UNA VOCE FUORI DAL CORO ... TI SPIEGHERO' MOLTE COSE CHE TI SONO SFUGGITE
Iniziamo col dire che son stata molto combattuta se scrivere una recensione su questo lavoro di qualche anno fa su cui molti hanno già speso tante parole e considerazioni. Normalmente tendo a recensire lavori che non hanno nessuna o poche recensioni in italiano per orientarvi nella visione e aiutarvi a scegliere, perché penso sia questo lo scopo di my drama list.Vi anticipo che il drama è un drama di riscatto e rivalsa sociale, non è basato su una storia d'amore, questa è semmai di contorno, è perfettamente calato nella società moderna...una società economica che va a duecento chilometri all' ora, che non aspetta nessuno, che divora chi non ha la forza di stare al passo.
Questa serie merita di essere vista perché ci racconta tutto questo, non ci nasconde gli aspetti più crudi e più violenti del nostro sistema economico e ci ricorda che nonostante tutto, nonostante tutti esiste un bene che è il capitale più prezioso che nessuna quantità di denaro potrà mai superare: la nostra umanità.
Premesso questo, mi sono convinta perché vorrei condividervi il mio personale punto di vista e aiutarvi ad apprezzarlo per la straordinaria sceneggiatura, recitazione e storia fuori dal comune rispetto ai comuni romance.
Qui ruota tutto attorno alla realizzazione personale, professionale e alla forza di seguire i propri sogni, sempre e comunque, a dispetto dei sacrifici e vengono poste due strade impersonate dalle due protagoniste: la prima compie una scelta egoistica per realizzare se stessa mollando tutto e tutti e appoggiandosi ad aiuti esterni, la seconda ritarda di molti decenni il successo per restare vicino agli affetti privandosi di un lavoro degno, di un'istruzione e di una parte di famiglia , vivendo per i principi che per il successo.
Due scelte estreme che questo lavoro accosterà, scontrerà, mettere in competizione e poi le avvicinerà permettendogli di confrontarsi e perdonarsi, risolvendo entrambe le situazioni di vita e riunendo la famiglia.
Questo è il nucleo centrale, realizzato con solide recitazioni, scelte molto credibili, sempre giustificate, vissute, emotivamente cariche; vi verranno quindi accostate altre figure, che graviteranno attorno alla figura della protagonista femminile.Un protagonista maschile fa la sua comparsa quasi subito. E' riuscito a realizzarsi nel modo migliore ed è la figura più di successo nel drama ma che ha sperimentato di contro la perdita degli affetti, della famiglia e non è ugualmente performante in abilità sociali e umane.
Fortunatamente nel corso della sua vita ha incontrato la nonna della protagonista che è riuscita a colmare un po' il vuoto affettivo e aiutare concretamente questo personaggio nei confronti della quale lui avrà un vincolo di gratitudine e senso di colpa importante per aver danneggiato indirettamente la nipote di lei.
In tutto questo grumo di sentimenti ed emozioni contrastanti decide di mettersi a disposizione per aiutarla nell'età adulta, anche con mezzi eticamente non sempre adeguati. E' un vecchio topic questo: meglio la verità o le bugie a fin di bene se possono risparmiare un dolore. E di dolore la protagonista ne ha vissuto davvero troppo in considerazione della sua giovane età, pertanto questa volta nonna e alleato decidono di agire in modo non trasparente e decidono di assoldare una identità terza, che avevano scomodato prendendola da un giornale quando 15 anni prima decisero di trovare un amico di penna alla protagonista che si trovava ad affrontare prima il divorzio dei genitori, il trasferimento della madre e della sorella in un paese straniero e la morte del padre poi.
Il ragazzo che da bambino aveva vinto le olimpiadi di matematica e che sembrava avere una solida famiglia affettuosa alle spalle (con profonda invidia del protagonista maschile) è adesso un giovane programmatore geniale affiancato da due ingegneri privi di mezzi. Sono dei classici "nerd" privi di qualsivoglia passione se non quella per l'intelligenza artificiale e gli algoritmi di riconoscimento facciale, decisi a sfondare e prendersi la loro parte di successo.
Il secondo protagonista maschile decide di aiutare il duo ad evitare un confronto umiliante alla protagonista con la sorella, inizialmente sembra che lui agisca per interesse nell'ottenere qualche vantaggio dall'imprenditore che gli chiede aiuto, ma sembra anche essere meno confuso sul suo futuro quando vede la protagonista e, confrontandosi con lei, comprende di poter trovare una compagna nel suo viaggio insidioso verso il successo.
I due personaggi si completano , dove lui è geniale ma privo di abilità sociali, calmo e pacato lei è estroversa, spigliata, brillante, positiva e volitiva e lui sa gestire e contenere così bene le sue crisi, ponendosi in modo paziente e molto disponibile accanto a lei. Se ne innamora perdutamente e inizia a vivere scrupoli terribili per la menzogna che sta portando avanti,
D'altro canto la protagonista sente la differenza tra l'amico di penna e l'uomo che ha ritrovato dopo tanti anni , questa differenza la inquieta ma la attrae .
La storia prosegue intrecciando le sfide professionali dei due giovani con la gestione dei sentimenti e della menzogna, gli imprevisti e la vittoria, il successo che comporta una disfatta per tutto il gruppo di giovani imprenditori che si trovano a doversi separare per proseguire professionalmente , inevitabilmente e il loro ritrovarsi dopo diversi anni.... .
Per me si tratta di una serie di quelle che stanno un gradino sopra, realizzata magistralmente, molto curata e ben confezionata. Non a caso porta la firma dello Studio Dragon, gli stessi di Crash Landing On You, la Regina delle Lacrime, Navillera (solo per citarne alcuni), a garanzia di qualità.
L'aver voluto dedicare 16 ore alla realtà delle start up! di cui si sa davvero poco se non si è dell'ambiente, è pure notevole, intrecciando sapientemente il mondo dell'imprenditoria con le vicissitudini personali di tutti i protagonisti che ne motiveranno le scelte e le azioni.
"Ci sono poi degli elementi molto importanti che riguardano l' amicizia, che qui viene disegnata come amicizia vera, spassionata, reale e sincera. Un' amicizia che fa bene . E anche gli affetti familiari che in alcuni casi possono essere messi a dura prova , sembrare spezzarsi, ma che alla fine si ricompongono perché la famiglia è la famiglia e l' affetto non può certo essere sopraffatto dal denaro e dal successo.
Si tocca poi con gran delicatezza anche il tema degli orfani che in Corea sono mandati via dagli orfanotrofi a 19 anni, dovendo inserirsi nella società contando solo sulle proprie forze o sull'aiuto di persone estremamente altruiste come la nonna, che aiuta in maniera spassionata il bel coprotagonista.
Insomma, è una serie fatta davvero bene in ogni aspetto e per ottenere questo è necessario che il cast e le storie secondarie siano bravi e ben curati. Ed è esattamente quello che avviene, con le storie di contorno che sono tutte sviluppate in maniera molto bella e approfondita, con uno spessore non certo minore rispetto alla storia principale . Non è un caso che le scene che ho trovato più profonde, toccanti e commoventi siano quelle fra la nonna e l' orfano, interpretato da un Kim Seon-ho in questa serie titanico: bello, bravo e capace di rendere il suo personaggio il più interessante in assoluto", sebbene arroganza e presunzione, anche se legittimate dal successo raggiunto nonostante le difficoltà me lo rendano indigesto.Egli inoltre inizialmente rifiuta di provare sentimenti per la protagonista, come se se ne vergognasse , poi in modo molto capriccioso, tipico di persone molto infantili pretende di rovinare tutto quello che la giovane coppia ha conquistato perché si sente escluso dalla loro felicità. Questo l' ho trovato molto fastidioso e deprecabile.
Non apprezzabile anche il finale, che personalmente ha penalizzato la valutazione complessiva del dramma, perché dall'episodio 11 la serie si concentra moltissimo sulla riuscita professionale e il modello imprenditoriale, risultando interessante a studenti e utilizzabile dai docenti per mostrare il modello delle start up! ai ragazzi a scuola.
Dall'episodio 12 i sentimenti passano in secondo piano e si vedrà poco a livello sentimentale, questo aspetto viene molto trascurato e il finale ne risente, lasciando indietro tutto il resto. Per questo, per assenza di omogeneità tra la parte romantica e quella professionale non mi sento di dare un 10 pieno.
Anche per le evoluzioni dei personaggi , la protagonista sul finale non mi piace come si relaziona col protagonista maschile, emerge un certo utilitarismo e un'assenza di comunicazione tra i due che non ho gradito e mi ha molto deluso.
E' una serie molto valida se si vuole conoscenza il mondo della imprenditoria anche a livello di step e termini tecnici, il tutto è illustrato molto bene.
Le evoluzioni dei personaggi sono molto interessanti, tutti intraprendono percorsi di crescita e supereranno le difficoltà e i loro fantasmi. Sia i primi che i secondi protagonisti che i personaggi secondari.
Scenografia e OST sono meravigliose, tra le mie preferite , senza dubbio la mia preferita se parliamo di serie coreane. Fotografia molto valida.
Ripeto il tutto è molto curato e NULLA MAI IMPROVVISATO.
Consiglio se possibile di seguire in coreano perché nel doppiaggio si perdono le sfumature emotive (doppiaggio italiano tra l'altro non disponibile) ma io l'ho vista sia in spagnolo che in cinese per ripassare un po' le lingue.
SE NON HAI VISTO LA SERIE E NON VUOI SAPERE COME FINISCE NONOSTANTE AVRAI CAPITO UN PO' OVUNQUE DALLE CRITICHE SPARSE SU WEB QUALE SIA L'EPILOGO TI CONSIGLIO DI INTERROMPERE QUI LA LETTURA E LASCIARE UN LIKE SE LA MIA RECENSIONE TI HA AIUTATO A DECIDERE SE SEGUIRE O NON SEGUIRE IL DRAMA.
IO PROSEGUIRÓ SPIEGANDO PERCHE' LA SCELTA FINALE ERA L'UNICA LOGICAMENTE PLAUSIBILE, FONDATA E ASSOLUTAMENTE GIUSTIFICATA .
Ji Pyeong è un ragazzo orfano che non cerca l'amore ma la famiglia. Da qui la scelta da parte degli autori di caratterizzare il suo percorso con un affetto filiale tramite la figura positiva e benevolente della nonna, che lo accoglie e si prende cura di lui chiamandolo "bravo ragazzo", per evitare che si perdesse , dandogli amore, attenzioni e consolazioni, e il calore della propria famiglia. Io sono convinta che lui non fosse poi così innamorato di Sal- Dal mi, a parte piccoli aiuti non fa davvero tantissimo per la protagonista, e quando Nam do san esce di scena in quei tre anni a parte andare a casa per le feste o aiutarla con ammiratori scomodi non fa . Potrebbe essere paura del rifiuto ma quando l'amore è forte certe paure si superano perché la posta in gioco è troppo alta. E lo dice pure in un episodio finale "Io ti ho scritto delle lettere ma non ti ho mai cercata, lui ne ha letta una ed è corso da te...", questo fa capire che anche lui realizza che ci teneva ma non fino a quel punto da .... . Lui non era realmente innamorato di lei , era spaventato di essere "tagliato fuori" dall'ingresso del competitor, inizia a sviluppare sentimenti e a parlare di interesse solo quando l'antagonista conquista un cuore nella famiglia di lei, porta la famiglia in gita, e si occupa anche della nonna. E' paura di rimanere solo, non è amore, altrimenti avrebbe agito prima e meglio e avrebbe provato a far fruttare quei tre anni.
La figura di Nam Do-San, un personaggio che pochi hanno realmente compreso, è un ragazzo con un disturbo dello spettro, forse un aspeger, tanti segnali ci lanciano gli autori che mi fanno pensare questo (interessi ripetitivi, difficoltà a comprendere i messaggi sociali, pessimo negli sport, nei rapporti con gli altri) e con una famiglia che NON lo incoraggia, riconosce, valorizza, supporta e con profonde ferite d'autostima.
Davvero pensate che Ji Pyeong sia il più sfortunato? Indubbiamente crescere soli e senza appoggi è qualcosa di traumatico e problematizzante ma quel calore e sostegno che riceve dalla nonna ,Nam do San non lo riceverà mai da nessuno eppure il suo amore per la protagonista è fiero, dignitoso, caparbio e coraggioso. Timido e senza mezzi arriva a scontrarsi contro il mondo per lei, la "sostiene in tutto". Qualsiasi cosa di cui lei abbia bisogno lui la farà per lei , dall'app per la nonna all'aggiornamento dopo essere stato mollato in un pessimo modo brutale, in aereo mentre lascia tutto. Non c'è rancore per il modo vergognoso in cui è stato abbandonato, perché il suo amore è puro. Nuovamente una nuova ferita al suo rientro, salva la protagonista e lei disorientata e spaventata si nega al telefono facendogli credere di avere una relazione con l'antagonista e poi lo ricercherà per UTILE, e lui nonostante titubanze iniziali torna da lei, per lei perché è con lei che vuole cambiare il mondo, perché lui vuole essere "quello delle lettere".
Perdonatemi se mi sono dilungata ma vorrei dare una spiegazione esaustiva ed esauriente a tutti coloro che senza fondamenti spingono per la scelta dell'altro solo per questioni estetiche o perché "aveva scritto le lettere". Una serie che parla di imprenditoria, di realizzazione personale non poteva non premiare gli sforzi anche in amore, la scelta di un personaggio solo per priorità di comparsa sarebbe stata infondata.
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UNA TRAMA SCI-FI PER UN ROMANCE DRAMA
Personalmente è un drama diverso, la trama è molto avvincente e interessante, un po' sci-fi perchè si parla di dimensioni parallele, e ogni puntata regala un colpo di scena. Per nulla prevedibile anche se va seguita senza distrarsi per non perdere neanche un pezzo necessario alla comprensione.Per la prima volta mi ha intrigato il villain, uomo bellissimo, maturo, virile, con la voce più bella che io abbia mai sentito. Attore molto bravo e molto credibile.
Era il primo lavoro del famoso Lee Min-ho che seguivo e anche lui devo dire che mi ha conquistato, nessun attore avrebbe potuto calarsi nel ruolo meglio di lui perché ha un'eleganza e una nobiltà naturale, nel portamento e nelle movenze. Carisma fortissimo.
La protagonista femminile, che è l'attrice di Goblin, per capirci, mi è piaciuta molto, non amo le donne passive e bisognose, e qui ho trovato una donna dal forte carattere , ruvida nei modi (che pazienza ha lui), coraggiosa, intraprendente, senza manierismi e ipocrisie, provocatrice e disinibita.
Notevolissima la perfomance di Woo Doo Hwan, in questa serie molti attori sono chiamati a interpretare un doppio ruolo e lui lo ha fatto egregiamente, è riuscito a interpretare due personalità distinte e completamente differenti, facendo anche un accento e uno slang diverso, oltre a dare prova di doti atletiche e fisiche non comuni (sempre che non ci sia qualche controfigura dietro).
Purtroppo ci sono secondo me dei buchi narrativi nella storia che non svelo perché significherebbe spoilerare ma la regia è stata un po' superficiale in questo, pertanto seguite e se qualcosa nel finale non vi è chiarissimo pazienza, prendetela per quella che è : una serie con delle idee geniali che vengono portate avanti con coraggio ma non sempre con delle scelte logicamente fondate.
Il finale è all'altezza di tutto, uno dei pochi che mi siano piaciuti veramente , sebbene tutti speravamo qualcosa di diverso ma si sposa con la serie.
Fate attenzione quando seguirete la serie al bimbo che gioca davanti ad una libreria...scoprirete il perché.
Purtroppo ho letto molte critiche su questo lavoro da parte dei coreani per il messaggio che viene veicolato contro le donne e per i frequenti messaggi pubblicitari che si trovano nella serie (anche qui ho fatto poco caso perché non conosco i prodotti non vivendo in corea ma sembra ce ne siano davvero tanti). Per questo motivo non è stata una serie molto ben vista e ben accolta in corea. Peccato.
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UNA STORIA DI RISCATTO E DI EMANCIPAZIONE (NON UNA STORIA D'AMORE)
Avrei potuto dare un 9 ma ci sono degli aspetti che hanno penalizzato e non mi hanno proprio convinto.La storia è molto bella, ben scritta, qualcosa di nuovo che illustra la condizione della donna, con un cast , quasi esclusivamente femminile, nell'antica cina imperiale, e i tentativi di sopravvivenza di queste donne che compiono un percorso di profonda evoluzione personale guidati dalla protagonista, un personaggio coraggioso, propositivo, audace, anticonvenzionale e progressista. La storia ruota intorno alle sue azioni e alle conseguenze delle stesse sulla famiglia che si riscatta non solo da una situazione tragica ma riesce a risollevarsi; queste donne tutte diverse e succubi, come delle fenici, risorgono dalle ceneri della distruzioni e vincono la battaglia in primis con loro stesse. Solo per questo aspetto il drama meriterebbe la visione , l'idea è da 10.
Costumi e colonna sonora personalmente non mi hanno stregata, ho visto serie più accurate e precise.
Quello che penalizza la valutazione è senz'altro la scelta dei protagonisti e delle loro prestazioni recitative, la protagonista è poco espressiva e ci voleva più complessità dato che si porta in scena un lavoro molto sfaccettato , pieno di vicissitudini, avventure, personaggi, la sua gestione facciale è quasi sempre la medesima. Stessa cosa devo dire per il ML, perfetto fisicamente sia per il ruolo che per le scene di azione ma emotivamente inaccessibile lungo tutto il percorso delle 40 puntate.
Questo ha tolto molta intensità e intenzione alla storia d'amore che in definitiva non mi sembra credibile, e l'amore dei personaggi secondari mi ha quasi emozionata di più (non sono l'unica che lo scrive). Peccato!
Chi parla di chimica tra i due personaggi forse ha visto un'altra serie o ci ha proiettato dentro il proprio film mentale perché vi assicuro che le interazioni sono fredde, cordiali e distaccate senza commozione o coinvolgimento visibile, c'è palesemente finzione che qualsiasi spettatore può vedere (e l'attore bravo deve ingannare lo spettatore altrimenti non si entra emotivamente nella storia). A me sono sembrati due amici , lui è tra gli uomini più freddi e meno convinti e decisi mai visti in 50 drama finora seguiti.
A livello di recitazioni salvo solo mezza dozzina di personaggi, tra cui la terza signora, la sorella del protagonista, il sesto principe ... . La protagonista assolutamente non all'altezza.
Non dare peso alla storia d'amore, sebbene possa essere una scelta voluta dalla regia risaltare maggiormente le storie e le evoluzioni personali dei personaggi ha tolto molta emozione romantica, sebbene ne resti comunque tanta legata tutta al riscatto e alle vicissitudini di queste donne meravigliose, prima nemiche poi amiche e con senso di famiglia, prima distanti, poi unite... ho pianto sì nel corso della visione, diverse volte ma mai per quello che riguardava la coppia dei protagonisti, le loro interazioni hanno finito per lasciarmi sempre più indifferente, sicché sul finale mi importava davvero poco che finissero insieme. Con altri attori e con un'emotività più variegata questo lavoro avrebbe avuto l'intensità tale da diventare il lavoro migliore di questo 2024.
Lo consiglio? Sì ma non a chi cerca drama per le storie d'amore. Leggi di più
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Un tributo al femminismo
Ho letto nelle recensioni più quotate che ciò che non ha convinto è stata la recitazione e il personaggio bidimensionale della protagonista, e ahimé come dissentire ma se si va oltre ci sono molti aspetti apprezzabili di questo lavoro che ne hanno reso godibile e consigliabile la visione.A TUTTE è sfuggito che per la prima volta viene proposta un'immagine diversa della donna: volitiva, indipendente per davvero e senza necessità di aiuti maschili, capace persino di superarli in ingegno, forza, coraggio e resilienza. Questo mi è piaciuto, così come ho adorato la delicata forza di ogni donna proposta, la composta dignità di una ma con una fiera forza da non renderla assolutamente inferiore alla protagonista, l'ingegno e il coraggio dell'altra, i costumi e gli usi dell'antica cina imperiale, approfonditi e ben illustrati nei loro passaggi.
Tre donne, tre modi diversi di vivere la femminilità, le responsabilità e l'amore.
Finalmente un drama con un finale degno, non sbrigativo e senza inutili e continue tragedie che non lasciano riposare lo spettatore , che illustra anche momenti di unione, felicità, dove il tempo dedicato al romanticismo prende una buona parte del drama, evitando di cadere nella consueta superficialità che contraddistingue i drama storici spesso interessati a mostrare sotterfugi e tragedie.
Le coppie che si formano sembrano quasi moderne, un "moderno" nello storico. Una colonna sonora moderna avrebbe svecchiato e caratterizzato a livello di originalità, come nel film Maria Antoniette di Sofia Coppola.
Per la prima volta non ci sono stati episodi noiosi, la serie procede spedita offrendoci emozioni, intrighi e colpi di scena in ogni puntata. Si segue volentieri e si rimpiange che finisca subito.
Mi è piaciuto perché è un drama tutto al femminile che celebra la vittoria dell'ingegno femminile sul patriarcato: Vengono proposti differenti modi di vivere la femminilità, tutti dignitosi , coraggiosi e senza il sostegno degli uomini, come in altri lavori ipocriti , per esempio di revenge , dove dietro le quinte c'è sempre un uomo che aiuta, protegge, sostenta, qui invece le attrici provano tutte strade nuove, con coraggio e determinazione.
La protagonista in particolar modo è una donna volitiva, brillante, coraggiosa, indipendente, arguta e bellissima, con picchi di genialità, capace di tenere testa ad una quarantina di uomini, armata solo di un pugnale (non mancheranno combattimenti di un certo livello) , e con doti da stratega militare; le altre attrici femminili, anche se antagoniste finalmente non vengono dipinte come delle oche prive di umanità e incapaci di fermarsi quando toccano il fondo ma si supportano e si aiutano in quanto donne , e nascono delle belle amicizie.
Ho gradito moltissimo che alcune puntate hanno dipinti riti e dei costumi dell'epoca, di cui avevo sempre sentito parlare ma non avevo mai visto.
Mi è piaciuta molto l'intesa tra i protagonisti , e il modo in cui nasce, si complica e prosegue la loro storia d'amore, li ho trovati abbastanza credibili, senza eccesso di vittimismi e futili disperazioni . Ho adorato la tipologia di coppia che sono riusciti a formare: unita con una complicità infinita e con un grande ingegno, capace di ribaltare anche le situazioni più disperate, che si completa a vicenda, dove c'è spazio per la tenerezza ma anche per il sostegno e l'umorismo.. Quest'amore che è in grado di unire e resistere insieme alle difficoltà, confortandosi e aiutandosi con lealtà come due amici.
E' anche una serie in cui non mancano dei momenti di comicità che riescono ad alleggerire , sdrammatizzare e rendere più godibile il drama.
L'unico neo è che davvero non c'è molta omogeneità nelle rappresentazioni della protagonista, prima moglie devota, poi donna indipendente , decisa e risoluta, e infine nuovamente come agli inizi del drama. Avrebbe dovuto trovare un modo nuovo che unisse il suo ritrovato modo di essere all'amore che poi nutre per un personaggio all'interno del drama. Ai protagonisti rimprovero di non essere stati in grado di mostrare sempre intensità e disperazione nonostante ci siano delle scene il cui pathos raggiunge i livelli di Moon Lovers (capolavoro secondo me).
Ho visto recentemente lost you forever, e Zhang Wany qui ha dato davvero un terzo di quello che è in grado di fare, pensavo fosse un limite dell'attore invece è stato proprio diretto male. Questo lavoro benché non c'entri molto poteva essere il riscatto di CangXuan nel trovare una compagna invece è stato rappresentato un uomo abbastanza etico e responsabile, migliore senz'altro ma senza la straordinaria intensità e le espressività, la disperazione dell'altro. Questo ha tolto molta credibilità al personaggio, e anche intensità. Anche la chimica con la protagonista è buona ma non eccezionale come quella con Yang Zi, e anche wang churran deve ancora crescere molto come attrice, il personaggio è bidimensionale e piatto. Hanno fatto meglio la coppia degli imperatori , specialmente la giovane imperatrice mi ha impressionato per padronanza scenica ed espressività microfacciale. Meravigliosa.
WANG CHURRAN: LA BELLEZZA NON BASTA!
Se ci fosse poi stato un tocco di passione in più sarebbe stato davvero uno dei migliori cdrama di questo 2024.
Consiglio la visione perché vedrete intrighi, raggiri ma anche forte indipendenza, una femminilità sovrana e la capacità di venirne sempre fuori con arguzia e leggerezza. Un drama leggero MA NON SUPERFICIALE. Leggi di più
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Fritto misto narrativo, il grande CAOS, talento senza ricetta!
Ambientata in una Corea del Sud sul finire degli anni Novanta, The WONDERfools segue un gruppo improbabile di persone comuni che, dopo un misterioso incidente legato a una sostanza sconosciuta, sviluppano poteri fuori dall'ordinario. Tra esperimenti segreti, sette religiose, bambini scomparsi, traumi del passato, criminali dai poteri sovrumani e una città minacciata da eventi sempre più inspiegabili, i protagonisti cercano di diventare eroi senza avere né le capacità né l'equilibrio necessari per esserlo. Quello che nasce come un racconto supereroistico si trasforma rapidamente in un miscuglio di commedia grottesca, mistero, melodramma, fantasy e thriller, nel tentativo di costruire un universo tanto eccentrico quanto divisivo.COSA NE PENSO: Ci sono serie mediocri che costano poco e non hanno grandi ambizioni. Poi ci sono serie che dispongono di mezzi enormi, cast prestigiosi, campagne promozionali internazionali e una cura produttiva impressionante, ma finiscono comunque per non funzionare. Per me The WONDERfools appartiene decisamente alla seconda categoria. La sensazione dominante che ho provato per tutta la visione è stata PREVALENTEMENTE DI confusione.
Non una confusione narrativa dovuta a misteri volutamente irrisolti o a una trama complessa. Una confusione più profonda, che riguarda l'identità stessa della serie. Per lunghi tratti ho avuto l'impressione che non sapesse cosa volesse essere. Vuole essere una storia di supereroi. Vuole essere una commedia grottesca con tono farsesco. Vuole essere un thriller legato a esperimenti segreti. Vuole essere un racconto di formazione. Vuole essere una storia romantica. Vuole essere una satira sociale alla Solondz. Vuole essere un dramma familiare.
Alla fine prova a essere tutto contemporaneamente e finisce per indebolire ogni singolo elemento poichè gli elementi narrativi di genere non sono armonizzati.
Negli ultimi anni il cinema e la televisione coreana hanno mostrato una crescente tendenza a scopiazzare l' Occidente. Non parlo delle produzioni mainstream più classiche, ma di quelle che cercano deliberatamente un'impronta autoriale eccentrica, irriverente e fuori dagli schemi. A volte mi sembra di vedere il desiderio di imitare autori come Yorgos Lanthimos, Wes Anderson, Todd Solondz, Jean-Pierre Jeunet o Spike Jonze: registi capaci di mescolare assurdo, simbolismo, ironia e tragedia all'interno dello stesso racconto.
Il problema è che quel tipo di cinema richiede un equilibrio delicatissimo. L'assurdo deve avere una logica interna. Il grottesco deve dialogare con il dramma. L'umorismo deve amplificare il disagio invece di sabotarlo.
In The WONDERfools, invece, spesso questi registri si scontrano frontalmente. Una scena cerca di commuoverti con il trauma di bambini sottoposti a sperimentazioni. Quella successiva ti chiede di ridere per una gag slapstick. Pochi minuti dopo arriva una situazione romantica. Poi una rivelazione pseudo-crime. Poi una scena quasi da cartone animato. Non percepisco una fusione tra i generi. Percepisco un accumulo!!!
Molti spettatori hanno definito la serie "folle" o "caotica" come se fosse automaticamente un pregio. Per me il caos funziona solo quando è governato da una visione precisa. Qui spesso sembra semplicemente mancanza di controllo.La componente comica è probabilmente l'aspetto che mi ha convinto meno anche se due risate me le sono fatte perché i coreani sanno essere comici come pochi.
Ho avuto l'impressione che la serie si fidasse troppo della stravaganza delle situazioni e troppo poco della scrittura. Molte battute sembrano gridare: "Guarda quanto siamo eccentrici!"
Peccato che l'eccentricità, da sola, non genera comicità. La comicità nasce dal tempo, dal ritmo, dalla costruzione. Qui invece ho percepito spesso uno sforzo evidente, quasi forzato, per risultare bizzarri.
Anche la componente thriller e investigativa mi è sembrata sorprendentemente fragile, con le motivazioni di alcuni personaggi sono poco convincenti.
Diversi snodi narrativi si reggono su coincidenze o comportamenti poco plausibili. Le rivelazioni dovrebbero aumentare la tensione ma spesso finiscono per sembrare scorciatoie narrative. Non ho mai avuto la sensazione di trovarmi davanti a una storia credibile, non nel senso di realistica, poiché una serie può parlare di teletrasporti, mutazioni e superpoteri ed essere comunque credibile, vedi Moving, di cui questa sembra la versione "temu" per citare un utente che l'ha così definita, e sono d'accordo.
Sul piano tecnico, invece, gli investimenti si vedono tutti. La sigla è splendida, molto AI, ma è come vedere un Magritte, un Dalì, un De chirico, un Andy Warhol tutti mixati.
La fotografia è curata e il color grading ha un senso mirato e plausibile, con un'identità visiva fortissima.
Perfino la distribuzione internazionale dimostra un investimento enorme: doppiaggi in una quantità impressionante di lingue e una promozione globale che raramente si vede per una serie televisiva coreana. Il problema è che una confezione elegante non può sostituire una scrittura solida.
E arriviamo alle interpretazioni: Park Eun-bin è senza dubbio la forza trainante della serie, ha un'energia fuori dal comune, cambia postura, espressioni, voce e linguaggio corporeo con una facilità impressionante. È una performer straordinaria. Eppure, per la prima volta da molto tempo, mi sono trovata a desiderare che si trattenesse un po'. Era molto, era troppo. Il personaggio è costruito sopra le righe e lei decide di spingere ulteriormente l'acceleratore. Il risultato, almeno per me, è che in diversi momenti smette di sembrare una persona e diventa una caricatura: smorfie continue, espressioni esasperate,movimenti eccessivamente enfatizzati. Capisco la scelta, l'intenzione ma è risultata innaturale.
Se devo riconoscere un merito enorme a The WONDERfools, questo va senza dubbio ai due comprimari principali, Im Seong-jae e Choi Dae-hoon. La serie li presenta come spalle comiche, ma finiscono per diventare il vero motore comico dell'intera storia.
Im Seong-jae, in particolare, mi ha impressionata moltissimo. Chi conosce la sua filmografia sa che proviene soprattutto da thriller, melodrammi e produzioni più drammatiche. Qui invece costruisce un personaggio completamente diverso, e il risultato è sorprendente. Non ho mai avuto l'impressione di vedere un attore che interpreta un "ingenuo"; ho visto una persona reale.
La sua mimica facciale, i tempi comici, il linguaggio corporeo, perfino il modo in cui reagisce alle situazioni più assurde risultano spontanei e credibili. Non cerca mai la battuta. Non forza mai la comicità. È divertente proprio perché sembra non rendersi conto di esserlo.
Anche Choi Dae-hoon lavora in sottrazione. Il suo personaggio potrebbe facilmente trasformarsi in una caricatura ambulante, e invece riesce a mantenere una sorprendente umanità. Le sue scene familiari sono spesso più coinvolgenti delle sottotrame principali, e il feeling che sviluppa con Im Seong-jae crea alcuni dei momenti migliori della serie. Insieme formano un duo comico perfetto. Uno è impulsivo, emotivo, istintivo.
L'altro è ossessivo, nervoso, ansioso, oppositivo, continuamente in lotta col mondo e con se stesso.
La loro dinamica non sembra mai scritta a tavolino per strappare una risata. Funziona perché entrambi credono profondamente nei rispettivi personaggi.
Anche il modo in cui la serie attribuisce i poteri ai personaggi è interessante.
Ro-bin sviluppa una forza fisica enorme, un elemento che ricorre spesso nella narrativa coreana e non solo. Non è la prima volta che vedo associare la forza sovrumana a personaggi descritti come semplici, ingenui o poco brillanti dal punto di vista cognitivo. È successo anche in Moving, dove il personaggio più forte veniva spesso considerato dagli altri "idiota" (cit.).
Non so se si tratti di una scelta simbolica consapevole o di una convenzione narrativa ormai consolidata, ma è curioso che la forza venga frequentemente attribuita a chi agisce più d'istinto che di ragionamento. Forse perché la forza rappresenta un potere immediato, fisico, incontrollato, e quindi si presta meglio a personaggi che non filtrano continuamente le proprie emozioni attraverso la razionalità.
Nel caso di Ro-bin, però, ciò che colpisce non è il superpotere. È la sua bontà, è un personaggio tenero, generoso, incapace di cattiveria; Im Seong-jae riesce a trasmettere questa dolcezza senza cadere nel pietismo o nel ludibrio. Per questo, alla fine, credo che siano loro i veri MVP della serie!
Cha Eun-woo porta fascino, presenza scenica e carisma. Park Eun-bin porta energia e una dedizione assoluta al personaggio. Ma senza Im Seong-jae e Choi Dae-hoon, The WONDERfools sarebbe stata molto più faticosa da seguire. Anzi, probabilmente sarebbe crollata sotto il peso delle sue stesse ambizioni. Sono loro che le impediscono di diventare una lunga, costosa e confusa esercitazione di stile.
Cha Eun-woo, fa esattamente ciò che fa sempre, è bello da guardare, è professionale, è corretto ma resta confinato in una comfort zone interpretativa che ormai conosco a memoria. Non commette errori, non sorprende mai. E per un personaggio che avrebbe dovuto rappresentare uno dei pilastri emotivi della storia, questo finisce per pesare perchè non dà una impronta personale alla serie.
Alla fine The WONDERfools mi è sembrata una serie ambiziosissima che continua a sabotare se stessa. Ogni volta che trova una direzione interessante, la abbandona per inseguirne un'altra, ogni volta che costruisce una tensione emotiva, la interrompe con una gag, ogni volta che costruisce una gag efficace, la soffoca con un dramma. Ogni elemento indebolisce l'altro. Mannaggia miseria!
I generi non collaborano, si ostacolano, uno sottrae forza all'altro, uno svuota l'altro di significato.
- La guarderei di nuovo?
- No!
- La consiglierei?
- Sì, ma con aspettative molto precise.
Guardatela come guardereste una curiosità televisiva costosa, visivamente accattivante e incredibilmente strana. Qualche risata probabilmente ve la farete. Qualche scena riuscirà persino a emozionarvi, forse, è soggettivo ma non aspettatevi una narrazione compatta o una grande armonia tra le sue componenti.
E se siete particolarmente sensibili ad alcune tematiche legate ai bambini e agli esperimenti umani, vi consiglio anche di saltare determinate sequenze.
Perché The WONDERfools non è un disastro ma è uno di quei casi in cui il talento, il budget e le buone intenzioni non riescono a trasformarsi in un'opera davvero riuscita.
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Serie con molti difetti: perché piace allora?
Ci sono serie che si ricordano per la scrittura brillante, altre per la regia, altre ancora per le interpretazioni. Doctor Slump non appartiene completamente a nessuna di queste categorie. Eppure, una volta terminata, mi ha lasciato una sensazione sorprendentemente piacevole e non mi ha mai annoiata. Non è stato un capolavoro, né un’opera tra le migliori degli ultimi anni, ma una compagnia gradita, con i personaggi che finiscono per trovare un posto nella memoria dello spettatore.La sinossi è abusata: due ex studenti modello, un tempo rivali, si ritrovano nel momento peggiore della loro vita. Yeo Jeong-woo è un chirurgo plastico di successo la cui carriera viene improvvisamente distrutta da uno scandalo. Nam Ha-neul è un’anestesista brillante che, dopo anni passati a vivere esclusivamente per il lavoro e lo studio, sacrificando ogni aspetto della propria esistenza, precipita in una profonda depressione e in una condizione di burnout che le impedisce di proseguire la propria professione.
Sulla carta, il materiale era promettente, una sorta di "lato positivo" con altre patologie : due protagonisti adulti, entrambi sofferenti, entrambi costretti a ridefinire la propria identità dopo aver costruito tutta la propria esistenza attorno al successo riprendendo il tema caro ai coreani: la funzione sociale nella nostra società dà un'identità. Una buona occasione per raccontare la salute mentale, il fallimento, la pressione sociale e la ricerca di una nuova normalità.
Il problema è che la serie affronta depressione, ansia, burnout e traumi professionali, ma lo fa senza scendere in profondità e senza presentare i problemi con la dovuta delicatezza e correttezza medica (abuso di alcol nel corso delle terapie farmacologiche, farmaci presentati come panacea, poco peso dato alla terapia psicoterapica... ). È come se avesse paura di diventare troppo dolorosa, troppo scomoda, troppo realistica. Ogni volta che si avvicina a qualcosa di realmente destabilizzante, tende ad alleggerire il tono, a riportare il racconto verso territori più rassicuranti.
Non è necessariamente un difetto. Dipende da ciò che si cerca ma sulla correttezza delle procedure mediche e sugli escamotage poteva esserci più rispetto, realismo, verità. Lo dico da professionista che vede il proprio lavoro affossato da stereotipi e ignoranza, la serie non restituisce dignità o veridicità a quello che è il lavoro dei professionisti della salute mentale, e l'escamotage dell'eparina è quanto di più scemo possa essere proposto, perché le sacche non si trovano nei pressi della sala operatoria e non puoi stabilire quale userai ma vabbè. Inoltre l'autopsia la rinviene del corpo ed è assurda la pista che il medico volesse assassinare la paziente , con una sostanza rinvenibile tra l'altro. Nell'aula processo inoltre chiunque poteva accedere così, come fosse casa propria e portare le prove.
La scrittura non è brillante: ci sono due buchi di trama che mi hanno dato la sensazione di un'improvvisazione, sia sul colpevole dell'incidente sia sulla figura ambivalente del loro collega. Come se la scrittura fosse a due mani o realizzata in fieri, non predisposta a monte.
Non la consiglio a chi desidera un’analisi profonda della depressione, probabilmente resterà insoddisfatto. Chi invece cerca un drama capace di trasmettere conforto e speranza potrebbe trovarsi perfettamente a proprio agio.
Il cuore della serie, infatti, non è la salute mentale, è un healing romance drama ma con mezzi di fortuna e fortunate coincidenze, che investe più sul potere dell'amore, del rispecchiamento, del mutuo aiuto distraendosi dalla propria condizione, più che sulla cura in sé.
Nella relazione tra i due protagonisti Doctor Slump trova finalmente il proprio equilibrio. La storia d’amore funziona perché occupa spazio. Tanto spazio. Forse quello, tra i tanti visti, che ne hanno di più. Negli ultimi anni molti drama hanno finito per sacrificare la coppia in favore di sottotrame, antagonisti, conflitti familiari o misteri narrativi. Qui accade il contrario. La serie dedica una quantità enorme di tempo ai due protagonisti. Li osserva mentre parlano, mangiano insieme, passeggiano, si sostengono, litigano e si riavvicinano e la genitorialità è positiva, calda, supportiva, non becera e malevola come nel 90% dei lavori visti.
Non c’è la sensazione che la relazione debba superare continuamente ostacoli artificiali per mantenere viva l’attenzione dello spettatore.
Una delle qualità più apprezzabili della scrittura è proprio l’assenza di quei malintesi interminabili che spesso infestano il genere. Jeong-woo e Ha-neul comunicano. Non sempre bene, non sempre nel momento giusto, ma comunicano e lei non è la donnucola in balia dell'uomo di turno: sbaglia, cade, si rialza, comunica, cerca, parla, si apre, è estroversa, espansiva con lui, e questo è un elemento di novità apprezzabile.
Quando iniziano a provare qualcosa l’uno per l’altra, la serie non passa sei episodi a procrastinare che accada.
Quando emerge un problema, cercano di affrontarlo. Quando uno dei due soffre, l’altro è presente. Può sembrare poco ma nel panorama delle commedie romantiche coreane è quasi rivoluzionario.
Park Hyung-sik e Park Shin-hye svolgono un lavoro efficace nel rendere credibile questa dinamica. Non credo che le loro interpretazioni rappresentino il punto più alto delle rispettive carriere. Nessuno dei due offre una performance destinata a entrare nella storia, anzi, lei molto caricaturale a volte, stessa cosa la madre che conosco come ottima attrice in tanti altri lavori. Non sempre mi è arrivata, non sempre ho pensato: "wow che brava", a volte ho pensato "spinge troppo, si vede che recita". Tuttavia il più delle volte FL e ML risultano naturali insieme.
La loro chimica non si basa soltanto sull’attrazione (non vi aspettate exploit passionali alla business proposal), funziona soprattutto nelle scene quotidiane, nei dialoghi apparentemente insignificanti, negli scambi più semplici, nel modo comodo che hanno di stare insieme e che trasmettono allo spettatore. Qui ho avuto chiarissimi i motivi per cui si scelgono, e per cui sin da principio si piacevano.
Ho motivo di credere che queste due persone potrebbero davvero scegliersi nella vita reale.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui il drama continua a coinvolgere anche quando la trama perde mordente, perché la parte più debole della serie è proprio quella che dovrebbe costituire il grande conflitto narrativo. L’arco dedicato a Kyung-min, infatti, rappresenta il principale problema!
L’idea di base non era cattiva. Il suo rancore affonda le radici in un trauma reale, legato alla morte del padre e a responsabilità indirette della famiglia di Jeong-woo. Il tema del dolore trasformato in ossessione avrebbe dotuto generare un antagonista complesso e sfaccettato. Invece il personaggio oscilla continuamente tra ambivalenza psicologica e forzatura narrativa e soprattutto non è chiaro perché debba prendersela con lui e non con la famiglia, il protagonista non è un uomo amato o con una famiglia calda e supportiva alle spalle, che potrebbe rimanere distrutta dalla sua rovina, anzi ... sicché avrei trovato più plausibile che si accanisse con la madre stessa, utilizzando semmai il protagonista per arrivarvi.
La serie sembra voler integrare la parte romance, la parte di cura e quella thriller/ crime senza riuscirci del tutto, emerge una certa dissonanza e i coreani questo lo fanno sempre, non ho ancora capito perché. Integrare bene due parti così diverse, studiarle e svilupparle in modo adeguato comporta un lavoro e un accordo tra professionalità diverse (l'ideale sarebbe impiegare due registi e almeno due sceneggiatori, più qualcuno che supervisioni per dare una stessa struttura, una stessa firma, uno stesso tono) . Non è una cosa semplice e devo dire che viene difficile anche ai grandi registi , immaginiamo a chi fa lavori destinati al grande pubblico, non di settore.
Persino il famoso incidente che coinvolge Ha-neul negli episodi finali, pur generando tensione emotiva, appare come un artificio necessario a spingere ulteriormente la coppia verso una dichiarazione definitiva.
Da quel momento in poi la storia smette sostanzialmente di interessarsi al mistero e torna a concentrarsi su ciò che sa fare meglio: raccontare la guarigione reciproca dei protagonisti.
Ed è qui che la serie ritrova la propria forza, sebbene in versione miracolista, fantasiosa, per nulla realistica, non è una forza spettacolare, bensì gentile.
La serie racconta qualcosa che il genere romantico spesso dimentica: innamorarsi non risolve tutti i problemi, e qui c'è il realismo. Ha-neul continua a convivere con le proprie fragilità, Jeong-woo continua a portare addosso le ferite lasciate dal crollo della sua carriera, nessuno dei due viene magicamente salvato dall’amore e nessuno sacrifica se stesso per quello. L’amore diventa piuttosto uno spazio sicuro all’interno del quale affrontare le proprie difficoltà. Anche il finale segue questa filosofia.
Molti drama coreani costruiscono l’ultimo episodio come una lunga corsa verso il matrimonio. Doctor Slump sceglie una strada diversa. Quando Ha-neul riceve l’opportunità di trascorrere un periodo all’estero, la serie introduce una situazione che, in un racconto più convenzionale, avrebbe facilmente generato una separazione dolorosa. Invece il conflitto viene affrontato con sorprendente maturità. Jeong-woo soffre all’idea della distanza ma riconosce il valore professionale dell’occasione e la incoraggia a seguirla.
È un momento piccolo ma significativo, perché dimostra quanto la relazione sia SANA. Successivamente l’opportunità sfuma e la partenza non avviene realmente, scelta narrativa che alcuni potrebbero considerare troppo comoda, ma che si inserisce perfettamente nel tono generale della serie.
Anche il matrimonio viene trattato in modo particolare. Molti spettatori si aspettavano una grande cerimonia conclusiva. In realtà Doctor Slump preferisce suggerire piuttosto che mostrare. Le immagini prematrimoniali e matrimoniali presenti nell’epilogo confermano il destino della coppia senza trasformarlo nel centro assoluto del racconto.
Una decisione che ha diviso il pubblico, non mi è piaciuta ma ’ho trovata coerente perché la vera conclusione della storia non è il matrimonio ma la guarigione.
È il momento in cui due persone che avevano costruito tutta la propria identità sul successo professionale comprendono finalmente di poter esistere anche al di fuori dei propri risultati.
Doctor Slump non è un capolavoro:
1)La scrittura è discontinua.
2) L’antagonista convince solo a metà.
3) Le interpretazioni non sono memorabili
4) Le sottotrame non sempre mantengono le promesse iniziali.
5) Alcuni temi vengono affrontati in modo più superficiale di quanto meritassero e senza attendibilità o realismo medico.
Eppure, pur con tutti i suoi difetti, sa essere piacevole.
Non cerca continuamente di sorprendere. Non punta sempre sul colpo di scena. Non vive di triangoli amorosi esasperati. Non costruisce conflitti infiniti basati sull’incomunicabilità.
Semplicemente osserva due persone ferite che imparano a stare meglio, grazie alla loro relazione.
Difficile ma possibile.
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Vorrei sottoporvi una riflessione, Doctor Slump ha ricevuto molte critiche e mi ha sorpreso. Non perché le critiche siano prive di fondamento: il drama ha quei limiti evidenti che ho esposto poc'anzi. Quello che mi lascia perplessa è il metro di giudizio utilizzato!
Leggendo recensioni da anni, su moltissimi lavori, ho avuto l'impressione che questo drama sia stato valutato con una severità che raramente vedo applicata ad altri titoli molto più fragili dal punto di vista della scrittura. Mi chiedo quindi cosa il pubblico si aspettasse realmente da questa serie e perché i suoi difetti vengano evidenziati con tanta insistenza, mentre lavori che presentano problemi ben più gravi vengono accolti con un entusiasmo quasi unanime.
Prendiamo ad esempio alcuni dei titoli più celebrati degli ultimi anni. Ho visto assegnare voti altissimi a opere come Lovely Runner, che personalmente considero trainata molto più dal coinvolgimento emotivo del fandom e dalla ship attribuita agli attori che da una sceneggiatura particolarmente solida, dove il tema della disabilità è stato solo accennato. Oppure a produzioni recenti come The Potato Lab o When the Phone Rings, che a mio avviso presentano debolezze narrative non inferiori a quelle di Doctor Slump.
La differenza è che Doctor Slump sembra pagare il fatto di voler parlare di qualcosa. Magari non sempre ci riesce, magari lo fa in modo semplificato ma prova ad affrontare il burnout, la depressione, il fallimento professionale, la perdita dell'identità costruita attorno al successo e il percorso necessario per ricostruirsi.
C'è una volontà di raccontare un'esperienza umana e di sviluppare un discorso che vada oltre la semplice storia d'amore.
Molti drama romantici contemporanei, invece, rinunciano completamente a proporre un contenuto. Si limitano a costruire una relazione accattivante, una buona dose di fan service e qualche colpo di scena emotivo, qualche primo piano di lui sotto la doccia , 20 scene fan service, inquadrature studiate per mostrare baci più spinti di quanti non siano in verità. MA BASTA! Non c'è nulla di male per carità ma fatico a comprendere perché opere di questo tipo vengano celebrate come capolavori mentre un lavoro come Doctor Slump venga giudicato con criteri molto più rigidi.
Per questo motivo il mio voto finale è leggermente più alto di quello che assegnerei normalmente.
Onestamente Doctor Slump è un 7/10. Tuttavia scelgo di attribuirgli un 7,5/10.
Lo faccio perché apprezzo il tentativo di raccontare qualcosa di diverso, perché la storia evita molti artifici narrativi ormai abusati nel genere e perché non sente il bisogno di alimentare continuamente conflitti inutili, incomprensioni costruite a tavolino o separazioni forzate soltanto per allungare la trama.
Non è un drama memorabile. Non è un capolavoro. Ma è più onesto e più coraggioso di quanto una parte della critica sembri riconoscergli. E in un panorama in cui vedo assegnare voti perfetti a opere che spesso vivono soltanto dell'entusiasmo del fandom, questo per me merita almeno mezzo punto in più.
Alla fine della visione non resta l’impressione di aver assistito a una grande storia destinata a entrare nella storia del genere. Resta qualcosa di più modesto ma anche più autentico: la sensazione di aver trascorso del tempo con personaggi che, pur imperfetti, hanno trovato un modo per essere felici.
E forse è proprio questo il motivo per cui, pur riconoscendone tutti i limiti, Doctor Slump riesce a lasciare un ricordo sorprendentemente affettuoso.
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Visione rilassante, un vero comfort drama.
La serie contiene una domanda che dà il titolo al lavoro: a che età, esattamente, si sboccia? La risposta, in originale coreano "Moraeedo kkochi pinda" («anche nella sabbia i fiori fioriscono») sostiene l'idea che non esista un'età precisa, una stagione programmata. È il momento in cui qualcuno smette di misurarsi con ciò che avrebbe dovuto essere e comincia a esistere come ciò che è. Kim Baek-doo, il protagonista, ha 32 anni, e pratica, come il padre e i fratelli più grandi il ssireum, la lotta coreana . A differenza di loro però non vince mai, ha alle spalle una famiglia di campioni che lo guarda con l'affetto discreto di chi ha rinunciato ad aspettarsi grandi cose, e un'espressione permanente che oscilla tra il dormiveglia e la tenerezza involontaria. E' l'anti-eroe per eccellenza, quanto di più diverso ci hanno abituato i drama asiatici, e questo è il primo elemento di novità e di freschezza.Il ssireum — la lotta tradizionale coreana su sabbia, patrimonio culturale praticato sin dalla dinastia Joseon e ancora oggi disciplina agonistica con campionati nazionali — non è soltanto lo sfondo della storia ma la sua metafora portante: due corpi che si afferrano, che cercano il baricentro dell'avversario, che cadono o reggono su un terreno che non dà punti d'appoggio stabili.
Per prepararsi fisicamente al ruolo, Jang Dong-yoon ha dovuto mettere 14 kg di massa nel corso di diversi mesi attraverso un allenamento intensivo e una dieta pensata per replicare la corporatura di un lottatore professionista, una scelta che racconta già molto sull'approccio produttivo della serie: non la fisica idealizzata del drama mainstream(vedi Lovely runner con un Byeon Wook seok, risibile nei panni del nuotatore agonistico con il fisico slanciato e snello) , ma una credibilità che passa attraverso il peso specifico dei corpi sulla sabbia. Il risultato visivo e atletico è convincente, ed è uno dei pochi casi in cui la componente sportiva sullo schermo non odora di menzogna poco plausibile.
Kim Jin-woo, il regista, non è un nome che porta in dote un percorso autoriale particolarmente ricco o con uno stile definito, così come Won Yoo-jung alla sceneggiatura costruisce un impianto narrativo che mira alla solidità, non ambisce a spingere senza mezzi per poterlo fare come in altri lavori blasonati, votati più per fandom che per effettiva qualità.
La scelta di ambientare tutto nella cittadina marittima immaginaria di Geosan, un luogo dove il sireum è quasi religione di stato, dove tutti si conoscono, dove il pettegolezzo circola con la velocità del vento tra le risaie, è funzionale a una grammatica narrativa che vuole il villaggio come organismo collettivo, quasi un personaggio che respira e mormora intorno agli eventi principali. L'atmosfera che ne risulta è genuinamente calda, rusticamente accogliente, rilassante: una serie senza sprechi, ambientata in una città di provincia che si rispecchia perfettamente nell'onestà greggia e non rifinita di Kim Baek Du, il protagonista.
Questa qualità: farsi guardare senza fatica, far respirare l'occhio, con un ritmo quotidiano, senza scossoni, senza il ricatto continuo del colpo di scena, senza la manipolazione dello spettatore che tanti drama coreani è diventato quasi caratteristica fondativa, è un merito reale, così come è un merito aver voluto presentare il ssireum a chi segue fuori dai "confini".
COSA HA QUESTA SERIE CHE MERITA ATTENZIONE:
La sceneggiatura MANCA di quell'istinto predatorio che caratterizza una quantità enorme di drama asiatici e non, dove i personaggi esistono fondamentalmente come materiale da consumare al servizio della tensione drammatica. Il meccanismo predatorio costruisce un personaggio abbastanza, quanto basta perché lo spettatore si affezioni, e poi lo si usa, lo si umilia, lo si tormenta, lo fa soffrire per massimizzare la risposta emotiva del pubblico, senza che quella sofferenza serva davvero alla storia o alla crescita del personaggio stesso. È una forma di sfruttamento narrativo che veste i panni del dramma ma che in realtà è semplicemente ricatto: ti faccio soffrire per il personaggio perché così non smetti di guardare, non perché quella sofferenza significhi qualcosa, e dopo aver visto Something in the rain, che è l'apoteosi di questo discorso, la differenza mi è ancora più chiara.
Qui Baek-du viene mostrato nella sua incompiutezza, nella sua storia di aspettative non realizzate, nella solitudine discreta di chi ha deluso una famiglia di campioni ma non viene mai abusato narrativamente per produrre lacrime facili. La sua vulnerabilità è trattata con una specie di rispetto quasi pudico: la sceneggiatura la mostra, la lascia esistere, non la sfrutta. È la differenza tra un autore che vuole bene ai propri personaggi e un autore che li usa come strumenti. Nel primo caso senti che il personaggio ha una vita che precede e supera la storia che lo contiene; nel secondo senti che esiste soltanto in funzione dei picchi emotivi che deve produrre, e che fuori da quei picchi non è niente.
I personaggi trattati con rispetto si depositano da qualche parte e continuano a esistere dopo che lo schermo si è spento, lasciandoti una sensazione di placido tepore.
Il problema principale della serie è strutturale: Fiori nella sabbia, prova a essere contemporaneamente un romance, un crime thriller, uno sports drama e uno slice-of-life rurale, e non riesce a integrare queste quattro anime in un corpo narrativo unico che funzioni in ogni sua parte. Il risultato è una serie che procede per compartimenti stagni, dove lo sport sparisce per episodi interi per poi tornare improvvisamente quando la sceneggiatura ricorda che era parte identitaria della serie, dove l'elemento crime si accumula nei due episodi finali in rivelazioni precipitose che avrebbero avuto bisogno di molto più spazio per sedimentarsi, e dove il romance viene ritardato artificialmente ben oltre la soglia della credibilità narrativa. Baek-doo dichiara i propri sentimenti dopo 2 terzi della serie, e la risposta definitiva arriva sostanzialmente nel settimo minuto finale: lo spettatore sa già dall'episodio tre come andrà a finire, e tuttavia deve percorrere nove ore di trama che lo tengono separato da una conclusione che la serie non ha il coraggio di anticipare. Non è tensione narrativa, è procrastinazione strutturale.
Altro elemento di pregio è la rappresentazione della genitorialità. Nei drama capita spesso di imbattersi in famiglie disfunzionali, genitori emotivamente assenti, padri autoritari, madri ipercontrollanti o relazioni costruite quasi esclusivamente sul conflitto. Fiori nella sabbia sceglie una strada diversa. Pur senza idealizzarle, le famiglie vengono rappresentate come luoghi di sostegno, protezione e responsabilità reciproca. I genitori sbagliano, ma cercano di capire. Si preoccupano, incoraggiano, si mettono in discussione e restano presenti anche quando non hanno tutte le risposte. È una normalità affettiva che raramente trovo nei drama asiatici e che proprio per questo finisce per distinguersi.
In moltissimi drama il protagonista positivo nasce nonostante la famiglia. Qui, invece il protagonista diventa l'uomo che è anche grazie alla famiglia che lo circonda.
La madre lo sostiene senza umiliarlo per i suoi fallimenti. Il padre può essere apparentemente distaccato ma non è una figura tossica. I fratelli lo prendono in giro ma c'è affetto reale. Quando lui vacilla, nessuno lo tratta come un peso o come una delusione.
Questa rete di affetto quotidiano spiega molto del personaggio.
In fondo Baek-du è così fiducioso negli altri, così poco cinico e così capace di amare senza calcolo anche perché è cresciuto in un ambiente che, pur con tutti i suoi difetti, gli ha insegnato che l'amore non è un premio da meritare.
COSA NON HA FUNZIONATO:
L'arco crime è forse l'elemento più deludente della produzione. Non per incompetenza esecutiva ma per un deficit di "concezione" che riguarda il peso dell'assassino all'interno della storia: chi compie i crimini non è per nulla presente nel tessuto narrativo tanto da costituire una rivelazione che, a scopo cliffhanger, risulta un escamotage che alla fine ha poco senso. Il confronto con Mous, serie crime, è impietoso: lì il colpevole esiste, pesa, vive nella storia, e quando la verità emerge ogni scena precedente acquista un secondo strato di senso. Qui, al contrario, la rivelazione produce più una reazione che non dà scossoni emotivi. L'arresto poi non è non mostrato, le conseguenze sulla comunità (che avrebbe dovuto essere sconvolta, lacerata da una verità che la riguarda dall'interno) sono appena accennate, come se la sceneggiatura avesse esaurito il respiro proprio nel momento in cui avrebbe dovuto inspirare più a fondo. Molto deludente.
Anche poco plausibile che questo personaggio, bravissimo nell'interpretazione, venga ricordato così dal nulla dopo 12 ore di ripetere sempre le stesse dinamiche, e si presenti per compiere l'ennesimo misfatto avendo tutto il tempo per consumarlo, ma contentandosi di una chiacchierata intimidatoria. o:O.
Non mi ha convinto.
Altro problema è stato per me il villaggio: Geosan non è soltanto uno sfondo. Per buona parte della serie il villaggio agisce come una sorta di coro comunitario, una presenza collettiva che osserva e filtra gli eventi attraverso pettegolezzi, ricordi condivisi e legami di lunga data. Proprio per questo sorprende che nel finale, quando emergono le verità più importanti, questa voce collettiva si faccia improvvisamente silenziosa.
Oh Du-sik, la protagonista femminile interpretata da Lee Ju-myoung, è l'altro grande incompiuto della serie. Il suo ingresso in scena ha una forza scenografica notevole, una donna che si rifiuta di riconoscere che sono cresciuti insieme, cosa che turba Baek-doo ancora più della serie di morti nel suo paese assopito e il personaggio promette una complessità che però non viene mai pienamente mantenuta. Lee Ju-myoung non è credibile nei panni di una detective sotto copertura decisa a dimostrare il proprio valore, destabilizzata dal senso di altruismo disinteressato di Baek-doo, poi col procedere degli episodi il personaggio tende a essere oscurato dall'ingombro luminoso del protagonista maschile, come se la sceneggiatura avesse investito tutto il suo affetto in un solo personaggio e non avesse avuto abbastanza energia emotiva per sostenere entrambi fino in fondo, o semplicemente è una attrice che deve ancora crescere molto, ho trovato la sua interpretazione appena sufficiente, sicuramente l'anello debole dell'intero cast.
Per Kim Baek-doo invece chapeau: Jang Dong-yoon costruisce qualcosa che è raro nel panorama del drama coreano — un personaggio che non conquista per nessuno degli attributi canonici (non ha una bellezza vistosa, non è ricco, non è geniale, non è potente) ma che conquista perché sembra una persona buona nel senso più semplice e radicale del termine, rare volte ho visto un ragazzo così autenticamente genuino e luminoso. La prima impressione che il personaggio genera è quella di un uomo lento, opaco, forse un po' spento, un ex talento che non ha realizzato le aspettative di nessuno e che si è adagiato su questa consapevolezza senza farne un dramma. Con il procedere degli episodi quella opacità si rivela come la crosta di qualcosa di più luminoso: dolcezza autentica, assenza totale di malizia, intelligenza emotiva di quelle che raramente si incontrano, innate abilità comunicative, a livello emotivo, è trasparente come un vetro. È assolutamente convincente sia come un'anima stanca e smarrita sia come un atleta intenso e concentrato, e questa capacità di abitare contemporaneamente la fragilità e la forza senza che l'una smentisca l'altra è la prova più precisa del talento di Jang Dong-yoon, che per questo ruolo ha trasformato non solo il proprio corpo ma l'intera gamma espressiva. Ed io che lo avevo sottostimato, conoscendolo nel drama : my man is cupid, mi sono dovuta ricredere per la splendida interpretazione, 8 ,5 per lui.
Il personaggio è anche l'incarnazione più riuscita del tema del titolo: un fiore che sboccia tardi, in un terreno che non sembra promettere molto, con una lentezza che chi lo osserva da fuori scambia per fallimento e che invece è semplicemente il suo tempo, il suo ritmo irriducibile (un po' come la ginestra tanto cara a Leopardi). Non esiste un'età giusta per trovare il proprio posto, dice la serie senza dirlo mai, e Baek-doo lo dice semplicemente esistendo sullo schermo con quella sua qualità di presenza calma e persistente. È probabilmente il miglior personaggio della serie, quello che rimane impresso più della trama, più del mistero, più dello sport, più di qualsiasi altra cosa. In una produzione che fatica a tenere insieme i propri fili, lui è il filo che regge.
Fiori nella sabbia è una serie piacevole, onesta, priva di cattiverie e di manipolazioni scadenti, costruita su un protagonista eccezionale che abita una storia soltanto parzialmente all'altezza di lui. Non merita i voti entusiasti che ho letto online, con toni da rivelazione, come sempre il riflesso di un affetto comprensibile per qualcosa che non fa del male, che scalda, che non manipola; e, in un panorama dove la manipolazione è tecnica corrente, quella assenza di tossicità viene scambiata per eccellenza. Non è eccellenza: è decenza narrativa!
La valutazione più onesta è un 7,7 che riconosce il calore, il personaggio, il gesto di raccontare una storia semplice con rispetto per chi la guarda, e insieme registra tutto ciò che la serie non è riuscita a diventare : il crime potente, il romance maturo, il villaggio come coro, la protagonista femminile davvero incisiva. Una buona serie, non una grande serie. Un protagonista straordinario dentro una narrazione che lo contiene a fatica.
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Super Me, Super Boh: demoni, sogni & buchi di trama.
Super Me è un film con un concept enorme e delle immagini suggestive, ma scritto in modo incompleto. Non è spazzatura assoluta, però è uno di quei film che sembrano intelligenti perché tengono tutto sospeso; in realtà hanno lasciato metà delle fondamenta non cementate.É il classico esempio di film che scambia la confusione per profondità. Parte da una premessa anche intrigante — un uomo tormentato dagli incubi capace di trascinare nel mondo reale oggetti provenienti dai sogni — ma da lì in avanti deraglia in un completo disastro narrativo. La trama procede per accumulo di eventi sconnessi, introduce elementi enormi e mai davvero spiegati, dai demoni notturni a improbabili teorie sull’umanità superstite di una razza speciale, passando per un insistito psicologismo da due soldi che pretende di dire qualcosa sull’avidità, sul trauma e sull’animo umano senza riuscire a mettere insieme un pensiero che abbia un senso. Non c’è una direzione, non c’è una regola interna, non c’è soprattutto un senso compiuto: si ha costantemente la sensazione che il film stia improvvisando scena dopo scena sperando che l’atmosfera faccia il lavoro che la sceneggiatura non sa fare.
I personaggi, poi, non aiutano : il protagonista è scritto come una vittima passiva trascinata dagli eventi, ma senza il minimo spessore emotivo che permetta di seguirlo davvero nel suo delirio; gli altri entrano ed escono dalla storia come funzioni narrative, fantasmi utili a spingere avanti il caos generale, mai esseri umani con un’identità. La componente sentimentale è abbozzata, i criminali sembrano usciti da un altro film e capitati lì all'improvviso, lo sceneggiatore sul finale non sapendo come ultimare si è scolato un paio di redbull e oki ed ecco spiegato il pasticcio, il misterioso venditore criptico è l’ennesimo espediente messo lì per pronunciare la frase magica “sto sognando” come fosse il mantra illuminante, il Sala Kabula del caso: una formula ripetuta fino allo sfinimento che dovrebbe spalancare significati e invece finisce solo per suonare ridicola.
A peggiorare tutto c’è questa continua volontà di ammantare il nulla con immagini da grande cinema mentale. Super Me vuole evidentemente fare il Nolan orientale: stratificare sogno e realtà, confondere i piani percettivi, lasciare lo spettatore in bilico tra interpretazione psicologica e dimensione fantastica. Il problema è che per fare quel gioco servono rigore e architettura; qui invece c’è solo nebbia. Gli incubi arrivano a ondate, il simbolismo è buttato dentro senza misura, il finale resta sospeso in un’ambiguità di indubbio cattivo gusto che non apre interrogativi ma lascia solo l’impressione di un autore incapace di chiudere il proprio racconto.
Ed è un peccato, perché non tutto sul piano tecnico sarebbe da buttare: la fotografia ha alcuni tagli suggestivi, le luci notturne e certe cromie fredde costruiscono a tratti un’atmosfera interessante, e anche la musica non è del tutto fuoriluogo, molto orecchiabile la canzone della FL. Ma sono rifiniture messe sopra fondamenta marce. Persino gli effetti speciali, che dovrebbero dare corpo al lato visionario, risultano spesso artificiosi, palesemente digitali, con quella patina da computer grafica che toglie spessore e inquietudine a molte sequenze. Invece di immergere nello straniamento, ricordano continuamente allo spettatore di stare guardando un giocattolo finto che sta per rompersi.
Alla fine resta proprio questo: un film pretenzioso che vuole sembrare enigmatico, filosofico e visionario, ma che sotto la superficie non ha abbastanza sostanza per reggersi. Vuole essere Inception, vuole essere thriller psicologico, vuole essere parabola esistenziale; finisce per essere soltanto un confuso collage di idee mal sviluppate. In breve: vuole fare Nolan, ma fa solo No way!
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Abbattere muri, uccidere bene, restando "fedeli a se stessi".
Dal trailer sembrava l’ennesimo film sulla killer professionista con doppia vita: di giorno madre single, di notte assassina d’élite. Invece Kill Boksoon è molto altro: Byun Sung-hyun non usa la maternità come accessorio, né la figlia come “punto debole” per rendere umana la protagonista. Jae-young è il centro morale del film, la falla in cui la messinscena elegante, violenta e aziendale dei killer smette di funzionare.Al lavoro Bok-soon è una celebre assassina, a casa è una madre single; uccidere è facile, crescere una figlia è la parte difficile. La trama nasce da una contraddizione: si fa la guerra in nome della pace, si preferiscono le bugie alla verità e persino gli assassini collaborano stabilendo regole. L’omicidio non viene normalizzato, viene mostrato come sistema: industria, spettacolo, mercato, disciplina, carriera. L’uccisione è performance, intrattenimento, curriculum, status.
Bok-soon lavora per MK, un’agenzia di killer organizzata come una grande azienda: gerarchie, reputazione, classifiche, contratti. Il paradosso funziona perché l’assassinio viene trattato come professione creativa, spettacolo codificato. I killer non “ammazzano” soltanto: eseguono, interpretano, rispettano un format. La teatralità fumettistica non è un difetto di tono: è la forma stessa del film.
Le scene di combattimento, pur curate, non sono secondo me la parte più interessante. Sono belle, alcune efficaci, ma non rivoluzionarie; si è visto di più raffinato e nervoso in altri prodotti coreani, penso a certe soluzioni di "A Shop for Killer". Qui l’action funziona come grammatica morale: ogni scontro dice cosa si nasconde e quale debolezza si protegge.
Il vero duello è quello tra madre e figlia. Jae-young non è “la bambina messa lì per dare umanità alla killer”. È la coscienza scomoda di Bok-soon, ma non angelica. È adolescente, arrabbiata, chiusa, ferita, capace anche lei di violenza. Vive il proprio orientamento sessuale in un contesto che la fa sentire sbagliata, mentre gli adulti intorno a lei commettono azioni molto più gravi e vengono premiati.
Qui il film trova una delle sue verità più amare: non è il male in sé a essere punito, ma il male che non rispetta le regole del sistema. Jae-young viene trattata come un problema perché desidera qualcuno di scomodo; Bok-soon viene considerata impeccabile perché uccide bene. Orientamento sessuale come deviazione, omicidio certificato da un’agenzia prestigiosa come competenza. Roba da far impallidire LinkedIn.
Ogni conversazione tra Bok-soon e Jae-young sposta qualcosa nella madre. È come se la figlia le restituisse una domanda che il mondo di MK ha rimosso: “sei fedele a te stessa?”. Jae-young non le chiede solo di confessare il proprio lavoro; le chiede di smettere di escludere, di alzare muri. Bok-soon non è terrorizzata dal sangue o dai colleghi che vogliono farla fuori. È terrorizzata dall’essere vista dalla figlia per quello che è: una killer.
Cha Min-gyu capisce tutto questo meglio di chiunque altro. Il suo rapporto con Bok-soon è uno dei nuclei più torbidi del film: mentore, capo, creatore, innamorato, carnefice, possibile padre. Il film non conferma che sia lui il padre biologico di Jae-young, ma semina ambiguità: quando la sorella glielo chiede, lui minimizza, ma sembra più una fuga che una risposta. Il suo modo di entrare nel rapporto madre-figlia non è quello di un estraneo: è troppo intimo, preciso, velenoso. Anche lo sguardo nostalgico verso una coppia di genitori apre un dubbio.
Il finale è più complesso di quanto sembri. Sì, la violenza c’è. Sì, il gesto è crudele. Ma Min-gyu non prova solo a traumatizzare Jae-young: prova ad abbattere l’ultimo muro tra madre e figlia. Non è un liberatore, è un uomo che anche morendo vuole controllare la vita di colei che ama. Capisce che l’ultimo muro da distruggere è quello domestico: la madre che torna a casa e finge di non essere ciò che è.
Se Jae-young vede davvero il video — e il film lo suggerisce con forza — non vede solo “mia madre uccide”. Vede la madre intera: professionista, bugiarda, sopravvissuta, donna che ha vissuto fingendo di proteggerla dalla verità. La battuta finale è inquietante perché non c’è urlo, collasso, melodramma. C’è riconoscimento: freddo, storto, disturbante. Come se Jae-young dicesse: “Adesso so. E non smetto di considerarti mia madre”.
Ma sarebbe ingenuo leggerla come perdono. Il finale scolastico lo dice chiaramente: Jae-young inizia a parlare la lingua della madre, raccogliendone l’ereditarietà simbolica. Non ha semplicemente accettato Bok-soon: ha riconosciuto in lei una grammatica della forza, della minaccia, della vergogna ribaltata. E la sta già usando. Non significa che sia “nata killer”: significa che il film lascia aperta una domanda più dolorosa. Quando un genitore smette di mentire, cosa passa attraverso la verità? Intimità o veleno? Nel loro caso, probabilmente entrambe.
Anche il rapporto disturbato tra Cha Min-gyu e Cha Min-hee partecipa a questa atmosfera malata. Lei non è solo “la sorella cattiva”: è una figura teatrale, isterica, elegante, corrosiva; la sua gelosia verso Bok-soon ha qualcosa di familiare e sessuale insieme. Qui si può leggere una possibile eco di *The Crow*: Top Dollar ha un rapporto apertamente disturbante con Myca, sorellastra e amante. Non è copia-incolla, ma l’eco c’è: potere, desiderio, morte, famiglia deformata.
La scena del massacro al ristorante viene spesso liquidata come assurda perché i killer passano dal convivio all’omicidio. In realtà funziona: tutti vogliono lavorare per MK perché MK dà prestigio, soldi, protezione, status. La lealtà dura finché non arriva un’offerta migliore. Quando Min-hee offre una possibilità di carriera, la comunità si dissolve. Non è incoerenza narrativa, è antropologia cinica: finché si mangia insieme siamo colleghi; appena cambia il prezzo, si diventa predatori.
Visivamente, *Kill Boksoon* è più ragionato di quanto sembri. La fotografia è di Cho Hyung-rae, il montaggio di Kim Sang-bum, le musiche di Kim Hong-jip e Lee Jin-hee. Il color grading distingue Bok-soon madre affettuosa e Bok-soon killer fredda. Il contrasto tra verde e rosso è centrale: il verde rappresenta il modo in cui Bok-soon vuole vedere la figlia, un’immagine proiettata e rassicurante; il rosso è il colore reale di Jae-young, ed è anche il colore di Bok-soon. Nella scena finale, la giacca rossa della ragazza è dichiarazione d’identità: non è la figlia verde che la madre vorrebbe proteggere in una serra emotiva. È rossa, come lei.
La scenografia insiste su questa idea di casa come serra, gabbia, tentativo di controllo. Le piante, la stanza verde, gli interni domestici sono il desiderio di Bok-soon di coltivare una figlia dentro un ambiente controllato. Ma Jae-young non è una pianta ornamentale. Cresce storta, viva, arrabbiata, propria.
Il sound design va nella stessa direzione: i suoni di porte accompagnano la frizione tra madre e figlia, mentre nei momenti in cui mostrano tendenze simili compaiono effetti che richiamano lame o coltelli. Il film non dice solo “si somigliano”: lo fa sentire. Le musiche non cercano l’epica, perché non è un film di eroismo ma di attrito. Sostengono l’eleganza artificiale del mondo dei killer e sanno farsi secche, nervose, ironiche.
La regia di Byun è più ambiziosa che perfetta: a volte il film è troppo pieno, troppo innamorato dei suoi personaggi secondari, con linee più suggestive che compiute. Però preferisco un film che rischia l’eccesso a un prodotto levigato e morto.
Sul piano interpretativo, invece, il film mi ha convinta meno. L’unica vera eccezione è Sul Kyung-gu. Lo avevo già visto in altri lavori e qui ho avuto un momento di esitazione: era davvero lo stesso attore che in *Hyper Knife* interpretava quel neurochirurgo gelido, disturbante, quasi predatorio? Sì, ed è qui che si misura la sua bravura. Sul Kyung-gu cambia temperatura interna: faccia, spazio, sguardo, silenzio. In *Kill Boksoon* ha una calma levigata, un modo di parlare basso che rende ogni frase minacciosa.
A lui, solo a lui, va un 9 pieno. È l’unico che alza la temperatura del cast, portando la media complessiva a un 7,5; agli altri darei un 7 dignitoso, corretto, professionale, ma senza scosse. A Lee Jae-wook darei un 6,5. Nel flashback finale, quando il giovane Min-gyu vede Bok-soon per la prima volta, la sua espressione mi è sembrata troppo calcata, quasi finta. Dovrebbe essere il momento in cui nasce un’ossessione, e invece arriva con un’intensità scolastica. Subito dopo ritroviamo il Min-gyu adulto di Sul Kyung-gu, con tutt’altra padronanza, peso, profondità. Lo scarto è talmente evidente che mi ha quasi fatto ridere.
Il resto del cast è meno memorabile. Jeon Do-yeon è solida e regge il film, ma non mi ha travolta. Bok-soon è scritta meglio di quanto venga incarnata: sulla pagina ha molte fratture — madre, killer, professionista, bugiarda, donna stanca — ma sullo schermo non sempre arrivano con la forza che avrebbero potuto avere. Esom funziona come idea di nevrosi elegante, gelosa e grottesca, ma resta trattenuta.
In generale, Kill Boksoon è più forte per costruzione tematica, regia, simboli e mondo visivo che per grandezza attoriale corale. Gli attori fanno il loro mestiere, nessuno affonda il film, ma pochi lo elevano. In un’opera che lavora su identità doppie, maschere, menzogne e fratture morali, qualche interpretazione più affilata avrebbe potuto renderlo ancora più feroce.
In conclusione, non è un film perfetto, ma è molto meno stupido di quanto sembri a chi lo guarda soltanto come action. È una commedia nera sulla professionalizzazione del male, un melodramma materno travestito da film di killer, una satira sulla meritocrazia criminale e una storia su quanto sia difficile dire la verità quando la bugia era l’unico modo che conoscevi per amare qualcuno. La violenza più importante non è quella che spacca ossa, ma quella che organizza le relazioni: lavoro, segreto, famiglia, desiderio, vergogna, carriera.
Bok-soon può controllare un combattimento e trasformare qualsiasi oggetto in arma. Ma non sa prevedere sua figlia. E quando Jae-young finalmente la guarda davvero, non la assolve: la riconosce.
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Maratona imperiale confuciana di intrigo NO STOP!
Cinematografia:10/ 10; Sceneggiatura: 7/10;Questa è una di quelle magnifiche produzioni ad alto budget (finalmente) che inizia in modo così plateale che dentro di me ho urlato al "capolavoro" . 68 episodi dopo mi dispiace dire che, nonostante qualche arco narrativo, momenti eccellenti e scene iconiche, questo drama è ben lontano dalle sue straordinarie promesse iniziali.
Sinossi: Wang Xuan o A'wu, il personaggio del titolo, è l'unica figlia del Primo Ministro Wang Lin, cognato dell’Imperatore e a capo del Langya Wang, la cui formidabile influenza politica si è estesa a diverse dinastie a partire dai Jin Orientali. Il loro potere è assicurato da un patto con la famiglia imperiale Ma, in base al quale, finora per dodici generazioni consecutive, l'erede del clan Wang viene scelta come imperatrice. La regola n°1 della dottrina del clan Wang è "la Madre del mondo" , inteso come difenditrice dell'ordine del Mondo, e quindi della famiglia regnante Ma. Wang Xuan, pertanto, reca con sé il potere e l'influenza del clan Wang.
Il dramma semplifica tutto questo, limitandosi a parlare di uomini innamorati della sua incantevole e incomparabile bellezza (neanche più tanto fresca, ahimé). Questa è solo la ciliegina sulla torta e non l'unico aspetto del suo fascino per uomini ambiziosi che altrimenti non potrebbero legittimamente rivendicare il trono. Sono innamorati di lei sia il Primo che il Terzo Principe, entrambi deboli e sciocchi, in particolar modo Zitan, un personaggio il cui unico scopo esistenziale è solo quello di amare A'wu. In questo contesto, l'aspettativa di A'wu di un matrimonio amoroso è irrealistica e non possibile per nessuno dei membri dell'élite nobile; i matrimoni sono alleanze politiche in cui il meglio che si possa sperare è un po' di affetto che potrebbe o meno essere amore.
Il primo e più significativo atto di ribellione di A'wu sarebbe stato contro il suo destino di imperatrice e, così facendo, si ribella a suo padre e, per estensione, al suo clan ma nessuno se ne cura, ognuno dei personaggi prosegue con il proprio piano. L’unica che si ribella per lei è la madre, sua sostenitrice. I piani per stabilizzare la propria posizione a corte sconvolgono la famiglia imperiale Ma e i clan Wang e Xie, innescando un'intensa lotta di potere tra questi ultimi due.
I Ma sono rappresentati come una combinazione di stupidità, inadeguatezza e indegnità, l’Imperatrice ha un aspetto grossolano non a caso. Detto questo, ho assistito alla crescita del personaggio principale e ho potuto comprendere e in gran parte empatizzare con le sue decisioni fino all'episodio 40 circa.
Purtroppo, il drama da lì in poi, si appiattisce e la trama viene sopraffatta da cattivi monodimensionali e stereotipati con motivazioni ripetitive e noiose, alcune persino non plausibili.
Uno dei personaggi più interessanti è quello Wang Lin di Yu He Wei. È l'unico personaggio un po' complesso, intelligente ma non infallibile, sfacciatamente ambizioso, cinico e impenitente. Ho apprezzato il modo in cui analizza le situazioni con gioia e perspicacia e rimuove gli strati di rettitudine e ipocrisia che lo circondano.
Ci sono state molte occasioni in cui ho potuto immedesimarmi e persino sostenere la sua causa.
Wang Xuan gli somiglia per la sua arroganza e senso di superiorità ma non per acume e abilità strategiche, infatti si trova spesso a gestire le decisioni fuori da ogni logica che gli altri prendono per brama di potere.
Zhang Ziyi imbianca il personaggio di Wang Xuan e non osa abbracciarne il lato oscuro (risultando uno dei personaggi esteticamente migliori ma caratterialmente noiosi di 120 drama finora seguiti). Il suo personaggio nel corso del drama regredisce e prende decisioni molto discutibili che non posso né condividere né giustificare.
La relazione tra Xiao Qi e Wang Xuan è in certe scene l'aspetto migliore di questo drama. È così bello vedere un attore che si adatta alla parte di un generale imbattuto e segnato dalle battaglie, piuttosto che un attore idol emaciato con la pelle liscia come quella di un bambino, inoltre ha un’aura e un carisma unico nel suo genere, con una presenza scenica impressionante, superando di gran lunga tutti gli attori cinesi finora visti nei drama. Ha, inoltre, una buona alchimia con Zhang Ziyi che mi ha spinto a rivedere più volte qualche scena in cui la loro storia d'amore si sviluppa e progredisce, le loro interazioni naturali e intime riescono a evitare i cliché tipici delle relazioni drammatiche, certe scene hanno un calore e un’intimità domestica che raramente si apprezza negli storici cinesi. Entrambi gli attori comunicano emozioni con poche parole e piccoli, sfumati cambiamenti di espressione. La loro relazione non è perfetta, tutt'altro, e in questo aspetto è tristemente realistica. Hanno la loro dose di sfide e conflitti e nel tentativo di proteggersi si omettono troppe cose, lei agisce in modo troppo incauto a volte.
Uno degli aspetti personalmente indigesti della loro relazione è la quantità copiosa di reticenze, mezze verità e segreti taciuti che dall'episodio 15 prosegue fino al 66° episodio, mostrando poca o nessuna evoluzione nel loro rapporto.
Lei non rivela spesso ciò che sa delle trame di corte, nel tentativo di proteggerlo o perché crede che sia un peso che deve portare da sola.
Lui omette dettagli cruciali della sue vita, delle sue finanze, le sue strategie militari e politiche, convinto che sia l’unico modo per tenerla al sicuro.
Entrambi si amano, ma questa protezione reciproca attraverso il silenzio finisce col creare fraintendimenti e sospetti.
Il risultato è che, fino alla fine, si comportano come due persone che combattono insieme ma non si aprono mai del tutto. Quindi non ho visto né una romance spiccata né un'alleanza politica, più lei che lui faranno gli interessi della propria famiglia.
È stato deludente non avere visto come affrontano la loro più grande sfida relazionale, quando Wang Xuan è divisa tra la protezione del suo primo amore e la stabilità del regno e la lecita ricerca di giustizia del marito.
Ciò che è stato estremamente fastidioso è che Zitan avrebbe potuto essere meglio scritto per essere un personaggio molto più interessante, complesso, meglio caratterizzato e interpretato, invece di uno che è stato francamente una completa perdita di tempo sullo schermo. Uno dei personaggi più inutili e scioccamente deboli della serie.
Aspetti tecnici: sul piano registico ho visto un approccio tradizionale, seguendo i canoni del drama storico cinese di alto budget, con poche sperimentazioni, riprese fisse o movimenti lenti (sicuramente con steady cam) per composizioni simmetriche, attenzione ai costumi e agli spazi più che a scelte visive sperimentali.
Pacing visivo: Alternanza tra campi lunghi, per mostrare scenografie e ambienti monumentali, e primi piani statici per i dialoghi politici; il risultato è elegante, ma anche un po’ “piatto” e prevedibile.
Uso dello spazio scenico: le scene di palazzo e di corte sono ben coreografate per trasmettere ordine e gerarchia, ma in quelle più intime la regia si limita spesso a un ping-pong di inquadrature (shot–reverse shot), senza particolari guizzi.
La direzione attoriale sembra meno incisiva con il cast secondario; alcuni interpreti recitano sopra le righe, altri sotto tono, segno che la regia non ha uniformato i registri recitativi.
Scene d’azione: riprese chiare e ordinate ma senza la tensione coreografica di produzioni come Nirvana in Fire, i combattimenti sono funzionali alla storia e più scenografici che realmente memorabili.
Costumi meravigliosi ma del tutto sganciati dal contesto storico e geografico, troppo voluminosi inoltre, a mio umile parere.
La longevità eccessiva del drama, senza plausibili stravolgimenti o storie davvero nuove da raccontare, propone un intrigo dopo l’altro sempre dello stesso tipo e dello stesso genere, con un montaggio che esagera sul finale riproponendo scene flashback desaturate del passato, e taglia parti fondamentali del lavoro.
Alcuni archi mancano di conclusione o di scene fondamentali a discapito di altre del tutto inutili (es. la notte in cui la cugina Qin'er ordisce un piano per rimanere alla capitale, il coinvolgimento di Wangsu o nell'episodio 65-66 quando Xiao Qi si reca alla Corte per rendere giustizia del massacro di Lingya... ). Molti, troppi tagli su una serie di 48 ore che ha speso più di ogni altra serie per la cinematografia, francese tra l'altro, è una grandissima caduta di stile e crollo della qualità complessiva del lavoro.
I limiti di questo lavoro personalmente sono stati:
1) l'interpretazione di Wang Xuan da parte di Zhang Ziyi manca di complessità.
Diventa un soffocante esempio di virtù e perdono in perfetto stile confuciano. Madre della sua patria e inspiegabilmente strenua difenditrice del diritto assoluto di governare della (inutile) famiglia imperiale. Ha un'espressione perennemente distaccata e altezzosa che mi ha permesso poche volte di empatizzare con la sua situazione e ho odiato molte sue decisioni nel finale.
Sebbene abbia il diritto di perdonare i suoi nemici per i torti che le hanno commesso personalmente, non è assolutamente suo compito amministrare la giustizia a suo piacimento.
Prende con nonchalance decisioni di grande peso e conseguenza, senza alcuna apparenza di conflitto interiore, ideologia dominante o senso di giustizia. Se questo la rende una ribelle, è una ribelle priva di fondamento.
Mi piace Zhang Ziyi ma questo non è un ruolo in cui ha brillato se non ci limitiamo all’estetica dove è assolutamente “gorgeous”..
Ho avuto anche io dei problemi con la sua interpretazione della quindicenne A'wu, nonostante sembra aver congelato il tempo, ricordo bene com’era a 20 anni (Memorie di una Geisha, la Foresta dei Pugnali Volanti) , e vederla produrre smorfie o correre agitando le mani per fare la quindicenne… personalmente mi ha ricordato una donna con problemi psichiatrici.
In Cina non sanno fare un casting degno! Neanche quando hanno il budget!
2)Sebbene il finale sia accettabile, è deludente per troppi aspetti importanti. Dato che il cambio di regime non è un modo praticabile per concludere questo tipo di dramma, non avrebbe dovuto essere scritto per renderlo così convincente. Zidan non avrebbe dovuto essere scritto per essere un tale jidan (in cinese: 鸡蛋), ossia uno zero, o letteralmente un uovo, qualcuno che non è ancora uscito dal guscio.
È ovvio che molte parti importanti degli episodi finali sono state tagliate, il che è davvero sciatto da fare quando avrebbero potuto tagliare sostanzialmente l'arco narrativo insipido di Wang Qian/Helan Zhen o accorciare molte scene di letto di Zilu e l’amante Huan, o ridurre l'innumerevole numero degli inutili flashback che sono davvero noiosi e rallentano il ritmo già blando del lavoro .
Di conseguenza, non c'è giustizia per il massacro dell'esercito di Ningshuo e non riusciamo nemmeno a vedere come questo atroce esito sia stato negoziato tra Xiao Qi e Wang Xuan (se è stato davvero negoziato o semplicemente montato per creare un dubbio nello spettatore) . Entrambi i personaggi mi deludono profondamente in questo. Quindi, alla fine, non sembra che nulla di sostanziale sia cambiato o che il regno sia in una posizione migliore o nelle mani di governanti più competenti.
Il finale dove tutti vengono perdonati è una scelta che richiama il concetto confuciano di ordine e armonia nell’impero. La vendetta personale rischierebbe di perpetuare il ciclo di odio e guerra. Il perdono, invece, sancisce una sorta di “nuovo inizio” per la corte e per il regno. Tutto bello ma reso male, e dopo 68 episodi priva lo spettatore di una giusta chiusura.
3) La sceneggiatura è Il tallone di Achille di questo lavoro insieme ad alcune interpretazioni dei ruoli di supporto, quali Zitan, l’imperatrice e la bambina che interpreta A’wu da bimba ( che leggeva le battute), alcuni villain, hanno abbassato notevolmente la qualità che la seria doveva avere.
Molti personaggi minori restano funzionali alla trama ma senza nessuno spessore interpretativo.
I Principi e nobili di corte sono spesso stereotipati, privi di carisma o di una vera profondità psicologica; risultano più “ruoli” che persone.
L'Imperatrice vedova è tratteggiata in maniera volutamente grossolana ma con una recitazione che in più punti scivola verso il teatrale, quasi caricaturale che spezza l’immersione (meglio sul finale).
L’espediente narrativo del rapimento è stato personalmente abusato (4 volte). Davvero non si poteva rimaneggiare la sceneggiatura per renderla più avvincente?
Una cosa è la lettura di un romanzo, a cui l'opera si ispira, una cosa è la visione di 48 ore di lavoro per vedere sempre la stessa minchia di scena (scusate)?!?
4) Mancanza di spessore emotivo e psicologico per tutti i personaggi, soprattutto i cattivi le cui motivazioni per le inique azioni non vengono esplorate lasciando allo spettatore un impressione di dilagante degrado morale che come una epidemia investe tutti, anche chi inizialmente era buon e innocente, senza davvero alcun motivo valido o coerente. Si salva solo il nostro eroe, XIAO QI.
Malcelata misoginia : Song Huaen è specualare a Su Jin'er, entrambi sono vivi grazie ai protagonisti e hanno vincoli di gratitudine immensa nei loro confronti, ciò nonostante sono anche profondamente avidi e con profondi complessi di inferiorità. eppure la donna agirà in modi totalmente meschini, abietti, truculenti rispetto all'uomo che sarà molto meno amorale nelle sue azioni, tutte concentrate sul finale.
The Rebel Princess è una serie da guardare con occhio equilibrato: offre splendide immagini, una cinematografia indimenticabile e una coppia protagonista che ogni tanto funziona, con poco spazio sullo schermo, insieme a un universo politico intrigante (se non hai mai visto un drama politico cinese).
Può essere esaltante come in effetti lo è stato per qualcuno che conosco ma richiede pazienza: qualche lentezza, personaggi poco credibili e una durata impegnativa mettono alla prova l’entusiasmo.
Per chi ama le storie molto lunghe di potere, sacrifici e intrigo politico, resta una proposta interessante… ma forse non all’altezza dei capolavori storici del genere.
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Quando l'horror si fa (solo) rituale
Sceneggiatura molto interessante : 8,5; Regia:7,5; Scenografia: 7,5.Horror coreano del 2024 con una storia molto interessante, ricca di significati, messaggi e simbolismi.
Il voto della giuria critica è di 7,6 secondo Rotten Tomatoes quindi nella mia valutazione, non da critico, mi sento generosa.
Sebbene sia un horror "riflessivo", capace di farti riflettere sugli orrori delle guerre e delle sopraffazioni, prendendo spunto dall'occupazione giapponese, il problema è che non fa paura. Non è la prima volta che vedo qualcosa di coreano che vorrebbe terrorizzare ma non ci riesce , almeno personalmente e se leggo altre recensioni riscontro lo stesso problema.
Il film esplora profondamente il sincretismo tra sciamanesimo, feng shui, geomanzia (pungsu), cristianesimo e superstizione, offrendo una riflessione sul trauma generazionale e l’eredità della colonizzazione giapponese
Il film parte come ghost story (una sciamana e il suo assistente vengono ingaggiati da un americano di origini coreane per "liberare" il figlio neonato da influssi malvagi) per diventare un delirio mistico collettivo sul finale, con una forte componente simbolica .
Il lavoro ha ricevuto un apprezzamento molto positivo presso l'Asian Film Awards 2025, vincitore per Best Costume Design e Best Visual Effects, mentre il regista e Kim Go Eun, sono stati pluripremiati dal Baeksang Arts Awards 2024,
Analogamente secondo il Blue Dragon Film Awards 2024: Migliore regia, Migliore Cinematografia e Luci, Migliore Direzione artistica e Migliore attrice.
Per quel che mi riguarda, obiettivamente, ho riscontrato i seguenti punti di forza e le seguenti criticità:
Un cast di alto livello (Kim Go‑eun, Choi Min‑sik, Yoo Hae‑jin), con un'estetica piuttosto ricercata e un'atmosfera densa di folklore coreano, i rituali mi sono sembrati realistici e molto coreografici, con buoni effetti scenici, presenza di un forte simbolismo dei messaggi lanciati allo spettatore che lo rendono un film interessante, con un senso e una storia.
D'altro canto l'ho trovato lento, specialmente all'inizio, il tema dell'esorcismo ripetuto e sovraccarico, scene eccessivamente scure, musiche non proprio di altissimo livello che non aiutano a creare un atmosfera terrificante, effetti sonori un po' troppo calcati e finti, interpretazioni disomogenee per livello (Lee do hyun non regge il confronto con Kim go eun, stessa cosa per l'aiutante del geomante e qualche altra comparsa), CGI non sempre di livello (le volpi che da vicino erano palesemente create al pc), potenziale come horror sprecato, nel senso che in poche sequenze mi ha davvero impressionato ma non mi ha mai davvero spaventata.
La color correction tende al seppia-grigio-verde, con pochi contrasti netti: una scelta che in alcuni casi appiattisce le immagini e la tensione visiva.
Interpretazioni: Choi Min-si, qui interpreta il geomante, un ruolo carismatico ma non pienamente sfruttato. Memorabile in Oldboy, qui mi è parso più contenuto, quasi sottotono.
Kim Go-eun, intensa ma anche lei un po' sottotono, più emotivamente espressiva in altri suoi lavori.
Yoo Hae-ji, la sua presenza mi è apparsa poco significativa rispetto al resto del cast.
Lee Do-hyun, confermo sia un giovane attore promettente ma ha mostrato più presenza fisica che emotiva. In drama come The Glory o la Pessima Madre Ideale mi ha convinto di più.
Regia
Diretto da Jang Jae-hyun, è un horror rituale che intreccia paura, spiritualità e storia. La regia costruisce tensione lentamente, con inquadrature statiche, lentissime nei rituali, i suoni sciamanici che diventano strumenti narrativi. La camera è lenta con accelerazioni improvvise quando lo spirito emerge, la macchina accelera e si muove bruscamente, per creare un contrasto emotivo forte. Nei rituali la ripresa è lenta e ipnotica, quasi meditativa.
C'è spesso un uso del fuori campo, spesso ciò che è più spaventoso non viene mostrato subito: rumori, ombre e sguardi degli attori fanno intuire la presenza.
I colori sono freddi e spenti nelle scene notturne e caldi dopo la liberazione del male.
A livello visivo Jang non punta sullo "spettacolare" ma su una regia rituale, lenta, geometrica e simbolica, che trasforma le riprese stesse in un’estensione del gut sciamanico. Il risultato è un film che “ipnotizza” più che spaventare, facendo vivere allo spettatore il senso di oppressione e liberazione.
I protagonisti agiscono come un gruppo rituale, ognuno con un ruolo tecnico e spirituale, senza un eroe solitario.
L’atmosfera nasce dal contrasto fra modernità (ville, cliniche) e tradizione (cimiteri, tombe, monti).
La figura del samurai gigante è simbolo del colonialismo giapponese. La sua altezza esagerata esprime oppressione storica e male sovrannaturale. La fotografia insiste su terra, fango e sangue, rafforzando la fisicità del rituale.
Il ritmo segue fasi precise: diagnosi, preparazione, esumazione, conflitto e purificazione, come in un gut sciamanico.
Jang unisce horror, storia e filosofia dei cinque elementi. Personalmente avrei osato di più.
Il suo forte è il Simbolismo!
Il film "Exhuma" (2024) è intriso di simbolismi profondi, fortemente radicati nella tradizione religiosa, esoterica e storica coreana, con elementi che riflettono trauma generazionale, ritualità ancestrale, relazioni tra vivi e morti, e le tensioni tra modernità e tradizione.
La riesumazione: simbolo chiave del film, rappresenta non solo l'atto fisico di riportare alla luce un corpo ma anche il dissotterramento di memorie familiari represse, di colpe ancestrali, di forze oscure sepolte dal tempo.
Nel contesto culturale coreano, spostare una tomba diventa metafora della rottura dell’equilibrio tra vivi e morti.
La pratica del geomante (interpreto da Choi Min-sik) rappresenta il connubio tra natura, spiritualità e destino umano. Il sito della sepoltura è una fonte di sventura.
Il Gut (rituale sciamanico coreano) simboleggia la memoria collettiva e spirituale del popolo coreano. I suoi canti, i tamburi, le danze, incarnano resistenza culturale contro la secolarizzazione.
Il serpente col volto umano che si vede potrebbe rappresentare il maleficio ancestrale, qualcosa che cambia pelle ma rimane sempre profondamente perverso nei suoi bassi istinti ma anche l'esito mostruoso dell'arroganza del rituale.
Il contrasto (e talvolta la sovrapposizione) tra i simboli cristiani (croci, Bibbia, preghiere) e quelli sciamanici (candele rituali, corde sacre, tamburi) suggerisce un conflitto tra fede importata e spiritualità indigena, l'impossibilità di risolvere il male attraverso una sola lente teologica, il bisogno di un sapere composito, ibrido, per affrontare il trauma, o semplicemente un confronto, un accostamento.
Il trauma storico (colonialismo giapponese),senza essere esplicito, allude a eventi traumatici della Corea, la tomba maledetta richiama il tema della sottomissione forzata, della vendetta, della storia sepolta.
Lo spirito che perseguita è una ferita collettiva non rimarginata, come la memoria della colonizzazione, della guerra, e della povertà trasmessa tra generazioni.
La katana animata (tsukumogami) è un'arma trasformata in spirito vendicativo, simbolo di aggressione perpetua, la cui liberazione ristabilisce l'energia vitale e identitaria , superando, simbolicamente, il vincolo storico generazionale.
La figura del samurai gigante in Exhuma (attenzione che chi lo interpreta è un attore realmente alto 220 cm) è così alta per motivi simbolici, narrativi e spirituali. Non è un semplice effetto horror, la sua altezza veicola diversi significati profondi: la forza brutale e soverchiante dell’occupazione giapponese in Corea (1910–1945). La sua altezza esagerata simboleggia l'imponenza schiacciante del potere coloniale. L’idea che il trauma della storia sia "più grande" dell’uomo comune, al punto da essere ancora oggi “intoccabile”. Una presenza sovrastante e invasiva anche nella morte, quel corpo non riposa, ma domina il territorio spiritualmente e fisicamente.
Non è più un uomo, ma un “tsukumogami” (spirito-arma animato) fuso con una katana maledetta.
Il suo corpo enorme è il risultato di secoli di odio, dolore e maledizione: un corpo spirituale "gonfiato" da rabbia e desiderio di dominio.
Come accade nei miti giapponesi e coreani, le entità maligne crescono a dismisura quando non sono state esorcizzate o onorate.
L’attore che ha dato vita fisicamente a questo personaggio è Kim Byung‑Oh, un ex giocatore di basket alto circa 220 cm
Inoltre, la sua performance vocale inquietante è stata affidata al celebre doppiatore giapponese Rikiya Koyama, rendendo la presenza del guerriero ancor più intensa e memorabile, questo approccio “ibrido” tra un attore d’aspetto enorme accompagnato da una voce distintiva, ha amplificato la potenza visiva ed emotiva del personaggio, rendendolo una figura davvero suggestiva e quasi iconica.
Fate attenzione inoltre al numero delle targhe nelle auto di questo film, in verità sono date care ai coreani.
Se volete approfondire: https://mydrama.altervista.org/meaning-in-motion/exhuma-e-il-sam-iljeol/ .
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Lui è giovane, la sceneggiatura ancora di più!
sceneggiatura: 5,5. regia : 6Why Women Love vorrebbe essere un romcom leggero e spensierato tutto dedicato ai sentimenti ma nella prima metà, causa inesperienza assodata della sceneggiatrice risulta essere un mix confuso di fan service, incoerenze narrative e dinamiche romantiche buttate lì tanto per far battere qualche cuoricino… magari distratto. Il personaggio maschile in particolare sembra scritto da qualcuno che ha letto solo la sinossi di un romance su Wattpad e ha deciso che bastava così.
Partiamo da quello che personalmente non ha funzionato:
- Sceneggiatura, scrittura leggera, piena di incoerenze narrative e cliché, le trame appaiono riciclate, con personaggi monodimensionali e dialoghi datati ma soprattutto sin dai primi episodi loro due che si pongono subito come due amiconi, lui che le vuole organizzare appuntamenti, le scene in cui la chiama megera ma non fa altro che aiutarla con l'amore spiegandole non solo come si fa ma proprio giocando a fare il fidanzatino con lei, le prime fasi in cui lui la chiama “megera” ma poi le organizza appuntamenti rientrano senza dubbio nel fan service: non hanno senso nel racconto, ma sono progettate per far scattare la chimica facile.
Altre persone come me online, ho letto, descrivere l'opera come sequenze “flirty and sugary” (civettuole e zuccherose), senza un vero contesto logico . E non posso che concordare.
In Why Women Love, la sceneggiatura appare costruita per sfruttare dinamiche visive e momenti leggeri, ma non per raccontare: il plot è di supporto alle scene “flirty”, piuttosto che il contrario. La regia si limita ad esaltare il lato estetico senza riuscire a tessere un discorso visivo più maturo o coerente con i temi affrontati. Di conseguenza, argomenti più seri, risultano trattati in modo estraniato, dispersivo, spesso senza il tono adatto.
Regia: appena sufficiente, è funzionale ma priva di originalità o capacità di dare ritmo, abusa prospettive laterali, primi piani e slow motion per camuffare le doti carenti del protagonista, ogni volta che si avvicina a lei fateci caso la scena rallenta, le inquadrature focalizzano sui primi piani e lo sguardo, la varietà espressiva del ML è limitata. É inesperto e si vede troppo. Migliora un po' nella seconda metà del drama. Le scene tra loro sono carine ma prive di emozione, la trama è cretina e sviluppata male.
REGIA E SCENEGGIATURA non hanno saputo approfondire i temi importanti proposti: Nonostante l’apparente leggerezza “Why Women Love” introduce nella narrazione alcuni temi potenzialmente profondi e carichi di significato , come il divorzio, i traumi familiari, e persino disturbi legati all’alimentazione, come la bulimia o altre forme di DCA (disturbi del comportamento alimentare). Tuttavia, questi spunti narrativi, che potrebbero offrire spessore psicologico e realistico ai personaggi, vengono trattati in modo frettoloso e superficiale, come semplici elementi di contorno piuttosto che motori autentici dello sviluppo emotivo e relazionale.
Il problema principale risiede nella mancanza di coerenza tonale e strutturale e nell'interpretazione non convincente di molti lì dentro, inclusa la "veterana" Simona Wang (sospetto doppiata male) : scene drammatiche e cariche di implicazioni vengono spesso seguite da momenti volutamente spensierati o addirittura comici, annullando di fatto ogni impatto emotivo che quegli eventi potrebbero avere sullo spettatore. L’effetto complessivo è una sensazione di estraneità: i temi seri sembrano fuori luogo, appiccicati forzatamente in una trama che non sembra avere gli strumenti narrativi o la volontà di affrontarli con il giusto grado di profondità e rispetto.
In particolare, la questione della bulimia – rappresentata con dei cliché – viene liquidata con una scena di lei che mangia con gli occhi lucidi e scene flashback, o attraverso comportamenti mai elaborati, privando il pubblico di una comprensione empatica del disagio. Allo stesso modo, il trauma e il divorzio vengono evocati senza che ne emergano le conseguenze interiori sui personaggi, trasformandoli in cliché piuttosto che in esperienze umane autentiche.
In definitiva, questi temi seri inseriti senza vero approfondimento finiscono per sminuire i personaggi, privando la narrazione della possibilità di crescere e maturare, e risultando spesso decorativi, se non addirittura strumentalizzati per generare un’emotività facile e non meritata. Personalmente a me non arriva.
Alla luce di ciò, pur riconoscendo che il drama è leggero e spensierato, non mi sento di arrivare al 7.
SE VOLETE VEDERE UN'OPERA MEGLIO FATTA CON UN RAPPORTO D'AMORE TRA UN RAGAZZO GIOVANE E UNA DONNA PIU' GRANDE (DI 4 ANNI ANNI) VEDETE MY DEAREST NEMESIS (trovate la mia recensione cliccando sul mio nickname), DOVE LUI SUPERA DI GRAN LUNGA QUALSIASI ATTORE QUI DENTRO PER LA RECITAZIONE!
Coppie secondarie carine ma lei sembra avere 12 anni, era molto più matura nella parte scolastica, assurdamente. Lui è uno Sugar candy Prince con deficit di testosterone.
Aspetti apprezzabili :
- Assenza di tragedie, tono spensierato.
- La FL: finalmente si vede una donna con polso, risoluta, aggressiva e molto volitiva che non si affida agli uomini per uscire dai guai come in ogni drama che si rispetti.
Tuttavia é emotivamente analfabeta, al punto da non capire davvero cosa vuole o tirare fuori la sicurezza grintosa che mostra nel lavoro anche nel versante sentimentale. Se la trascinerà per 20 episodi. Un po’ too much ! Sembrerà più infantile di lui con i sentimenti.
Ho avuto l'impressione che lei fosse una 40 enne come stile e voce, e che la differenza tra i due in verità fosse più marcata.
Tuttavia essendo una donna di 30 anni non possono inserire scene da teen couple e aspettare che una donna matura si emozioni perché le sfiorano le mano o la fissino. Occorrevano delle interazioni un po' più adulte e mature.
- La Chimica tra i due: è vero che lui sembra sul finale davvero invaghito di lei ma ancora non capisco se questo sia il risultato della regia che rallenta e riprende ogni loro interazione con prospettive mirate e abuso dello slow motion, l’attenzione è posta sugli sguardi e momenti carini tra protagonisti, ma manca l’uso di inquadrature capaci di esaltare i temi narrativi .
- La brevità: 24 episodi con una sceneggiatura cedevole vanno molto bene, di più avrei sinceramente droppato al quarto episodio per l'assurdità e la precocità delle scene di avvicinamento viste dal primo minuto senza un frame contestuale dove inserirle. Tuttavia io penso che era il caso di non dilungarsi troppo sul conflitto interiore della protagonista che arriva a scegliere tra i due spasimanti al 19°, 5 episodi prima della fine. Normalmente i sentimenti si palesano a metà drama, qui l'illuminazione sentimentale andava mostrata prima, e magari giocare con una storia segreta da ufficio che mostrasse un accordo tra la parte sentimentale e quella razionale. No, dal 12 fino al 19 è un continuo alto e basso, con lui che poverino le tenta tutte e decide persino di accelerare una evoluzione per potersi assicurare una possibilità con lei. Tenero ma un po' zerbino. Questo aspetto per par condicio ( considerato che sono le donne spesso mostrate come arrendevoli e disposte a compromessi) non mi è dispiaciuto.
-il finale, non affrettato, molto sentito e di cuore, dedica il giusto tempo alla chiusura dell'opera, è uno dei finali migliori che abbia visto a conclusione di un lavoro per il tempo dedicato e le dinamiche sviluppate e chiuse.
-Gli episodi finali, sono quelli che si avvicinano al 7, la sceneggiatura non sembra più forzata, le recitazioni sono più naturali e sciolte, si vedono delle azioni logicamente legate e delle dinamiche plausibili, senza abuso di fan service e slow motion.
In conclusione, lo consiglio se volete qualcosa di leggero e se riuscite a emozionarvi vedendo scene di avvicinamento arbitrarie non sostenute da un motivo logico, se vi piacciono le scene fan service e i comuni cliché e riuscite a soprassedere all'assenza di dialoghi.
Se non avete aspettative sull'interpretazione e vi basta che un attore sia gradevole e basta. Se soddisfate i requisiti questa è l'opera che fa per voi!
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Una boccata d'aria fresca ma...
Scenografia: 8 Sceneggiatura:5 Regia: 6Les Belles (in mandarino 《怎敌她千娇百媚), titolo originalo "Come posso competere con la sua bellezza fascinosa", è basato su una sceneggiatura originale interna alla produzione stessa.
La protagonista è Luo Ling Yu, una nobile figlia di un Prefetto caduto in guerra che scappa dai parenti avidi che la "vendono"in matrimonio ad un mercante imperiale, si rifugia presso dei parenti, dove incontra Lu Yun, il terzo figlio della famiglia Lu, iniziando una spumeggiante storia tra malintesi e pregiudizi.
L'opera è molto breve e leggera, da qui il mio titolo, perfetta come pausa dalla visione di lavori più impegnativi, accostatevi però al lavoro senza pretese.
Pur essendo a sfondo storico le dinamiche sono molto moderne, i lignaggi diversi non impediscono matrimoni imperiali, le donne possono recarsi in guerra dai loro fidanzati (non ufficiali) ed essere ospitati negli accampamenti, donne che prendono l'iniziativa fisica, interazioni molto maliziose e provocanti e dialoghi piuttosto spinti per l'epoca. Il ritmo è sostenuto, la serie è molto breve per essere una serie cinese, solo 26 episodi che sospetto dovessero essere di più perché ci sono dei passaggi molto bruschi e qualche "falla" a livello logico , come se fosse accaduto qualcosa per giustificare una mancata reazione dei personaggi (esempio principe vs attendente di Lu Yun).
É un'opera semplice, senza pretese, e priva di colpi di scena o recitazioni incisive o intense.
Tuttavia apprezzo che sia dalla parte delle donne, nessuna donna è servile e vive per un uomo (da qui il titolo Les Belles, in senso figurato) , ognuno prova a tracciare per se percorsi diversi, specialmente la resiliente e brillante protagonista, che è decisa a scegliersi un marito e a conquistarlo, è decisa poi a farcela da sola e a trovare strade nuove per raggiungere i propri obiettivi, è audace, intrepida, non si abbatte e trova sempre nuove soluzioni ai problemi.
Mi è piaciuta molto la dinamica pregiudiziale al principio tra i due e l'inversione dei ruoli, questo battibeccare in perfetto stile "tenzone" tra i due protagonisti. Ho apprezzato che le protagoniste in quest'opera siano le donne.
La protagonista è un po' antipatica perché smorfiosetta nei primi episodi però apprezzo che non sia servile e confusa sui propri sentimenti.
Avrebbe potuto essere un'opera da 8 tuttavia alcune falle logiche, buchi di trama, inserimento di elementi drammatici e di intrigo non ben congegnati, interpretazioni leggere e regia con poche soluzioni la penalizzano portando l'opera alla sufficienza.
Regia: non ho visto molte soluzioni di ripresa, la regista ha sicuramente un occhio per l’ “eye candy”, valorizzando la bellezza di Lin Yun e Fang Yilun con inquadrature che amplificano la loro presenza estetica.
La regia è incalzante, più comica che romantica, con scene rapide e vivaci e utilizzo di stacchi che personalmente a me non hanno fatto impazzire perché erano troppo veloci e interrompevano il ritmo della scena corrente.
La regia calibra i momenti di “political intrigue” e sequenze comiche o slapstick, mantenendo sempre un tono leggero.
Coreografie dinamiche: i combattimenti sono eccessivamente coreografici, quasi barocchi, calcati e troppo scenici, forse l'intento è di divertire e intrattenere ma personalmente ho trovato la cosa molto poco coinvolgente perché mi sapeva di eccessivamente finto.
Tempi comici: le gag sono ben piazzate, la regia mantiene la comicità senza accelerare troppo o diventare ripetitiva .
Sceneggiatura: Dialoghi spesso incentrati sul futuro e la condizione delle donne portano avanti dei messaggi positivi, spunto di riflessione sin da principio. La storia è semplice ma quando prova a diventare un po' più complessa e articolata ci sono delle falle e delle risoluzioni improvvise che sembrano quasi improvvisate. Dal 20 in poi la serie cambia tono diventando drammatica, col tema della guerra ma questo viene fatto con troppa leggerezza, senza intensità, e soluzioni un po' estreme che gli attori non hanno gestito bene a livello di interpretazione. Non si capisce poi come scoprono dettagli sul nemico alla fine (tipo chi guidava le truppe a Beichu, si sente urlare il nome quando lui scopre che ha rapito qualcuno e allora se lo sapevi perché non sorvegliavi?) . Una scrittura che risente moltissimo di manchevoli approfondimenti e di una linearità logica, di una coerenza che manca che sfugge subito ad un attento osservatore.
Troppi narrativi ripetuti e ridondanti rivelano una povertà di idee.
Interpretazione: purtroppo è uno dei punti deboli di questo lavoro, Alen Fang molto espressivo e bravissimo nelle scene di gelosia o in cui si va prendendo di lei, mostra qualche caduta dopo l'episodio 20, non mostrandosi sempre puntuale nella recitazione, inoltre hanno girato delle scene pietosissime dove aspettano a baciarsi perché sanno che deve irrompere qualcuno nella stanza, dando alla scena una resa da livello amatoriale, davvero basso. Stessa cosa nel frame finale, devono baciarsi chiudendo le porte e si avvicinano ma si vede che attendono la chiusura delle porte rimanendo per 3 secondi col collo piegato senza avvicinarsi perché non volevano in verità baciarsi o avevano ricevuto altre indicazioni, ma la scena andava rifatta in questo caso. Hanno rovinato un finale.
Premio un villain che è stato abbastanza bravo a rappresentare tormento e solitudine interiore. Il mio Voto per lui è 7.É stato quello più continuo seppur abbia poche scene.
Nonostante tutti questi difetti riscontrati la visione è stata leggera e piacevole , l'ho finito in pochi giorni e per la sua semplicità si presta al rewatch, perché non appesantisce ed evoca una sensazione di tepore e comfort che ho molto apprezzato.
Baci frequenti MA molto stitici, girati maluccio. La protagonista seppur sia molto bella era l'anello debole di dream of splendor e constato che anche qui non ha brillato, perfetta nelle parti smorfiose e spensierate, poco convincente quando doveva mostrare serietà e intensità. Il suo modo di baciare è davvero pessimo, penalizzando la chimica col protagonista.
Bravine le altre attrici non protagoniste, bravo ed espressivo Charles Lin, sebbene manchi ancora di quel quid che possa assicurargli un ruolo da protagonista.
I bambini , specie la sorella piccola, ha recitato maluccio ,seppur il personaggio sia adorabile e mai fastidioso.
Scenografia: è il punto forte di questo lavoro che investe moltissimo sull'estetica visiva, le riprese, i colori , tutto fa "respirare l'occhio", regalando un' aria spensierata, sognante e un'atmosfera morbida, ovattata.
Colori pastello delicati: predominano rosa cipria, azzurro sbiadito, verde menta, giallo pallido, tonalità morbide e armoniose che evocano un’atmosfera eterea.
Motivi floreali e farfalle: fiori, petali e farfalle svolazzanti arricchiscono lo sfondo, conferendo un senso di leggerezza e grazia che richiama le decorazioni naturali tipiche dell’Art Nouveau.
I panneggi ampi dei costumi, delle braccia aperte della protagonista, le linee curvilinee delle vesti richiamano il celebre "whiplash" dell’Art Nouveau, esaltando eleganza e flusso naturale .
I protagonisti sono spesso posti in posizioni non speculari ma bilanciate da elementi come lanterne, giardini,la loro asimmetria dona dinamicità pur mantenendo armonia visiva.
Gli abiti sono ispirati alla tradizione cinese antica (guzhuang), ma reinventati: drappeggi ampi, ricami raffinati, stoffe eteree. Sono romantiche, idealizzate, e prive delle rigidità storiche.
Palazzi, ponti, padiglioni , giardini, "gazebo" creano un’ambientazione nostalgica (quasi fiabesca), rievocando scenari di un epoca sospesa nel tempo.
A livello di colori ci sono chiari riferimenti all’Art Nouveau l’insieme di colori tenui, linee curve, motivi floreali, eleganza femminile e composizioni asimmetriche rimandano a uno stile grafico che mi ha ricordato Mucha, Toulouse‑Lautrec e Chéret . La tradizione cinese qui è stata “rivista” attraverso un’estetica nostalgica ricca di grazia.
Finale: positivo ma tirato troppo per le lunghe con un escamotage banalotto, qualche caduta sulla scena finale, in uno degli ultimi frame, attenzionate la chiusura delle porte della barca.... .
Premio moltissimo la brevità dell'opera, speriamo che nel futuro molte produzioni vi si adeguino quando non c'è una storia da raccontare, evitando lungaggini inutili o sottotrame inutilmente tragiche o imbarazzanti e chiusure frettolose regalando dopo 36 ore di visione, un misero finale di 30 secondi,
“Les Belles” pone l’accento sulle donne e sulla loro bellezza, non solo fisica ma anche quella dell’intelligenza, del carattere, e della grazia interiore. Consiglio la visione senza troppe aspettative.
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Modigliani tra i maiali.... all'osteria delle 3 rane.
Ho iniziato questo lavoro con le migliori aspettative, attratta dalle recensioni positive e sotto un consiglio di una persona che stimo che me lo aveva indicato come "comfort-drama". Gli attori mi piacciono, la sinossi anche... .Dopo la visione di drama particolarmente impegnativi e drammatici cercavo qualcosa di leggero e spensierato, purtroppo, per onestà intellettuale, mi tocca CHIARIRE CHE QUESTO SPETTACOLO è una serie che tratta MOLTE, troppe cose, forse, ma NON si avvicina minimamente a ciò che si può definire leggero e spensierato, sebbene i toni non siano mai troppo cupi .
Eppure, questi due aggettivi, leggera e spensierata, sono probabilmente i PIÙ usati per descrivere questa serie.
Pensavo inizialmente che avrebbe presentato una storia d'amore originale che matura tra gallerie, mostre e ristoranti di Gamjatang ( zuppa piccante coreana a base di vertebre di maiale, patate e altri ingredienti come peperoncino, ugeoji, cipollotti e aglio).
Il lavoro inizia nel migliore dei modi, la prima puntata è spassosa, colta, intelligente, con tempi comici meravigliosi e mi trovo di fronte a quell'umorismo non demenziale, vuoto ma con dei riferimenti eruditi o dei risvolti introspettivi, inaspettatamente lui sa confortare lei e sa farla ridere, è ignorante in modo imbarazzante ma è più intelligente e in gamba di lei che sui libri c'è morta ma non è cresciuta. Mi trovo di fronte a qualcosa che penso avrei valutato con un bel 9 , sebbene l'utilizzo di qualche cliché (l'uomo che cucina, la caduta accidentale e il finire addosso...), dal secondo episodio la serie muta radicalmente scenario, personaggi, tematiche e in definitiva genere. Non si parla più di arte ma di sospetto omicidio, lutto, debiti, possibile bancarotta, voltafaccia di amici, difficoltà economiche importanti, ingratitudine di tutti coloro che devono qualcosa alla tua famiglia ma non si sa perché non ti rispettano già solo per il fatto di essere sua figlia... .
C'è stato in pratica un cambio così netto e brusco, dal comedy passare al dramedy con sfumature thriller crime.. il tutto senza il ritmo e la tensione incalzante del thriller-chrime ma in modo blando, infilandoci qualche scena esilarante fuori luogo, con primi piani della protagonista di 35 secondi, tre scenari di corruzione o collusione che venivano sviluppati parallelamente, il ML che ritroviamo nel peggiore dei modi... . Insomma uno schifo, decido di droppare al quinto, all'ennesimo "insulto" alla protagonista che si fa derubare e aggredire (ho pensato "Basta, non ne posso più").
Tuttavia, per curiosità continuo incoraggiata da quel positivo che tutti vedono e io non riuscivo a vedere dopo l primo episodio e per fortuna la storia si risolleva un po', diventando crescita e riscatto, sempre sofferta della protagonista, con alcune nuove cadute verso il basso un po' prima del finale.
É un lavoro molto ben fatto: la regia è moderna e con più soluzioni di ripresa rispetto ai comuni lavori (il regista è quello di healer), la colonna sonora è molto gradevole e azzeccata. La scenografia è molto bella , curata, esteticamente risente del piano artistico a cui il lavoro dovrebbe ispirarsi.
Da un punto di vista di sceneggiatura il lavoro è quasi un percorso di "formazione" di questa ragazza, cresciuta in una campana di vetro , senza affrontare le difficoltà, un po' immatura e acerba che si ritrova a dover crescere all'improvviso, bloccata tra le difficoltà e una considerazione molto svalutante di se stessa e la voglia di spiccare il volo e superare i suoi blocchi, anche emotivi.
Questo viene reso molto bene dalla protagonista, il cui casting è stato molto azzeccato devo dire, anche esteticamente questo taglio alla Betty Boop che la rende un po' bambina e un po' outsider, ma di classe. Il taglio richiama un po' le modelle di Modigliani, hanno quasi tutte un taglio corto (Ritratto di una donna polacca, donna con gli occhi azzurri...).
Da un punto di vista attoriale mi è sembrata molto brava ma ancora poco naturale nelle scene dello scoppio del pianto, sono innaturali, forzate, o forse è stata semplicemente diretta male, i bambini piangono così , scoppiando all'improvviso con smorfie e con suoni tipo vagito iniziale. Non ho capito se sono indicazioni registiche che per me non son state azzeccate o se l'attrice deve ancora crescere un po' per affrontare ruoli da protagonista con più sicurezza e scioltezza.
Discorso a parte merita il protagonista maschile che si è dimostrato invece spavaldo, sicuro di sé, naturale e assolutamente all'altezza del suo ruolo, davvero perfetto nell'entrare nel personaggio: questo giovane uomo burbero, privo di savoir faire, irruento, sguaiato, goffo, coatto ma sveglio, maturo e pieno di buoni sentimenti, protettivo, gentile in modo assolutamente impacciato, tenerissimo. La recitazione del ML è di 8,5.
Per tutti gli altri, FL inclusa, vale il voto che ho dato.
Aspetti positivi:
- Regia, scenografia curata;
- ottimo casting e caratterizzazione dei personaggi;
- psicologia e costruzione dei personaggi credibile e psicologicamente plausibile;
- l'idea di fondo di accostare una donna fine ad un uomo totalmente opposto:
- scene comiche esilaranti, tempi comici perfetti;
- crescita ed evoluzione dei protagonisti;
- dignità e valori della protagonista;
- dialoghi formativi tra la coppia principale.
Aspetti negativi:
- trattamento riservato alle donne;
- poca omogeneità tra il comico e il drammatico, per essere un dramedy, le scene dove c'è ilML sono spassose, subito dopo si passa al drammatico tragico quando ci sono le scene degli altri personaggi;
- troppi temi trattati senza approfondirne nessuno : tradimenti familiari, corruzione governativa, ricatti, omicidi segreti, traffico di droga, bancarotta, diffamazione pubblica, voltafaccia di chi credevi amico, assenza di gratitudine e rispetto per la figlia di un uomo a cui devi molti, umiliazioni degli orfani, suicidio, prostituzione forzata;
- tutto ciò che non riguarda i protagonisti principali è una coacervo di disumanità: a parte la direttrice del museo di Dali e due collaboratori, il suo migliore amico d'infanzia adottato... tutti gli altri personaggi della serie sono dei mentecatti, meschini e umanamente miserabili, amorali e miserrimi;
Tutti complottano per la rovina dei protagonisti. La trama principale sviluppa sotto trame degradanti e deprimenti, chiunque umilia la protagonista: dal corteggiatore rifiutato, allo zio che é stato insultante a livelli disumani, al futuro suocero, implorato in modo mortificante e degradante dalla protagonista di dare il consenso alla relazione col figlio. E lei sempre con la testa bassa ad incassare e accogliere ogni insulto con sommessa aria sofferta.
Questo é stato personalmente l’aspetto più deprecabile di questo lavoro che non lo rende né comfort né leggero!
- Donne che come sempre necessitano dell'aiuto di un uomo per venirne a capo;
- ritratto pessimo dei coreani, della loro avidità e della loro mancanza di etica;
- poco spazio riservato all'arte, se ne parla un po' più seriamente nell'ep. 1 e 7.
Per tutti questi aspetti e per l'idea fuorviante con cui hanno presentato e spacciato il drama per una rom com quando invece è solo una parte, dato che il drama parla anche di prostituzione, omicidio, tangenti, droga, riciclaggio, furto e aggressioni, non mi sento di dare una valutazione più generosa... .
Se analizziamo solo il dato tecnico, ossia come hanno ripreso, realizzato e confezionato il lavoro il voto onestamente dovrebbe essere 8 ma se consideriamo il dato complessivo: storia, messaggio, impressioni, modo di rendere la cultura coreana e i coreani, una difficoltosa fusione tra il dato rom-com e il drammatico-thriller , si scende a 7.
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Una magia che dura poco.... ;-(((
Lo spettacolo è un drama fantasy- romance basato sull'horror comedy. Scritto da Ha Yoon Ah (mystic pop bar ) diretto congiuntamente da Lee Hyung Min (Miss night and day/strong woman doo bong song) e Jung Sang Hee, quindi le mie aspettative erano abbastanza alte, nei primi 8 episodi devo dire che la mia valutazione sarebbe stata di 8, cala a 7,5 dall'8°al 12° episodio per finire con 7 e 6,5 all'ultimo. Premio il concept fresco e innovativo perché l'idea è molto interessante e do ugualmente un 7.Ciò che ha penalizzato è la compresenza di generi diversi non ben fusi tra loro: i primi episodi era solo soprannaturale e mistery crime, c'erano tutti gli ingredienti, poi si è trasformata in una storia d'amore senza aver creato le giuste premesse prima, poi una commedia (8), per poi diventare uno storico (7) e infine un fantasy (6,5).
SINOSSI VERA (perché leggo sia su viki che qui sintesi della trama parzialmente sbagliate): Cha Chawoong (Park Hae Jin) è un mago moderno famoso per i suoi incredibili spettacoli di magia alla Copperfield ma il pubblico non sa che il merito è di aiutanti invisibili, egli infatti ha una società con dei fantasmi, che sovvenziona economicamente e aiuta ad accumulare karma positivo per entrare nel Nirvana in cambio di questi supporti, dietro i suoi spettacoli ci sono un ingegnere nerd, un ex fattorino molto bravo a guidare le moto, un ex delinquente forzuto. Dopo aver incontrato Ko Seul Hae (Jin Ki Joo), un' agente di polizia, viene coinvolto nella risoluzione di alcuni casi grazie alla possibilità di impiegare i fantasmi, le due storie, quella del mago e della poliziotta si intrecceranno per una vicenda che ha coinvolto i loro familiari 10 anni fa, senza sapere che i loro destini erano stati tragicamente uniti 2000 anni fa. Con l'aiuto di un generale divenuto ora divinità , al cui servizio milita la famiglia Cha da generazioni, i nostri due protagonisti dovranno sconfiggere un super cattivo e provare a cambiare il loro destino.
Niente di nuovo, se non fosse per questi fantasmi coinvolti nella risoluzione di mistery case e gli spettacoli di magia davvero meravigliosi del mago, peggiora tutto uno sviluppo della trama trascinato e traballante (alcuni episodi coinvolgono, altri molto meno), tra 4 risate e 2 sbadigli arrivo "magicamente" all'undicesimo episodio dove viene presentato tramite flashback il tema delle vita passata che lega i protagonisti, interessante ma un po' troppo trascinato e mal sviluppato.
L'esecuzione non era poi così male, se escludiamo qualche inesattezza storica, tipo scarpe Lumberjack con tomaia EVA indossate 2000 anni fa e quello specchio centrale che fa tanto POWER RANGER, aggrava il tutto il modo in cui è stata costruita la storia attuale che ha reso il tutto scadente. La serie diventa trascinata ed esasperata dal dodicesimo episodio, ricorrendo sempre al medesimo topic (la cattura dello spirito maligno), anche se non tutto ciò che si è visto è stato noioso. Il finale è stato troppo frettoloso perché hanno concentrato tutto lo sviluppo finale negli ultimi 60 minuti aggiungendo roba non necessaria (ma perché? ) alla lotta finale e alla chiusura.
Un finale happy ma girato così frettolosamente da risultare un coito interrotto, i nutrichi seduti a tavola per festeggiare il compleanno del figlio, messi lì per completare un quadretto di "famiglia cuore" , sebbene geniale l'idea di collegarli ai fantasmi, inverosimile come i trucchi di magia del mago dato che dalla risoluzione del conflitto non si è più visto niente di loro, solo un abbraccio .... .
Interpretazione: I due protagonisti meritano un valutazione di 7,5, che potrebbe arrivare ad 8 per la parte in cui il ML interpreta Pong Baek, la protagonista femminile brava ma niente di che, siamo ancora lontani dai livelli delle sue colleghe più famose, e ora comprendo perché fino a qualche anno fa aveva solo ruoli ospite.
Non ho molto gradito che l'avessero resa così incompetente come poliziotta: non riesce a catturare nessuno né ad avere la meglio in nessuno scontro, deve intervenire sempre l'eroe di turno ad aiutarla.
Il generale era molto più bravo come padre di Lee Soo Ho in True beauty, tuttavia è risultato spassoso qui, idem i fantasmi, molto più in gamba nei ruoli comici, meno convincenti nei drammatici.
Bravi gli attori che interpretano il Sunbae della protagonista e il figlio hacker dell'uomo della casa di riposo nei primi episodi. A loro va una valutazione più generosa, di 8.
Terribile il fantasma della donna in bianco, che si vede nell'episodio 12 o 13, il modo in cui corre è davvero ai livelli di video goliardico tra alunni di scuola durante la ricreazione (pessimo).
Nel complesso la recitazione vale 7. Non è stata indimenticabile ma tutti bravi nei ruoli comici.
Regia:
Il lavoro di ripresa non è stato molto curato idem la scenografia, il tecnico del suono poi ha fatto un lavoro personalmente mediocre.
La colonna sonora non è indimenticabile, a parte la sigla finale che è molto gradevole.
In conclusione, consiglio il lavoro per qualche risata senza grosse aspettative, non seguitelo per la storia d'amore perché potreste rimanerne delusi, la storia si sviluppa lentamente ma non scoppia mai veramente tra i protagonisti. Finale un po' piatto e sottotono che chiude in modo grottesco, in perfetto stile pubblicità di basso budget.
Aggiungo 1 punto per il concept e gli elementi comici.
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