Frustrazione eterna: quando il Demone è il montaggio!
Parlare di The Eternal Fragrance è difficile perché non è una serie che non appartiene alla categoria dei prodotti dimenticabili o semplicemente brutti. È una di quelle opere che generano una reazione molto più frustrante: la sensazione costante di trovarsi davanti a qualcosa che avrebbe potuto essere molto migliore.Non che la premessa avesse nulla di originale: un Signore dei Demoni reincarnato, una fata legata all'Albero Divino, un amore nato in una vita precedente, un conflitto tra destino e libero arbitrio, sangue, sacrificio, identità perdute e una lotta interiore tra uomini e demoni. La scrittura è fortemente derivativa (la fata e il diavolo, starry love, till the end of the moon).
Il problema è che spesso sembra più interessato a suggerire che a sviluppare, a creare aspettativa più che a concedere un vero compimento emotivo. È una serie fatta di promesse, e il suo difetto principale è che molte di queste promesse rimangono inespresse.
Trama: Xian Yuan è un giovane apparentemente freddo, individualista e manipolatore che, dopo aver cominciato ad avere strane visioni, si trasforma di colpo, con una velocità che farebbe impallidire una connessione internet da 5 giga al secondo, in un ragazzo timido, gentile e persino goffamente innamorato. Poi, quando la trama ne sente il bisogno, diventa Yecha: voce cavernosa, morso al collo, sguardo predatorio e improvvisa voglia di nutrirsi della Fata dei Fiori. Tre personalità? Due anime? Una possessione? Una reincarnazione? La risposta arriverà, forse. Nel frattempo è consigliabile non affezionarsi troppo a nessuna delle tre versioni, perché sono frustranti (uno &Trino ).
Li Fei, la protagonista, possiede l’Essenza dell’Albero Divino e quindi, oltre a essere una giovane donna tormentata dal destino, è anche una specie di distributore automatico di frutti spirituali per demoni affamati. Xian Yuan la protegge, la salva, si sacrifica per lei, viene respinto, perdonato a metà, nuovamente sospettato, nuovamente salvato, nuovamente sacrificato.
Lei oscilla tra “ci sto” e “sei mio nemico” con una coazione a ripetere che farebbe impallidire un Freud a fine carriera.
Nel frattempo c’è Tong Zhou, (il trangolo no!) il re innamorato, che per gran parte della storia coltiva un dignitoso fuocherello sentimentale. Poi, improvvisamente, il fuocherello diventa un incendio nucleare, perché evidentemente anche i poteri devono rispettare le esigenze dell’ultimo arco narrativo. Ja Ping passa dall’insofferenza alla riscoperta dell’istinto fraterno e, naturalmente, al sacrificio. Perché in questa serie, se non sai più cosa far fare a un personaggio, puoi sempre farlo sacrificare o dargli nuovi scopi, così dal nulla.
Il romance procede invece secondo una sofisticata tecnica narrativa chiamata “quasi”.
Quasi si baciano.
Quasi si scelgono.
Quasi si dichiarano.
Quasi diventano una coppia.
Quasi consumano la tensione accumulata per venticinque episodi.
Quando finalmente arriva un bacio, dopo metà serie, viene utilizzato per salvare qualcuno, quindi la protagonista precisa immediatamente di non fraintendere. Il desiderio sembra finalmente prendere forma, ma più avanti scopriamo che parte di quella famelica attrazione demoniaca aveva una spiegazione molto meno erotica: lui aveva semplicemente bisogno del frutto (fame non desiderio perché sennò vengono le convulsioni, il frutto forse possiede una sorta di acido valproico, anti convulsivante).
Cinque secoli di tensione romantica, dunque, per scoprire che forse il Signore dei Demoni aveva solo carenze nutrizionali. XD
E mentre lo spettatore aspetta il payoff sentimentale, la serie cambia progressivamente genere, per 18 puntante è un romance ma poi diventa di colpo un fantasy bellico. Gli intrighi si moltiplicano, i personaggi cambiano posizione, le alleanze si ribaltano, compaiono nuove verità sul passato e qualcuno muore, risorge, si sacrifica o scopre improvvisamente di avere un legame familiare fondamentale.
Il montaggio, nel frattempo, procede secondo il principio della roulette russa: una scena può appartenere al passato, al presente, a una visione, a una reincarnazione o semplicemente a un punto della sceneggiatura che è stato spostato tre episodi più avanti.
Alla fine, dopo aver promesso una grande storia d’amore tra una fata e un demone, The Eternal Fragrance offre soprattutto una guerra interminabile, sacrifici a catena e due protagonisti che, pur essendo finalmente insieme, sembrano avere meno tempo per guardarsi negli occhi di quanto ne abbiano avuto per salvare il mondo. Il romance di The Eternal Fragrance è costruito come una continua promessa di unione per 24 episodi, ma quella promessa viene sistematicamente rimandata o rimessa in discussione, fino a impedirmi di percepire una relazione davvero consolidata.
Il risultato è un curioso esperimento narrativo: una serie che passa trentatré episodi a preparare qualcosa che, quando dovrebbe finalmente esplodere, viene rimandato, reinterpretato, tagliato o sostituito da un’altra battaglia.
Benvenuti in The Eternal Fragrance: dove il vero Signore dei Demoni non è Yecha.
È il montaggio!
Intepretazioni: gli interpreti svolgono il loro compito, ma raramente riescono a trasformare materiale narrativo già traballante in qualcosa di realmente coinvolgente.
- Song Weilong è sufficiente. Ha una presenza scenica evidente e una fisicità che la macchina da presa sa sfruttare, soprattutto quando emerge il lato Yecha, ma la costruzione del personaggio è talmente discontinua che diventa difficile capire quanto delle sue oscillazioni dipenda dall'attore e quanto dalla regia.
Jing yi se la cava meglio e la considero una buona interprete ma anche qui ho percepito una certa fissità. Ha un'espressività riconoscibile che funziona, tuttavia tende a riproporre una modalità interpretativa abbastanza simile nei diversi ruoli. In particolare, ho trovato poca distanza tra Li Fei e Furong di Ruyi's Pavillion: cambia il personaggio, ma non sempre cambia abbastanza il modo di attraversare la scena. Non è una cattiva attrice; semplicemente non riesce a creare quella trasformazione che avrebbe aiutato una protagonista già poco sostenuta dalla sceneggiatura.
Tong Zhou è invece troppo acerbo per risultare davvero convincente come villain. L'espressione rimane spesso contratta, pensierosa, preoccupata, quasi permanentemente impegnata a comunicare che sta per succedere qualcosa di terribile. Anche nelle scene più drammatiche ho percepito talvolta più l'artificio dell'interpretazione che lo shock vero e proprio, vedo l'attore che interpreta lo sconvolgimento, non sempre il personaggio che lo sta vivendo.
E poi ci sono i maestri della setta. Le loro risate sono un capitolo a parte. Quel repertorio di "ahahahahah" alla Santa Clause che sta per avvisare "merry christmas" mi ha fatto pensare più a un cartone animato per l'infanzia che a un drama fantasy che vorrebbe essere cupo, tragico e adulto. In alcuni momenti sembra quasi che debba comparire qualcuno a consegnare una caramella al protagonista prima di riprendere la battaglia.
Nonostante tutto, non boccerei il cast. Il problema è che nessuno riesce veramente a fare il salto di qualità. Le interpretazioni restano funzionali ma raramente toccanti in una storia che avrebbe bisogno di un'enorme intensità emotiva per compensare i buchi della scrittura, questa è stata una mancanza significativa.
CGI: meno disastrosa di quanto mi aspettassi e qui faccio una distinzione rispetto a molte critiche che ho letto.
La CGI degli animali è effettivamente il punto debole, in più di una scena l'effetto digitale appare povero, artificiale e poco integrato con l'ambiente, manco fosse creato col commodore 64. È probabilmente uno degli aspetti che più facilmente fanno percepire la natura economica della produzione.
Sui combattimenti, invece, il mio giudizio è decisamente più indulgente. Molti spettatori hanno trovato gli effetti molto scarsi; personalmente non ho avuto la stessa impressione, anche perché la visione sulla mia Smart TV potrebbe aver beneficiato dell'elaborazione dell'immagine e dell'AI integrata, attenuando alcuni difetti che in altre condizioni risultano più evidenti, forse.
La CGI dei combattimenti non è certamente spettacolare in senso cinematografico, ma è abbastanza efficace da sostenere il fantasy. Il problema è che, dopo un po', ci si accorge che buona parte delle battaglie segue una grammatica piuttosto ripetitiva: fasci di luce colorati, esplosioni luminose, personaggi che schivano colpi appesi alle funi e acrobazie aeree.
Alla fine cambia il colore del raggio, cambia chi lo lancia e cambia chi deve scansarsi, ma la coreografia visiva tende a ripetersi.
Quindi non condivido completamente il giudizio di chi considera la CGI complessivamente pessima. La trovo disomogenea: debole sugli animali, dignitosa nei combattimenti, mai davvero spettacolare.
Trucco & Parrucco: Il reparto trucco sembra provenire da un'altra epoca televisiva, in alcuni momenti richiama più il fantasy artigianale di Fantaghirò e Lamberto Bava che una produzione contemporanea. Il risultato crea un curioso contrasto con una serie che aspira al mito e alla grandezza epica che viene occasionalmente riportata a una dimensione quasi infantile e amatoriale, parrucche di peluche, mani di peluche di coniglio , musi attaccati, trucchi analooghi a quelli che realizziamo in casa per il carnevale dei bambini. Questo abbassa moltissimo la credibilità della serie.
Le tre personalità di Yecha, il personaggio che non è mai diventato UNO: Song Weilong non viene valorizzato come grande interprete drammatico nel senso classico, ma possiede qualcosa che la macchina da presa registra immediatamente, i volto, la fisicità, la voce doppiata profonda, la presenza.
Paradossalmente la sua versione più interessante è proprio Yecha: il lato che avrebbe potuto portare la serie verso un romance più adulto e istintivo ma non è che Song Weilong non comunichi desiderio, è che la regia costruisce la tensione e poi la spegne.
Il Signore dei Demoni diventa il più paziente e rispettoso bodyguard della storia dei fantasy!!!
Esteticamente prestante e più convincente di qualsiasi altro Signore dei Demoni a livello interpretativo molto magnetismo ma poca aura. Non ha l'intensità , la forza, l'evoluzione e lo spessore drammatico di un Dongfang Qingcang o di un Tantai Jin. Non trabocca di disperazione tragica per l'amore non ricambiato come Sifeng.
Per difetti di scrittura, tagli, montaggi o pigrizia registica le tre personalità rappresentate non vengono mai fuse in una unica sola ma appaiono come tre personaggi sganciati.
La serie costruisce tre figure: Xiuyuan iniziale, freddo; individualista; manipolatore, diffidente,
Xiuyuan innamorato invece diventa un Tushan Jing; devoto, gentile, goffo, vulnerabile, votato al sacrificio, vulnerabile, fragile, sofferente.
Yecha è predatorio, sensuale, aggressivo, istintuale. Il problema non è la molteplicità. Anzi, l'idea è ottima ma queste tre anime non diventano mai una persona.
La serie avrebbe dovuto raccontare un percorso di integrazione: non eliminare Yecha, non negare Xiuyuan, ma creare un uomo complesso, mutistrato, sfaccettato invece restituisce tre versioni diverse interpretate dal medesimo attore.
Differenze con Love and Redemption
Uno degli aspetti più interessanti di The Eternal Fragrance è il modo in cui sembra avvicinarsi a un tema poco esplorato nello xianxia romantico: il desiderio fisico.
La dinamica tra Yecha e la Fata dei Fiori possiede un immaginario diverso dal classico amore spirituale e idealizzato:
il sangue, il morso, la vicinanza pelvica, l'attrazione irresistibile di lui per lei, la fame del demone sembrano introdurre una componente più istintiva.
Il paragone con Love and Redemption è inevitabile.
Anche lì esiste un gioco iniziale di attrazione fisica ma con una differenza fondamentale: Chu Xuanji è ingenua, inconsapevole, scopre lentamente il sentimento. Li Fei invece appare molto più consapevole e volutamente seduttiva. La sua relazione con Xiuyuan sembra promettere un incontro tra due adulti, tra due persone che conoscono il peso del desiderio e del sacrificio.
Ed è proprio per questo aspetto che rappresenta la delusione è maggiore. La serie costruisce continuamente un'esplosione emotiva e fisica che non arriva mai: il bacio iniziale, appena accennato, diventa quasi un elemento promozionale ripetuto fino allo sfinimento: una scena mostrata, richiamata, riciclata, mentre lo spazio narrativo avrebbe potuto essere utilizzato per approfondire la mitologia, il rapporto tra i personaggi e le loro motivazioni.
Il problema non è l'assenza di erotismo bensì l'assenza di conseguenza, la tensione viene creata ma non trasformata.
E il finale introduce un'ulteriore ambiguità: ciò che sembrava un desiderio carnale e incontrollabile di Yecha verso la Fata dei Fiori viene anche spiegato come conseguenza del suo bisogno dell'essenza dell'Albero Divino.
Il demone che sembrava divorato dalla passione diventa anche un essere affamato di un potere necessario alla propria sopravvivenza. La storia non nega l'amore ma ridimensiona proprio quella componente fisica che aveva promesso.
Unico punto di contatto la dimensione del sacrificio e il ML rappresentato come eroe tragico sacrificale, solo, non condivide mai il peso con l'amata, si fa carico lui delle conseguenze . Sifeng pure era un personaggio che soffriva in silenzio, nascondeva i problemi alla persona amata e finiva per sacrificarsi,
Ma Love and Redemption fa una cosa che The Eternal Fragrance non riesce a fare: riequilibra! Chu Xuanji comprende, lo cerca, lo sceglie, passa interi episodi a tentare di rimediare, e alla fine il sacrificio diventa reciproco.
In The Eternal Fragrance, invece, Xiuyuan sembra amare in modo unilaterale.
Non manca necessariamente l'amore di Li Fei, manca il momento in cui lo spettatore percepisce il suo amore avere lo stesso peso drammatico, che lei lo corrisponda viene supposto dagli amici, lei ne parla alla fine con una frase ma non senti mai davvero che lei lo ricambi in qualche modo, paradossalmente sembra più legata a lui nei primi 10 episodi che negli ultimi 5.
IN Conclusione: Se tornassi indietro non inizierei questa serie. Non perché sia priva di qualità, ma perché costruisce aspettative che non mantiene. Mi ha fatto credere di assistere alla nascita di una grande storia d'amore tra un demone e una fata, salvo trasformarsi, negli ultimi episodi, in una lunga sequenza di intrighi, guerre e sacrifici che lasciano il romance in secondo piano, quando i protagonisti si ritrovano, non ho visto due innamorati che avevano attraversato cinque secoli di destino. Ho visto due sopravvissuti che si abbracciano. La sensazione finale non è di tristezza ma di occasione sprecata per:
1) payoff romantico assente;
2) protagonista femminile sentimentalmente poco convincente;
3) personaggi che cambiano all'improvviso per esigenze di copione;
4) ultimi episodi trasformati in una guerra continua;
5) spiegazioni concentrate o raccontate male;
6) finale che ridimensiona persino la componente sensuale di Yecha... .
Per tutti questi motivi il mio voto da 5,8 arriva a 4,5.
La consiglio? Ovviamente no, questa serie con 7 episodi tagliati, non comprendo perché, diventa un prodotto che prima aveva dei limiti, poi diventa quasi inguardabile.
Una parabola sull'alienazione digitale
Cloud è un thriller psicologico che utilizza il fenomeno dei rivenditori online e delle truffe su internet per parlare di qualcosa di più ampio: un'economia capace di trasformare le persone in profili, punteggi e opportunità di profitto.Il protagonista, Yoshii, è un uomo apparentemente privo di emotività, non vuole più sentirsi dire cosa fare, è fortemente attaccato al denaro e costruisce la propria identità attorno al commercio online: acquista merce a basso prezzo e la rivende su una piattaforma digitale. Il problema è che spesso tratta anche prodotti contraffatti. Non sembra odiare nessuno, ma allo stesso tempo non manifesta una reale empatia verso gli altri. È un uomo svuotato, che ha progressivamente sostituito le relazioni con la logica dello scambio.
Ha anche un rapporto con una donna che appare fin dall'inizio come una figura ambigua: desidera una vita migliore, ma entrambi sembrano già emotivamente consumati all'interno della relazione, sono due persone che cercano qualcosa senza riuscire davvero a costruire un legame.
Inizialmente il film sembra quasi descrittivo: osserva le giornate di Yoshii, i suoi rituali, il suo modo di vivere isolato e concentrato sul profitto. Successivamente si trasforma in un thriller psicologico e, nel finale, in un action violento e assurdo.
Kurosawa, maestro del cinema giapponese, interpreta questo cambio di registro come l'evoluzione naturale della violenza nata online: una tensione virtuale che progressivamente invade il mondo reale. Io, invece, insieme ad altri spettatori, ho trovato questa svolta molto netta e in parte scollegata dalla costruzione iniziale. Ho compreso l'intenzione simbolica ma il passaggio mi è sembrato troppo netto , quasi brusco, rispetto alla prima parte.
Le interpretazioni, soprattutto quella del protagonista Masaki Suda, sono state molto lodate. Kurosawa lavora in sottrazione: la recitazione minimalista e quasi inespressiva è una scelta precisa per trasmettere inquietudine e alienazione. Personalmente, però, non l'ho apprezzata completamente. Comprendo lo scopo registico, ma una recitazione composta quasi esclusivamente da poche battute pronunciate con tono piatto rischia di risultare semplice più che perturbante.
Il film utilizza pochissimi dialoghi, spesso ridotti a essenziali botta e risposta. È un cinema fedele alla tradizione giapponese del silenzio e della sottrazione; proprio per questo, però, l'espressività dovrebbe aggiungere significato, non limitarsi a creare un effetto di piattume. Soprattutto nelle scene di violenza estrema, credo che anche solo il panico come meccanismo istintivo di conservazione dovrebbe emergere.
"Kurosawa viene spesso descritto come un maestro nel creare inquietudine senza ricorrere ai meccanismi classici dell'horror. Anche quando apparentemente non accade nulla, riesce a trasmettere la sensazione che il mondo sia fuori asse". Questo elemento l'ho percepito, ma ciò che ho apprezzato maggiormente del film è soprattutto il messaggio.
Da qui entriamo nel campo degli spoiler PER SPIEGARE IL SENSO DEL FILM SICCHÈ SE VOLETE LEGGERLI ALLA FINE ATTENDETE E RIPRENDETE QUANDO FINITE LA VISIONE:
Personaggi e simbolismo
–Yoshii: l'uomo del capitalismo contemporaneo
Yoshii non è un criminale spettacolare né un eroe tragico: è l'uomo medio del capitalismo contemporaneo; non produce realmente qualcosa, non costruisce relazioni profonde, compra e rivende. Guadagna. Accumula.
La sua identità coincide progressivamente con il profitto: più guadagna, meno sembra esistere come persona, è un individuo che ha sostituito il rapporto con gli altri con il rapporto con il valore economico delle cose.
- Akiko: l'amore trasformato in transazione
Akiko, la fidanzata, rappresenta l'ultima possibilità di una vita normale, quando Yoshii si allontana da lei per dedicarsi completamente alla vendita online, non sta semplicemente lasciando una donna: sta rinunciando alla dimensione affettiva per vivere esclusivamente come agente economico. È forse uno dei personaggi più inquietanti proprio perché proviene dal territorio che dovrebbe essere quello dell'affetto e , quando nel finale lo minaccia con una pistola e gli chiede denaro, il rapporto amoroso viene completamente tradotto nella stessa logica del mercato che Yoshii ha sempre utilizzato: quella del valore e del ritorno economico.
Yoshii ha trasformato il mondo in uno scambio economico e alla fine scopre che anche i sentimenti possono diventare scambi economici. Akiko non è soltanto una vittima o una vendicatrice. È un altro individuo che, in una società dove tutti cercano di ottenere qualcosa dagli altri, entra nello stesso gioco.
La cosa più inquietante è che lei non sembra più amarlo, ma nemmeno odiarlo veramente: lo considera una risorsa.
- Sano: il doppio oscuro
Sano, il collaboratore, è forse il personaggio più enigmatico. Inizialmente appare come un assistente disponibile, ma progressivamente incarna la violenza che Yoshii ha inconsapevolmente generato. È quasi il suo doppio oscuro: Yoshii pensa al denaro, Sano trasforma quella logica in potere e forza fisica.
Se Yoshii sfrutta gli altri attraverso una dimensione economica e digitale, Sano porta quella stessa mentalità nel mondo reale.
- L'ex datore di lavoro: il potere e il risentimento
L'ex datore di lavoro rappresenta una forma più tradizionale di potere e la logica del possesso.
Nel mondo di "Cloud" i rapporti sembrano regolati dall'utilità: finché servi, sei accettato; quando esci dal sistema, diventi un problema. Quando Yoshii, dopo essersi licenziato, si nega e finge di non essere in casa mentre il suo ex capo è venuto a trovarlo, compie un gesto apparentemente piccolo ma simbolicamente enorme: rifiuta qualsiasi possibilità di confronto umano.
L'altro non è più una persona, ma un fastidio da ignorare. È lo stesso meccanismo con cui Yoshii tratta le persone online: gli interlocutori diventano profili, clienti, ostacoli.
Il film porta poi questa logica all'estremo. Il fatto che venga rivelato sul finale che il capo abbia ucciso anche la moglie e i figli è scioccante perché mostra che, una volta entrati in una spirale di violenza, i confini morali diventano instabili. Il passato dei personaggi diventa opaco: tutti possono aver compiuto qualcosa di terribile.
Yoshii crede di essersi liberato da una relazione gerarchica per diventare indipendente, ma in realtà continua a creare gerarchie ovunque vada, prima era sottoposto a qualcuno; poi diventa lui stesso qualcuno che valuta gli altri in base al profitto.
Il capo incarna quindi il risentimento del sistema verso chi cerca di abbandonarlo: non si può semplicemente uscire dal gioco senza conseguenze.
- Gli uomini del branco: la vendetta come identità
I due complici sono interessanti perché sembrano partire da una posizione morale: "Yoshii merita una punizione".
Kurosawa, però, smonta immediatamente questa superiorità morale: anche loro sono attratti dall'eccitazione della caccia. La vendetta diventa un gioco, quasi una droga. La frase secondo cui "se lo percepisci come un gioco ti diverti e dai il massimo" è fondamentale perché descrive non solo loro, ma anche Yoshii.
Yoshii affronta il commercio online come un gioco:
- comprare;
- vendere;
- fregare;
- massimizzare il profitto.
Gli altri affrontano la vendetta nello stesso modo: trovare la preda- organizzarsi- dominare l'altro.
La morale scompare perché il gioco sostituisce la realtà. Se tutto diventa una partita, anche la sofferenza degli altri perde peso.
La critica di Kurosawa è molto amara: una società competitiva può trasformare qualsiasi cosa in una competizione, anche il dolore umano.
- L'ex compagno di scuola: le possibilità negate
L'ex compagno di scuola rappresenta forse una delle possibilità alternative che Yoshii ha rifiutato, non è soltanto un rivale economico: è qualcuno che propone collaborazione, costruzione comune, un progetto condiviso. Yoshii rifiuta perché vuole essere completamente autonomo. Non vuole condividere il successo, vuole controllarlo.
Per questo il compagno diventa il simbolo delle possibilità eliminate dal protagonista:
- collaborazione invece di competizione;
- creazione invece di rivendita;
- relazione invece di sfruttamento.
Quando afferma di essere "costretto" a vendicarsi, anche lui si racconta come vittima delle circostanze. Nessuno nel film si percepisce davvero come aggressore. Tutti dicono, implicitamente o esplicitamente: "Non avevo scelta". ed è proprio questa la tragedia: un mondo in cui ogni individuo si sente autorizzato perché reagisce a un torto precedente.
Anche il suo discorso sulla mediocrità del matrimonio non è soltanto un insulto alla relazione tra Yoshii e Akiko. È un attacco al modello di vita ordinario. La casa, il matrimonio, una vita stabile rappresentano qualcosa che lui percepisce come una sconfitta: la normalità. Akiko rappresenta invece una possibilità di vita non fondata sul calcolo: una vita fatta di quotidianità, imperfezione e legame.
Il compagno la considera una gabbia perché è già contaminato dalla stessa logica competitiva: se non stai scalando, stai perdendo,
I personaggi sono come specchi deformanti di Yoshii, frammenti della stessa malattia sociale che ruota intorno al protagonista.
> La ex fidanzata: l'amore ridotto a interesse.
> ll capo: il potere che non perdona chi lo abbandona.
>Il branco: la vendetta trasformata in gioco.
>Il compagno di scuola: le possibilità umane sacrificate alla competizione.
> Yoshii: l'uomo che sceglie il gioco e scopre che tutti gli altri stanno giocando contro di lui.
La cosa più pessimista del film è che Yoshii non viene punito da un mondo diverso da lui, bensì viene divorato da un mondo che funziona secondo la stessa logica che lui stesso ha scelto.
------------> Il simbolismo del titolo: Cloud <----------------
Il titolo non indica soltanto il cloud informatico, per me è soprattutto una metafora di uno spazio dove tutto è presente ma nulla è davvero tangibile, del resto una nuvola sembra compatta da lontano, ma è composta da milioni di particelle che non sono realmente unite.
Allo stesso modo, il branco appare come un organismo unico, ma in realtà è un aggregato instabile di individui isolati.
È una metafora che attraversa tutto il film: l'illusione della connessione nasconde una profonda frammentazione, le persone diventano nickname, account, recensioni, transazioni.
L'identità si dissolve e si spoglia progressivamente di umanità. Il film sembra suggerire anche una forma di possibile post-umanesimo digitale: un mondo in cui la persona viene sostituita dalla sua traccia economica e virtuale.
- Il magazzino e l'isolamento
Il magazzino pieno di scatole è uno dei simboli più forti. contiene migliaia di oggetti, ma nessun ricordo. è una casa senza vita: un'esistenza riempita di merci invece che di esperienze.
Anche gli ambienti del film contribuiscono a questa sensazione. Quasi tutti gli spazi sono enormi, vuoti, industriali. Le persone sembrano sempre troppo piccole rispetto all'ambiente e il color granding sui toni del grigio, freddi serve a rendere questo distacco, questa distanza tra le persone, la loro assenza di connessione.
Kurosawa utilizza l'architettura per suggerire che la società contemporanea è costruita per la circolazione delle merci, non per l'incontro tra esseri umani.
- La logica del branco come metafora delle relazioni umane
In un mondo in cui molti filosofi e studiosi della società contemporanea denunciano la crescita di un individualismo esasperato, Kurosawa porta questa dinamica alle sue estreme conseguenze. Gli uomini che sembrano unirsi contro Yoshii non formano mai una vera comunità, sono piuttosto un branco di predatori senza fiducia.
Collaborano solo finché hanno un nemico comune, si sospettano continuamente, mettono in dubbio le intenzioni reciproche e sono pronti a tradirsi quando cambia l'equilibrio.
È una comunità fondata sul risentimento, non sulla solidarietà. In questo senso il film sembra dire che la stessa logica competitiva che domina il mercato invade anche i rapporti umani. Persino quando gli individui si coalizzano, non riescono davvero a cooperare: restano concorrenti.
Il branco è quindi un paradosso: dovrebbe rappresentare la forza del gruppo, ma in realtà è un insieme di individualisti che si utilizzano reciprocamente. La vendetta li tiene insieme solo temporaneamente; appena emerge il dubbio ("ci si può fidare di lui?"), il gruppo comincia a sgretolarsi.
Lettura complessiva
Cloud può essere letto come una parabola sull'alienazione contemporanea. Nei film precedenti di Kurosawa il male assumeva spesso la forma del soprannaturale o della tecnologia; qui invece nasce da un sistema economico che premia l'indifferenza.
Yoshii non è un mostro: è un uomo ordinario che, trattando ogni relazione come una transazione, finisce per perdere qualsiasi legame con gli altri e con se stesso. Quando la violenza esplode nel finale, non appare come un'improvvisa deviazione ma come la manifestazione concreta di una disumanizzazione già presente dall'inizio.
DA CHIARIRE ASSOLUTAMENTE: Il mio voto di 7 non va letto con la stessa scala che utilizzerei per un drama o per un prodotto d'intrattenimento. È un 7 assegnato nell'ambito del cinema d'autore, dove la valutazione non riguarda soltanto il coinvolgimento emotivo o la capacità di intrattenere, ma anche la profondità simbolica, il lavoro sui significati e la stratificazione dei temi.
*Cloud* possiede un livello di riflessione e costruzione metaforica che difficilmente può essere paragonato a prodotti basati su dinamiche più convenzionali, come il romance con CEO innamorati o elementi volutamente fantastici e spettacolari. Sono linguaggi diversi e rispondono a esigenze diverse.
Un film come questo può lasciare più freddi sul piano emotivo, può dividere per ritmo o scelte registiche ma contiene un'elaborazione sul rapporto tra individuo, società, denaro, identità e disumanizzazione che appartiene a un'altra categoria di ricerca cinematografica.
Per questo il mio 7 non indica un film "medio": indica un'opera interessante, complessa, con idee forti e un importante lavoro simbolico, anche se non priva di limiti (interpretazione, semplicità registica, musiche che non ricordo già più né mi hanno colpita e cambio di registro troppo netto).
"Sherlock" nel mondo wuxia: il cluedo cinese.
Mysterious Lotus Casebook, per comodità MLC, è un wuxia investigativo con sfumature filosofiche, unico nel suo genere, dietro la struttura di un grosso mistero da risolvere nelle arti marziali, si nasconde infatti una riflessione sorprendentemente adulta sul fallimento, sulla perdita dell'identità, sulla malattia e sulla capacità di lasciare andare il proprio passato. È una serie che, dal punto di vista della scrittura, dimostra una maturità rara nel panorama televisivo cinese contemporaneo.Più la storia procedeva, più emergeva la profondità malinconica raffinata, di stampo esistenzialista della sceneggiatura, tuttavia la messa in scena, invece, resta ancorata ai limiti di un prodotto televisivo incapace di raggiungere la stessa intensità.
Il cuore del drama è Li Lianhua (Cheng Yi). Quello che inizialmente appare come un medico vagabondo, pigro e ironico, è in realtà un un uomo leggenda. Dieci anni prima era Li Xiangyi, il più grande maestro del jianghu, un eroe venerato da tutti. Ha perso il prestigio, la salute, gli amici, la donna che amava e perfino il proprio nome.
La scelta più intelligente degli sceneggiatori consiste nel non raccontare la sua ascesa, ma il suo declino, non si assiste alla nascita dell'eroe, bensì alla lenta dissoluzione del mito.
In un panorama televisivo spesso dominato da protagonisti destinati a diventare sempre più forti, Li Lianhua percorre la direzione opposta. Ogni combattimento accelera il veleno che lo sta uccidendo. Ogni volta che utilizza la propria energia interna sacrifica una parte della vita che gli rimane. È un protagonista che conosce perfettamente il prezzo delle proprie azioni e se ne fa carico.
La sceneggiatura evita il sentimentalismo facile. Il tema centrale non è la vendetta, ma l'accettazione. Non è il ritorno dell'eroe, bensì la sua rinuncia. Li Lianhua non desidera riconquistare il passato; desidera liberarsene e chiudere pacificamente la propria esistenza, lo tiene in vita un ultimo desiderio, alimentato dal senso di colpa, vendicare la morte del proprio maestro: Shan Gudao.
Anche il rapporto con l'amata segue questa logica. Molti spettatori si aspettavano una riconciliazione romantica, io ho apprezzato come gli autori abbiano scelto una strada decisamente più adulta e tristemente realistica. Il loro amore non viene negato, semplicemente appartiene a due persone che non esistono più. Lei ama Li Xiangyi e lui ha smesso di essere quell'uomo. È una conclusione amara ma coerente, molto distante dai cliché romantici tipici del genere. Apprezzabile che si porti sulla scena la vita reale: quante coppie ad un certo punto si lasciano perché non possono più accompagnarsi, perché cambiano obiettivi , valori, loro stessi non sono più gli stessi di quando si sono trovati. MLC trasmette un messaggio profondo: il percorso che unisce due persone non è necessariamente destinato a durare per sempre.paradossalmente è quanto di più realistico offra questa sceneggiatura coraggiosa, tra combattimenti aerei e artefatti magici.
I dialoghi spesso acquistano una profondità insolita. Si parla continuamente del peso della fama, del fallimento, della memoria, del rimorso e della libertà; il jianghu smette di essere soltanto un luogo popolato da guerrieri e diventa una metafora della vita stessa.
Per questo motivo considero la sceneggiatura meritevole di un voto molto alto (8,7).
Eppure il voto complessivo dell'opera rimane inevitabilmente più basso, poiché la sceneggiatura non è il drama ma soltanto uno dei suoi aspetti (uno dei più importanti, infatti ho fatto una media ponderata tra le voci).
La regia, le interpretazioni, la fotografia e la OST costituiscono il limite che non fa decollare una buona scrittura.
Molte sequenze risultano corrette ma prive di personalità. I dialoghi importanti sono spesso ripresi con il classico alternarsi di primi piani e campi medi, senza una costruzione visiva capace di amplificare il conflitto emotivo. Manca quella ricerca dell'immagine che trasforma una scena in qualcosa di memorabile.
Lo stesso discorso vale per la fotografia: è pulita, luminosa, tecnicamente adeguata, ma raramente possiede una vera identità estetica. Non costruisce un immaginario riconoscibile come fanno i grandi drama storici o i migliori film wuxia.
La scenografia rappresenta un altro limite evidente. Molti ambienti sembrano appartenere alla televisione più che al cinema. Alcuni set appaiono ripetuti, poco vissuti, già visti in opere di molti anni addietro, incapaci di trasmettere la sensazione di un mondo realmente esistente. Il jianghu raccontato dalla sceneggiatura possiede una profondità che le scenografie raramente riescono a evocare.
Ancora più problematici risultano gli effetti speciali.
Le sequenze in cui i personaggi rimangono sospesi nel vuoto o sembrano fluttuare per diversi secondi finiscono spesso per impoverire la credibilità fisica dei combattimenti dando l'impressione di una pigrizia registica: attori appesi ai cavi come polli. Non è una questione di realismo assoluto, il wuxia vive di convenzioni, quanto di peso cinematografico. Esistono opere come "La tigre e il dragone" nelle quali la leggerezza dei corpi diventa poesia visiva. Qui, invece, il wire-fu e la CGI trasmettono troppo spesso la sensazione di artificio.
Anche la colonna sonora svolge correttamente il proprio compito senza però diventare realmente parte dell'identità del drama, bella la sigla di Liu Yuning, corrette le musiche che avvisano dei pericoli o dei momenti di nostalgia, ma non le ricordo già più. Accompagnano le emozioni invece di crearle.
Altro aspetto divisivo riguarda le interpretazioni.
Cheng Yi costruisce un Li Lianhua misurato, silenzioso, quasi ascetico. Eppure il personaggio non sembra davvero in pace: appare sospeso tra accettazione e rimpianto, come se cercasse continuamente di convincersi che l'eremitismo sia stata una scelta e non l'unica strada rimastagli. Forse l'attore è ancora troppo giovane per interpretare fino in fondo un uomo tanto complesso: qualcuno che ha conosciuto la gloria assoluta, ha perso tutto e vive gli ultimi anni della propria esistenza con la consapevolezza di essere condannato.
Molto curata, invece, la scelta di differenziare le due fasi della sua vita: il giovane Li Xiangyi viene doppiato, mentre il Li Lianhua del presente mantiene la voce naturale di Cheng Yi, gradevole, ironica e ricca di sfumature. Vocalmente funziona benissimo. È il volto che, per me, non regge sempre il peso del personaggio. Non in ogni scena, sia chiaro, ma troppo spesso rimane rigido, poco espressivo, incapace di restituire quella stratificazione emotiva che la sceneggiatura richiedeva. Resta comunque il migliore interprete della serie, ma il mio voto si ferma a 7,6. Forse è ancora troppo "acerbo" per interpretare un uomo alla fine della vita che deve fare un bilancio.
Bene anche il giovane Fang Duobing. Si è parlato molto di bromance, ma personalmente ho visto soprattutto un rapporto maestro-discepolo. Il suo personaggio porta leggerezza, entusiasmo e ingenuità, evitando che il drama sprofondi nella cupezza e facendo da perfetto contrappeso alla gravità di Li Lianhua.
Ed è proprio qui che nasce il mio principale limite nei confronti dell'interpretazione di Cheng Yi. Più che sereno, Li Lianhua appare spesso semplicemente spento. Un uomo che ha davvero accettato il proprio destino continua comunque a lasciare intravedere le ferite che lo hanno portato fino a quel punto. Qui, invece, il dolore resta quasi sempre sottotraccia. Non trasmette davvero il rimpianto per la donna amata, la devastazione del tradimento, il peso della malattia o la consapevolezza di una morte imminente. E, soprattutto, non sembra quasi mai un uomo morente, nonostante la serie continui a ricordarcelo.
Il paradosso è che Cheng Yi possiede tutti i mezzi tecnici per affrontare una simile complessità emotiva. Lo ha già dimostrato in altre opere. Qui, invece, sceglie una linea interpretativa estremamente trattenuta che, a mio avviso, finisce per impoverire il personaggio anziché renderlo più raffinato.
Anche diversi personaggi secondari soffrono di una caratterizzazione meno incisiva e molte interpretazioni risultano semplicemente funzionali, senza lasciare un'impronta significativa.
Chen Duling è, purtroppo, la conferma di un'impressione che avevo già maturato. Questa è la quarta opera in cui la vedo e continuo a trovarla tremendamente monocorde. Ha sempre la stessa espressione: sguardo basso, labbra che trattengono il pianto, volto costantemente sofferente. Non c'è evoluzione, non c'è complessità, non c'è vita. È una perenne "lastima" sofferente che finisce per appiattire qualsiasi scena. E quando un personaggio dovrebbe rappresentare il grande amore perduto del protagonista, questo limite pesa ancora di più. Per me è un 5 pieno.
Di Feisheng, lo storico rivale destinato a diventare alleato di Li Lianhua, sostiene una prova complessivamente discreta. Il ruolo sembra cucito su misura per lui: presenza scenica, fisicità, aura e carisma non gli mancano. Ma, dal punto di vista emotivo, mostra davvero poco e la regia sembra accontentarsi di questo. Eppure anche Di Feisheng è un uomo devastato dal proprio passato, cresciuto come un assassino tra privazioni, violenza e costante stato di allerta. Sulla carta è un personaggio traumatizzato; sullo schermo diventa quasi monolitico, ridotto a un'unica ossessione: trovare un avversario degno. Per me si ferma a 6.
All'attrice che interpreta la Santa-sacerdotessa, invece, do 1! Lo dico senza mezzi termini: sì 1!
Una donna istrionica, psicopatica, narcisista, manipolatrice e tormentata viene trasformata in una oca starnazzante, sciocca, una caricatura fatta di smorfie continue, sguardi languidi e manierismi esasperati. L'attrice per me è presa dalla strada!
Vedete? Quest'opera avrebbe potuto raggiungere ben altre vette con interpretazioni più solide.
Il ritmo migliora sensibilmente nella seconda metà della serie. La prima parte è più lenta e risente soprattutto della struttura dei casi, spesso ripetitiva e inutilmente arzigogolata. Molte indagini riprendono il modello classico alla Agatha Christie: una riunione di sospettati, una lunga sequenza di indizi, depistaggi, segreti e rivelazioni. Il problema è che, in più di un'occasione, gli indizi sembrano inseriti quasi a forza, come se la priorità fosse complicare artificialmente il mistero anziché renderlo davvero brillante.
Non è un drama da guardare distrattamente. Se perdi un dettaglio, rischi di non capire più il meccanismo del caso. Tuttavia, bisogna riconoscere agli sceneggiatori un'intuizione davvero intelligente: ogni indagine rappresenta un tassello di un mosaico molto più grande. Solo arrivando alla fine si comprende che ogni caso aveva una funzione precisa e che ogni soluzione aggiunge un nuovo frammento alla storia principale. Questa struttura a matrioska è uno degli aspetti migliori della serie, perché lega continuamente il mistero investigativo al percorso umano di Li Lianhua. Ogni enigma risolto diventa anche un passo verso l'accettazione della propria identità e del proprio destino.
Bella anche la Lotus House, la casa mobile di Li Lianhua, una sorta di camper in legno, una delle intuizioni visive più moderne e riuscite. Più che una semplice dimora ha un significato simbolico: una casa senza fondamenta, pronta a ripartire in qualsiasi momento, come il suo proprietario. Non appartiene a nessun luogo perché anche Li Lianhua ha smesso di appartenere al mondo che un tempo lo venerava. È un rifugio essenziale, lontano dalla gloria e dal potere, che diventa il simbolo concreto della rinuncia all'identità di Li Xiangyi. In un drama che parla continuamente di perdita e di libertà, quella piccola casa itinerante rappresenta il desiderio di vivere senza radici, senza catene e senza più il peso della leggenda e delle aspettative.
La cosiddetta bromance è uno degli elementi più riusciti del drama. Più che una bromance in senso stretto, è il racconto della nascita di un'amicizia improbabile tra tre uomini completamente diversi: un ex eroe che vuole soltanto essere dimenticato, il suo antico nemico disposto perfino ad allearsi con lui pur di conoscere la verità e un giovane entusiasta che si affaccia per la prima volta al mondo delle arti marziali. Il loro viaggio è fatto di ironia, sostegno reciproco, scontri, crescita personale e momenti di autentica complicità. L'intelligenza di Li Lianhua nel risolvere i casi resta uno degli aspetti più affascinanti dell'intera opera.
Attribuire un 9 all'intero drama significa, però, considerare eccellenti anche elementi che eccellenti non sono. La regia non raggiunge quel livello. La fotografia nemmeno. La scenografia rimane fortemente televisiva. Gli effetti speciali mostrano spesso tutti i propri limiti e le interpretazioni, nel complesso, barcollano.
Rimane una sceneggiatura di grande valore, capace di affrontare temi maturi con una sensibilità rara. Rimane un protagonista scritto con straordinaria intelligenza. Rimane un finale malinconico e coraggioso che rifiuta il trionfo dell'eroe per raccontare la liberazione dal peso della leggenda. Sì, è un sad ending, anche se volutamente aperto.
Il cinema e la televisione, però, non sono soltanto scrittura. Sono l'incontro tra parola, immagine, regia, fotografia, musica, spazio e interpretazione. Ed è per questo che sono così rigida nei voti. Se controllate le mie valutazioni, noterete che sono spesso perfino più generosa di molti critici cinematografici.
Per questo invito chi distribuisce dieci con leggerezza soltanto perché un'opera gli è piaciuta a fare un piccolo esame di coscienza: inflazionare il voto massimo significa togliere valore a quelle opere che il 10 lo meritano davvero.
Quando una sola componente raggiunge l'eccellenza e tutte le altre si limitano a essere buone o discrete, il risultato complessivo non può essere un capolavoro. Ed è questo, secondo me, uno dei grandi limiti di molta produzione cinese contemporanea: realizza spesso una componente straordinaria, ma trascura tutte le altre.
Vale comunque la pena ricordare che la sceneggiatrice è la stessa di *Love and Redemption, per i nostalgici troverete alcuni personaggi di quel lavoro.
Per concludere, Mysterious Lotus Casebook è una serie importante, intelligente e sorprendentemente adulta. Non riesce però a trasformare tutta la propria profondità narrativa in un'esperienza audiovisiva di pari livello.
Il mio voto finale è 7,7. La consiglio senza dubbio, ma chi cerca una grande storia d'amore resterà deluso. Non troverà una fotografia memorabile, una scenografia capace di lasciare il segno, una colonna sonora destinata a rimanere nella memoria o interpretazioni che, nel complesso, facciano davvero la differenza. Troverà però una sceneggiatura adulta in cui rispecchiarsi e su cui riflettere, non l'amore dei sogni o la gloria infinita semplicemente una vita che merita di essere raccontata con le sue glorie e le sue cadute.
Comedy crime gradevole: VOTO ASSURDO!
Seoul Busters è probabilmente una delle opere più "fake" che abbia mai incontrato su MyDramaList. Non perché sia una brutta serie ma perché il suo voto medio di 8,6 crea aspettative completamente sproporzionate rispetto a ciò che offre realmente. Se qualcuno mi chiedesse quale sia il drama più inutilmente sopravvalutato della piattaforma, non avrei dubbi.Un voto del genere fa pensare a una serie eccezionale, a una sceneggiatura brillante, a personaggi memorabili o a una regia particolarmente ispirata. Invece ci si trova davanti a una commedia poliziesca leggera, simpatica, spesso assurda, talvolta divertente e capace persino di costruire alcuni casi interessanti, ma che difficilmente possiede le qualità necessarie per giustificare un entusiasmo così unanime.
🤥 Ma quando la smetteremo di dare 10 solo perché un’opera ci è piaciuta? Lo scopo di questo sito è aiutare altri utenti, anche con gusti diversi dai nostri, a capire se una serie o un film vale davvero il loro tempo. Per questo servono valutazioni più obiettive, non solo entusiasmi personali.
Non bisogna chiedersi soltanto se la musica ci è piaciuta, ma se ha creato atmosfera e se era coerente con ciò che la serie voleva trasmettere. Non basta dire che la regia è bella: va capito se è classica o sperimentale, se aggiunge qualcosa, se comunica informazioni o sottotesti. Lo stesso vale per la scrittura: è davvero brillante? L’umorismo coinvolge davvero? E soprattutto: lo riguarderemmo è in parte soggettivo. Si può amare un’opera senza avere voglia di rivederla. Però se vogliamo essere utili agli altri, oltre alle opinioni personali dovremmo cercare di dare un giudizio più equilibrato, più ragionato e più onesto. Altrimenti non stiamo consigliando: stiamo soltanto sfogandoci e parlando dei nostri gusti. NON E' QUESTO LO SPAZIO, FATEVI UN BLOG!!!
English:
When will we stop giving a 10 just because we liked something? The purpose of this site is to help other users, even those with different tastes, understand whether a show or movie is actually worth their time. That means ratings should be more balanced and thoughtful, not based only on personal excitement.
You should not ask only whether you liked the music, but whether it created atmosphere and supported what the story was trying to convey. You should not simply say the direction was good; you should consider whether it was classic or experimental, whether it added meaning, whether it carried information or subtext. The same goes for the writing: is it really brilliant? Is the humor genuinely engaging? And would you rewatch it?
IT is still partly subjective. You can love a work without wanting to rewatch it. But if we want to be helpful to others, we should combine our personal opinion with a more balanced, reasonable, and honest evaluation. Otherwise we are not really recommending anything, just cheering for our own taste.
📕 TORNANDO A NOI: Il genere è quello della crime-comedy. Una squadra di poliziotti considerata la peggiore dell'intero dipartimento viene affidata a un nuovo comandante dalle capacità straordinarie e dai metodi decisamente fuori dagli schemi. Da quel momento la serie costruisce il proprio equilibrio alternando indagini, dinamiche di gruppo e situazioni grottesche, spesso al limite col cartone animato.
Ed è proprio qui che si trova il pregio dell'opera. Seoul Busters non pretende mai di essere realistica. Non vuole essere un thriller investigativo rigoroso né una serie poliziesca credibile. La sua natura è quella di una commedia assurda che utilizza il contesto investigativo come pretesto per mettere in scena una squadra di personaggi improbabili, eccentrici e quasi sempre goffi. I membri della squadra rappresentano il vero cuore della serie. Ognuno possiede un talento particolare, una competenza specifica o una caratteristica distintiva che dovrebbe renderlo eccezionale. Tuttavia nessuno di loro viene rappresentato come un eroe impeccabile. Al contrario, quasi tutti sono caratterizzati da una forma di goffaggine, insicurezza o inadeguatezza che li rende più umani e accessibili.
Questo è probabilmente l'aspetto che funziona meglio. Nel corso degli episodi si sviluppa una dinamica corale piacevole da seguire. I personaggi imparano a fidarsi gli uni degli altri, costruiscono legami e trasmettono un senso di appartenenza che finisce per coinvolgere anche lo spettatore.
Le interpretazioni sono generalmente buone. Il cast riesce a sostenere con convinzione un materiale che sulla carta avrebbe potuto facilmente scivolare nel ridicolo. Gli attori comprendono perfettamente il tono della serie e riescono a mantenere un equilibrio tra comicità e sincerità emotiva. Nessuno offre una performance memorabile ma tutti svolgono il proprio lavoro con professionalità e contribuiscono a rendere il gruppo affiatato e umanamente tenero. Una menzione speciale va all'attore che interpreta Jung Jung-hwan. Lo avevo già apprezzato in A Shop for Killers, ma anche qui conferma un talento non comune. Non si limita a interpretare un personaggio diverso: sembra trasformarsi completamente. Cambiano l'espressione del viso, la postura, il modo di muoversi, il ritmo delle battute, la prosodia e persino il tono della voce. È uno di quegli attori che non danno mai l'impressione di interpretare se stessi in contesti diversi, ma costruiscono davvero una persona nuova ogni volta. In una serie che punta molto sul lavoro di squadra, la sua prova è una delle più convincenti, e sarebbe bello se i drama asiatici dessero più spazio ai bravi piuttosto che ai belli.
Anche alcuni casi investigativi meritano una menzione positiva. Non tutti sono particolarmente complessi, ma alcuni riescono a stimolare la curiosità dello spettatore e a mantenere viva l'attenzione. Quando la serie si concentra maggiormente sull'indagine e meno sulla comicità forzata, mostra persino lampi di una qualità superiore rispetto alla media generale.
interessante la struttura da 20 episodi più brevi, 46 minuti circa. E' meno stancante e si segue meglio, personalmente parlando.
Purtroppo i limiti emergono con chiarezza:
La regia è funzionale ma raramente brillante. Non si ricordano sequenze particolarmente creative o soluzioni visive degne di nota. Tutto procede in modo corretto, senza errori evidenti ma anche senza momenti capaci di lasciare il segno.
Lo stesso discorso vale per la colonna sonora. Accompagna le immagini senza mai risultare fastidiosa, ma è difficile ricordare un singolo brano una volta terminata la visione. In una produzione che punta molto sull'atmosfera e sul coinvolgimento emotivo del gruppo, una componente musicale più incisiva avrebbe probabilmente contribuito ad elevarne il livello complessivo.
Il problema principale resta però la scrittura dell'umorismo.
Molte gag funzionano perché nascono dall'assurdità delle situazioni e dalla chimica tra i personaggi. Altre, invece, sembrano eccessivamente costruite e slapstick. Più volte si ha la sensazione che la serie si accontenti di essere strampalata senza cercare davvero di essere brillante.
Far ridere e risultare eccentrici non sono la stessa cosa. Seoul Busters sceglie spesso la seconda strada. Lo spettatore sorride, talvolta ride ma raramente si trova di fronte a battute particolarmente intelligenti o a una comicità destinata a essere ricordata.
Anche la sceneggiatura nel suo complesso soffre di una certa superficialità. Alcuni personaggi sembrano introdurre sviluppi che non vengono realmente approfonditi. Alcune situazioni sembrano promettere svolte più interessanti di quelle che poi effettivamente arrivano. La serie preferisce restare nella propria zona di comfort, senza correre rischi e senza tentare davvero di superare i limiti del genere.
Questo aspetto emerge anche nella gestione delle relazioni personali. Diverse dinamiche sembrano suggerire possibili sviluppi emotivi o sentimentali che poi vengono lasciati sullo sfondo o abbandonati del tutto. È una scelta legittima, ma contribuisce alla sensazione generale di trovarsi davanti a un'opera che evita sistematicamente qualsiasi approfondimento.
Dove Seoul Busters riesce invece a colpire nel segno è nel messaggio umano che attraversa tutta la narrazione.
Sotto gli equivoci, le gag e le situazioni improbabili si nasconde infatti un'idea molto semplice ma efficace: le persone possono sbagliare, essere goffe, inadeguate, imperfette, eppure meritano comunque fiducia e rispetto. La serie parla continuamente di seconde possibilità, di collaborazione, di solidarietà e della capacità di trovare il proprio posto all'interno di una comunità.
Questo elemento dona una sincerità inattesa a un prodotto che altrimenti rischierebbe di apparire soltanto una lunga successione di sketch.
Alla fine della visione rimane quindi una sensazione particolare. Non si ha l'impressione di aver assistito a un brutto drama. Al contrario, Seoul Busters è una serie gradevole, scorrevole e spesso simpatica. Si guarda con facilità, intrattiene e riesce persino a strappare qualche risata genuina.
Non c'è una scrittura eccezionale. Non c'è una regia memorabile. Non c'è una colonna sonora destinata a restare nella memoria. Non c'è una comicità particolarmente raffinata. Non ci sono personaggi che rivoluzionano il genere.
C'è semplicemente una buona serie, realizzata con competenza, interpretata bene e sostenuta da un cast affiatato. Una serie da sufficienza piena, forse da sette per chi ama particolarmente il genere, ma certamente non il capolavoro che la valutazione media lascia immaginare.
Seoul Busters si lascia guardare con piacere, offre qualche caso interessante, trasmette un bel messaggio di umanità e regala alcune ore di intrattenimento leggero. Finita la visione, però, difficilmente rimane qualcosa.
È una compagnia gradevole per qualche sera. Niente di più. E soprattutto, niente di indimenticabile.
Super Me, Super Boh: demoni, sogni & buchi di trama.
Super Me è un film con un concept enorme e delle immagini suggestive, ma scritto in modo incompleto. Non è spazzatura assoluta, però è uno di quei film che sembrano intelligenti perché tengono tutto sospeso; in realtà hanno lasciato metà delle fondamenta non cementate.É il classico esempio di film che scambia la confusione per profondità. Parte da una premessa anche intrigante — un uomo tormentato dagli incubi capace di trascinare nel mondo reale oggetti provenienti dai sogni — ma da lì in avanti deraglia in un completo disastro narrativo. La trama procede per accumulo di eventi sconnessi, introduce elementi enormi e mai davvero spiegati, dai demoni notturni a improbabili teorie sull’umanità superstite di una razza speciale, passando per un insistito psicologismo da due soldi che pretende di dire qualcosa sull’avidità, sul trauma e sull’animo umano senza riuscire a mettere insieme un pensiero che abbia un senso. Non c’è una direzione, non c’è una regola interna, non c’è soprattutto un senso compiuto: si ha costantemente la sensazione che il film stia improvvisando scena dopo scena sperando che l’atmosfera faccia il lavoro che la sceneggiatura non sa fare.
I personaggi, poi, non aiutano : il protagonista è scritto come una vittima passiva trascinata dagli eventi, ma senza il minimo spessore emotivo che permetta di seguirlo davvero nel suo delirio; gli altri entrano ed escono dalla storia come funzioni narrative, fantasmi utili a spingere avanti il caos generale, mai esseri umani con un’identità. La componente sentimentale è abbozzata, i criminali sembrano usciti da un altro film e capitati lì all'improvviso, lo sceneggiatore sul finale non sapendo come ultimare si è scolato un paio di redbull e oki ed ecco spiegato il pasticcio, il misterioso venditore criptico è l’ennesimo espediente messo lì per pronunciare la frase magica “sto sognando” come fosse il mantra illuminante, il Sala Kabula del caso: una formula ripetuta fino allo sfinimento che dovrebbe spalancare significati e invece finisce solo per suonare ridicola.
A peggiorare tutto c’è questa continua volontà di ammantare il nulla con immagini da grande cinema mentale. Super Me vuole evidentemente fare il Nolan orientale: stratificare sogno e realtà, confondere i piani percettivi, lasciare lo spettatore in bilico tra interpretazione psicologica e dimensione fantastica. Il problema è che per fare quel gioco servono rigore e architettura; qui invece c’è solo nebbia. Gli incubi arrivano a ondate, il simbolismo è buttato dentro senza misura, il finale resta sospeso in un’ambiguità di indubbio cattivo gusto che non apre interrogativi ma lascia solo l’impressione di un autore incapace di chiudere il proprio racconto.
Ed è un peccato, perché non tutto sul piano tecnico sarebbe da buttare: la fotografia ha alcuni tagli suggestivi, le luci notturne e certe cromie fredde costruiscono a tratti un’atmosfera interessante, e anche la musica non è del tutto fuoriluogo, molto orecchiabile la canzone della FL. Ma sono rifiniture messe sopra fondamenta marce. Persino gli effetti speciali, che dovrebbero dare corpo al lato visionario, risultano spesso artificiosi, palesemente digitali, con quella patina da computer grafica che toglie spessore e inquietudine a molte sequenze. Invece di immergere nello straniamento, ricordano continuamente allo spettatore di stare guardando un giocattolo finto che sta per rompersi.
Alla fine resta proprio questo: un film pretenzioso che vuole sembrare enigmatico, filosofico e visionario, ma che sotto la superficie non ha abbastanza sostanza per reggersi. Vuole essere Inception, vuole essere thriller psicologico, vuole essere parabola esistenziale; finisce per essere soltanto un confuso collage di idee mal sviluppate. In breve: vuole fare Nolan, ma fa solo No way!
Abbattere muri, uccidere bene, restando "fedeli a se stessi".
Dal trailer sembrava l’ennesimo film sulla killer professionista con doppia vita: di giorno madre single, di notte assassina d’élite. Invece Kill Boksoon è molto altro: Byun Sung-hyun non usa la maternità come accessorio, né la figlia come “punto debole” per rendere umana la protagonista. Jae-young è il centro morale del film, la falla in cui la messinscena elegante, violenta e aziendale dei killer smette di funzionare.Al lavoro Bok-soon è una celebre assassina, a casa è una madre single; uccidere è facile, crescere una figlia è la parte difficile. La trama nasce da una contraddizione: si fa la guerra in nome della pace, si preferiscono le bugie alla verità e persino gli assassini collaborano stabilendo regole. L’omicidio non viene normalizzato, viene mostrato come sistema: industria, spettacolo, mercato, disciplina, carriera. L’uccisione è performance, intrattenimento, curriculum, status.
Bok-soon lavora per MK, un’agenzia di killer organizzata come una grande azienda: gerarchie, reputazione, classifiche, contratti. Il paradosso funziona perché l’assassinio viene trattato come professione creativa, spettacolo codificato. I killer non “ammazzano” soltanto: eseguono, interpretano, rispettano un format. La teatralità fumettistica non è un difetto di tono: è la forma stessa del film.
Le scene di combattimento, pur curate, non sono secondo me la parte più interessante. Sono belle, alcune efficaci, ma non rivoluzionarie; si è visto di più raffinato e nervoso in altri prodotti coreani, penso a certe soluzioni di "A Shop for Killer". Qui l’action funziona come grammatica morale: ogni scontro dice cosa si nasconde e quale debolezza si protegge.
Il vero duello è quello tra madre e figlia. Jae-young non è “la bambina messa lì per dare umanità alla killer”. È la coscienza scomoda di Bok-soon, ma non angelica. È adolescente, arrabbiata, chiusa, ferita, capace anche lei di violenza. Vive il proprio orientamento sessuale in un contesto che la fa sentire sbagliata, mentre gli adulti intorno a lei commettono azioni molto più gravi e vengono premiati.
Qui il film trova una delle sue verità più amare: non è il male in sé a essere punito, ma il male che non rispetta le regole del sistema. Jae-young viene trattata come un problema perché desidera qualcuno di scomodo; Bok-soon viene considerata impeccabile perché uccide bene. Orientamento sessuale come deviazione, omicidio certificato da un’agenzia prestigiosa come competenza. Roba da far impallidire LinkedIn.
Ogni conversazione tra Bok-soon e Jae-young sposta qualcosa nella madre. È come se la figlia le restituisse una domanda che il mondo di MK ha rimosso: “sei fedele a te stessa?”. Jae-young non le chiede solo di confessare il proprio lavoro; le chiede di smettere di escludere, di alzare muri. Bok-soon non è terrorizzata dal sangue o dai colleghi che vogliono farla fuori. È terrorizzata dall’essere vista dalla figlia per quello che è: una killer.
Cha Min-gyu capisce tutto questo meglio di chiunque altro. Il suo rapporto con Bok-soon è uno dei nuclei più torbidi del film: mentore, capo, creatore, innamorato, carnefice, possibile padre. Il film non conferma che sia lui il padre biologico di Jae-young, ma semina ambiguità: quando la sorella glielo chiede, lui minimizza, ma sembra più una fuga che una risposta. Il suo modo di entrare nel rapporto madre-figlia non è quello di un estraneo: è troppo intimo, preciso, velenoso. Anche lo sguardo nostalgico verso una coppia di genitori apre un dubbio.
Il finale è più complesso di quanto sembri. Sì, la violenza c’è. Sì, il gesto è crudele. Ma Min-gyu non prova solo a traumatizzare Jae-young: prova ad abbattere l’ultimo muro tra madre e figlia. Non è un liberatore, è un uomo che anche morendo vuole controllare la vita di colei che ama. Capisce che l’ultimo muro da distruggere è quello domestico: la madre che torna a casa e finge di non essere ciò che è.
Se Jae-young vede davvero il video — e il film lo suggerisce con forza — non vede solo “mia madre uccide”. Vede la madre intera: professionista, bugiarda, sopravvissuta, donna che ha vissuto fingendo di proteggerla dalla verità. La battuta finale è inquietante perché non c’è urlo, collasso, melodramma. C’è riconoscimento: freddo, storto, disturbante. Come se Jae-young dicesse: “Adesso so. E non smetto di considerarti mia madre”.
Ma sarebbe ingenuo leggerla come perdono. Il finale scolastico lo dice chiaramente: Jae-young inizia a parlare la lingua della madre, raccogliendone l’ereditarietà simbolica. Non ha semplicemente accettato Bok-soon: ha riconosciuto in lei una grammatica della forza, della minaccia, della vergogna ribaltata. E la sta già usando. Non significa che sia “nata killer”: significa che il film lascia aperta una domanda più dolorosa. Quando un genitore smette di mentire, cosa passa attraverso la verità? Intimità o veleno? Nel loro caso, probabilmente entrambe.
Anche il rapporto disturbato tra Cha Min-gyu e Cha Min-hee partecipa a questa atmosfera malata. Lei non è solo “la sorella cattiva”: è una figura teatrale, isterica, elegante, corrosiva; la sua gelosia verso Bok-soon ha qualcosa di familiare e sessuale insieme. Qui si può leggere una possibile eco di *The Crow*: Top Dollar ha un rapporto apertamente disturbante con Myca, sorellastra e amante. Non è copia-incolla, ma l’eco c’è: potere, desiderio, morte, famiglia deformata.
La scena del massacro al ristorante viene spesso liquidata come assurda perché i killer passano dal convivio all’omicidio. In realtà funziona: tutti vogliono lavorare per MK perché MK dà prestigio, soldi, protezione, status. La lealtà dura finché non arriva un’offerta migliore. Quando Min-hee offre una possibilità di carriera, la comunità si dissolve. Non è incoerenza narrativa, è antropologia cinica: finché si mangia insieme siamo colleghi; appena cambia il prezzo, si diventa predatori.
Visivamente, *Kill Boksoon* è più ragionato di quanto sembri. La fotografia è di Cho Hyung-rae, il montaggio di Kim Sang-bum, le musiche di Kim Hong-jip e Lee Jin-hee. Il color grading distingue Bok-soon madre affettuosa e Bok-soon killer fredda. Il contrasto tra verde e rosso è centrale: il verde rappresenta il modo in cui Bok-soon vuole vedere la figlia, un’immagine proiettata e rassicurante; il rosso è il colore reale di Jae-young, ed è anche il colore di Bok-soon. Nella scena finale, la giacca rossa della ragazza è dichiarazione d’identità: non è la figlia verde che la madre vorrebbe proteggere in una serra emotiva. È rossa, come lei.
La scenografia insiste su questa idea di casa come serra, gabbia, tentativo di controllo. Le piante, la stanza verde, gli interni domestici sono il desiderio di Bok-soon di coltivare una figlia dentro un ambiente controllato. Ma Jae-young non è una pianta ornamentale. Cresce storta, viva, arrabbiata, propria.
Il sound design va nella stessa direzione: i suoni di porte accompagnano la frizione tra madre e figlia, mentre nei momenti in cui mostrano tendenze simili compaiono effetti che richiamano lame o coltelli. Il film non dice solo “si somigliano”: lo fa sentire. Le musiche non cercano l’epica, perché non è un film di eroismo ma di attrito. Sostengono l’eleganza artificiale del mondo dei killer e sanno farsi secche, nervose, ironiche.
La regia di Byun è più ambiziosa che perfetta: a volte il film è troppo pieno, troppo innamorato dei suoi personaggi secondari, con linee più suggestive che compiute. Però preferisco un film che rischia l’eccesso a un prodotto levigato e morto.
Sul piano interpretativo, invece, il film mi ha convinta meno. L’unica vera eccezione è Sul Kyung-gu. Lo avevo già visto in altri lavori e qui ho avuto un momento di esitazione: era davvero lo stesso attore che in *Hyper Knife* interpretava quel neurochirurgo gelido, disturbante, quasi predatorio? Sì, ed è qui che si misura la sua bravura. Sul Kyung-gu cambia temperatura interna: faccia, spazio, sguardo, silenzio. In *Kill Boksoon* ha una calma levigata, un modo di parlare basso che rende ogni frase minacciosa.
A lui, solo a lui, va un 9 pieno. È l’unico che alza la temperatura del cast, portando la media complessiva a un 7,5; agli altri darei un 7 dignitoso, corretto, professionale, ma senza scosse. A Lee Jae-wook darei un 6,5. Nel flashback finale, quando il giovane Min-gyu vede Bok-soon per la prima volta, la sua espressione mi è sembrata troppo calcata, quasi finta. Dovrebbe essere il momento in cui nasce un’ossessione, e invece arriva con un’intensità scolastica. Subito dopo ritroviamo il Min-gyu adulto di Sul Kyung-gu, con tutt’altra padronanza, peso, profondità. Lo scarto è talmente evidente che mi ha quasi fatto ridere.
Il resto del cast è meno memorabile. Jeon Do-yeon è solida e regge il film, ma non mi ha travolta. Bok-soon è scritta meglio di quanto venga incarnata: sulla pagina ha molte fratture — madre, killer, professionista, bugiarda, donna stanca — ma sullo schermo non sempre arrivano con la forza che avrebbero potuto avere. Esom funziona come idea di nevrosi elegante, gelosa e grottesca, ma resta trattenuta.
In generale, Kill Boksoon è più forte per costruzione tematica, regia, simboli e mondo visivo che per grandezza attoriale corale. Gli attori fanno il loro mestiere, nessuno affonda il film, ma pochi lo elevano. In un’opera che lavora su identità doppie, maschere, menzogne e fratture morali, qualche interpretazione più affilata avrebbe potuto renderlo ancora più feroce.
In conclusione, non è un film perfetto, ma è molto meno stupido di quanto sembri a chi lo guarda soltanto come action. È una commedia nera sulla professionalizzazione del male, un melodramma materno travestito da film di killer, una satira sulla meritocrazia criminale e una storia su quanto sia difficile dire la verità quando la bugia era l’unico modo che conoscevi per amare qualcuno. La violenza più importante non è quella che spacca ossa, ma quella che organizza le relazioni: lavoro, segreto, famiglia, desiderio, vergogna, carriera.
Bok-soon può controllare un combattimento e trasformare qualsiasi oggetto in arma. Ma non sa prevedere sua figlia. E quando Jae-young finalmente la guarda davvero, non la assolve: la riconosce.
The Human Cost of the Signal
With Humint, Ryoo Seung-wan returns to the territory that suits him best, and it shows. The geopolitical thriller shot through with physicality, with the kind of moral pressure that settles into bodies before it ever reaches dialogue, this is his natural habitat, and the film announces it from the very first sequences. The result isn't flawless, but it possesses a quality that's become genuinely hard to find in contemporary spy cinema: it still believes in space. In the weight of environments. In the dramatic value of a door left ajar, a corridor, a face held a second too long. And above all, it believes that action isn't decoration but a form of storytelling which, in 2026, is far from a given.The plot, on paper, is almost classical: a South Korean agent moves through Vladivostok following the trail of a criminal network that crosses drugs, human trafficking, and state intelligence. On the other side there's a North Korean agent, then an ambiguous official, then a woman trapped in the most dangerous role of all that of the informant. Around them, Vladivostok doesn't function as an exotic backdrop, it's not the Russian city dropped in for international flavor but as a moral landscape: a border place, gray, frozen, porous, where everyone watches everyone and no one is ever truly safe. This is where Humint scores its first real point. The city isn't a postcard: it's a hostile surface, full of concrete, hard spaces, corners with no cover. And it's partly from this that the film generates its sustained, almost physical sense of danger.
On the screenplay level, Humint operates on a recognizable mechanism: four main characters, four different ethical trajectories, and at the center the figure of the informant as both narrative and moral detonator. What's interesting is that Ryoo doesn't build the film as a purely strategic chess match but as an accumulation of human debts. The debt to the person who puts themselves on the line for you. The debt to the person you love and put in danger. The debt to the State, which demands obedience and gives back cynicism. In this sense, Humint is less a film about intelligence operations per se than a film about the human cost of intelligence — about that precise moment when people stop being "assets" and go back to being human beings: unmanageable, vulnerable, irreducible to protocol.
The writing, though, doesn't always match the precision of its themes. And it's worth saying so plainly. In the middle section, the film tends to thicken its web of interests, blackmail, chains of command, double-crosses, and lateral moves with a taste for complication that at times slows things down instead of intensifying them. It's not a problem of density , you can follow the threads , but of dramaturgical hierarchy: certain pieces of information arrive with the weight of a revelation, and then produce no real emotional turn; certain subplots seem more functional to keeping the mechanism running than to actually developing the characters. In other words, the film has more energy than synthesis. You feel it. It's no coincidence that part of the critical conversation has praised the film's spectacular ambition while flagging a certain weakness in dramatic substance relative to the action apparatus and that's not an entirely unfair observation.
That said, it would be unfair to stop at the flaw, because Humint constantly recovers ground in the way it stages what it has written. Ryoo Seung-wan understands something elementary and precious: every character has to have their own physical grammar. It's not enough to fight; they have to fight "like him," "like her," according to a rhythm and a posture that tell you who they are. And indeed, this bodily differentiation is one of the film's strongest elements. Manager Zo, whom Jo In-sung plays with an almost elegant restraint, always acts as if trying to keep violence inside a clean, contained line; Park Geon, by contrast, carries a more nervous tension, more intermittent, more exposed to emotional fracture; Hwang brings to the screen an administrative coldness that is itself a threat, with no need to raise his voice; Seon-hwa introduces a vulnerability that isn't passivity but the capacity to choose within the narrowest margin of survival. These aren't just characters: they're vectors of different energy. And when the film stops explaining and simply lets them move, it finally starts to breathe.
The direction is the real center of the film. Ryoo comes from a cinema that knows the pleasure of the gesture, but here he largely avoids pure choreographic display for its own sake. The action sequences land because they're legible, articulated in space, never reduced to accelerated cutting designed to simulate intensity without actually building it. You can tell where you are, who enters from where, who sees what, who risks being cornered, who has the positional advantage. It sounds obvious, but it's almost revolutionary today. Even more interesting is the way the director alternates wider shots and compressed close-ups: on one side, the hostility of the world; on the other, the face as the only real battlefield. This dynamic between geographic openness and emotional constriction gives the film a near-classical elegance. It's no surprise that more than one observer has read Humint as a natural continuation of the path begun with The Berlin File and Escape from Mogadishu: the frame changes, but the same faith in the international thriller as a moral device — not just a spectacular one — remains.
The atmosphere work is very strong as well. The cinematography pushes toward cold, metallic, matte tones without ever making the film visually monotonous .There's an intelligent use of surfaces, empty spaces, and architecture that conveys the sense of a life lived under constant surveillance. Costumes and interiors help suspend the film in a slightly displaced temporality: contemporary, yes, but never ostentatiously dependent on technology. It's a shrewd choice, because it allows Humint to sidestep the risk of becoming a thriller of screens, pings, software interfaces, and digital exposition dumps. Here, intelligence goes back to being, literally, human: bodies, sources, glances, lies, shifting loyalties. This is also why the film, when it works, generates a tension that is more tactile than cerebral.
On the acting front, Zo In-sung carries the film with remarkable presence. He doesn't work through overexpression, and rightly so: his character lives inside guilt, discipline, a reluctance to fail again, and the actor translates all of this into a controlled physicality that occasionally lets a crack show through. Park Jeong-min provides an effective counterpoint, shifting the register toward something more ambiguous and emotional. Park Hae-joon delivers the kind of administrative hardness that always works in spy cinema: evil that doesn't need to raise its voice. Shin Sae-kyeong, finally, had the most delicate task and instead manages to preserve her own opacity, her own concrete fear, her own capacity for decision-making all the way to the end.
Humint is not its director's definitive masterpiece, and anyone looking for a perfectly engineered, airtight, zero-redundancy spy mechanism will find things to complain about. The screenplay has some redundant passages and a middle section that isn't as sharp as the opening promises. But it would be foolish to write it off on those grounds, because the film possesses a concrete, muscular, almost artisanal quality that many far more "orderly" thrillers simply don't. It stumbles occasionally in its own complexity, but when it finds its footing again it hits hard in the direction of the action sequences, in the control of space, in the construction of tension, and in that idea, as beautiful as it is bitter, that behind every piece of intelligence there is always someone who pays the full price.
If a single blunt formula is called for: Humint convinces more as cinema than as screenplay. But since cinema, fortunately, is not only screenplay that's more than enough to make it a robust, adult, imperfect, and genuinely interesting thriller.
Ambizioso negli effetti, fragile nella sostanza...
Along with gods è un grosso tentativo del cinema coreano di portarsi a livelli americani per quanto riguarda grafica, CGI ed effetti speciali in quanto interamente girato (o quasi) col green screen.l film è visivamente ambizioso e molto orientato agli effetti digitali, ma questa abbondanza di spettacolo a volte annebbia chiarezza narrativa ed emozione. È anche stato un successo commerciale notevole in Corea.
La storia è anche abbastanza originale: combina elementi buddisti con mondi fantastici e giudizi universali funzionali al nullaosta da parte delle divinità giudicanti per reincarnarsi.
I tre protagonisti principali sono dei Guardiani che anche aspettano anch'essi di reincanarsi, sembrano dei cupi mietitori, a parte la ragazza del trio che sembra inserita più per necessità scenografiche che narrative dal momento che il suo personaggio o ripete le parole di altri o riporta quello che vede delle vite passate di chi aspetta giudizio, o serve a risaltare il fisico slanciato di Ju Ji Hoon, che in questo film sfodera tutta la sua pungente ironia risultando il personaggio più comico in assoluto.
Il vero protagonista però è Ha Jung-woo, lui ha il "peso narrativo" maggiore e detiene più tempo sullo schermo.
Aspetti tecnici: Kim Yong-hwa, il regista, concepisce il film come una grande macchina visiva. la regia privilegia set digitali e scenografie immaginarie che trasformano il concetto tradizionale di “aldilà” in una serie di "tableaux" spettacolari. I critici sottolineano che il regista sfrutta senza risparmio le possibilità del CGI, costruendo scene di forte impatto sensoriale, volte con esiti di sicuro pregio visivo, altre volte ho avuto l’effetto di un sovraccarico (overload sensoriale) con accavallamento di scene con poca fluidità tra un frame e un altro. Questa scelta di investire tutto sul digitale a discapito della storia mi ha fatto perdere il focus sui momenti “umani”.
Vi è abbondante ricchezza di immagini ed effetti digitali al servizio di una fantasia visiva tuttavia il film è talvolta troppo dipendente dal greenscreen, con compositing che in certi momenti appare meno raffinato e rende la profondità di campo e l’integrazione soggetto-ambiente meno convincenti. In parole povere: effetti spesso ottimi, ma con alcune cadute tecniche visibili.
La fotografia rende scenicamente con bruschi cambi di colore i "due mondi", operando contrasti netti tra “mondo umano” e “mondo dell’aldilà”: la palette cromatica cambia drasticamente, la luce diventa più artificiale e teatrale nei regni ultraterreni. Apprezzabile la ricerca dell’immagine epica e la cura dei dettagli scenografici (costumi, creature, architetture ispirate ai dipinti buddhisti), che conferiscono coerenza visiva all’universo ma a me personalmente non hanno convinto.
Si percepiscono ampie parti girate su set con schermi e successivo keying; lo stile cromatico è fortemente manipolato in post-produzione (saturazione, glow, filtri atmosferici) per ottenere l’effetto “mistico” — scelta efficace sul piano estetico, meno sulle micro-interazioni di luce/ombra tra attori e background.
Tecnicamente il film è serrato nelle scene d’azione e nelle transizioni tra tribunali/tribolazioni ma la durata e la densità di contenuti (molte sottotrame e molti salti temporali) portano a un ritmo che i critici definiscono a tratti sovraccarico e dispersivo. Questo influisce sulla capacità emotiva delle scene più intime, perché il montaggio privilegia il movimento e la sorpresa visiva rispetto alla lenta costruzione drammatica.
La colonna sonora non l'ho completamente notata. Mi sembra per lo più strumentale ma il fatto che non si percepisca la dice lunga sulla sua "memorabilità".
Al cast (Ha Jung-woo, Cha Tae-hyun, Ju Ji-hoon ecc.) va un grande elogio per la professionalità: gli attori reggono bene la scena anche quando devono recitare in ampie porzioni su set virtuali, mantenendo presenza fisica e reattività emotiva. L’abilità dell’attore diventa cruciale proprio perché la tecnologia richiede che la recitazione “funzioni” senza il supporto di un ambiente tangibile.
Sceneggiatura e coerenza narrativa (come influenza la tecnica): la trama (molte prove, salti temporali, retroscena multipli) è stratificata, mettendo alla prova la chiarezza espositiva, quando la narrazione si fa contorta, gli aspetti tecnici — montaggio, VFX, colonna — non sempre riescono a sostenere o a chiarire il senso degli eventi. Questo è il motivo per cui percepisco una certa evaporazione del “peso emotivo” in favore dell’effetto visivo.
Sintesi
Punti di forza tecnici: produzione ambiziosa; VFX e scenografia che dimostrano capacità industriale e creativa; fotografia curata; cast capace di adattarsi a riprese fortemente digitali.
Limiti tecnici: dipendenza dal greenscreen che mostra alcune imprecisioni di compositing; montaggio e sovrabbondanza narrativa che talvolta neutralizzano l’impatto emotivo; colonna sonora impercettibile.
In conclusione, il film funziona come dimostrazione di come una produzione coreana su larga scala riesca a reggere sequenze di fantasia estese; la regia usa in modo sistematico carrellate digitali, compositing e grandi set virtuali per passare rapidamente da “tribunale dell’aldilà” a paesaggi catastrofici ma la storia è debole e i costumi, anche se ho letto ispirarsi a dipinti buddisti, nella resa mi ricordano vagamente come qualità ed effetto finale un grottesco ritorno ai film natalizi di Lamberto Bava (Desideria, Fantaghirò, Sorellina...).
Se stai cercando un esempio di cinema coreano che spinga in avanti capacità di produzione, design e VFX su scala epica, "Along with the Gods The Two Worlds" è un caso di studio interessante: dimostra cosa succede quando l’industria mette soldi, tecnologia e immaginazione insieme. Se invece cerchi equilibrio tra spettacolo e nitida profondità emotiva o narrativa, il film sacrifica la seconda al primo.
Se poi sei cresciuto con i fantasy di Hollywood e il mondo Marvel, questo tentativo ti sembrerà goffo e maldestro in alcune scene.
In termini strettamente tecnici è un film altamente ambizioso ma con resa non sempre all'altezza delle intenzioni che (penso) si erano proposti.
Una boccata d'aria fresca ma...
Scenografia: 8 Sceneggiatura:5 Regia: 6Les Belles (in mandarino 《怎敌她千娇百媚), titolo originalo "Come posso competere con la sua bellezza fascinosa", è basato su una sceneggiatura originale interna alla produzione stessa.
La protagonista è Luo Ling Yu, una nobile figlia di un Prefetto caduto in guerra che scappa dai parenti avidi che la "vendono"in matrimonio ad un mercante imperiale, si rifugia presso dei parenti, dove incontra Lu Yun, il terzo figlio della famiglia Lu, iniziando una spumeggiante storia tra malintesi e pregiudizi.
L'opera è molto breve e leggera, da qui il mio titolo, perfetta come pausa dalla visione di lavori più impegnativi, accostatevi però al lavoro senza pretese.
Pur essendo a sfondo storico le dinamiche sono molto moderne, i lignaggi diversi non impediscono matrimoni imperiali, le donne possono recarsi in guerra dai loro fidanzati (non ufficiali) ed essere ospitati negli accampamenti, donne che prendono l'iniziativa fisica, interazioni molto maliziose e provocanti e dialoghi piuttosto spinti per l'epoca. Il ritmo è sostenuto, la serie è molto breve per essere una serie cinese, solo 26 episodi che sospetto dovessero essere di più perché ci sono dei passaggi molto bruschi e qualche "falla" a livello logico , come se fosse accaduto qualcosa per giustificare una mancata reazione dei personaggi (esempio principe vs attendente di Lu Yun).
É un'opera semplice, senza pretese, e priva di colpi di scena o recitazioni incisive o intense.
Tuttavia apprezzo che sia dalla parte delle donne, nessuna donna è servile e vive per un uomo (da qui il titolo Les Belles, in senso figurato) , ognuno prova a tracciare per se percorsi diversi, specialmente la resiliente e brillante protagonista, che è decisa a scegliersi un marito e a conquistarlo, è decisa poi a farcela da sola e a trovare strade nuove per raggiungere i propri obiettivi, è audace, intrepida, non si abbatte e trova sempre nuove soluzioni ai problemi.
Mi è piaciuta molto la dinamica pregiudiziale al principio tra i due e l'inversione dei ruoli, questo battibeccare in perfetto stile "tenzone" tra i due protagonisti. Ho apprezzato che le protagoniste in quest'opera siano le donne.
La protagonista è un po' antipatica perché smorfiosetta nei primi episodi però apprezzo che non sia servile e confusa sui propri sentimenti.
Avrebbe potuto essere un'opera da 8 tuttavia alcune falle logiche, buchi di trama, inserimento di elementi drammatici e di intrigo non ben congegnati, interpretazioni leggere e regia con poche soluzioni la penalizzano portando l'opera alla sufficienza.
Regia: non ho visto molte soluzioni di ripresa, la regista ha sicuramente un occhio per l’ “eye candy”, valorizzando la bellezza di Lin Yun e Fang Yilun con inquadrature che amplificano la loro presenza estetica.
La regia è incalzante, più comica che romantica, con scene rapide e vivaci e utilizzo di stacchi che personalmente a me non hanno fatto impazzire perché erano troppo veloci e interrompevano il ritmo della scena corrente.
La regia calibra i momenti di “political intrigue” e sequenze comiche o slapstick, mantenendo sempre un tono leggero.
Coreografie dinamiche: i combattimenti sono eccessivamente coreografici, quasi barocchi, calcati e troppo scenici, forse l'intento è di divertire e intrattenere ma personalmente ho trovato la cosa molto poco coinvolgente perché mi sapeva di eccessivamente finto.
Tempi comici: le gag sono ben piazzate, la regia mantiene la comicità senza accelerare troppo o diventare ripetitiva .
Sceneggiatura: Dialoghi spesso incentrati sul futuro e la condizione delle donne portano avanti dei messaggi positivi, spunto di riflessione sin da principio. La storia è semplice ma quando prova a diventare un po' più complessa e articolata ci sono delle falle e delle risoluzioni improvvise che sembrano quasi improvvisate. Dal 20 in poi la serie cambia tono diventando drammatica, col tema della guerra ma questo viene fatto con troppa leggerezza, senza intensità, e soluzioni un po' estreme che gli attori non hanno gestito bene a livello di interpretazione. Non si capisce poi come scoprono dettagli sul nemico alla fine (tipo chi guidava le truppe a Beichu, si sente urlare il nome quando lui scopre che ha rapito qualcuno e allora se lo sapevi perché non sorvegliavi?) . Una scrittura che risente moltissimo di manchevoli approfondimenti e di una linearità logica, di una coerenza che manca che sfugge subito ad un attento osservatore.
Troppi narrativi ripetuti e ridondanti rivelano una povertà di idee.
Interpretazione: purtroppo è uno dei punti deboli di questo lavoro, Alen Fang molto espressivo e bravissimo nelle scene di gelosia o in cui si va prendendo di lei, mostra qualche caduta dopo l'episodio 20, non mostrandosi sempre puntuale nella recitazione, inoltre hanno girato delle scene pietosissime dove aspettano a baciarsi perché sanno che deve irrompere qualcuno nella stanza, dando alla scena una resa da livello amatoriale, davvero basso. Stessa cosa nel frame finale, devono baciarsi chiudendo le porte e si avvicinano ma si vede che attendono la chiusura delle porte rimanendo per 3 secondi col collo piegato senza avvicinarsi perché non volevano in verità baciarsi o avevano ricevuto altre indicazioni, ma la scena andava rifatta in questo caso. Hanno rovinato un finale.
Premio un villain che è stato abbastanza bravo a rappresentare tormento e solitudine interiore. Il mio Voto per lui è 7.É stato quello più continuo seppur abbia poche scene.
Nonostante tutti questi difetti riscontrati la visione è stata leggera e piacevole , l'ho finito in pochi giorni e per la sua semplicità si presta al rewatch, perché non appesantisce ed evoca una sensazione di tepore e comfort che ho molto apprezzato.
Baci frequenti MA molto stitici, girati maluccio. La protagonista seppur sia molto bella era l'anello debole di dream of splendor e constato che anche qui non ha brillato, perfetta nelle parti smorfiose e spensierate, poco convincente quando doveva mostrare serietà e intensità. Il suo modo di baciare è davvero pessimo, penalizzando la chimica col protagonista.
Bravine le altre attrici non protagoniste, bravo ed espressivo Charles Lin, sebbene manchi ancora di quel quid che possa assicurargli un ruolo da protagonista.
I bambini , specie la sorella piccola, ha recitato maluccio ,seppur il personaggio sia adorabile e mai fastidioso.
Scenografia: è il punto forte di questo lavoro che investe moltissimo sull'estetica visiva, le riprese, i colori , tutto fa "respirare l'occhio", regalando un' aria spensierata, sognante e un'atmosfera morbida, ovattata.
Colori pastello delicati: predominano rosa cipria, azzurro sbiadito, verde menta, giallo pallido, tonalità morbide e armoniose che evocano un’atmosfera eterea.
Motivi floreali e farfalle: fiori, petali e farfalle svolazzanti arricchiscono lo sfondo, conferendo un senso di leggerezza e grazia che richiama le decorazioni naturali tipiche dell’Art Nouveau.
I panneggi ampi dei costumi, delle braccia aperte della protagonista, le linee curvilinee delle vesti richiamano il celebre "whiplash" dell’Art Nouveau, esaltando eleganza e flusso naturale .
I protagonisti sono spesso posti in posizioni non speculari ma bilanciate da elementi come lanterne, giardini,la loro asimmetria dona dinamicità pur mantenendo armonia visiva.
Gli abiti sono ispirati alla tradizione cinese antica (guzhuang), ma reinventati: drappeggi ampi, ricami raffinati, stoffe eteree. Sono romantiche, idealizzate, e prive delle rigidità storiche.
Palazzi, ponti, padiglioni , giardini, "gazebo" creano un’ambientazione nostalgica (quasi fiabesca), rievocando scenari di un epoca sospesa nel tempo.
A livello di colori ci sono chiari riferimenti all’Art Nouveau l’insieme di colori tenui, linee curve, motivi floreali, eleganza femminile e composizioni asimmetriche rimandano a uno stile grafico che mi ha ricordato Mucha, Toulouse‑Lautrec e Chéret . La tradizione cinese qui è stata “rivista” attraverso un’estetica nostalgica ricca di grazia.
Finale: positivo ma tirato troppo per le lunghe con un escamotage banalotto, qualche caduta sulla scena finale, in uno degli ultimi frame, attenzionate la chiusura delle porte della barca.... .
Premio moltissimo la brevità dell'opera, speriamo che nel futuro molte produzioni vi si adeguino quando non c'è una storia da raccontare, evitando lungaggini inutili o sottotrame inutilmente tragiche o imbarazzanti e chiusure frettolose regalando dopo 36 ore di visione, un misero finale di 30 secondi,
“Les Belles” pone l’accento sulle donne e sulla loro bellezza, non solo fisica ma anche quella dell’intelligenza, del carattere, e della grazia interiore. Consiglio la visione senza troppe aspettative.
CUPIDO QUANTO MI ANNOI!
Sinossi: Il protagonista È CUPIDO CHE VIENE PUNITO PER ESSERSI INNAMORATO DI UN UMANO 500 anni fa dalla divinità del DESTINO. Cupido ha 3 colleghi, lui e i colleghi sono belli come angeli ma il terzo è tozzo e inattraente anche se ne combinerà di cotte e di crude e regalerà molte risate.Un altro di questi angeli è maledetto e si trasforma in cane ogni 28 giorni mi sembra di aver capito, è dolcissimo in quanto come golden retriver è tenero e molto coccolone, specialmente con le belle donne.
La protagonista femminile è un delle attrici coreane più belle in circolazione, forse perché originariamente modella, peccato che la sua recitazione sia troppo acerba e monoespressiva, la bellezza non compensa la povertà emotiva a livello interpretativo.
FL si innamora di cupido perché hanno un legame "karmico", il rapporto tra i due manca di sfumature poetiche.
Lei porta sfortuna a ogni uomo che intraprenda una storia con lei perché il destino la vedrebbe accanto ad un altro uomo.
Questa coppia insieme a livello estetico non mi è piaciuta: lei sembra la madre di lui , lui ha un viso da bimbo e insieme non sembrano davvero credibili, è il peggior casting che abbiano fatto finora. Trai due io non ho visto molta chimica.
E' una serie un po' diversa perché in questo caso è la donna che ci prova con lui, e gestisce le dinamiche della loro relazione, inizialmente lui sembra restio ma palesemente attratto da lei.
Non è solo una storia d'amore e di rivoluzione del fato, ma è anche una serie crime ambientata ai giorni nostri e devo dire che è l'unico dato di pregio della serie, il serial killer è davvero insospettabile e ben nascosto.
Feedback tra la metà e la fine della serie riportano alle vite precedenti, sin dalla dinastia Joseon fino all'ultima reincarnazione della protagonista, tragicamente interrotta .
I cliché sono abusati: sempre le stesse scene di Fl che cade, ML la salva, ML è un cupido che viene trafitto dalla sua stessa freccia, motivo per cui si innamora di FL. E queste scene si ripetono 4 -5 volte.
Per una storia d'amore, metà del tempo riguarda un serial killer che agisce indisturbato in ogni episodio, e l'altra metà del tempo è FL che si lamenta con ML in modo seccante perché insiste che debbano finire insieme. Lo spettacolo è troppo superficiale, privo di sostanza o di logica, i dialoghi ovviamente hanno la consistenza del vapore, non viene mostrata una vera compatibilità tra nessuno dei protagonisti. La storia non va da nessuna parte, le stesse scene ripetute, troppi buchi nella trama e dialoghi insipidi.
TroppI drammi per apprezzare gli altri aspetti
Se cercate una serie coinvolgente, ricca di intrighi, drammi, guerre e uccisioni violente, allora la consiglio, anche se gli effetti speciali sono decisamente il suo punto debole: gli animali realizzati in CGI fanno davvero pena.Non so se il problema dipenda dalla traduzione o se siano state tagliate alcune scene fondamentali, ma dal 26° episodio in poi si ha spesso la sensazione che manchino dei passaggi. Sembra quasi che il regista avesse inizialmente un'idea diversa e che, a un certo punto, abbia cambiato direzione, modificando improvvisamente le intenzioni dei personaggi senza costruire in modo credibile la loro evoluzione attraverso dialoghi o eventi. Questo rende la parte finale piuttosto confusa.
La storia ruota attorno a due innamorati che, a causa di intrighi, malintesi e di una cronica incapacità di comunicare con sincerità, finiscono per diventare nemici. Continuano ad amarsi, ma si ritrovano costantemente senza una reale possibilità di vivere il loro sentimento.
È una serie appassionante, ma anche decisamente troppo lunga. Ridotta a una trentina di episodi avrebbe probabilmente avuto un ritmo molto più efficace.
Le mie reazioni sono state contrastanti. Ho provato un profondo fastidio per il protagonista maschile, spietato e crudele, seppur mosso da intenti nobili. Sul finale, però, diventa improvvisamente quasi un santo: un cambiamento troppo rapido e poco motivato, difficile da trovare credibile concentrato in un unico episodio. Lei, invece, l'ho adorata. È coraggiosa, leale, animata da un forte senso della giustizia, anche se la sua impulsività finisce spesso per peggiorare situazioni già complicate.
I problemi sentimentali della coppia sono talmente continui che, a un certo punto, ho sperato sinceramente che lei si innamorasse del secondo protagonista maschile e che la storia prendesse quella direzione. Per questo motivo non sono riuscita ad apprezzare fino in fondo la riconciliazione finale: il male che si sono inflitti reciprocamente è stato troppo grande e, persino durante il loro innamoramento, non mancano umiliazioni e colpi bassi che metterebbero a dura prova chiunque abbia un minimo di amor proprio e autostima, anche quando vengono giustificati come sacrifici fatti "per il bene dell'altro". Il lieto fine mi ha dato più sollievo che soddisfazione.
A chi definisce questo drama "hot", come ho letto in diverse recensioni, rispondo che le scene romantiche saranno una decina in tutto. Davvero poche, considerando che la serie dura quasi cinquanta ore.
Gli assegno 7 stelle perché la trama è coinvolgente e tiene incollati allo schermo, almeno fino al quarantesimo episodio. Da lì in avanti, però, ho iniziato ad avvertire una certa insofferenza per il susseguirsi incessante di tragedie. Non esistono momenti di tregua: a ogni problema ne segue immediatamente un altro, senza concedere allo spettatore il tempo di respirare.
Un po' più di amore, passione e serenità avrebbe reso la storia molto più emozionante. Paradossalmente, pur essendo il fulcro della serie, la relazione tra i protagonisti finisce spesso per passare in secondo piano, schiacciata dalle continue macchinazioni politiche e militari.
Non condivido nemmeno i tanti elogi rivolti a Warren. Nei primi episodi l'ho trovato piuttosto monoespressivo; solo intorno al trentesimo episodio acquista una maggiore intensità emotiva. Inoltre il trucco, o forse l'abbronzatura artificiale, gli dona una tonalità arancione che lo fa sembrare più un messicano o un Cherokee che un cinese appartenente a una dinastia imperiale.
In sintesi, se cercate una serie d'azione, piena di intrighi, tragedie e continui colpi di scena, quasi una versione di *Game of Thrones* senza sesso, allora potrebbe fare al caso vostro. Mettete però in conto effetti speciali spesso mediocri e qualche duello che avrebbe potuto essere realizzato decisamente meglio.
Tragedia in scena: Bravissimi loro ma a Quale Prezzo... ???
Dovrei dare differenti voti perchè per la prima volta mi trovo perplessa , a fronte del fatto che per intensità e bravura recitativa gli attori meritano un 10 pieno, soprattutto il protagonista maschile che interpreta il doppio ruolo magistralmente, e credetemi per me che ho avuto a che fare con gente nella sua situazione posso dire che è incredibilmente credibile, come gestura, mimica, linguaggio. Qualcosa che davvero mi ha turbato.Come colonna sonora personalmente non ha brillato, non darei nemmeno la sufficienza.
Come combattimenti ed effetti scenografici e do un 7 , perché non ce ne sono moltissimi ma quelli che si vedono sono discreti, molto scenografici quelli delle ultime puntate.
Come scenografia, dialoghi e scelte narrative io mi trovo costretta a dare la sufficienza (6) perché pur iniziando in modo spensierato e leggero, anticonvenzionale, mi è piaciuta molto la scelta di caratterizzare in modo eroico e intraprendente la parte femminile proponendo di contro una controparte maschile intensa, profonda ma fragile (genialata), la serie , forse a causa della sua brevità (27 episodi contro i 40 minimo che hanno queste serie e gli episodi durano anche un 5 minuti in meno) ,dopo i primi 7 episodi, diventa un ecatombe tragica e senza un episodio di tregua o serenità, forse attimi. E' un continuo susseguirsi di tragedie e colpi bassi.
I dialoghi tra i due innamorati mancano di onestà reciproca, o di totale schiettezza per tutta la durata del drama per quel che riguarda il protagonista maschile, la protagonista femminile per disperazione si aprirà ma non cambierà nulla. Lui è totalmente perso per lei ma anche l'uomo più irragionevolmente testardo che io abbia mai visto, e questa ostinazione determinerà il finale che vedrete... .
La brevità della serie ci ha risparmiato molti dialoghi inutili e storie accessorie, riempitivi che spesso penalizzano appesantendo la visione.
Nonostante ci sia intensità , ottima recitazione, un amore pieno di tenerezze reciproche che in nessuno dei 50 drama finora visti (dimenticatevi della passione), ho ritrovato, personalmente ho trovato troppo pesante la visione e l'andazzo prosegue senza tregua. Il finale non è negativo né positivo, dura pochi secondi e per come finisce, per le conseguenze fatali e la condizioni in cui si trova la protagonista ti lascia insoddisfatto e con un grande senso di vuoto e pesantezza.
Peccato che attori così bravi abbiano preso parte a questa deprimente serie, senza gioie; solo pesante e struggente, seconda solo alla "Scelta di Sophie" (film terribile per chi lo conosca che viene da me menzionato per farvi capire a cosa andate incontro, il grado di drammaticità e tragedia continua), tanto che alla fine la sigla di ogni episodio ti evoca profonda angoscia perché capisci che ci sarà una nuova prova, un nuovo problema,un nuovo pericolo, forse fatale, una nuova separazione, senza fine. Così tante le tragedie che il finale non lo gusti a pieno, anzi ti sembra un contentino triste, messo lì per volere di qualcuno ma a cui nessuno crede fino in fondo, persino il regista!!! POCO CONVINCENTE!
Vi prego scrivete recensioni solo se finite la visione completa della serie, ho letto molte recensioni di chi ha visto solo i primi due capitoli, ebbene la serie dal 7 diventa completamente un altro genere, quindi non scrivete impressioni, perché fino a quando non si vede tutto si parla di impressioni non di una recensione fondata e completa!!! Leggi di più
Eppur si deve campare ....tra serre smart ,finanza creativa e petardi bagnati abbandonati
C’è una piccola verità che ogni appassionato cinefilo prima o poi deve accettare: anche i bravi attori hanno un mutuo, delle bollette e probabilmente un commercialista che non accetta applausi come forma di pagamento.Non ogni progetto nasce per essere il ruolo della vita. A volte un interprete talentuoso finisce dentro una produzione mediocre non perché abbia improvvisamente dimenticato come si recita, ma perché recitare è anche un mestiere.
Love Has Fireworks sembra appartenere proprio a questa categoria: un drama che può contare su protagonisti capaci e naturalmente piacevoli sullo schermo, ma che non offre loro abbastanza materiale per brillare davvero. Tan Jianci e Wang Churan fanno il possibile con quello che hanno: sono spontanei, credibili, scorrevoli. Il problema non è la loro interpretazione (non sempre almeno), è quello che la sceneggiatura mette loro in mano.
Perché anche con tutta la buona volontà del mondo, se ti danno una candela è difficile organizzare uno spettacolo pirotecnico e Love Has Fireworks , tradotto con scintille d'amore, è uno di quei drama che partono con una promessa che è stata fraintesa dal titolo: scintille come tensione romantica, un incontro capace di cambiare la vita dei protagonisti. Per me invece il titolo allude all'energia tra di loro, ai battibecchi e le piccole schermaglie. Il risultato, però, è molto più tiepido di quanto ci si potrebbe aspettare. Più che un incendio emotivo, sembra una piccola luce accesa in una stanza tranquilla.
La storia segue Qian Fei, una donna che nel giro di poco tempo vede crollare le sue certezze sentimentali e professionali, e Li Yifei, brillante uomo della finanza che, per una serie di circostanze, finisce per condividere con lei lo stesso spazio abitativo. La convivenza forzata, le differenze caratteriali e la competizione nel mondo dell’investment banking avrebbero tutti gli elementi per costruire una commedia romantica piena di tensione. Sulla carta c’è tutto: due personalità opposte, ferite emotive, ambizione, orgoglio e vicinanza quotidiana. Il problema è che la serie raramente riesce a trasformare questi elementi in veri fuochi d’artificio.
Il punto più forte del drama è senza dubbio la naturalezza dei due protagonisti. Tan Jianci e Wang Churan funzionano molto bene insieme: i loro scambi sono fluidi, spontanei, mai forzati. Hanno una bella energia scenica, fatta di piccoli gesti, battibecchi e momenti di quotidianità. Tuttavia, più che la tensione di due persone destinate a innamorarsi, spesso trasmettono il calore di due amici che stanno a loro agio insieme. La loro chimica è domestica, confortevole, quasi familiare, ma manca quella corrente emotiva che dovrebbe far percepire il passaggio dall’affetto all’attrazione, ormai ho capito che ci sono alcuni attori che hanno una chimica palpabile insieme, come corrente che passa. Esempio Chu ran e Yan Yan, o Zhang Wan Yi. Tian Jian Ci è l'amico col quale ti fai le serate e ti diverti, questo è il terzo drama che seguo con lui e questa chimica l'ho notata solo con Yang Zi, in Love love my voice l'energia era confortevole, tenera ma mai scoppiettante.
I momenti migliori qui sono infatti quelli più semplici: la convivenza, le piccole difficoltà di tutti i giorni, l’adattarsi l’uno ai difetti dell’altra. Il contrasto tra un uomo estremamente competente nel lavoro ma incapace nelle situazioni pratiche e una donna più concreta crea alcune scene riuscite e permette ai personaggi di abbassare lentamente le proprie difese. In quei momenti Love Has Fireworks ha una sua identità: non una grande storia d’amore travolgente ma un racconto sul ricostruirsi dopo una delusione.
Il problema è che sembra voler essere un healing drama senza avere fino in fondo gli strumenti narrativi di un vero healing drama. Le grandi opere di questo genere riescono a trasformare una conversazione apparentemente banale in qualcosa che rivela paure, traumi, desideri e cambiamenti interiori. Qui invece molte scene restano piacevoli in superficie, ma raramente lasciano un dialogo o un momento davvero impresso. Si guarda con facilità, ma non rimane molto dopo... .
Dopo il capodanno la relazione tra i due e la situazione lavorativa della protagonista lamentano una ripetitività degli espedienti narrativi: malintesi e battibecchi col protagonista (ancora) e martirio lavorativo (ancora). E questo si trascina per ben 9 episodi. Allora finalmente accade qualcosa che dovrebbe sbloccare il tutto ma no, gli sceneggiatori non sono ancora pronti a mostrare una coppia di persone che si amano e si scelgono così ci infila il malinteso, l'incomunicabilità, i problemi lavorativi che sfociano con soluzioni da thriller ridicole infilate a forza e un payoff che arriva a due episodi dalla conclusione!!!
Il ritmo crolla: il romance arriva tardi, viene interrotto subito e poi recuperato in fretta attraverso eventi esterni sempre più melodrammatici. Incidenti, prove da recuperare, corse contro il tempo e pericoli improvvisi sostituiscono ciò che sarebbe stato molto più coerente con l’anima della serie: un vero confronto emotivo tra i protagonisti.
Il vero miracolo tecnologico di Love Has Fireworks non è Fulaxida che riesce a coltivare verdure sui tetti di Shanghai dentro serre intelligenti degne della NASA, ma la capacità degli sceneggiatori di coltivare per trenta episodi una relazione e poi dimenticarsi completamente di raccoglierla. Perché il problema QUI non è lo slow burn. Uno spettatore può aspettare ma a quel punto devi arrivare con i fuochi d’artificio promessi, non con un petardo bagnato.
Per3 0 puntate vediamo Li Yifei e Qian Fei costruire una relazione fatta di quotidianità, complicità, supporto e conoscenza reciproca. Praticamente un matrimonio senza contratto. poi arriva finalmente il momento della svolta e cosa succede? Il protagonista maschile, brillante investment banker capace di muoversi tra IPO, aziende multimilionarie e guerre societarie, perde improvvisamente la capacità di formulare una frase composta davanti alla donna che ama.
Anche la parte professionale, che dovrebbe essere uno dei pilastri della storia, convince solo parzialmente. L’investment banking viene riempito di termini tecnici, IPO, analisi finanziarie e riunioni, ma spesso sembra più un contesto decorativo che un vero motore narrativo. La sensazione è quella di un settore complesso raccontato in modo semplificato e creativo: molti problemi si risolvono con passaggi troppo lineari e alcuni conflitti sembrano costruiti più per creare ostacoli tra i protagonisti che per esplorare realmente quel mondo, lo spettatore deve ricostruire da sé i passaggi mancanti e comprendere le motivazioni dietro i voltafaccia di Sang, Fang , Liao... . IPO, prestanome, account misteriosi, investimenti nascosti, conflitti di interesse: gli ingredienti per un thriller finanziario ci sono tutti. Solo che vengono lanciati sul tavolo come pezzi di un puzzle senza istruzioni. A un certo punto non segue più una trama ma infila pezzi qui e là disordinatamente.
Questo è un peccato perché il parallelismo poteva essere molto interessante: due persone abituate a valutare rischi, perdite e guadagni che devono imparare che i sentimenti non seguono la logica di un investimento. Invece il lavoro finisce spesso per togliere spazio alla relazione senza aggiungere abbastanza profondità.
Dal punto di vista visivo, il drama sceglie una fotografia estremamente luminosa, quasi “candy style”, molto simile a quella del drama Les Belles, dove dava un'aura fantasy : colori chiari, incarnati perfetti, saturazione accentuata, contrasti morbidi e ambienti sempre puliti e ordinati. È una scelta estetica molto comune nei romance moderni cinesi e probabilmente vuole comunicare una sensazione di conforto, sicurezza e idealizzazione della quotidianità, come se la realtà venisse filtrata attraverso il ricordo o il desiderio di una vita più armoniosa.Il problema è che qui questa scelta entra a volte in conflitto con la storia raccontata. Se vuoi parlare di fallimenti, precarietà economica, crisi personali e rinascita, un’immagine così levigata rischia di togliere peso emotivo. Tutto appare bello, morbido, quasi pubblicitario, ma anche un po’ distante dalla vita reale che la serie vorrebbe rappresentare.
La stessa sensazione arriva dalla colonna sonora: invece di accompagnare con delicatezza la maturità dei personaggi, spesso utilizza motivetti leggeri e quasi infantili che sembrano appartenere a una commedia adolescenziale più che alla storia di adulti che affrontano fallimenti sentimentali e professionali. Già dalla sigla sentivo : aspettati leggerezza, stacca il cervello. L’effetto è carino, ma contribuisce a rendere alcune scene meno profonde di quanto potrebbero essere.
Anche alcune sottotrame non aiutano il ritmo. Personaggi secondari, dinamiche familiari e conflitti lavorativi occupano molto spazio, ma non sempre aggiungono qualcosa di essenziale.
La trama finanziaria, che avrebbe potuto essere uno degli elementi più originali, soffre : le idee sulla carta sono interessanti: startup tecnologiche, agricoltura urbana futuristica, IPO, investimenti e giochi di potere. Ma tutto viene raccontato con una confusione tale da costringere lo spettatore a ricostruire da solo motivazioni e interessi dei personaggi. Fulaxida dovrebbe rappresentare un’innovazione rivoluzionaria, ma la serie non riesce mai davvero a far percepire il peso economico della scoperta; pretende che lo spettatore creda che tutti siano pronti a distruggersi per ottenerne una quota senza costruire adeguatamente il perché.
Altro punto che mi ha lasciata perplessa: la rappresentazione dell’amicizia femminile, che sulla carta dovrebbe essere uno dei pilastri emotivi della storia, ma nella pratica sembra scritta seguendo il principio “ti voglio bene, quindi ti rovino la vita con entusiasmo”. Le amiche di Qian Fei sono presenti, a ritmo alternato. Una le presta soldi quando la vede in difficoltà e il gesto è bello, concreto. Il problema è che lo fa andando a fare scenate all’ex fidanzato, entrando in questioni delicate e rischiando di complicare ulteriormente la posizione della protagonista. Perché apparentemente il concetto di supporto emotivo nel drama oscilla tra “ti aiuto” e “faccio esplodere una bomba e poi vediamo cosa succede”.
L’altra, con la brillante idea di pubblicare video online, rischia praticamente di comprometterle la carriera. Una leggerezza enorme trattata quasi come un incidente simpatico.Sono amiche affettuose, sì, ma spesso l’affetto viene confuso con l’invadenza mista all'assenza. Curioso poi come nel momento simbolicamente più semplice — il compleanno — non ci siano, mentre quando sono loro ad avere una crisi Qian Fei deve mollare tutto e correre. Il problema maggiore però è la scrittura della storyline dell’organizzatrice di eventi. Un personaggio che poteva rappresentare una donna indipendente e sicura diventa invece una sequenza infinita di prove da superare: pretende conferme, dimostrazioni, gesti plateali, ma fatica moltissimo a vedere le difficoltà dell’altro.
La sua relazione viene presentata come romantica, ma spesso sembra più un esame a punti dove lui deve continuamente dimostrare di meritarsi il posto. Lui affronta insicurezze, problemi lavorativi seri, torna da lei disposto a mettersi in discussione… e invece di un incontro tra due persone mature abbiamo l’ennesima dinamica “devi convincermi abbastanza”. A un certo punto più che fare il tifo per la coppia viene voglia di svegliarlo scuotendolo.
Ed è un peccato perché l’idea di base era buona: raccontare amicizie adulte e relazioni diverse. Il risultato però sono due figure che sembrano costruite più per creare ostacoli e scenette che come persone coerenti. Sono presenti nella vita della protagonista, ma narrativamente sono sbilanciate: il drama ci dice che sono grandi amiche, ma spesso le loro azioni raccontano qualcosa di molto diverso.
Love Has Fireworks ha il problema del “ti dico una cosa, te ne mostro un’altra”. Ti dice grande amicizia → ti mostra amiche che causano disastri. Ti dice amore maturo → ti mostra gente che aspetta l’episodio 35 per usare la bocca. 😂
ASPETTI TECNICI
A livello tecnico pesa inoltre la controversa sostituzione del volto tramite IA del secondo protagonista maschile (Wang Ruo Hai). Sapere che dietro c’è un intervento digitale spiega quella sensazione di rigidità percepibile in alcune scene: un volto troppo fermo, poche micro-espressioni, un leggero distacco tra fisicità e mimica. Non rovina la visione, ma crea momenti di ilarità che spezzano l'immersione.
Tan Jianci è un lavoro che conferma ancora una volta la sua versatilità: personalmente non lo considero un uomo particolarmente bello o affascinante come spesso la serie e il fandom sembrano voler suggerire, ma lo trovo un interprete carismatico, simpatico e molto espressivo. Qui finalmente ha avuto modo di mostrare ironia, umorismo e una certa dose di stravaganza che non guasta.
Wang Churan invece riesce a dar vita ad una protagonista molto naturale: una donna concreta, alla mano, volitiva, non eccessivamente emotiva. Ho apprezzato moltissimo la spontaneità della sua interpretazione, perché riesce a rendere credibile un personaggio che poteva facilmente risultare piatto. Il limite che purtroppo le devo riconoscere è l'assenza di mezzi emotivi quando la trama le richiede di spingere in senso drammatico (EP 32 LA SCENA DELL'OSPEDALE, NOTARE LA FACCIA DI LEI QUANDO LUI LE VA INCONTRO... DITEMI SE FUNZIONA) .
Peccato per la questione della sostituzione del volto tramite IA del secondo protagonista maschile, perché l’attore scelto come rimpiazzo esiste davvero ed è anche valido.
Ovviamente non aspettatevi che i due protagonisti restino semplicemente amici per tutta la serie. Il legame romantico arriva molto avanti, ma quando finalmente prende forma Li Yifei (Tan Jianci) riesce anche a mostrare una discreta componente di desiderio fisico. Rimane però sempre molto filtrata attraverso il sentimento, quasi come se ancora una volta servisse una giustificazione emotiva per poter desiderare apertamente una donna.
Dal 24°... ho iniziato a percepire stanchezza per la ripetizione del medesimo meccanismo narrativo, schermaglie tra di loro e problemi a lavoro, prima licenziata, poi sospesa e gli autori non si sono nemmeno scomodati a renderlo sensato.
È un messaggio di fondo tuttavia positivo, anche se espresso in una forma ancora molto cinese, con l’idea di fondo del “solo il lavoro non ti tradirà mai”. Guardandolo però da una prospettiva più occidentale si può cogliere un significato più universale: non lasciarsi distruggere quando tutto sembra crollare, continuare a muoversi, perché spesso quello che percepiamo come una fine può diventare l’inizio di qualcosa di migliore.
Non mi è dispiaciuto vedere altre coppie, altri punti di vista e una trama che non ruotasse esclusivamente intorno alla nascita della relazione principale, il problema è come hanno deciso di farlo. È vero però che molte interazioni inutili e ripetitive potevano tranquillamente essere tagliate: di momenti leggeri tra loro ce ne sono già moltissimi, forse troppi. Il drama è piacevole e confortante fino al 20°, ma avrebbe avuto bisogno di più selezione e più profondità per lasciare davvero il segno.
Alla fine risulta un drama contraddittorio. Ha due protagonisti piacevoli, una coppia credibile nella quotidianità e diversi momenti teneri, ma sembra sempre trattenersi. Vuole essere romantico, ma non osa abbastanza con la passione; vuole essere professionale, ma semplifica troppo il mondo che racconta; vuole essere terapeutico ma raramente scava davvero nelle emozioni.
E contiene un paradosso: ha una startup che sa creare il futuro dell’agricoltura ma una sceneggiatura incapace di far crescere organicamente due sentimenti già piantati da 30 episodi.
Heaven can wait (tra buonismo, sentimentalismo e stereotipi)- alla ricerca di lacrime facili.
A volte la Corea ci prova a parlare di argomenti pesanti e introdurre riflessioni esistenziali che lasciano un senso di pace e intensità del vivere e sentire, è così nel caso di my mister che devo ancora vedere ma di cui tutti mi parlano come di un capolavoro, è così in "quando la vita ti dà mandarini "," come i fiori sulla sabbia" e diversi healing drama che pur non perfetti ti lasciano pace.Tuttavia spesso si arrovella e "stramazza a terra avvolto tra i suoi stessi fili" quando prova a inserire elementi fantasiosi per stratificare la trama o quando ricorre alle malattie raccontate per stereotipi.
Diciamolo chiaramente: heaven can wait ottiene punteggi alti perché parla di argomenti pesanti quali disabilità, lutto, solitudine, traumi irrisolti, con tatto e delicatezza ma non in modo troppo convincente. La sensazione è quella che voglia far commuovere ad ogni costo e nello sforzo lo spettatore percepisce distanza e non si immedesima al punto tale da esserne conquistato, sia per lo schema ripetitivo che per la caratterizzazione stereotipata dell'autistico, una tipologia di soggetti con i quali ho lavorato per molti anni, e un centinaio ne ho visti, per questo forse noto qualcosa che stride, tanto, troppo.
L'attore bravo ma è un esecutore , non un interprete, non ha dato quel taglio personale, non mi ha fatto sentire la persona dietro l'attore.
Move to Heaven ha un tema fortissimo, addirittura prezioso: disabilità, lutto, solitudine, traumi rimossi, famiglie rotte, vite invisibili. Il problema è che li tratta con tatto solo in apparenza, perché nello sforzo di risultare toccante finisce spesso per diventare prevedibile, didascalica, costruita. La sensazione non è di essere coinvolti dentro un dolore autentico ma di assistere a una macchina narrativa che vuole ottenere la nostra commozione ad ogni costo. E quando il meccanismo si vede, la distanza aumenta invece di diminuire.
A questo si aggiunge una struttura ripetitiva che, alla lunga, pesa: caso, oggetto, rivelazione, catarsi. Ogni episodio sembra chiedere allo spettatore di accettare la stessa traiettoria emotiva con minime variazioni. Il risultato è che l’intensità non cresce davvero, e quando la serie prova ad alzare la posta con elementi più drammatici o con sottotrame laterali, invece di stratificarsi tende ad arrotolarsi su se stessa.
Il punto che a me sembra più delicato, però, è il personaggio autistico. Non perché non esistano persone autistiche con comportamenti di ritiro, rigidità, autoaggressività o crisi interne: esistono eccome. Il punto è come tutto questo viene messo in scena. Per chi ha lavorato a lungo con soggetti autistici, soprattutto non verbali, certe cose stonano subito: non tanto la singola crisi in sé, quanto la sua coreografia, la sua “posa”, il modo in cui il corpo viene disposto nello spazio per significare al pubblico “guardate quanto soffre”. E lì non è la realtà del comportamento che manca, è la naturalezza della sua incarnazione. Sembra una costruzione vista da fuori, non una persona che abita davvero quella condizione.
Anche sul piano attoriale l’attore è bravo, controllato, preciso, ma resta più un esecutore che un interprete. Fa funzionare la scena, la pulisce, la rende leggibile. Però non arriva fino a quel punto in cui ti dimentichi la recitazione e senti soltanto la persona. E quando manca quella vibrazione, tutto il resto si vede di più: il sentimentalismo, la semplificazione psicologica, la rapidità con cui certe ferite si trasformano in redenzione, la troppo facile bontà che finisce per sembrare buonismo.
Anche lo zio, che all’inizio entra come un concentrato di egoismo, incuria e caos, viene agganciato all’attività del nipote in modo troppo brusco , 10 minuti prima gli fumava accanto gettandogli il fumo in faccia e spegnendo mozziconi sul parquet. La sua evoluzione, invece di sembrare conquistata, a tratti sembra assegnata. E lo stesso vale per alcune reazioni emotive dei personaggi secondari: colpi di scena affettivi, riconciliazioni improvvise, commozioni che arrivano prima che lo spettatore abbia davvero sentito il peso di ciò che sta succedendo. È questo mi fa diffidare: non il fatto che la serie parli di cose importanti, ma il modo un po’ furbo con cui cerca di fartele sentire.
Move to Heaven spesso chiede allo spettatore di accettare trasformazioni emotive molto rapide perché il tema è nobile. E siccome non concedo questo "credito morale", perchè non lo sento, alcune scene mi sono apparse artificiose.
Prendiamo Sang-gu, lo zio: nei primi episodi viene introdotto come una specie di delinquente egoista e aggressivo. In una narrazione realistica, uno così non passa dall'invadere casa altrui e fumare addosso al nipote a collaborare quasi immediatamente nell'attività. La serie salta parecchi passaggi psicologici.
Sul ragazzo autistico (Geu-ru), diversi professionisti che lavorano con persone autistiche hanno fatto notare che il personaggio è costruito in modo molto funzionale alla trama: osserva, cataloga, ricorda dettagli. È quasi un dispositivo narrativo che permette di ricostruire le vite dei defunti. Questo non significa che sia una rappresentazione offensiva, ma può sembrare meno spontanea e meno individuale di persone autistiche reali.
L'episodio del pigiama , nell'episodio 3, è probabilmente il migliore esempio del perchè questa serie non funziona.
La logica della serie è:
- figlio egoista;
-scoperta di un oggetto simbolico;
-rivelazione del sacrificio della madre;
-catarsi.
La logica realistica invece sarebbe:
- anni di trascuratezza;
-senso di colpa complesso;
-resistenze;
-negazione;
- elaborazione lenta.
La serie comprime tutto in 5 minuti dove scena dove non è plausibile che un figlio incurante come quello si commuova quando vede e ricorda, e comprende il sacrificio della madre perché non gli è bastato vedere le condizioni disumane e abbandoniche in cui è morta per provocargli un briciolo di trasporto e dispiacere, poi vede il pigiama e puff dispiacere e mutazione improvvisa , cambio di stato emotivo... non me la bevo! Non è che la scena sia impossibile. È che la velocità della trasformazione appare costruita per ottenere la commozione dello spettatore.
Sui combattimenti clandestini è una sottotrama che serve principalmente a dare a Sang-gu un conflitto esterno e a evitare che la serie diventi una successione di funerali e ricordi. Però il tono che ne consegue è strano: da una parte meditazione sulla morte, dall'altra debiti, picchiatori e gabbie da MMA. Molti l'hanno accettato perché interessati al passato dello zio; io l'ho trovato un elemento quasi di disturbo, ma questa è una mia soggettiva valutazione.
Dal settimo episodio la serie compie un piccolo salto di qualità. Le storie acquistano maggiore intensità emotiva e la scrittura riesce finalmente a dare più spessore ai personaggi, evitando in parte quella sensazione di ripetitività presente nella prima metà. Alcuni momenti mi hanno sinceramente commossa, soprattutto quando l'emozione nasce in modo spontaneo e non viene forzata attraverso espedienti melodrammatici. A fare davvero la differenza è l'interpretazione di Sang-gu: il personaggio dello zio porta sullo schermo una gamma emotiva molto più ampia rispetto agli altri protagonisti, alternando durezza, ironia e vulnerabilità con grande naturalezza. È l'unico che riesce a distinguersi dando profondità anche alle scene più semplici. Pur riconoscendo questi evidenti meriti e il miglioramento della seconda parte, continuo però a considerare *Move to Heaven* un'opera nel complesso sopravvalutata. Ne apprezzo il messaggio umano e alcuni episodi particolarmente riusciti, ma non credo raggiunga il livello di eccellenza che un 9,1 le attesta.
Credo che il motivo delle valutazioni altissime sia che molti spettatori giudicano Move to Heaven soprattutto per il tema e per l'intenzione umanistica. Io invece guardo: plausibilità psicologica, evoluzione dei personaggi, qualità recitativa, coerenza tonale.
Esistono opere che parlano della morte e riescono a lasciare qualcosa di duraturo dentro lo spettatore. Penso, ad esempio, a Will Love in Spring, una serie capace di raccontare il dolore, la perdita e la disabilità con una delicatezza e una profondità rare. Lì i personaggi non sembrano costruiti per trasmettere un messaggio: sono persone. Vivono, sbagliano, desiderano, soffrono. E proprio attraverso la loro umanità emerge una riflessione sulla vita e sulla morte che continua a risuonare molto tempo dopo la visione. È una di quelle opere che non si limitano a commuovere: modificano il modo in cui guardiamo certe esperienze. Nel mio caso, ha contribuito a rendere più sereno e consapevole il mio rapporto con la morte.
In Move to Heaven, invece, ho spesso avuto la sensazione opposta. Non vedevo le persone, vedevo la sceneggiatura. Dietro molte situazioni emotive si percepisce il meccanismo narrativo che cerca di guidare lo spettatore verso la commozione. Il risultato è che, anziché immedesimarmi, finivo per osservare l'impalcatura che reggeva la scena. Forse è per questo che faccio fatica a condividere l'entusiasmo quasi unanime che circonda la serie. Non perché i temi trattati non siano importanti, ma perché l'importanza di un tema non basta a rendere grande un'opera. Una serie può parlare di morte senza insegnarci nulla sulla vita, così come può commuoverci senza lasciarci davvero qualcosa dentro.
Le opere migliori non si limitano a far versare una lacrima. Restano. Cambiano prospettiva. Aprono uno spazio di riflessione che continua anche dopo i titoli di coda. E, per quanto Move to Heaven abbia momenti sinceri e una sensibilità apprezzabile, non ho mai avuto la sensazione che riuscisse davvero a raggiungere quella profondità.
In tutto questo avevo appena terminato The Wonderfools e, pur riconoscendone i limiti, mi è rimasta addosso la naturalezza di un personaggio che sulla carta rischiava di diventare una macchietta (Kang Ro-bin), nominato il babbeo , che davvero è stato naturale e realistico nella sua interpretazione.
In conclusione, la serie ottiene voti altissimi perché tocca temi grandi e lo fa con una certa delicatezza formale, ma non sempre con la profondità o la credibilità che promette. Ha una sua tenerezza, sì, ma spesso la tenerezza è più dichiarata che vissuta. E quando uno spettatore ha esperienza diretta di certe realtà, soprattutto con l’autismo, lo scarto lo vedo subito.
Il mio voto è 7 per la resa, mezzo punto per l'intenzione e i valori di produzione: ost non memorabile ma ottima scenografia, fotografia e belle le riprese dall'alto, a livello di produzione è fatta discretamente, pertanto si merita un discreto anche se non è un lavoro che nel complesso rimane impresso.
Vorrei sottolineare il dato, quasi scandaloso, che questa serie ha un 0,1 in più rispetto a Crash Landing on you, capolavoro in termini di ost, sensibilità, regia e doti interpretative dei protagonisti, tra cui anche l'attore protagonista Ge-ru (era anche lì ma con ruolo di supporto). Ve lo lascio come spunto di riflessione... .
Tra ironia, intrighi e sci-fi filosofica: l’equilibrio (smarrito nell'ultima parte) di Joy of Life
👉👉👉👉👉👉👉👉 Il mio voto reale è 8,7 !Joy of life non è facilmente inquadrabile, ciò che posso dire, limitandomi al panorama cinese, è che si tratta di piccolo gioiellino nel suo genere che incanta lo spettatore sin dalle prime scene, regalando un’esperienza narrativa ricca, raffinata e sorprendente. Ciò che colpisce immediatamente è la sceneggiatura, estremamente ben costruita, che intreccia con maestria intrighi politici, filosofia, humor e momenti di intensa emozione, mantenendo sempre alta l’attenzione.
Il protagonista, Fan Xian, è un personaggio indimenticabile: intelligente, ironico e carismatico, riesce a conquistare il pubblico grazie a un mix unico di astuzia e sensibilità. La sua evoluzione personale, così come il suo confronto con un mondo pieno di complotti e giochi di potere, è resa in modo convincente, permettendo di empatizzare profondamente con lui.
La regia è abbastanza buona e dinamica, capace di dare respiro tanto alle scene più intime e poetiche quanto ai momenti di tensione e azione, accompagnata da una fotografia che esalta la bellezza dei paesaggi e delle scenografie storiche, molto belle le inquadrature dall'alto.
I costumi personalmente sono uno dei talloni d'Achille del lavoro: non abbastanza sontuosi (e pazienza) ma per nulla coerenti, specialmente le calzature delle donne sono incredibilmente moderne. Mi sono piaciute molto le uniformi del comando di vigilanza, specie per quanto riguarda i capi divisione.
Il cast nel suo insieme è molto buono: ogni attore, anche nei ruoli secondari, riesce a trasmettere profondità e credibilità, dando vita a una buona interpretazione corale, il ML e Li Qin hanno una recitazione più convincente, a loro andrebbe un mezzo punto in più.
Il tono della serie alterna con naturalezza leggerezza e drammaticità, offrendo momenti di comicità raffinata senza mai intaccare la solennità delle tematiche affrontate.
Un altro punto di forza straordinario è la capacità di bilanciare la dimensione filosofica con l’intrattenimento: The Joy of Life non è solo una serie da guardare, ma da assaporare, riflettendo sui temi della giustizia, del potere, della libertà, dell'egualitarismo, dei rapporti passato-futuro, sul destino collettivo e sull’amore.
Ogni episodio lascia un segno, stimolando curiosità e voglia di iniziare quello successivo (fino al 28°episodio).
Ci sono molte citazioni in questo lavoro e personaggi memorabili : le maschere dei cavalieri ombra riprendono in modo sorprendentemente fedele quella di Darth Vader di Star Wars, lo zio Wu ricorda un personaggio di Matrix e allo stesso tempo un moderno Tiresia, un uomo che non vede ma utilizzando gli altri sensi riesce a vedere oltre il percettibile dato dalla vista.
Colpi di scena, uno dei punti forti dell’opera. La serie riesce a sorprendere lo spettatore con svolte narrative inattese, collocate nei momenti giusti e spesso capaci di ribaltare completamente la percezione di personaggi ed eventi. Non si tratta di espedienti gratuiti, ma di snodi che mantengono alta l’attenzione e conferiscono profondità alla trama, intrecciando abilmente humour, intrigo politico e riflessioni più serie. In particolare, alcuni episodi centrali riescono a fondere il divertimento leggero con tensione e drammaticità, producendo un effetto che resta impresso e che rende la visione coinvolgente. Proprio questa capacità di sorprendere e tenere in sospeso lo spettatore, senza ricorrere a soluzioni banali, è ciò che distingue il drama e gli permette di competere con titoli di livello più alto.
Uno degli elementi di maggior pregio in Joy of Life è la doppiezza e l’ambiguità morale dei personaggi.
Nessuno appare mai del tutto affidabile o univocamente buono o cattivo: figure che sembrano amichevoli e solidali con Fan Xian, un attimo dopo lo mettono alla prova, lo tradiscono o ne minano la fiducia.
Questo tratto narrativo rende l’opera estremamente realistica, perché rispecchia la natura del potere e delle relazioni umane in un contesto dominato da intrighi politici e lotte di fazione.
Ne emerge un mondo dove la lealtà è sempre condizionata da interessi, strategie e calcoli di convenienza, e in cui ogni legame deve essere continuamente negoziato e verificato. Tale instabilità non è solo un espediente narrativo per mantenere alta la tensione, ma anche un messaggio: la vera crescita di Fan Xian non consiste tanto nel riconoscere i nemici, quanto nell’imparare a convivere con l’ambiguità di chi si proclama alleato.
Questa ambivalenza, invece di indebolire la coerenza della trama, le conferisce spessore, perché costringe il protagonista (e lo spettatore) a interrogarsi costantemente su quanto si possa davvero conoscere delle persone e delle loro motivazioni.
Fantascienza: la scrittura è complessa e multilivello, la trama è molto stratificata includendo anche un elemento sci-fi che si approccia alla storia dell'umanità in modo avvincente, interessante e per nulla scontato. Nonostante a livello di fisica e logica, la soluzione proposta è del tutto illogica e fantasiosa, priva di un possibile fondamento scientifico. mi sento di premiare il messaggio che reca con sé, non si tratta del tropo abusato del semplice “viaggio nel tempo".
Piuttosto porta avanti l’idea che il futuro possa “precipitare” nel passato (geniale).In altre parole, il romanzo suggerisce che il passato non è mai solo passato ma può diventare il contenitore del futuro.
Il futuro, a sua volta, non è solo “in avanti”, ma può essere proiettato all’indietro e rivivere sotto nuove forme, il futuro può reincarnarsi in un passato rinnovato e da questa mescolanza nascere in una nuova linea temporale.
A livello simbolico, questa idea sovversiva del tempo come ciclo locale passato, potrebbe significare un rovesciamento rispetto al solito: non è il futuro che studia la storia, ma la storia che si nutre di futuro.
La conoscenza non ha un tempo lineare, può fluire in entrambe le direzioni.
Fan Xian porta con sé un bagaglio di esperienze “fuori luogo”. Questo significa che: la memoria non è solo conservazione del passato, ma anticipazione di possibilità nuove.
È come dire: ciò che ricordiamo (anche se anacronistico) può plasmare un presente migliore.
Le idee innovative nascono spesso dal contatto tra tempi e spazi diversi, da un confronto di passato e presente che determina il futuro che, nella misura in cui consente di ritornare al passato, ti consente di riflettere a posteriori e di vederlo sotto una nuova luce.
Anche il “medioevo” di Joy of Life può essere fertile e capace di assorbire il nuovo. Non esistono epoche “solo arretrate”: dipende da come vengono vissute e trasformate, lasciando il messaggio che il progresso non è destino, è una scelta culturale e politica.
Il passato non è destinato solo a ripetersi, ma può trasformarsi se riesce a imparare dal futuro.
Siamo tutti portatori di “passati” che non ci appartengono più e di “futuri” che non abbiamo ancora vissuto.
L’identità non è mai prigioniera del tempo, ma un incrocio di storie, memorie, eredità e possibilità.
Solo per questo messaggio, e la riflessione in me scaturita, l'opera meriterebbe 100 ( non 10), tuttavia, essendo un prodotto di regia, interpretazioni, sceneggiatura, scenografia e fotografia e accompagni lo spettatore per circa 30 ore, non mi sento di dare il massimo se per le 10 h finali mi sono annoiata, e gli altri comparti non hanno funzionato altrettanto bene.
Le musiche, colpiscono per la loro scelta insolita: a tratti moderne, con sonorità che includono ritmi latini in alcuni combattimenti per dare un torno farsesco e umoristico, l’uso marcato della chitarra o degli strumenti a corde che danno ritmo accompagnando quanto sarebbe accaduto da lì a poco. Nelle sequenze romantiche emergono ancora motivi moderni, che contribuiscono a dare un tono contemporaneo e quasi straniante rispetto all’ambientazione storica, rendendo la colonna sonora un elemento tanto originale quanto divisivo.
In sintesi è una delle opere più brillanti e memorabili della televisione asiatica recente: raffinata, intelligente e profondamente emozionante, peccato sia lontana dal definirsi un capolavoro per i seguenti motivi elencati in basso.
Cosa non ha funzionato:
1) L’impianto visivo della serie mi lascia più di un dubbio. La fotografia, costantemente scura e tendente al grigio, appiattisce l’immagine invece di valorizzarla.
Inoltre, elementi anacronistici minano la credibilità storica sebbene non sia una serie storica o meglio non ambisca a rappresentare fedelmente un'epoca storica precisa, tuttavia scarpe dall’aspetto moderno, dentature bianchissime e perfette persino sugli anziani e altri dettagli spezzano l’illusione scenica.
Sul piano dei costumi non si raggiunge il livello di accuratezza mostrato in produzioni come Lost You Forever: fatta eccezione per l’abito verde dalle maniche ampie del protagonista e per i completi del secondo principe, la resa complessiva risulta poco ispirata.
Particolarmente discutibili le calzature femminili, con zeppe in plastica e finte pelli traslucide che ricordano modelli ortopedici moderni.
2) La dimensione wuxia, che copre circa un terzo della serie, si rivela uno dei punti più deboli. Le scene d’azione puntano a stupire con voli e coreografie spettacolari ma l’effetto finale appare artificioso e già ampiamente visto. Nonostante alcune buone soluzioni di regia – come l’uso di slow motion alternato ad accelerazioni per simulare dinamismo – i duelli restano poco credibili. Basti confrontarli con i primi venti minuti di The Rebel Princess, dove il realismo delle coreografie e la fisicità dei combattimenti restituiscono una forza completamente diversa. Qui, al contrario, prevale una costruzione scenografica a scapito dell’impatto autentico.
3) L'arco narrativo di Bei Qi (quasi 1/3 della serie) non è allo stesso livello dei precedenti che avevano fissato un'asticella molto alta. Ero quasi annoiata e ho trovato la grande rivelazione di Xiao En troppo prolissa e davvero per nulla sconvolgente dal momento che c'ero arrivata già al quinto episodio, mi chiedo piuttosto come non ci sia arrivato il protagonista che è una vecchia volpe.
Anche le interpretazioni non sono ottimali come le precedenti, notevolmente al di sotto del livello del resto del cast veterano, nonostante apprezzi la scelta di un'attrice per interpretare il ruolo dell'Imperatore del Qin settentrionale ma non ha avuto neanche un briciolo del carisma dell'Imperatore, un uomo sciatto, in apparente stato di fattanza, che striscia in disordine, con ciocche di capelli sfuggite e in camicia da notte scollata che lasciava intravedere il petto, tanto che hai difficoltà a inchinarti ad una tale visione di negligente sciattume.
Il finale è molto forzato: una vecchia volpe come Fan Xian, intelligente, sveglio, scaltro, sempre diffidente si fida di una persona già solo visivamente ambigua , tanto da determinare un finale "shock", completamente inutile che poteva essere previsto ed evitato. Il romanzo è questo ma la sceneggiatura poteva rendere il tutto più convincente.
Per concludere, Joy of Life è scritto molto bene ed è originale, con dialoghi intelligenti e colpi di scena memorabili ma viene penalizzato dal ritmo calante e dalla resa tecnica non sempre all’altezza. Non è un capolavoro visivo, ma è uno dei c-drama più interessanti, narrativamente, della sua generazione.
👉👉👉👉👉👉👉👉 Il mio voto reale è 8,7 !

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