Un film davvero meritevole
Davvero un bel film. Riesce a sfruttare ottimamente il tempo a disposizione, con uno spaccato sulla difficile infanzia di Chi Soo, per poi mostrare un punto di partenza presente ben delineato. Chi Soo è diventato più forte, non subisce abusi e atti di bullismo come nel passato, ma il denominatore comune resta ancora lo stesso: non ha una vera famiglia. Bello l'incontro con Gi Tae - mi è sembrato un po' forzato ma poi a posteriori tutto acquista un senso - e come il rapporto tra i due evolve, velocemente ma mantenendo coerenza e naturalezza. Il culmine coincide con la scoperta dell'identità e dei rispettivi ruoli e da lì poi si giunge al momento finale - bello ma a mio avviso non la parte più intensa - con Chi Soo che in chiusura diventa finalmente parte di una vera famiglia.Bravi gli attori, ho preferito più l'interprete di Chi Soo piuttosto che quello di Gi Tae. Proprio sul personaggio di Gi Tae resta la mia sola perplessità: il suo stile di vita, diverso da quello di Chi Soo, rende difficile credere a questo suo lato nascosto, di cui persino la sorella è ignara (lo vediamo molto valido nel combattimento, rende l'idea di anni di allenamento e in generale il coinvolgimento in questioni che non è tanto semplice mascherare in una vita normale). Per Chi Soo è diverso, non ha una doppia vita o persone vicine a cui nascondere chi è e cosa fa.
La cosa più sorprendente di tutte è però che si tratta di un film coreano che stranamente osa molto più del solito nelle scene intime, soprattutto se consideriamo il genere BL. Nulla di eccessivo o di volgare, ma fortunatamente nessuna scenetta a stampo con fermo immagine di 20 secondi, che se già a volte risulta ridicola in alcune serie romantiche, in un film di questo genere sarebbe stata davvero assurda.
Una delusione (non) annunciata
Partiamo da una delle poche considerazioni positive: l’ho messo in lista solo qualche settimana fa, prima ne ignoravo l’esistenza per cui fortunatamente non l’ho atteso tra i titoli più preannunciati dell’anno. Detto questo, qualcosa – comunque - mi aspettavo. Fin dai tempi di “Fall in love” (2021) sono alla ricerca di un altro bel romance ambientato durante l’era repubblicana cinese, ma ad oggi ancora non ne ho trovato mezzo, salvo incappare di tanto in tanto in qualche short drama dalla realizzazione discutibile. Poi vedo la scheda di “Overdo” e la speranza ovviamente riaffiora: oltre trenta puntate, cast di prim’ordine e un budget che promette un lavoro tecnicamente curato. Sembrano esserci le giuste premesse, insomma.Paradossalmente, buona parte di quanto elencato non è stato disatteso. Solo, il tutto poggia su un copione simile a quelli dei mediocri short drama che citavo prima… Che spreco. Che la trama sia debole – tanto per usare un aggettivo gentile – è evidente fin dal primo episodio… Ho davvero perso il conto delle volte in cui mi fermavo a chiedermi “Ma perché?!?!”, tanto che a un certo punto ho iniziato pure ad annotarmi tutte le insensatezze sul block notes, ma sono arrivata a riempire il foglio prima ancora di raggiungere la metà degli episodi, al che ci ho rinunciato.
TRAMA – Sintetizzando (perché altrimenti ci vorrebbero pagine intere), è la travagliata storia d’amore tra un lui solo e disilluso, rimbalzato tra due famiglie di origine e di una lei dal triste passato in cerca di più di una vendetta, aspetto che nasconde puntualmente a lui ogni volta che le loro strade si incrociano. Tra stratagemmi, bugie, confessioni immancabilmente lasciate a metà e scelte che cercano in ogni modo di essere fraintese, trovano spazio le compagne di disgrazie di lei e la stramba famiglia di lui, un misto di legami biologici e non, rapporti fraterni di difficile definizione e genitorialità devota al potere e al lustro del nome di famiglia.
Il tutto viene farcito con un’infinità di drammi esagerati, colpi di scena incomprensibili, separazioni e riconciliazioni che si ripetono come in un loop infinito, che rendono la relazione di certo non commovente, bensì solo e semplicemente estenuante.
Il finale potrebbe sorprendere in negativo, ma dopo trenta episodi mediocri mi chiedo chi possa rimanere inaspettatamente deluso: dopo anni – e puntate – di drammi travagliati, la soluzione più che mai comoda è quella della dipartita di massa.
CHICCHE DAL BLOCK NOTES (una piccola selezione, l'elenco sarebbe infinito):
- Scene con nevischio che va e che viene a seconda del vicolo e che si mescola a una luce troppo calda che crea confusione sul clima effettivo, complice anche un abbigliamento troppo leggero
- Cadute che dovrebbero generare dolori lancinanti – la cui guarigione richiederà tempo – ma che lì per lì non impediscono la conversazione colloquiale
- All’inizio lei riconosce lui dalla foto (ovviamente coincidenza vuole che lui sia la prima persona nella quale si imbatte arrivata nella nuova città), lui peggio ancora incrocia il suo sguardo e magicamente capisce che è la sconosciuta con la quale ha scambiato alcune lettere.
- I primi episodi contano una quantità innumerevole di brevi flashback, che inseriti così creano solo confusione
- Buchi nella trama all’ordine del giorno
- Lui scopre che lei è un’assassina e, una volta raggiunta mentre si da alla fuga sul treno, la prima cosa che le fa presente è la promessa di piantare insieme le piante di genziana (scena a dir poco assurda).
- I fiori di genziana: messi tanto per fare la scena di dare fuoco a interi campi, simbolo del loro primo incontro ma che diventano ridicoli ritrovati col furto della pellicola piuttosto che afferrati nella neve in stato quasi moribondo.
- Sovra drammatizzazione costante e continua, per ogni sciocchezza. Anche l’ingresso di una persona in una stanza, con focus sulla falcata e sulla scarpe di vernice lucida, sembra promettere chissà quale evento clou. Ma per favore.
- Lui è un medico innamorato di una lei che crede colpevole di omicidio. Dato però che lei ha un motivo, non solo la giustifica… Ma la aiuta anche ad uccidere la vecchia direttrice dell’orfanotrofio? Così, dal niente. E per di più, ricordo, è un medico.
- Si dice che i gatti abbiano sette vite. I protagonisti di questo drama ne hanno molte ma molte di più. Infinite le volte in cui si ritrovano con ferite o situazioni mortali, tra proiettili, bastonate, cadute dall’altro, fendenti profondi, ferite all’altezza del cuore… Ma niente, scampano per un soffio tutte le volte. Va bene un paio di colpi di fortuna, ma poi basta, altrimenti diventa ridicolo.
- I paraocchi di Qing Yu: presentato come uomo tutt’altro che limitato, c’è da chiedersi come non possa aver fiutato niente di strano nel rapporto tra i due protagonisti. Persino il gatto di casa – quello con sole sette vite – ci sarebbe arrivato.
- Banalità nei momenti clou: come la storia dei fiori sul treno, anche nell’unica breve parentesi che trascorrono assieme tra i temi affrontati c’è… l’anatra in agrodolce. E ho detto tutto.
- Cambio scena, cambio mood: con una frequenza quasi periodica arriva il momento in cui sembrano quasi avvicinarsi, magari complice qualche rivelazione che dovrebbe cambiare l’assetto delle loro dinamiche. Si fa chiarezza su un punto? Bene, peccato che la scena dopo li vede incontrarsi ognuno ancora guardingo e fermo sulla propria posizione, come se nulla fosse stato.
PERSONAGGI:
Murong Qing Yi, il ML autolesionista per eccellenza. Con passato – emotivo e fisico – estremamente doloroso e buonissime capacità intellettive, passa l’intera serie a lasciarsi maltrattare, tra tradimenti, manipolazioni e umiliazioni da parte di tutte – la donna che ama e i suoi famigliari – salvo poi perdonare e amare incondizionatamente (soprattutto lei). E’ un personaggio talmente senza speranza che suscita una pietosa simpatia.
Ren Su Su (o Fang Mu Lan, ma qui l’assonanza con la nota eroina della Disney porterebbe a un paragone infelice): giovane donna con un chiaro obiettivo e per raggiungere il quale non guarda in faccia a nessuno. Se Qing Yi non fosse stato dedito a una continua resa incondizionata, lei sarebbe potuta uscirne quasi come un’eroina. Invece, l’atteggiamento zerbinoso di lui la fa risultare una stronza egoista, crudele e manipolatrice. Si può capire la logica del suo ragionamento, ma difficile trovarsi a fare il tifo per lei. Per entrambi i protagonisti, inoltre, l’evoluzione è ai minimi termini: atteggiamenti immutati che promuovono gli stessi errori nel corso degli anni. Ne deriva quindi un rapporto autodistruttivo che si traduce in una sofferenza gratuita e reciproca.
Murong Qing Yu: fratello maggior biologico sul quale cade la pesante responsabilità di tenere alto il nome della famiglia. Sinceramente affezionato a Qing Yi ma anche imbrigliato nelle relazioni con gli altri famigliari, vive una vita di rinunce personali. Dopo la scoperta dell’identità di Ren Su Su cambia drasticamente, e in modo alquanto eccessivo.
Li Bo Ze: pseudo fratello che sembra vivere inizialmente sulle nuvole, rappresenta “l’altro” bambino, quello amato da tutti. A differenza dei protagonisti, il suo personaggio mostra quanto meno un’evoluzione che lo porterà a schierarsi su diversi fronti fino a una comprensione più completa del quadro generale, in termini di affetti, legami e giustizia.
Muron Jin Rui: fastidiosa, sgraziata e poco acuta primogenita della famiglia Murong. Speravo in una sua evoluzione – nel bene o nel male – e invece si limita a seguire costantemente la madre al pari di un’appendice.
Cheng Jin Zhi: la madre meno madre della storia, almeno nei confronti di Qing Yi. Fin da subito si intuisce che il suo comportamento assurdo deriva da un fatto personale che si ostina a negare, ma detto ciò la crudeltà con la quale tratta il figlio va al di là di ogni ragionevole spiegazione. Eccessiva, anche nella malattia.
CAST – I protagonisti non sono di certo gli ultimi attori trovati per strada, anzi. Ho sempre trovato Wang Chu Ran estremamente distintiva e carismatica – sebbene non abbia gradito alcuni suoi drama, ma per motivi che nulla hanno a che vedere con la sua recitazione – e Zhang Ling He è tra gli attori di spicco dell’anno, portato in auge grazie alla fortunata serie “Pursuit of Jade” dello scorso marzo. Come sia finito a prendere parte a questo drama resta per me un mistero. Per la serie: ma il copione l’aveva almeno letto? Vero che ci sono attori bravi ma semisconosciuti che devono “accontentarsi” del ruolo principale in produzioni palesemente non di qualità, ma non mi sembra proprio questo il caso. Anche gli attori di supporto che interpretano Li Bo Ze e Hai Tang Qui offrono performance molto valide, quindi a conti fatti sprecate per il tenore dell’opera.
ASPETTI TECNICI: Ciò che spiace maggiormente è che la cura e l’attenzione, da alcuni punti di vista, c’è stata e si vede eccome. Costumi, trucco e acconciature sono di buon livello e adeguati al contesto. La ricostruzione della Shangai repubblicana coglie l’atmosfera dell’epoca, la scenografia complessivamente ha funzionato anche bene.
Al contrario, regia e montaggio sono complici nel promuovere uno scempio: inquadrature insensate e bizzarre, zoom rapidi sui volti degli attori quando non servono, così che invece di enfatizzare un’espressione particolare rendono la scena quasi comica. Sono limiti che mi aspetto da un vertical drama di bassa qualità, non da una produzione che si spaccia di alto profilo come questa.
Anche sul fronte OST non ci siamo proprio: la colonna sonora è incessante e pervasiva, anche nei momenti dove non ha il minimo senso. In alcune scene, addirittura, si sovrappongono più brani musicali o si susseguono nell’arco della stessa conversazione, dando un’impressione davvero surreale, quasi al pari di uno stacco da siparietto pubblicitario.
CONCLUSIONE – “Overdo” è un drama che spera di vivere di luce riflessa: quella del suo cast di prim’ordine, delle sue ambizioni e della promozione di cui è stato oggetto. Fino a che punto, però, si può giustificare una visione solo per la bellezza dei protagonisti o per la speranza che via via le cose migliorino? A conti fatti, non ne vale la pena. E’ un’esperienza complessivamente frustrante e che lascia con l’amaro in bocca, oltre alla sensazione di aver sprecato non poco tempo. Col senno di poi, non l’avrei guardato.
Una coinvolgente storia d'amore che trascende le dimensioni dello spazio e del tempo
IL GENERE - Viene indicato come romantico, xianxia, drammatico e fantasy, ma direi che è fondamentalmente un romance e il resto sono sottogeneri che fanno da background.Bene per gli inguaribili amanti delle love story come la sottoscritta, ma buono a sapersi anche per chi è ricerca di qualcosa di più equilibrato, dove il tema romantico sia presente ma non in maniera predominante.
L’ARCO NARRATIVO - Suddividerei la storia in tre parti: la prima, ambientata nel regno immortale è dedicata a incontro, conoscenza reciproca e instaurarsi della storia d’amore; la seconda si sposta nel regno demoniaco, dopo la brusca separazione e amnesia di lei, con conseguente ritrovo e riconoscimento; l’ultima, con la coppia ripristinata e riunita - a intermittenza - alle prese con nuove e ripetute tribolazioni, tra regno demoniaco e regno dei mortali (antico e moderno).
Una scelta interessante e complessa, che ha il pregio di ovviare all’effetto noia proponendo qualcosa di nuovo prima che quest’ultima subentri. I 33 episodi risultano infatti decisamente scorrevoli, magari non tutti perfettamente bilanciati ma caratterizzati da un buon ritmo, senza situazioni di stallo.
L’EVOLUZIONE DELLA TRAMA E DEI PERSONAGGI
PRIMA PARTE - E’ quella che a mio avviso mostra il miglior equilibrio tra storia di presentazione del contesto e dei personaggi, aspetti fantasy, intrighi e combattimenti, e il romance nascente. Il tutto si è rivelato abbastanza chiaro e comprensibile anche a una neofita come me, senza risultare eccessivamente prolisso. Qualche piccolo dubbio mi è rimasto rispetto all’arrivo della protagonista dal mondo moderno, che prende di buon grado la nuova situazione senza farsi troppi problemi, quasi fosse una normalissima vacanza (Cosa è successo? Come tornare indietro? Che fine sta facendo la sua vita nel mondo reale? Sono tutte domande che si sarebbe dovuta inevitabilmente porre, e invece niente, non ci sprecherà mai il pensiero di mezzo neurone).
Il fatto che per Ting Yan sia tutto nuovo aiuta lo spettatore a prendere dimestichezza con l’ambientazione, procedendo passo per passo. Simpatica la sua caratterizzazione spensierata e divertente, facile da accontentare, priva di ambizioni e amante delle cose semplici. L’incontro e le prime interazioni tra i due mi hanno un po’ ricordato “La Bella e la Bestia”, con Sima Jiao sigillato nella torre, superiore a tutti come poteri ma di fatto considerato alla stregua di uno strumento più che di una persona. Freddo, insensibile e distaccato – vuoi per quello che è, vuoi per il trascorso – si ritrova suo malgrado incuriosito da una giovane un po’ strana e buffa che – sorprendentemente – lo vede per la prima volta solo come una persona e non ha alcun secondo fine nei suoi confronti.
Oltre alla divertente interazione che si genera tra la compostezza di lui e l’indole allegra di lei, altri elementi che ho apprezzato sono state le ripercussioni dell’incantesimo della verità, l’utilizzo da parte di lei di termini del mondo reale odierno (con tutta la perplessità di lui e i possibili fraintendimenti), la Piccola Fiamma dalla voce infantile e dal temperamento capriccioso e ribelle, la versione lontra di Ting Yan, i “round” nella Dimora dell’Anima dell’uno o dell’altra.
Qualche passaggio eccessivamente glicemico e stucchevole c’è, mentre lo scontro con gli avversari viene messo a volte un po’ a servizio della love story, per promuovere momenti scenograficamente emozionanti tra i due.
SECONDA PARTE – Si apre con la brusca svolta della separazione tragica tra i due – lui che la teme morta, lei vittima di un’amnesia - mentre l’ambientazione si sposta nel regno demoniaco, con un salto temporale di quasi un ventennio.
L’amnesia temporanea è uno dei cliché che meno mi fa impazzire: mi sa sempre di un escamotage a cui si aggrappa una sceneggiatura scarsa per rimescolare con facilità le carte in tavola, aprendo una parentesi che può essere richiusa in qualsiasi momento e sfuggendo comodamente alle possibili incoerenze. Nel caso specifico, devo dire, l’ho accettata abbastanza di buon grado per due motivi: il primo è che non si dilunga troppo, i due si riuniscono relativamente alla svelta e i ricordi della nostra fanciulla riaffiorano in tempi accettabili; in secondo luogo permette di arricchire la protagonista femminile con nuove e interessanti sfaccettature. Ritroviamo una Lian Ting Yan temprata dagli anni trascorsi sotto la guida del nemico giurato di Sima Jiao e che presenta un carattere più deciso e una maggiore autonomia: alla fanciulla simpatica, amante del buon cibo e del riposo, ma anche costantemente bisognosa di essere difesa e il cui contributo si limitava a una sorta di supporto morale si sovrappone ora una giovane donna forte e capace, più consapevole delle avversità di una vita vissuta non in bambagia. Questo cambiamento promuove un nuovo tipo di interazione con Sima Jiao, scardinando il rischio di meccanismi “già visti”.
La facilità con cui crede al Gran Maestro e mette in dubbio la verità del padre “adottivo” è forse un po’ esagerata e rapida, ma là si può accettare nell’ottica che il suo atteggiamento sia nel subconscio agevolato dal legame che persiste tra i due.E’ da sempre consapevole dell’esagerato desiderio di vendetta che anima il padre “adottivo”. Grazie al legame profondo Sima Jiao sviluppa la capacità di sentire i pensieri di lei: questo da vita a una serie di momenti divertenti anche se, oggettivamente, lo rendono anche più invadente (non a caso lei lo definirà – scherzosamente – un “parassita”).
Un elemento riproposto un po' troppo di frequente è la reazione fisica – in primis di Sima Jiao ma ampiamente utilizzata anche da altri – ad un attacco subito e sintomo di grande debilitazione: in questo drama si tossisce e si rigurgita sangue peggio che in un reparto di tisici all’inizio del secolo scorso. Anche qui, a coppia riunificata, trova spazio qualche picco glicemico non necessario (la scena con Sima Jiao nella torre con lei tra le braccia in un galleggiare di lanterne ce la potevamo tranquillamente evitare, rasenta il “ridicolo”…Che poi è l’unica osservazione intelligente di Feng Qi, meglio noto come il terzo incomodo più insulso che si sia mai visto in un drama).
TERZA PARTE – Si apre con i due regni riunificati sotto il governo della coppia principale e in breve si arriva di nuovo a un punto di svolta. La scena di addio, presa singolarmente, l’ho trovata coinvolgente, tra il bacio disperato di lui mentre le trasferisce il fuoco spirituale, il rinnovo dei suoi sentimenti, il rassicurarla rispetto a un futuro per lei sicuro, la disperazione e l’angoscia sul volto di lei… Scena impattante, davvero. Ma se si tiene conto del contesto, allora il punto di vista cambia. Lei è diventata una donna forte, ha dimostrato di “aver saputo fare qualcosa di sé stessa” (parole di Sima Jiao, quando la vede nelle vesti di Signora dei Demoni, intenta a combattere i fulmini per salvarlo), ha esplicitato il desiderio che lui si apra di più, che impari a chiedere aiuto…e lui le mente spudoratamente, decidendo da solo per entrambi. Consapevole fin dalla fusione del secondo fuoco spirituale che il suo organismo non avrebbe retto a lungo – un conto alla rovescia che si riduce ulteriormente per le gravi ferite che riporta in seguito – decide di tenerla all’oscuro, si isola per mesi con una scusa mentre di fatto pianifica la salvezza di lei e la sua sicurezza futura, decidendo di sacrificare per lei la sua vita comunque ormai prossima al termine. Le uscite “Non dire niente a Sima Jiao”, “non dire niente a Ting Yan”, si ripetono in questi episodi, ciascuno mentre si confida con l’amico fidato di turno. Mi sarebbe piaciuta una maggiore condivisione e trasparenza nella coppia, pur di ciò che è doloroso e senza speranza. Invece no, nascondono i propri segreti con la scusa di non voler turbare o far soffrire l’altro. Il modo in cui Sima Jiao se ne va è a dir poco crudele, in prospettiva. Ricompare un giorno dopo mesi – in ritardo anche rispetto alla data del matrimonio – quindi saluta e se ne va. Anche la sua sincerità non è mai totale, già che dopo un altro salto temporale dalla sua morte – altro ventennio – salta fuori che si era ritagliato un’opzione B nel caso in cui lei si fosse rifiutata di lasciar andare del tutto la sua anima, decretando così la sua rinascita. Troppo stratega e machiavellico, il fine qui non può proprio giustificare i mezzi. Gli ultimi episodi, nel mondo mortale antico, hanno il pregio di mostrare un Sima Jiao più umano e non oppresso dal mezzo millennio vissuto nel dolore. La lotta contro i cattivi si avvia verso la fine, e molti aspetti passati apparentemente irrisolti acquisiscono un senso, anche se questo toglie spazio ai personaggi secondari che diventano poco più che delle fugaci comparse, ed è un peccato (parlerei quasi di abbandono dei personaggi, per certi versi). L’aver sperimentato un nuovo tipo di vita rende Sima Jiao consapevole dell’errore egoistico del passato, da qui le sue scuse sincere con sfogo di rabbia repressa di lei. Un passaggio molto bello, se non fosse che subito dopo la stessa Ting Yan mette in pratica a sua volta quel modus operandi così a lungo sofferto e criticato. L'ultimo episodio davvero compresso, è mancato il tempo per dargli il giusto peso. Il finale dolce-amaro, anche quello un po' risicato quanto a minuti, si chiude dove tutto ha avuto inizio, con le loro anime destinate a ritrovarsi e riconoscersi. Che sia con o senza ricordi, che li possano recuperare col tempo, non è dato di sapere. Sicuramente Ting Yan li conserva nitidamente, confusi per un sogno (per lei sono di fatto passate poche ore). Come lui abbia trascorso la sua vita nel passato, cosa ricordi e come sia arrivato lì - se per volere del destino o grazie alla sua imperterrita ricerca di lei, pur in un mondo della cui esistenza era appena venuto a conoscenza - rimarrà un mistero. L'importante, alla fine, è che si siano ritrovati. Ma potevano ritrovarsi un po' meglio, ecco (e su questo la censura cinese rispetto al tema dei viaggi nel tempo ha le sue non poche responsabilità).
Sul fronte dell’originalità, difficile per me esprimermi non avendo su questo genere molti termini di paragone. Essendo per me la prima volta, si è giocata la carta della novità, ma credo le si possano riconoscere alcuni spunti originali e innovativi.
Un po' troppo raddoppiata la "to-do-list", dove ambedue i protagonisti vengono a turno feriti, si ritrovano in fin di vita, dicono addio all'altro, perdono i ricordi, muoiono, si nascondono importanti verità, sperimentano il dolore del fuoco spirituale, e via dicendo. Facciamo un po' per uno, che male non fa? Anche no.
RECITAZIONE – La scelta degli attori principali è stata davvero azzeccata, al di là della bontà del drama in sé la prova della coppia protagonista ha fatto la differenza.
Non conoscevo Wang Ying Lu, ma mi è piaciuta da morire, capace di regalare una comicità naturale, con una mimica facciale che centra il bersaglio senza mai diventare eccessiva. Regala lo splendido ritratto di una Liao Ting Yan spensierata, semplice e un po’ pigra, promotrice di momenti piacevoli e leggeri, simpatici e curiosi. Credibile anche nella versione senza memoria, dove si coglie il filo conduttore del personaggio ma con un buon discostamento nella caratterizzazione. Anche sulla recitazione delle parti più drammatiche, nulla da dire. Davvero brava.
Altro personaggio splendidamente riuscito è quello Sima Jiao, la cui caratterizzazione è di fatto quella più nelle corde di Chen Fei Yu, attore che seguo con interesse e che sa essere davvero performante in questo tipo di ruolo. In questo drama offre un ritratto vivido e intenso del personaggio di Sima Jiao - destinato alla sofferenza per volere dei cieli e a una vita a difendersi dall’avidità della gente - che si dimostra freddo e distaccato, palesemente altezzoso, sicuramente rancoroso, privo di modestia ma anche meno crudele di quello che da a vedere.
La sua è una recitazione elegante, ricca di micro espressioni e impreziosita da un timbro di voce che – non mi stancherò mai di ripeterlo – è tra i più affascinanti in circolazione (per quanto mi riguarda è secondo solo a Namgoong Min).
Affiatamento di coppia alle stelle, non solo nelle scene prettamente romantiche, che sono comunque innumerevoli (mai visti così tanti baci in un drama, a occhio e croce saranno una ventina). La sintonia tra i due è davvero palese e ben si sposa col tipo di comunicazione che intercorre tra i due personaggi interpretati, spesso ironica, divertita, a volte tenera ma non particolarmente glicemica.
Per quanto riguarda i personaggi secondari, ho trovato un po’ sottotono Ye Ru Ling, soprattutto nella prima parte: la sua storia è anche abbastanza ricca, con tanti margini di sviluppo, ma è un potenziale mezzo sprecato perché poi di fatto non arriva, le sue scene sembrano sempre mancare di qualcosa, il che è un peccato perché meritava uno sviluppo migliore. E’ una figura ambigua, e ci sta, a pelle anche antipatica, incapace lasciare il segno anche nei momenti in cui si schiera con i buoni. Il capo degli otto Pazzi – più che Palazzi - ovvero Shi Qian Lu, è sicuramente un cattivo di tutto rispetto, eccezione fatta per la risata palesemente finta. La sua storia viene tirata un po’ per le lunghe, nella parte finale non dovrebbe nemmeno più rappresentare una vera minaccia, ma c’è da dire che Nan Yan non riesce a subentrare come si deve nel ruolo del cattivo. Solo in parte riuscito è invece Nian Ju – il serpente nero con il cervello da gallina – che nella prima parte mostra un’ingenuità che va oltre la recente acquisizione delle sembianze umane. Piace la sua incrollabile devozione a Sima Jiao, un rapporto di reciproca fiducia che non ha bisogno di essere riconosciuto a parole, ma piace un po’ meno l’indole remissiva e tontolotta che sfodera anche con tutti gli altri (nei primi episodi Sima Jiao lo apostrofa spesso “stupido serpente”… A ragion veduta, mi verrebbe da dire). Va un po’ meglio quando la vicenda si sposta nel regno demoniaco, dove ogni tanto lo vediamo tirare fuori quella spina dorsale di cui anche i rettili sono dotati. Sicuramente toccante è il confronto con Sima Jiao quando, grazie agli sproloqui della Piccola Fiamma, comprende il triste piano del suo Gran Maestro.
REGIA, SCENOGRAFIA & CO.
Scenografia curata e di grande impatto visivo, costumi e acconciature davvero belli (eccezione fatta per la mise ripetitiva e un po’ eccessiva di Ting Yan nelle vesti di Signora dei Demoni). Effetti speciali così così, alcuni hanno funzionato, altri a mio avviso penalizzati da una grafica virtuale decisamente migliorabile. Fotografia di alto livello, così come il montaggio. Regia di tutto rispetto, sceneggiatura, a quanto ho letto, fedele per la maggior parte al romanzo al quale è ispirata.
OST - Le musiche mi sono piaciute molto, già dopo i primi episodi alcuni brani, riproposti strategicamente ad enfatizzare al meglio alcuni passaggi, sono diventati preziosi compagni di viaggio.
CONCLUSIONE – Un 8,5 a mio avviso meritato per la storia, che sale a 9 grazie a una recitazione di alto livello che rende la visione decisamente coinvolgente ed emozionante. E’ un tipo di drama sicuramente nelle mie corde, capace di farmi apprezzare l’ambientazione fantasy che ho sempre trovato noiosa. Un drama da non perdere, per tutti gli amanti dei romance-fantasy, o anche solo dei romance, senza dimenticare i fan di Chen Fei Yu e di Wang Ying Lu.
Legal thriller per gli amanti delle sceneggiature solide e ben articolate
“Confession” è un legal drama dalla marcata componente thriller e con tutte le carte in regola per conquistare gli amanti del genere. La premessa è solida, ben strutturata: Choi Do Hyun, un avvocato diventato tale dopo un trapianto di cuore, scoprirà inaspettate connessioni tra il caso che sta seguendo e il vecchio caso di omicidio per cui suo padre è stato condannato anni prima.Il punto di forza del drama risiede tutto nella sua scrittura. La trama, intricata e complessa ma perfettamente integrata e senza lacune, segue un unico grande arco narrativo che si dipana in molteplici fili apparentemente secondari. E’ una struttura importante, che richiede una grande abilità a livello di sceneggiatura, per riuscire a non creare buchi o incongruenze e ricondurre tutti i pezzi del puzzle al caso principale, il tutto senza dare l’impressione di aggiunte superflue. Il ritmo non lo definirei avvincente, ma comunque ben calibrato e sufficiente a mantenere viva l’attenzione dello spettatore, sebbene forse con un leggero rallentamento nella parte centrale. La corposità della vicenda è sia un elemento di merito che un potenziale ostacolo, già che richiede necessariamente una visione attenta, dove la struttura concatenata dei vari elementi fa si che perdere un passaggio possa rendere confusi gli sviluppi successivi. Non è una visione spensierata o della quale possono essere “skippate” le parti più lente, insomma: tutti i sedici episodi vanno seguiti minuto dopo minuto, senza perdere di vista i dettagli, e questo lo rende un drama sicuramente interessante ma indubbiamente impegnativo.
Passando al cast, le prove sono state buone ma non eccellenti. Lee Jun Ho – attore che personalmente apprezzo molto pur con il suo background da idol – regala una performance più che dignitosa, ma sicuramente non la metterei tra le sue prove migliori. L’approccio è fin troppo misurato e composto, per quanto in sintonia con il vissuto del personaggio interpretato e la malattia che lo accompagna. Solo in alcuni momenti posso dire di averlo trovato davvero intenso, aspetto che trascende da scene plateali ma che risiede tutto nella capacità di un attore di rendere un personaggio – al di là della caratterizzazione prevista – una vera e propria colonna portante per il drama. Qui l’impalcatura è stata invece fornita dalla sceneggiatura, come già detto, e il cast ha saputo dare vita a personaggi maturi e di tutto rispetto, per quanto non eccelsi o emblematici. Lo stesso discorso vale quindi per l’altra figura principale, il detective Ki Chun Ho, interpretato da un Yoo Jae Myung che porta in scena tutta la passione e l’irruenza utili a controbilanciare la freddezza dell'avvocato, promuovendo così un duo equilibrato e accattivante.
L’introspezione è stata un po’ carente o, per meglio dire, interamente a servizio della trama investigativa. Al di fuori degli elementi strettamente connessi alla trama, non c’è infatti sviluppo o approfondimento alcuno sui personaggi, e questo alla lunga determina una mancanza di profondità emotiva che a tratti si avverte.
Rispetto alla vicenda, se da una parte non ci sono grandi colpi di scena, dall’altra l’interesse dello spettatore sta tutto nel vedere come andranno a incastrarsi le varie tessere che compongono l’intricato disegno. Forse avrei evitato il meccanismo – già visto altrove diverse volte – per cui si parte da un fatto apparentemente ordinario (per quanto spiacevole possa essere un omicidio) fino a risalire, collegamento dopo collegamento, niente meno che ai vertici della Casa Blu. Stesso discorso per la casualità con cui molte figure fanno il loro ingresso in scena ed entrano in relazione col giovane avvocato: sembra un po’ la fiera delle coincidenze, tra volute e non, e poco ci manca che anche la cassiera del supermarket di fiducia si riveli una figura chiave. Anche un po’ meno, insomma.
Qualche perplessità anche rispetto alle dinamiche in tribunale. Se la storia, intesa come insieme di azioni, reazioni, cause, conseguenze e moventi non traballa di una virgola, l'iter che collega insieme tutti questi puntini ben saldi si prende non poche licenze: prove decisive raccolte a casaccio ma capaci di diventare determinanti in tribunale, considerazioni e testimonianze più ufficiose che ufficiali in grado di mettere a tacere istantaneamente l’opposizione. Da questo punto di vista c’è stata forse un’eccessiva semplificazione che può passare anche come superficialità.
Detto questo, “Confession” resta in ogni caso un buon drama, dove all’abusato obiettivo della classica vendetta si sostituisce – su più livelli – una più interessante ricerca della pura verità. Tecnicamente ben costruito, non cerca facili effetti speciali ma punta tutto sulla forza della sua trama, e in tal senso premia l'attenzione e la pazienza, regalando un finale soddisfacente e ben architettato. Gli amanti del genere sapranno senz’altro apprezzarlo. Non è invece nella rosa dei titoli che consiglierei a chi cerca una serie leggera o dove il desiderio è quello di affezionarsi ai personaggi principali. Per quello, meglio guardare altrove.
Un viaggio bello e brutale allo stesso tempo
Drama BL giapponese tratto dall'omonimo manga con la Yakuza che fa da sfondo alla vicenda narrata: Kataoka Kinji, giovane boss carismatico e impulsivo, amato dai suoi uomini ma considerato un ostacolo nella lotta per la successione dal figlio del capo, viene mandato a nascondersi dopo lo scontro con una gang rivale e affidato alle cure di Odajima Ren, un membro stoico ed enigmatico del clan incaricato di guidarlo, proteggerlo e... Ucciderlo.Otto rapidi episodi che fanno pensare a un road movie noir, dove la tensione tra dovere e devozione si fa palpabile. Il viaggio dei due si satura di lunghi silenzi che nascondono dubbi e domande che non dovrebbero osare porsi.
A livello del cast, ottima prova di recitazione di ambedue gli attori protagonisti: hanno saputo rendere credibile ogni sfumatura che caratterizza il proprio personaggio.
Il Kataoka di Wada Masanari è una ventata d’aria fresca nel panorama dei boss della Yakuza: lontano dal classico uomo cupo e distante, sorprende con battute irriverenti, un'aria spensierata e un sorriso malizioso che nasconde però un uomo che cerca di mantenere viva la propria umanità in un mondo che punisce la gentilezza, consapevole del tradimento che lo circonda ma caparbiamente deciso a non ripagare la crudeltà con il sospetto. È un personaggio complesso, che passa dalla spavalderia alla fragilità con una naturalezza impressionante.
L’Odajima di Takahashi Hiroto è un giovane uomo che a prima vista risulta freddo e distaccato, quando invece è semplicemente stanco: stanco di uccidere, di sopravvivere, di esistere. Conta un tragico passato alle spalle e, a tenerlo poi in vita, per anni, c’è stato solo il desiderio di vendetta proprio nei confronti di Kakatoa, al quale erroneamente attribuisce la responsabilità della morte di un suo caro amico.
Il dilemma che affliggerà Odajima durante il viaggio è un po’ il fulcro centrale del drama: sarà infatti combattuto tra il senso di lealtà nei confronti dell’amico scomparso, e il tradimento nei confronti di Kakatoa, che si fa però via via sempre più impossibile da mettere in pratica, nonostante i sensi di colpa. Pur senza dare voce ai suoi pensieri trasmette perfettamente l’interrogativo che lo turba: lo vuole davvero uccidere o lo vuole per sé?
La sceneggiatura e la regia sembrano giocare abilmente su questa dualità, dove Odajima si ritrova messo a nudo – in senso fisico e psicologico – proprio nei confronti di chi deve eliminare. Le scene intime sono dosate con equilibrio e pur essendo abbastanza esplicite non scadono mai nella volgarità. A queste si alternano in modo quasi complementare scene di rara delicatezza, come quando Kakatoa si prende cura dell’uccellino ferito. La violenza dei pestaggi inquadrati da una luce sporca riesce sorprendentemente a coesistere con qualcosa di incredibilmente umano e sincero.
Pur con la comunicazione ridotta all’osso che caratterizza le produzioni giapponesi è evidente l’evoluzione del rapporto tra i due, nato dalla coercizione – la prima parte della loro relazione è sicuramente sbilanciata e tossica, pur paradossalmente in linea con il contesto malavitoso e violento nel quale si sviluppa - ma gradualmente si trasforma in qualcosa di più sano e autentico. Se vogliamo trovare una pecca, con qualche episodio in più – o una maggior durata degli stessi – il passaggio di Odajima dall’odio viscerale all’amore assoluto sarebbe stato indubbiamente più fluido. Avrebbe giovato un maggior investimento in termini di interazioni silenziose, chimica inespressa e conflitti interiori mentre i flashback ripetuti, per quanto necessari a comprendere a pieno il personaggio di Odajima, hanno sottratto ulteriormente tempo allo sviluppo della vicenda nel presente.
Nonostante i difetti resta però un drama audace e con una profonda componente emotiva, dove la storia d’amore cela una riflessione sul dolore, sulla redenzione e la possibilità di trovare un po' di calore in un mondo ostile, dove due anime segnate dalla violenza possono imparare a guarirsi a vicenda.
Consigliato a chi cerca una BL matura e di significato. Non è una storia per tutti, ma per chi saprà apprezzarla, sarà un viaggio che vale sicuramente la pena fare.
Una tempesta di disgrazie che si abbatte su un melodramma adolescenziale esagerato ed eccessivo
Film giapponese del 2007 - noto anche come “Koizora” – che trasmette un impressione forte e contrastante, un po' come l'amore di cui racconta. Mi ha coinvolta così tanto da farmi piangere, ma al tempo stesso l’ho trovato incredibilmente precipitoso e surreale, al punto da da essere stata tentata più volte di abbandonarlo. Un risultato che è uno strano e insolito mix, per quanto mi riguarda.La vicenda ruota attorno all'amore adolescenziale tra la dolce e timida Mika e Hiro, un ragazzo dai capelli ossigenati e dall'aria ribelle, incontrato quasi per caso grazie a un cellulare perso. In un attimo si passa dalle vicissitudini spensierate tra i banchi di scuola alle realtà più amare, dando così il via a una montagna russa emotiva, dove le lacrime – ahimè – prevalgono.
Nonostante una buona prova di recitazione da parte di entrambi i protagonisti – tra i due lei è stata comunque quella più convincente – sulla pellicola grava un importante limite, dato da una sceneggiatura decisa a caricarsi di un quantitativo assurdo di elementi tragici, inseriti a ritmo serrato e spesso contestualizzati in modo non adeguato. La nota che stona: occorre tenere sempre ben presente che siamo al primo anno di liceo, la giovane età dei protagonisti – che la costante presenza dei banchi di scuola non manca mai di sottolineare – sembra stridere con buona parte delle tematiche drammatiche che vanno ad ammassarsi. Si parte da una ragazza che – con le compagne di scuola – sogna il primo amore, e in un attimo si ritrova coinvolta in un corteggiamento a distanza – complice lo smarrimento del cellulare – che si traduce in poi in una coppia di fatto che consuma subito il primo rapporto sessuale. Un’evoluzione brusca, ma tutto sommato ancora credibile. A questa poi si aggiunge però un’aggressione con tanto di stupro, dettata da futili motivi (la gelosia dell’ex ragazza), a cui non fa nemmeno seguito una doverosa denuncia. Tutto viene minimizzato e per certi versi quasi normalizzato (la sorella di Hiro archivia la questione con un “ci sono passata anche io”). In men che non si dica, Mika e Hiro riprenderanno la loro relazione come se niente fosse, tant’è che da un rapporto intimo in biblioteca ci scapperà pure il bambino. Abbiamo a che fare con due giovanissimi adolescenti, ma che si atteggiano come fossero adulti e si confrontano con le proprie famiglie come se l’evento - certo non voluto di proposito – non fosse però nemmeno tanto fuori dall’ordinario. Nella realtà, due quindicenni sarebbero semplicemente terrorizzati dalla situazione, siamo onesti. L’aborto provocato dalla ragazza di Hiro, comparsa ancora una volta dal nulla, rende la situazione complessivamente sempre più assurda. Hiro poi prenderà inspiegabilmente le distanze da Mika, lasciandola e flirtando con altre ragazze. Lei a quel punto, col cuore a pezzi, si rifarà una vita con un altro e troncheranno ogni rapporto fino a quando Mika scoprirà della malattia terminale di Hiro, motivo alla base del suo comportamento passato. Lascerà il fidanzato per correre da Hiro e gli starà accanto fino alla fine, con la promessa di vivere una vita piena e felice, e di conservare l’esperienza preziosa di quel primo e grandissimo amore, travolgente come un fiume.
La velocità con la quale vengono inserite tante tematiche così importanti e la mancanza di tempo per affrontarle e approfondirle con coerenza le fa suonare banali, in certi casi anche poco rispettose. Sono consapevole del taglio inusuale che spesso hanno i film giapponesi e della chiave di letture che serve per interpretarli a dovere, ma qui si è andati davvero un po’ troppo oltre per riuscire ad apprezzarne l’intento.
Nonostante non mi senta di consigliarlo particolarmente già che narrativamente lascia molto a desiderare, mi ha stupita l’essermi comunque commossa – e anche molto – in un paio di passaggi.
Adattamento fallimentare e compresso, con una relazione tossica ripresa da lontano
Questa è la prova che cercare di adattare un manga in un film di due ore non può che essere un'operazione fallimentare. Nonostante le potenzialità di una premessa in genere molto popolare - la ragazza che vanta un finto fidanzato e il ragazzo che inizialmente la ricatta - il risultato è un prodotto frettoloso, privo di anima e, nei suoi momenti peggiori, decisamente fastidioso.Tra i difetti principali vi è la narrazione, estremamente compressa e, di conseguenza, tremendamente compromessa: la sensazione è di guardare un riassunto, non un film. Gli sviluppi emotivi sono bruschi, i personaggi secondari appena abbozzati e la presunta evoluzione del protagonista, Kyoya, avviene in modo così repentino e immotivato da risultare inverosimile. La mancanza del suo background lo riduce a un ragazzo prepotente e cinico senza motivo, perdendo ogni sfumatura del materiale originale (nel manga vi è quanto meno un focus sul pregresso che spiega il perché del suo comportamento, per quanto discutibile sia).
Anche la regia e la fotografia sono discutibili: l’abuso di campi lunghissimi, specialmente nei dialoghi cruciali, è una scelta inspiegabile che tiene lo spettatore a distanza, impedendogli di cogliere le sfumature degli attori. È paradossale che in una storia basata sulla tensione e sul non detto di Kyoya la macchina da presa decida di non mostrare mai il suo volto nei momenti chiave.
Per quanto riguarda il cast, Kento Yamazaki è sì fisicamente azzeccato e abbastanza carismatico, ma la sua interpretazione fatica a rendere credibile la "cattiveria" del personaggio, risultando a tratti teatrale. La chimica con la protagonista, Fumi Nikaido, non decolla mai, complice anche una caratterizzazione del personaggio che rende Erika sempre più passiva e priva dell'energia che dovrebbe controbilanciare il cinismo di lui.
Detto questo, il problema più pesante è la relazione tossica presentata con leggerezza: passa tra quarti del film a chiamarla “cane”, lei subisce, lui non demorde. E alla fine, va comunque tutto bene. Pessimo messaggio, qualunque giustificazione si voglia mettere sul piatto (e qui il piatto rimane comunque pure vuoto).
Evitabilissimo...
Quando l'attore è più grande del drama, e lo sguardo del protagonista vale più della trama
“The Veil” è una serie coreana alla quale – per associazione - il primo pensiero riconduce inevitabilmente a Namgoong Min, colonna portante del drama. L'attore, noto per i brillanti ruoli sfaccettati in “Stove League” e “Chief Kim”, oltre al meraviglioso “My dearest”, si trasforma qui in Han Ji Hyuk, un'agente d'élite dell'NIS - National Intelligence Service - che sembra sparire improvvisamente nel nulla durante un’operazione e ricompare inaspettatamente dopo un anno, privo di memoria e ossessionato dall'idea di scoprire la talpa che ha fatto fallire la sua missione. La sua dedizione è fisica, quasi animalesca: dieci chili di muscoli guadagnati con mesi di allenamento, stunt eseguiti in prima persona e uno sguardo che passa dal vuoto glaciale all'esplosione di rabbia in un istante. Namgoong Min non interpreta Ji Hyuk: lo vive. Come fa sempre con i personaggi che interpreta, in modo eccellente, senza sbavature. Una bravura che lo rendono il mio attore coreano preferito in assoluto. E questo, per i primi cinque o sei episodi, basta a tenere lo spettatore allo schermo.La regia e la fotografia sono all'altezza del budget faraonico (15 miliardi di won, pari a circa 8 milioni di euro). Gli inseguimenti notturni, le sparatorie nei vicoli umidi, i corpi a terra ripresi senza pudore. La violenza è cruda, non censurata, e la colonna sonora – specialmente "Reason" di Yoari – infila un'ansia perfetta sottopelle. Il primo episodio è una sequenza di adrenalina pura che ricorda il primo capitolo della trilogia statunitense “The Bourne Identity”. Peccato che, dopo un inizio accattivante e dal ritmo serrato, dove i colpi di scena stupiscono per davvero, il drama inizi a inciampare nel suo stesso complesso intreccio.
La tensione inizia a calare proprio dopo la metà della serie, intorno all’ottavo episodio. La trama, che inizialmente è un elegante gioco di scatole cinesi tra memoria, tradimento e doppio gioco, diventa farraginosa. Vengono introdotti a getto continuo nuovi personaggi – un agente cinese, un ex informatore, un capo sezione ambiguo – che si accumulano senza che si riesca a svilupparne la profondità. Diventa difficile e impegnativo anche solo tenere il filo della narrazione. La sensazione è che gli autori, per paura di semplificare troppo, abbiano invece complicato la trama fino a renderla un labirinto di pedine intercambiabili.
Nonostante alcune scene d'azione notevoli - l'assalto al laboratorio, il finale con l'EMP - non riesce a replicare l'urgenza emotiva dei primi episodi. La relazione tra Ji Hyuk e la sua partner Yoo Je Yi – intepretata da una discreta Kim Ji Eun - rimane troppo superficiale, e il personaggio di Seo Soo Yeon , che prometteva molto, viene a conti fatti un po’ sprecato. La rivelazione finale del vero villain – Baek Mo Sa - aggiunge una nota tragica e malinconica che riporta il drama sul piano della riflessione etica: chi è il mostro, alla fine? Chi ha messo la propria umanità da parte per servire lo Stato? L'ultima sequenza, con Ji Hyuk che torna al lavoro dopo cinque anni, è un piccolo capolavoro di sobrietà. Ma il viaggio per arrivarci è stato troppo altalenante.
In definitiva, un drama meritevole nella prima parte ma carente nella seconda metà, pur con una prova eccezionale dell’attore protagonista. Ne vale la pena, ma non senza qualche sospiro di noia. Consigliato a chi ama le spy-story cupe e non ha paura di perdersi in un labirinto, purché sappia che uscirne richiederà pazienza.
Quando la chimica salva una trama da manuale...
Risalente al 2020, questo rom-com office-drama punta tutto sulla reunion tra Jiang Jun (Bai Lu) e Yuan Shuai (Luo Yun Xi), due amici d'infanzia diventati rivali da dipendenti nella stessa finanziaria. La chimica tra i due protagonisti è il vero motore dell’opera: elettrica e matura, con un realismo nelle scene romantiche che spazza via anni di baci a stampo visti in molti altri drama dello stesso genere.Tuttavia, qui finiscono le lodi sperticate. La narrazione, pur partendo bene con una Jiang Jun determinata a farsi strada, si arena rapidamente nella banalità. Il "mondo della finanza" è solo uno sfondo patinato e noioso, popolato da intrighi aziendali risolti con una facilità imbarazzante. La sceneggiatura commette inoltre l’errore imperdonabile di ridurre l’eroina a spettatrice passiva delle gesta del suo uomo: tutto il mistero centrale finisce per essere risolto da Yuan Shuai, togliendo mordente alla carriera della protagonista. L’accenno al triangolo amoroso non funziona, l’inspiegabile insistenza del terzo incomodo appare più come un riempitivo. Bocciata su tutta la linea la coppia secondaria, così piatta e irritante da rendere il tasto "skip" un vero e proprio alleato.
Cast decisamente valido, con una Bai Lu sempre molto brava ed espressiva e un Leo Luo che ho apprezzato forse più che in altri suoi drama. La sintonia di coppia è in definitiva il punto forte di questa serie.
La durata, invece, è decisamente eccessiva per il contenuto proposto – in particolar modo il finale, diluito all’inverosimile negli ultimi cinque episodi, di fatto non necessari – e la piega melodrammatica nella parte finale rovina la leggerezza iniziale, ma gli si può riconoscere che la dolcezza tra i due attori principali è di grande consolazione. Persino l'assurda situazione dell'allergia alle lacrime di lei - condizione esistente, per quanto davvero rara - sembra avere un certo peso nella parte iniziale per poi sfumare davvero nel nulla nell'ultimo quarto di serie, quando si rispolvera la storia del padre di lei, di fatto un rabbocco di trama per una storia che aveva altrimenti esaurito tutti gli argomenti.
In definitiva, “Love is Sweet” è quel classico drama nella media, con qualche pregio ma anche diversi difetti: non lo consiglierei mai a chi cerca una storia profonda e indimenticabile, ma se si ha bisogno di una scarica di endorfine a causa di uno slow burn fatto di sguardi e battibecchi, allora è il titolo giusto. Vale la pena se si apprezzano i due attori principali, ma non escludendo di ritrovarsi a skippare diverse parti.
Short drama in preda a un desiderio ossessivo che perde di vista la trama
"Limerence" è uno short drama che ho iniziato a guardare con la speranza di poterlo apprezzare, già che l'ambientazione nell'era repubblicana cinese è un periodo che trovo sempre affascinante: un'epoca di turbolenze, dinamiche di potere in evoluzione ed estetiche straordinarie che offrirebbero terreno fertile per storie avvincenti. Purtroppo così non è stato: la serie - poco più di venti episodi da un quarti d'ora l'uno - non fa altro che ripetere pedissequamente gli stessi schemi già visti, dando vita a un prodotto talmente formulatico da sembrare assemblato con i pezzi di ricambio di decine di altri short drama ambientati nello stesso periodo.Partiamo dalla trama, o meglio dalla sua assenza. C'è il solito protagonista maschile arrabbiato, in cerca di vendetta verso la protagonista femminile o la sua famiglia. Si presenta gelido, insensibile e distaccato, ma sotto sotto – guarda un po' – cova ancora dei sentimenti molto forti. Il tutto si traduce in una serie di siparietti prevedibili: agguati e atteggiamenti possessivi spacciati per passione. Questi momenti dovrebbero essere manifestazioni d'amore, ma nella pratica sono veri e propri assalti ripetuti che sembrano pensati unicamente per alimentare la brama di qualche spettatore alla ricerca di scene intime un po' più spinte del solito. Del resto la limerenza - da qui il titolo - è una forma di desiderio ossessivo-compulsivo del tutto disfunzionale. La storia vera e propria, che dovrebbe collegare queste scenette ad effetto in modo quantomeno plausibile, riceve un investimento talmente scarso in termini di coerenza e logica da risultare in una narrazione di tattiche di spionaggio semplicemente ridicole.
Il livello di recitazione non fa molto per elevare il tenore della serie: se i protagonisti strappano una prova appena sufficiente, alcuni attori secondari offrono performance imbarazzanti, con una recitazione sopra le righe che sfocia nel comico involontario. Sul fronte della caratterizzazione dei personaggi manca completamente la profondità necessaria per rendere freschi questi archetipi consumati. Lui è esteticamente piacevole, ma privo di carisma o presenza scenica; lei è poco espressiva, il che rende il suo personaggio vuoto e insipido.
Grosso scivolone, in aggiunta, per quanto riguarda i costumi. Paradossalmente sono di solito uno degli aspetti che più apprezzo nei period drama. L'epoca repubblicana offre una moda elegante e distintiva, eppure qui la protagonista sfoggia una serie di abiti di una rara bruttezza.
Capisco che il formato short drama preveda risorse limitate. Ma mi chiedo: perché il risultato finale deve essere sempre così deludente? Perché non si investe mai qualcosa in più sulla sostanza narrativa, a discapito degli stessi abusati cliché amorosi? Ne ho visti tanti e, puntualmente, il copione si ripete. Non mi aspetto un'eccellenza quale "Fall in love" del 2021 (che però non è uno short drama e conta quasi 40 splendidi episodi), ma qualche passo avanti in termini di qualità, quello sì. Obiettivo non così impossibile da raggiungere, mentre invece ci si ritrova puntualmente sempre nello stesso identico punto di tutti gli altri drama simili già visti. In questo senso anche Limerence è rimasto, con i compagni, fermo ai blocchi di partenza.
Un amore “a prima notte“ che procede sui binari della prevedibilità
"L'umore del giorno" riportato nel titolo originale è quello che cambia, e un po' cambia anche l'umore di chi guarda questo film: si inizia con aspettative discrete e si finisce con la sensazione di aver visto un prodotto da un lato piacevole ma dall’altro incredibilmente già visto: il classico svago di un paio d’ore che non lascia il segno.Il punto di partenza è indubbiamente interessante: due sconosciuti, un affascinante e diretto manager nonché ex giocatore di basket e una capoufficio sedimentata in una relazione decennale, si incontrano nel viaggio in treno tra Seul e Busan. Lui le propone senza giri di parole una notte insieme. Lei, inizialmente scioccata, rifiuta. Una premessa che promette scintille oltre a un confronto moderno su amore, sesso e relazioni. Purtroppo, la promessa si arena quasi subito sugli scogli dei più scontati cliché del genere.
La sceneggiatura, dopo un inizio col piede giusto, scivola in un susseguirsi di situazioni prevedibili: la ragazza in carriera con i tacchi alti che fa fatica a camminare, il playboy dal cuore d'oro nascosto sotto un velo di cinismo, la rottura con il fidanzato noioso e distratto, e la fatidica notte in un motel sperduto. Tutto procede esattamente come ci si aspetta, senza mai una deviazione o una vera sorpresa. La sottotrama con il giovane atleta da ingaggiare è un riempitivo che non aggiunge spessore né alla storia né ai personaggi, così come le vicissitudini sfortunate del collega di lui o le chiacchiere con le amiche di lei. Uno spunto di partenza originale per una storia che di originale non avrà nulla, tanto per sintetizzare.
Rispetto alla caratterizzazione dei personaggi principali, la figura di Bae Soo Jung risulta spesso poco convincente e, a tratti, francamente incoerente. Viene presentata come una professionista, eppure dimentica computer e telefono il giorno di una presentazione cruciale. Si vanta con le amiche della sua fedeltà decennale, ma basta un massaggio ai piedi e qualche frase ben assestata per farla vacillare. La sua presunta "superiorità morale" rispetto al protagonista "facile" si sgretola con troppa facilità, rendendo la sua trasformazione più un espediente narrativo che un genuino percorso emotivo. Al contrario, risulta quasi irritante nella sua palese incompetenza e l’evidente considerarsi moralmente migliore di lui mentre sfrutta le sue conoscenze per incontrare il giovane giocatore di basket la rende anche un po’ arrogante e ipocrita.
Diverso il discorso per Kim Jae Hyun, interpretato da un giovane ma già molto bravo Yoo Yeon Seok: carismatico e magnetico, regala al suo personaggio quel mix di spavalderia e vulnerabilità che lo rende credibile nonostante tutto. I due attori insieme, ad ogni modo, funzionano bene e i loro dialoghi, pur basati su premesse fragili, riescono a trasmettere una scintilla autentica e una buona chimica di coppia. Le scene romantiche sono ben fatte, risultano intense e mature e riescono a riscattare la banalità della situazione. A prezioso supporto in questi momenti chiave interviene anche la colonna sonora – in particolare "Photograph" di Ed Sheeran – contribuendo all’aumento del coinvolgimento emotivo.
A conti fatti, “Mood of the day” è quel pacchetto ben confezionato, con una carta regalo curiosa e che attira l’attenzione ma che, una volta scartato, rivela un contenuto che non sorprende altrettanto. Bene comunque per una visione senza troppe pretese.
Quando la squadra conta più del caso da risolvere
“Mad Dog” è un piccolo gioiello del 2017 del genere crime coreano, uno di quei drama che rischiano inspiegabilmente di passare inosservati al grande pubblico, forse per via della trama apparentemente poco accessibile, forse perché meno appetibile rispetto ad altre serie patinate, ma che di fatto prende un tema apparentemente piatto – le indagini sulle frodi assicurative – e lo trasforma in un palcoscenico per personaggi memorabili e relazioni umane autentiche. C’è un momento, poco dopo la metà del drama, in cui tutto ciò che è stato accumulato nei primi sette/otto episodi – sospetti, indizi, dinamiche di squadra, ferite non rimarginate – esplode in una sequenza di azione ad alta tensione. Ed è proprio lì che si capisce una cosa fondamentale: questo drama non è davvero sulle frodi assicurative. È soprattutto sulle persone.La premessa è semplice: Choi Kang Woo è un ex investigatore assicurativo – e prima ancora un ex poliziotto -che ha perso moglie e figlio in un tragico incidente aereo. La compagnia liquida tutto attribuendo il disastro all’atto suicida del co-pilota, ma per lui non è abbastanza. Nasce così la “Mad Dog”, una squadra di investigatori ufficiosi che smaschera chi truffa le assicurazioni. Un lavoro che è anche – e soprattutto – una copertura per fare chiarezza su quanto accaduto nel disastro aereo. La struttura narrativa è classica, soprattutto per i kdrama di quel periodo: i primi episodi alternano casi episodici (piccole truffe, frodi domestiche) con i fili di una cospirazione più grande che lentamente si dipana. Ma la vera forza della serie non sta nei colpi di scena – per quanto ce ne siano, e anche ben congegnati – bensì nel modo in cui costruisce il suo ecosistema umano.
Yoo Ji Tae, attore che ho conosciuto e apprezzato nel ruolo secondario interpretato in “Healer” e, successivamente, anche quale personaggio di rilievo in “Vigilante” (ambedue serie ad alto contenuto di azione e indagini), qui da il meglio di sé: figura centrale che comunica con gli occhi più che con le parole, regala un Choi Kang Woo trattenuto e vulcanico allo stesso tempo. La sua rabbia è una brace che cova sotto la cenere, pronta a divampare quando meno te lo aspetti. E quando finalmente esplode, nelle scene finali, si comprende perché ha trascorso sedici episodi a trattenerla. Il dolore vivo con il quale convive è palpabile, nonché forza motore del suo tirare avanti, con un unico e chiaro obiettivo al quale si dedica completamente, già che i saltuari momenti in cui si lascia andare alla nostalgia dei ricordi sono tanto strazianti da risultare insopportabili.
Poi c’è lui, Woo Don Hwan. E qui bisogna fermarsi un attimo. All’epoca un volto quasi nuovo, ma che già faceva parlare di sè come di una promessa. E con “Mad Dog” quella promessa si è trasformata in certezza. Il suo Kim Min Joon - o Jan Gebauer, volendo utilizzare la sua ufficiale identità tedesca - è un personaggio stratificato e ambiguo, ma indiscutibilmente magnetico. Si presenta come il fratello minore del co-pilota additato quale responsabile dell'incidente aereo, un truffatore cresciuto all’estero in seguito ad adozione, che veste bene, mostra un atteggiamento spavaldo e ha un sorriso compiaciuto, provocatorio o sardonico a seconda dell’angolazione. Ma sotto la superficie dell’apparenza, Min Joon è un giovane solo, ferito, alla disperata ricerca di una famiglia. La sua evoluzione – da lupo solitario a membro integrante del “branco”, già che di “cani rabbiosi” si parla – è il cuore pulsante della storia.
La squadra si completa con Jang Ha Ri (l’Attrice Jang), ex-ginnasta diventata poi investigatrice e con la grinta di chi non molla mai. La chimica con Min Joon è elettrica, per quanto il drama riservi allo sviluppo – o meglio all’accenno – del romance tra i due davvero troppi pochi momenti, ed è un vero peccato. Park Soon Jung (Ghepardo) è il classico duro dal cuore tenero, capace di farti sorridere in una scena e commuovere in quella successiva. On Noo Ri (Pentium) è il giovanissimo genio informatico allergico al sole, tenero e goffo. La forza del drama sta nel far affezionare lo spettatore a questi personaggi così tanto da far passare in secondo piano la vicenda legata a crimini e cospirazioni. I momenti migliori non sono quelli in cui smascherano i colpevoli, ma quelli in cui si scambiano uno sguardo complice, si coprono le spalle, litigano e fanno pace. La “famiglia trovata” è un tropo caro ai drama coreani, ma qui funziona in modo particolarmente autentico.
Certo, non mancano i difetti. La serie ha un problema di ritmo nella parte centrale, quando le spiegazioni tecniche sulle frodi assicurative si fanno più fitte e il gergo legale rischia di appesantire la visione. Tanti sono i dettagli così come i personaggi secondari o di contorno che entrano via via in scena, e la struttura a “gatto e topo” – i buoni sono un passo avanti, poi un passo indietro, poi due avanti – diventa a tratti ripetitiva. Sul fronte dei cattivi troviamo quelli evidenti fin da subito, quelli più insospettabili, ivi compresi coloro che tradiscono la fiducia. Arrivati a un certo punto la distinzione dei due schieramenti diventa netta e il resto del drama si concentra non tanto sul chi dovrà essere punito ma piuttosto sul come arrivare a punirlo, ottenendo così giustizia. Ad ogni modo, tra tutti i cattivi spicca di sicuro Choi Won Young, attore carismatico e di talento che regala un Joo Hyun Gi inquietante al punto giusto.
Nel finale la carica emotiva è decisamente impattante: giustizia è fatta, le cicatrici iniziano a rimarginarsi, Min Joon capisce finalmente di avere un posto nel mondo e imposta le basi per quella relazione fraterna che gli è stata sottratta. Con qualche sorriso e qualche lacrima, la serie trova la degna conclusione senza strafare e senza melodrammi eccessivi. La colonna sonora merita una menzione speciale: la traccia “What I Want” di NiiHwa, caratteristica e orecchiabile, riesce a rievocare l’atmosfera delle notti di indagini e inseguimenti.
In conclusione, è un drama che consiglio a chi ama le storie di squadra e apprezza le Bromance, con personaggi ben caratterizzati che si scelgono l’un l’altro e un crime che non si prende troppo sul serio ma sa essere serio quando serve. Non è però per tutti: chi cerca ritmi serrati o un romance più importante – non nego che quest'ultimo mi sarebbe piaciuto - potrebbe restarne un po’ deluso.
L’umanità di un mostro in un thriller-romance incredibilmente intenso
Non mi aspettavo un drama così intenso, bello ma al tempo stesso difficile da guardare. L’avevo erroneamente scambiato per una serie coreana, forse perché la trama tutto sembrava fuorché un cDrama: è invece una produzione taiwanese, ottimamente riuscita, che decide di osare su molti fronti, fornendo uno spaccato duro ma incredibilmente reale e indubbiamente coinvolgente.L’inizio è particolarmente cruento, aspetto sicuramente utile allo spettatore titubante e abituato ai drama “standard” per capire che, forse, questa visione non fa per lui. Li Jen Yao viene introdotto così, all’apice della sua efferatezza ripetuta: l’idea del documentario sulla sua storia, mentre è in attesa della condanna a morte, fa chiaramente intendere un lungo e complesso tuffo nel passato della sua vita.
Appare inoltre fin da subito chiaro un nesso nascosto tra la figura della giovane reporter Chou Pin Yu e il pluriomicida: legame di cui lei è palesemente inconsapevole, ma che a lui – e all’amata cugina di lei, dall’aria fin da subito molto sospetta – è di certo ben noto. Altra cosa che stupisce è il suo essere dipinto come un serial killer atipico, particolarmente collaborativo nella ricostruzione dei fatti – non li nega, anzi, sembra esserci a monte una scelta anticipata e consapevole dell’assunzione di responsabilità – quanto ermetico rispetto al movente. Le strane visioni di Pin Yu sottolineano inoltre il legame con la misteriosa studentessa del passato, da lei etichettata come un fantasma inquieto ma che appare subito ben chiaro essere molto più di questo.
Il flashback agli anni del liceo presenta due giovani emarginati: da una parte Hsiao Tung, promettente ballerina spesso presa di mira ma che mostra comunque grande determinazione, una famiglia sana e affidabile alle spalle e difficoltà a integrarsi con i pari, fatta eccezione per la migliore amica, Yu Chen. La situazione di Li Jen Yao appare fin da subito molto più drammatica: malvisto dai compagni di classe e dai docenti, vive in un contesto famigliare particolarmente degradato, dove la madre debole e succube non riesce a ribellarsi al marito violento, nemmeno quando a farne le spese è proprio Jen Yao, continuamente braccato dai delinquenti ai quali il padre deve dei soldi. Questo quadro racconta anni di violenze fisiche e psicologiche. Ne risulta un ragazzo solitario e concentrato solo sul “tirare avanti”, oltre che disilluso per quanto riguarda i rapporti umani (del resto non ha mai avuto nessuno dalla sua parte, nemmeno la madre, unica figura agli occhi della quale – è palese – vorrebbe essere importante).
Nel contesto scuola, oltre al gruppo di bulli – che spaziano dal figlio viziato di un ricco e potente politico al ragazzo sovrappeso e codardo quando non nel branco – emerge un’altra figura chiave: Lin Yu Chen, compagna di scuola e migliore – non che unica – amica di Hsiao Tung: un primo colpo di scena, già che nel presente risulta essere – con un propizio cambio di nome - la cugina di Chou Pin Yu. Anche Yu Chen vive una situazione complicata, fisicamente e psicologicamente tormentata dalla nonna paterna che riversa su di lei l’odio profondo nei confronti della nuora, sparita dopo aver (a suo dire) rovinato la vita del proprio figlio causandone la morte. Fin da subito è chiaro che se per Hsiao Tung Yu Chen è solo un’amica, quest’ultima nutre nei suoi confronti sentimenti più profondi.
Un casuale incontro sul tetto avvicinerà per la prima volta Li Jen Yao e Hsiao Tung: una prima chiacchierata e il ritrovarsi successivamente apprezzando la reciproca compagnia – più cercata da Hsiao Tung già che inizialmente Jen Yao la scambia per pietà – diventa la base per la nascita di un’amicizia che vorrebbe poi evolvere in qualcosa di più. A questo punto ci si aspetta la contro mossa di Yu Chen quale rivale – ufficiosa – in amore: in realtà finirà per esporsi in prima persona nell’ultimo modo che ci si potrebbe aspettare, il tutto per proteggere Hsiao Tung da un provvedimento scolastico. Questo fatto scatenerà una serie di conseguenze che da una parte l’allontaneranno definitivamente da Hsiao Tung (scapperà di casa per fuggire alla nonna iraconda e cambierà città, ritrovando la madre perduta), ma dall’altra le faranno capire che – anche se solo come amica – l’affetto di Hsiao Tung nei suoi confronti è sincero e profondo, già che la nasconderà inizialmente a casa propria per poi accompagnarla nel trasferimento in un’altra città. Forse questa onestà da parte di Hsiao Tung porterà Yu Chen ad accettare l’idea di farsi da parte: quando a Taipei incontreranno Li Jen Yao, Yu Chen suggerirà al ragazzo di dichiararsi, e di non fare il suo stesso errore. Non saranno mai amici, ma onesti rivali e, soprattutto in futuro, alleati nel proteggere Hsiao Tung a qualunque costo.
Il fulmine a ciel sereno – “sereno” si fa per dire, data la già notevole quantità di elementi drammatici introdotti – arriva quando Hsiao Tung decide di aiutare Lin Yu Chen nel risolvere i problemi legati ai debiti del padre, che a loro volta sono collegati a Ti Ou Yang, il sopracitato “figlio di papà” a capo dei bulli della scuola. Il piano di Hsiao Tung fallisce, viene scoperta e la situazione prende una piega agghiacciante: la ragazza diventa vittima di uno stupro di gruppo. Li Jen Yao, massacrato di botte nel tentativo di raggiungerla, non arriverà però in tempo per salvarla, aspetto di cui si colpevolizzerà a vita.
Una distrutta Hsiao Tung si trasferirà altrove con la famiglia, con l’intento di voltare pagina, mentre i giovani seviziatori rimarranno impuniti grazie alle pressioni nei giusti ambienti da parte della potente famiglia di Ti Ou Yang, che metterà quindi a tacere l’intera vicenda. La rabbia incontenibile e il senso di impotenza porterà il padre di Hsiao Tung a un’azione impulsiva (cercherà – senza grande successo - di investire il gruppo di bulli) ma che si risolverà nel definitivo bisogno di trasferirsi altrove. Li Jen Yao e Hsiao Tung si saluteranno sul tetto della scuola: lei, per quanto a pezzi e desiderosa di ricominciare una nuova vita, darà comunque appuntamento a lui di lì a cinque anni sullo stesso tetto, per festeggiare il Natale. La rabbia e il dolore di Li Jen Yao nel vederla così prendono il sopravvento e, mostrando una maggiore arguzia rispetto al padre di Hsiao Tung, riesce poco più tardi a fare emergere il collegamento col giro di droga e la famiglia Ti, arrivando a pugnalare platealmente Ti Ou Yang: l’intenzione non è quella di ucciderlo ma di attirare su di sé lo sguardo dei media per dare risalto alla vicenda, in seguito alla quale il padre di Ou Yang perde effettivamente le elezioni alle quali è candidato. Li Jen Yao viene quinti denunciato e condannato a sei anni di prigione (aspetto che aveva anticipatamente messo in conto e del quale non si pente). Esce, dopo aver scontato la pena, e si mette alla ricerca di Hsiao Tung, lavorando nel frattempo per una ditta di pulizie professionali. Trova traccia dell’appuntamento che si erano dati sul tetto della scuola (le decorazioni di Natale e il messaggio di augurio di Hsiao Tung), evento ormai passato da due anni e al quale non si era potuto presentare in quanto rinchiuso in carcere.
L’incontro con Hsiao Tung avverrà praticamente per caso: un volto diverso, una giovane donna non vedente, un nome diverso e riferimenti a una vita che nulla hanno a che vedere con Hsiao Tung. La riconosce a livello istintivo, ma tutto sembra fargli intendere che si tratti di un errore. Il dubbio avrà breve durata e diventerà chiaro che Tieng Chin altri non è che una nuova personalità di Hsiao Tung, sviluppata quale meccanismo protettivo in seguito a un tentato suicidio dopo aver visto la diffusione del video che riprendeva lo stupro (in realtà lo spettatore avrà modo di incontrare anche un’altra personalità generata dal disturbo dissociativo, la ragazza col bruco dipinto sul dito e amante dei lecca lecca, personalità di forte spirito che subentra in alcuni momenti chiave a protezione di Hsiao Tung). Li Jen Yao e Tieng Chin si avvicinano e iniziano una relazione, con lui distrutto per quanto patito dalla ragazza di un tempo e deciso a fare tutto il necessario per farla vivere serenamente, anche a costo di nasconderle la verità. L’apparente soluzione si rivela però inefficace quando uno degli stupratori – angosciato dal senso di colpa – rintraccia Tieng Chin e senza il minimo riguardo per la fragilità della donna la assilla in cerca di perdono: l’episodio distrugge nuovamente il già precario equilibrio della donna, che tenta un nuovo gesto estremo e si rifugia in una nuova personalità. Li Jen Yao capisce di dover prendere le distanze e che non basta cancellare il passato dalla memoria di lei per proteggerla per sempre: l’unico modo certo è quello di eliminare tutti coloro che sanno – ovvero i responsabili – ed evitare così qualsiasi possibile loro ritorno nell’attuale o futura vita di lei. Il primo omicidio non è premeditato, Jen Yao sembra perdere effettivamente la ragione in una situazione provocatoria in cui viene portato oltre il limite. I successivi, invece, sono tutti voluti e meticolosamente pianificati. La vede come unica soluzione possibile e, ritenendosi responsabile di tutte le sventure di Hsiao Tung, si sente in dovere di intraprendere questa strada, con la consapevolezza di diventare a sua volta un mostro e di doversene poi assumere tutte le responsabilità. L’uccisione della moglie e del figlio di uno dei seviziatori non è premeditata: Jen Yao si trova davanti a un quadro famigliare di abusi simili a quello della sua infanzia, la sua mente ormai troppo messa alla prova cede e sovrappone le due cose: quando uccide il bambino – scena fortissima – di fatto sta uccidendo sé stesso. Nella sua vita è stato a suo modo una vittima di ciò che ha subito e di ciò di cui si è convinto, ovvero di essere il responsabile di tutto quanto è andato storto, anche se di fatto non è così.
Ho apprezzato che il drama non punti a giustificare le sue azioni, già che di fatto non sono né giustificabili né perdonabili: non esistono mostri con cattive intenzioni e mostri con buone intenzioni. Al più potremmo fare distinzione tra mostri senza motivo (i bulli della scuola) e mostri con una motivazione, come nel suo caso, dove si spiega l’iter che lo ha portato a quel punto senza però giustificarlo. A sorprendere più di tutto, in questo drama, è il ritratto complessivo e complesso del personaggio, portato più volte psicologicamente al limite come Hsiao Tung, pur in forma diversa e con conseguenze nel suo caso imperdonabili. Riuscire a far emergere l’umanità e accettare la presenza della stessa anche nel “mostro” è sicuramente l’obiettivo più arduo che la serie si pone, ma che raggiunge egregiamente: Jen Yao è un mostro, non un eroe e nemmeno un antieroe. Ma è anche umano.
E’ con la serenità di chi ha raggiunto il proprio obiettivo che Li Jen Yao va incontro alla condanna a morte: Hsiao Tung è tornata sé stessa e ha finalmente voltato pagina, il suo futuro non potrà più essere minacciato dal suo passato. Il drama chiude con un passaggio alquanto difficile, che non va però frainteso: quello di Hsiao Tung non è il gesto estremo di chi cerca una via di fuga – come accaduto in passato – bensì l’espressione di una scelta consapevole fatta in totale libertà – libertà datale dal “sacrificio” di Lin Jen Yao - e senza pressione/influenza alcuna, per quanto moralmente discutibile. La scena finale è un tributo – ovviamente immaginario – ai due protagonisti, di nuovo giovani e riuniti sul tetto della scuola a festeggiare – finalmente – il loro primo Natale insieme.
Il drama si caratterizza per un linguaggio insolitamente crudo e volgare, scene e riferimenti espliciti, descrizione e immagini dei delitti abbastanza raccapriccianti. E’ un thriller con una componente drammatica particolarmente intensa e al contempo un romance sofferto estremamente coinvolgente. Rispetto alla musica, il “Clair de lune” di Debussy è un brano classico che – come altri – non si può che trovare sempre splendido, tra l’altro ben contestualizzato nella vicenda. Questa scelta sembra però voler escludere la presenza di altri brani originali, ma va bene così. Cast eccellente: ho trovato la recitazione di tutti i personaggi principali – e buona parte di quelli secondari – estremamente credibile e convincente, nonostante ruoli e o scene tutt’altro che da manuale.
Apprezzabile ma non indispensabile il simbolismo legato alla farfalla nera e alla falena, che si conclude con le due che volano insieme alla luce del giorno. Un appunto sull’immagine di locandina – sia della prima che della seconda parte nella quale è suddiviso il drama – che ho trovato piuttosto fuorviante: gli abiti semi-eleganti quale giacca e dolcevita nero di lui nella versione adulta fanno pensare a un’evoluzione della trama in una direzione diversa e che di fatto non c’è.
Un corto BL semplice ma allo stesso tempo efficace
Cortometraggio BL che - devo ammettere - ho inizialmente sottovalutato, mentre invece è stato capace - a modo suo - di stupirmi.E' uno spaccato breve e semplice, leggero e spensierato, senza chissà quali pretese o riferimenti particolarmente profondi.
La qualità è quella di un prodotto a bassissimo budget: riprese quasi amatoriali, inquadrature fisse, suoni dal volume altalenante e con una fastidiosa profondità di fondo, illuminazione non particolarmente curata. Non è un prodotto di cui apprezzare scenografia, fotografia, costumi o regia, insomma.
Il pregio di questo piccolo spaccato sta tutto nell'imprevedibilità della vicenda: inganna abilmente lo spettatore dando inizialmente l'impressione di una situazione piuttosto scontata, salvo poi giocarsi una chiave di lettura del tutto inaspettata.
Piace inoltre la percezione di una relazione stabile e serena tra i due che non deve evolvere, non viene messa alla prova, ma è invece una costante riportata dai due attori con grande naturalezza.
Uno scorcio che in venti minuti scarsi regala qualcosa di semplice ma efficace.
Rom-com classica (per trama e difetti) con un ML singolare e a suo modo carismatico
Drama per nulla pretenzioso. Nel concreto, non è davvero niente di che. Commedia classica, piena di clichè, con una storia prevedibile e tutto sommato semplice. Nessun significato nascosto da ricercare, nessuna tematica trattata in modo particolarmente profondo. Una serie "all'acqua di rose", insomma.Il primo terzo è sicuramente la parte meglio riuscita. Fosse stato al contrario e la parte migliore fosse stata l'ultima, probabilmente non l'avrei vista poiché l'avrei abbandonato prima.
Nonostante un giudizio complessivamente appena appena sufficiente, l'ho guardata per certi versi volentieri. Non certo per la storia in sè, ma per il carisma dell'attore protagonista.
Non un attore bellissimo - sebbene nel drama vesta i panni di un Idol che si atteggia a super figo - e possiamo serenamente dire anche non particolarmente talentuoso a livello di recitazione. All'apparenza inoltre ricorda più un adolescente che un uomo adulto (cosa che all'inizio mi confondeva, non capivo se stava impersonando un ragazzo o che cosa), ma dotato di una qualità naturale che difficilmente si può acquisire altrimenti: il carisma. Non affascina, non intriga... Ma piace vederlo.
Lo si segue quindi con interesse mentre presenta episodio dopo episodio il suo personaggio, un giovane idol scorbutico e arrogante, testardo e imprevedibile. Nel rapporto datore di lavoro-dipendente che si instaura tra i due all'inizio lui non fa altro che sbraitare, sebbene sia chiaro nasconda qualcosa di più interessante, nel profondo. Tra piccoli gesti accorti compiuti con apparente noncuranza e la scoperta di eventi passati che un po' spiegano il perchè delle sue scelte, la vicinanza della nuova e improbabile assistente promuoverà in You Xi tutta una serie di cambiamenti e scoperte, non ultimo l'amore (fermo restando che rimarrà testardo e impulsivo nel predere certe decisioni e posizioni). Yuchi Yao Yao è una protagonista carina, ma tra i due rimane un po' in ombra. Rispetto alla recitazione, non so se l'attrice si sia trattenuta per dare a Yao Yao il profilo della ragazza con un "livello emozionale basso" (così come la definisce You Xi) o se la carenza stia anche nel limite della capacità interpretativa. Personaggio brioso e vivace, necessario per dare un po' di enfasi ad alcuni episodi altrimenti piatti, è sicuramente la giovane Pan Duo: una figura spumeggiante ma mai fastidiosa, capace di dare il giusto equilibrio al tono della serie. Sul fronte dei cattivi, invece, tanta desolazione: che sia l'attore nemesi di You Xi piuttosto che l'ex fidanzato di Yao Yao, il risultato è piuttosto deludente. Sfruttata male anche la co-protagonista raccomandata, incapace e poco brillante di You Xi, figura che è risultata semplicemente insipida mentre poteva essere impiegata meglio.
Nonostante nella prima parte You Xi passi la maggior parte del tempo a fare il viziato capriccioso, è però anche la parte del drama dove la storia tutto sommato rientra nell'accettabilità. Dal ritorno all'università per il corso di formazione in avanti si tende a superare quella che è la soglia del buonsenso in termini di esagerazioni, i clichè abbondano e diventano sempre più palesi e meno credibili, mentre la trama va perdendo di consistenza: lui e lei stanno finalmente insieme, la carriera di lui ha subito un duro colpo ma vuole ripartire meglio da zero. Tutta l'ultima parte è dedicata a riscattarlo agli occhi dei fan, "punire" i "cattivi" e a farlo tornare in auge (era così necessario dedicare tutto quello spazio? Non credo).
La logica manca anche in altri aspetti: lui è un idol super famoso, ma va in giro tranquillo come fosse uno qualunque e non se lo fila nessuno. Lei soffre di attacchi di panico nei luoghi affollati, ma quando sarà il momento - ah, l'amore, che miracolosa medicina! - riuscirà a fare un discorso decisivo davanti a tutti (tra l'altro in una delle scene più imbarazzanti, dove un evento stampa diventa teatrino di accuse e contro accuse dei personaggi che irrompono sul posto con affermazioni ridicole, se si pensa al contesto, ma sventolando foto o chiavette usb con filmati quali "prove inconfutabili" per mettere a tacere un gossip piuttosto che un altro). Si può sorvolare e accettare l'irrealtà di alcune situazioni, ma solo fino a un certo punto.
INIZIO SPOILER!
Il finale adotta un meccanismo già visto che davvero non mi piace: nel bel mezzo di una scena non particolarmente significativa, il lui (come in questo caso) o la lei della vicenda - senza motivo o riferimento alcuno - richiama alla mente tutti i bei momenti passati, si leva pian piano la musichetta dal sottofondo ed ecco... I titoli di coda! Per la serie: non sapendo come chiudere in bellezza facciamo che proponiamo una carrellata dei momenti migliori così abbiamo risolto.
FINE SPOILER!
A conti fatti, una commedia dai classici difetti, come ce ne sono mille altre. Quell'intermezzo spensierato che non lascerà il segno ma che, allo stesso modo, male non fa. Quanto meno, tra tanti titoli equivalenti, questa si gioca la carta del carisma che - nonostante il personaggio sia inizialmente tutto fuorchè simpatico o amabile - l'attore protagonista sembra saper suscitare.

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