accompagna nella vita in modo costante, il dover continuare a vivere - e in quale modo - quando si è per certi versi già andati incontro alla morte... sono tutti concetti che emergono qua e là in diversi punti, e che caratterizzano in primis gesti, approcci e movenze del protagonista maschile, in un ritratto davvero notevole e ben riuscito. A ciò però si mescolano elementi più leggeri, che invece di smorzare toni altresì troppo pesanti sembrano piuttosto stridere in netto contrasto: l'impressione è stata quella di cercare di scrutare nelle profondità di uno stagno dove la superficie dell'acqua era spesso oggetto di riverberi e increspature varie, graziose e semplici da guardare ma di fatto un elemento di disturbo nell'osservazione dello strato più profondo.

Detto questo, tra i punti di forza della serie ci sono sicuramente la scenografia, i costumi, le luci e i colori anche nei loro contrasti, con riprese studiate per esaltare al meglio e sottolineare a dovere la scena del momento. Qualitativamente, su questo, davvero nulla da dire, così come le musiche - di forte impatto - e la recitazione, di alto livello. L'attrice protagonista l'avevo già vista in un altro paio di serie: non è tra le mie preferite ma in questo drama in particolare non si può non riconoscerle un buon lavoro. La prova dell'attore che veste i panni del protagonista maschile (protagonista che rimarrà sempre senza un nome tutto suo - che non può essere Sterco di Topo piuttosto che Mietitore di anime o Hongrang - e questo è un altro aspetto degno di nota e tutt'altro che insignificante) è davvero ma davvero ottima: gli aspetti che non mi hanno convinta non sono da imputare tanto alla sua recitazione quanto alla sceneggiatura.

Sulla sceneggiatura, appunto, qualche intoppo e qualche scivolone c'è stato. Il rapporto tra i fratelli ritrovati poteva essere gestito meglio, riducendo soprattutto l'accenno sottinteso a un potenziale risvolto incestuoso, davvero inutile e decisamente fastidioso. L'evoluzione del rapporto tra i due porta alla concretizzazione di una storia d'amore che, a conti fatti, non si capisce bene come o dove sia iniziata, lasciando la sensazione di qualche passaggio mancato.
Arrivati al sesto o settimo episodio, devo ammettere, anche la curiosità e l'attenzione hanno iniziato a vacillare: ciò che era stato messo all'inizio sul piatto come tema principale viene accantonato senza motivo a favore di altro, un altro non sempre prioritario. Verso l'ottavo e il nono episodio lo spazio regalato al romance non può non essere apprezzato, anche se per certi versi risulta un po' decontestualizzato. Ci si avvia verso la fine con importanti scoperte e retroscena, alcuni devo dire ad effetto, ma si giunge a una conclusione pur sensata ma sicuramente non gestita al meglio.
Premesso che sono un'inguaribile fan degli happy ending - e forse il mio scarso apprezzamento dei period drama è legato al fatto che spesso i lieto fine latitano - posso però capire e accettare il senso dell'epilogo proposto, per quanto ottenuto in modo un po' forzato (vero che l'avvelenamento da metallo pesante si palesa anche a distanza di anni, ma non si manifesta così dal nulla e per giunta in simultanea tra tutti i sei bambini coinvolti, manco fosse la data di scadenza di un prodotto alimentare).
Parlando di bambini, a caratterizzare la serie è anche la scelta di ricorrere a toni forti, a tratti disturbanti e pesanti, come la tortura e la violenza smisurata su figure giovani e innocenti. Carta importante da giocare, che può anche starci, ma che deve fare veramente parte della partita e non essere accantonata e ripescata all'occorrenza, giusto per riportare un tocco dark dopo alcune scene o passaggi leggeri e disimpegnati.

Vale la pena guardarla? Al netto dei pregi e dei difetti, la risposta è un sì abbastanza convinto. Ma escluderei il rewatch.

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Completed
The Trunk
2 people found this review helpful
by Lynnea
Feb 22, 2025
8 of 8 episodes seen
Completed 0
Overall 7.5
Story 7.0
Acting/Cast 7.5
Music 6.5
Rewatch Value 7.0

Intrigante...ma con qualche nodo di troppo.

Drama di soli otto episodi ma che - data la durata - non lo fanno sembrare una serie così breve. Salta all'occhio una netta discrepanza tra la prima e la seconda metà, dove quella iniziale è sicuramente la migliore tra le due. Complice una valida fotografia, scenografia e montaggio, la partenza cattura subito l'attenzione. Non ci sono voli pindarici ma si entra subito nel vivo della storia, ed è presto chiaro che il fulcro della vicenda non è il finto matrimonio in sè quanto le criticità individuali dei personaggi - non solo protagonisti - che ruotano attorno all'accordo.
Han Jeong Won viene presentato come un uomo che non riesce ad accettare la separazione dalla moglie, quasi una figura patetica, continuamente alla sua ricerca e in disperata attesa del suo ritorno. Un vero e proprio burattino, in poche parole.
Lee Seo Yeon, che risulta antipatica fin da subito, sembra compiacersi nel ruolo di burattinaia, muovendo abilmente i fili del tormento nei confronti dell'ex marito, mentre non perde occasione di sventolargli il nuovo e giovane marito sotto gli occhi.
E poi c'è la protagonista, No In Ji: il suo ingresso in scena è freddo, distaccato, quasi asettico. Non traspare la minima emozione, i lineamenti immutabili e il tono di voce monocorde.
Mentre l'ex moglie appare sempre più sadica nei confronti di Jeong Won, costringendolo addirittura ad accettare l'idea di un finto matrimonio per un anno con una sconosciuta, la convivenza iniziale tra Jeong Won e Ji si instaura come un accordo stridente e stonato. Flashback e confidenze tra i due nuovi coniugi fanno via via emergere il difficile passato di lui - un vissuto violento e infelice fin dalla tenera età - e i trascorsi drammatici che hanno portato In Ji a dedicarsi alla singolare professione di finta moglie a contratto. Questa nuova situazione porterà i due a una tacita intesa di reciproca comprensione che destabilizzerà l'ex moglie, sempre più smaniosa di avere il controllo totale sia su Jeong Won che sull'attuale marito, sfoggiando comportamenti deviati e malsani. Purtroppo, la seconda metà del drama prende una piega del tutto diversa: il ritmo sembra perdere il giusto tempo, il baricentro - fino a quel momento fisso sul triangolo l'ex moglie/lui/la nuova moglie - si sposta abbracciando maggiormente le vicende passate di In Ji e focalizzando l'attenzione sullo stalker psichiatrico e sull'ex fidanzato sparito. La percezione non è stata però quella di scoprire via via nuove parti di un disegno complesso con relativi colpi di scena, bensì quella di un rimescolamento delle carte in tavola. Anche sul fronte Jeong Won ed ex consorte vengono a galla elementi passati che sembrano voler rimettere in discussione tutto quanto. Pur vero che una netta distinzione tra buoni e cattivi sarebbe stata inverosimile quanto una classificazione tra bianco e nero senza possibilità di tinte grigie, negli ultimi episodi i personaggi sembrano scambiarsi l'un l'altro l'etichetta di "vittima" e "peccatore". Ciò che ne deriva è un monocromatico grigio intermedio che sembra abbracciare tutti quanti (tranne il pazzoide omicida).
Il finale suona un po' incompleto. Non propriamente un finale aperto, l'epilogo è quasi preannunciato ma non mostrato. Ci si arriva però molto vicino, e forse è la cosa che più infastidisce. Fatto trenta, è bene fare anche trentuno.

Colonna sonora nella norma, la recitazione buona ma non eccezionale. L'unico attore che già conoscevo è il protagonista, purtroppo non tra i miei preferiti (nemmeno ai tempi del celebre Goblin). Gli riconosco comunque una prova valida, mentre nell'aspetto l'ho trovato davvero molto invecchiato, mi viene da pensare quasi all'ultimo canto del cigno per quanto riguarda il ruolo di protagonista (a differenza di altri colleghi coetanei quali Namgoong Min, Song Joong Ki, Hyun Bin, Jung Kyung Ho, Ji Sung e via dicendo). Non escludo insomma di ritrovarlo tra qualche tempo a interpretare il padre/zio del protagonista di turno.

In conclusione un drama iniziato con un buon intrigo salvo poi continuare a rimaneggiare a caso la matassa invece di sbrogliarla tenendo saldo un capo del filo in mano, per arrivare in fondo trascinandosi dietro qualche nodo nel filo srotolato.

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Completed
The Auditors
2 people found this review helpful
by Lynnea
Oct 23, 2024
12 of 12 episodes seen
Completed 0
Overall 9.0
Story 9.0
Acting/Cast 9.5
Music 9.0
Rewatch Value 8.5
This review may contain spoilers

Una delle migliori serie del 2024: cast di prim'ordine e trama accattivante

Per quanto mi riguarda, uno dei migliori drama del 2024, anno che tra l'altro non sta regalando molte produzioni meritevoli. Ero a caccia di un buon romance da un paio di mesi e, dopo una sfilza di serie davvero deludenti, opto per "I revisori", nella speranza di un drama investigativo affiancato da una love story. Paradossalmente, non ho trovato nemmeno l'ombra di un romance. E, ancora più paradossale, non ne ho sentito la minima mancanza, divorando un episodio dopo l'altro. Questo perchè la serie cattura fin dall'inizio: trama interessante, tempi e sviluppi ben ponderati, attori di prim'ordine.
Due gli attori che fanno da colonne portanti, uno per me nuovo (Shin Ha Kyung) e una conoscenza di vecchia data (Jin Goo).
Il primo, nuovo per me ma che calca la scena dei kdrama da parecchio, sembra calarsi perfettamente nel ruolo dell'inflessibile capo del team dei revisori, Sin Cha Il. E' un uomo integerrimo e tutto d'un pezzo, tutto logica, regole e giustizia. Implacabile nel suo lavoro, vive una vita che non contempla le relazioni umane e non conosce il significato della parola "fiducia".
Poi c'è Jin Goo - attore che ho apprezzato nel pairing secondario del famosissimo kdrama "I discendenti del sole" - e che in questa serie spicca come non mai. Affascinante dal punto di vista estetico, più snello e meno massiccio di come lo ricordavo, con una chioma lunga che generalmente negli uomini non riesco mai ad apprezzare ma che, sorprendentemente, nel suo caso - capelli sciolti o raccolti che siano - gli donano davvero, rendendo i lineamenti del volto altrimenti molto marcati un po' più affusolati. Una recitazione, la sua, di alto livello, necessaria per portare in scena un personaggio così complesso: il vicepresidente è forse il protagonista con più sfaccettature, inizialmente difficile da inquadrare. Se il capo revisore resta sostanzialmente una costante per tutta la durata della serie, il vicepresidente mostra davvero molti volti, che lo portano ad essere prepotente e arrogante, disposto a sporcarsi un po' le mani, ma anche affettuoso e protettivo verso le persone che gli stanno a cuore, determinato nei confronti dell'azienda, tutt'altro che sprovveduto rispetto alle macchinazioni della sua famiglia e capace di riconoscere il merito a chi di dovere. Ho apprezzato che l'inizio della storia mettesse tutto in discussione: il confronto tra il giovane impiegato - tanto fiducioso nel prossimo da risultare eccessivamente ingenuo - e il capo revisore, e lo scontro tra quest'ultimo e il vicepresidente, che è sembrata un po' come una dichiarazione di guerra tra protagonista e antagonista. Ben presto però le carte vengono rimescolate e ci troviamo di fronte ai due protagonisti nelle vesti di un eroe e di un antieroe. Due situazioni diametralmente opposte, quasi insofferenti l'uno rispetto all'altro: il vicepresidente non tollera il capo revisore, così ligio alle regole. In realtà è la consapevolezza di non potersi permettere il lusso di fare solo ciò che è giusto, a infastidirlo. Il revisore, dal canto suo, è l'eroe senza macchia (o quasi) e senza paura ma che, per poter essere tale, diffida di tutti e vive una vita di totale solitudine.
Da due personaggi così splendidamente ritratti non può che nascere una bellissima bromance, già che con l'avanzare degli episodi tra i due si instaura pian piano una forma di reciproco rispetto pur non apertamente dichiarato (e qui mi ha ricordato un po' serie come Chief Kim e Doctor Prisoner, in merito alle alleanze inizialmente improbabili). Molto ben delineati anche i personaggi secondari, soprattutto i due giovani revisori: lui, inizialmente ingenuo e diffidente nei confronti del nuovo capo, non perde la sua umanità ma comprende il valore dell'imparzialità nel suo lavoro e finisce per vedere in Sin Cha II il suo mentore (la scena finale, devo dire, mi ha commossa); lei è al contrario una ragazza giudiziosa e concreta, palesemente corretta e determinata, difficilmente influenzabile. Non solo riesce a trovare un equilibrio tra l'incarico nel team dei revisori e il legame familiare che ha nei confronti del vicepresidente, ma il vicepresidente stesso sembra quasi voler fare ammenda a tutto ciò che di sbagliato è costretto a compiere attraverso il modo in cui tutela la "nipote" da qualsiasi coinvolgimento nei suoi affari e, addirittura, la sprona a seguire le direttive del capo revisore e a fare del suo meglio in ambito lavorativo.
I cattivi in questa serie non trovano grande spazio: ci sono - alcuni molto corrotti, altri che commettono errori più per debolezza che per altro - ma non calcano la scena più di tanto, oscurati dai sopracitati personaggi principali che sono il vero motore della serie. Gli episodi sono ben distribuiti, come numero e nell'evoluzione della vicenda: è un drama che ha davvero diverse buone carte da giocare e sa quando mettere sul tavolo la successiva prima che quella già scoperta in precedenza venga a noia.
Concludendo, una serie del 2024 che possono finalmente dire meriti davvero di essere vista. Indipendentemente dal genere preferito - il mio, dicevo, è un altro - ritengo che non possa non essere apprezzata.

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Serendipity's Embrace
2 people found this review helpful
by Lynnea
Aug 23, 2024
8 of 8 episodes seen
Completed 0
Overall 6.5
Story 6.5
Acting/Cast 6.5
Music 6.5
Rewatch Value 6.5

Serie semplice, ma anche tiepida e un po' inconsistente

Drama senza pretese, una trama senza grandi tragedie o ostacoli insormontabili. Tutto si concentra sulle relazioni, sentimenti nascosti e fraintendimenti. Non per questo ne deve derivare una serie non apprezzabile, sia chiaro. Il vero difetto non è tanto la trama semplice, ma il modo "tiepido" in cui viene portata in scena. Tiepido è davvero l'aggettivo che descrive interamente questo drama, una sceneggiatura debole, una recitazione che non arriva al cuore: meglio comunque lei - carismatica e solare - rispetto a lui, perchè al di là dei momenti freddi/distaccati che caratterizzano il personaggio interpretato, anche nelle scene in cui dovevano trasparire delle emozioni l'espressività è rimasta la stessa, nemmeno fredda o gelida...direi proprio non pervenuta, come avvolta in uno spesso nastro isolante. La chimica tra i due ovviamente non poteva fare scintille, di conseguenza. Unico personaggio davvero meritevole, lo zio del protagonista.
Ripeto, serie senza pretese che poteva essere una visione davvero piacevole ma che si è rivelata non dico una perdita di tempo, ma sicuramente l'impressione è stata quella di aver dedicato una manicata di ore - fortunatamente c'è stato almeno il buonsenso di non andare oltre gli 8 episodi - a qualcosa di davvero inconsistente.

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Completed
Kiseki: Dear to Me
2 people found this review helpful
by Lynnea
Apr 2, 2024
13 of 13 episodes seen
Completed 0
Overall 8.5
Story 8.5
Acting/Cast 9.0
Music 8.5
Rewatch Value 8.0

Serie supportata da un doppio romance davvero di qualità!

Prima BL made in Taiwan, penso di poter dire di aver fatto centro. L'avevo in lista già da un po', prometteva bene... E così è stato.
Dovendo pesare pregi e difetti, i contro sono solo tre:
- non c'è una vera e propria storia oltre a quella amorosa tra le coppie. Ci sono elementi caratterizzanti interessanti (ambiente accademico, violenza e vendetta tra le bande rivale, ecc.), ma sono elementi che nell'insieme non formano una vera e propria storia, vanno piuttosto a contestualizzare il background in cui si svolge ed evolve il romance, che è quindi il filo conduttore.
- Tra la fine dell'episodio 8 e l'inizio del successivo si avverte un gap, un collegamento mancato - sia dal punto di vista dei contenuti che del lasso temporale - che si risolve solo inserendo tra i due l'episodio speciale Kiseki+. A questo punto, l'avrei reso parte integrante della serie, lasciando magari un episodio speciale sul futuro, se proprio si voleva fare un capitolo a parte.
- In molte recensioni ho notato che la differenza d'età nella coppia principale ha creato non poche perplessità. A disturbarmi non è stato tanto il divario, piuttosto il fatto di attribuire a Zong Yi 17 anni, età un po' infelice già che se si fosse optato per un semplicissimo anno in più si sarebbe ovviato il problema della minore età e del fatto che la questione non viene nemmeno presa in considerazione nonostante venga ribadita la sua età più volte. Insomma, già che palesemente non se ne voleva fare un dramma, era più semplice alzare l'asticella anagrafica (del resto l'attore stesso era tipo ventenne all'epoca) e non si generava proprio la questione a prescindere.
Gli aspetti positivi, per fortuna, superano decisamente quelli negativi e rendono la serie davvero piacevole. Partiamo dagli attori, molto bravi e convincenti, soprattutto considerato che l'attore che interpreta Zong Yi era davvero alle prime armi. Promette bene, insomma. Grazie quindi alle capacità recitative e complice una buona sceneggiatura, ne sono usciti personaggi ben tratteggiati e sfaccettati. Amo le serie dove oltre pairing principale c'è anche una seconda coppia valida, e in questo caso devo dire ho apprezzato davvero entrambe, quasi allo stesso livello, e non è poco! Trovare una coppia che cattura l'interesse non è scontato, ma trovarne addirittura due nella stessa serie è cosa davvero rara. Della coppia principale ho apprezzato l'aver rivoluzionato e scardinato i soliti schemi, che vedono spesso un protagonista più adulto/forte/dominante/protettivo e uno più giovane/sensibile/fragile/da proteggere. Qui invece non ho potuto non apprezzare la sensibilità spiccata di Ze Rui, e la forte determinazione di Zong Yi, che nonostante la giovane età diventa una vera e propria colonna portante per Ze Rui. Lo conosciamo come giovane e inesperto, ma si rivela un personaggio estremamente sicuro di sé: una volta capito di essere innamorato e essersi dichiarato, non fa passi indietro, non dubita, non vacilla, anzi. Affronta la difficile situazione in cui vengono a trovarsi e va oltre, ma senza mai fare passi indietro nei confronti dell'altro. L'altra coppia ha un taglio totalmente diverso, ma altrettanto interessante: tra i due ho apprezzato in particolare modo Ai Di, così impulsivo e spericolato ma sotto sotto così tenacemente attaccato ai suoi sentimenti. Ruvido in superficie ma sensibile nel profondo, mostra il suo lato nascosto nei piccoli gesti che tenta di mascherare, così come le motivazioni che lo spingono a scelte importanti, vedi quella di andare in carcere a supporto di Zong Yi. Sono due belle coppie, con due belle storie, portate avanti da bravi attori e con un affiatamento e una chimica che davvero arriva allo spettatore. Che poi è sostanzialmente l'obiettivo di qualsiasi film o drama: coinvolgere e trasmettere emozioni. Kiseki ci riesce, e anche molto bene. Ne consiglio la visione? Direi proprio di sì!

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