Un drama che non si guarda, ma che si respira.
“To the Wonder” è un’esperienza visiva e sensoriale che va oltre la semplice narrazione. Ambientato nella prefettura cinese dell’Altai, tra le verdi steppe e le montagne innevate dello Xinjiang, questo piccolo gioiello incanta non tanto per colpi di scena mozzafiato, quanto per la sua straordinaria capacità di raccontare l’anima di un luogo e delle persone che lo abitano.C’è una frase che resta a mio avviso particolarmente impressa e che coglie l'essenza intima del drama: “Se nessuno usa l’erba, lei è comunque felice di esistere nel prato. È libera, no?”. In soli otto episodi - che sono perfetti come durata - questa serie non racconta solo la storia di Li Wen Xiu, una giovane aspirante scrittrice che si trasferisce nella remota regione dell’Altai, nello Xinjiang. Racconta anche e soprattutto il diritto delle cose – e delle persone – di esistere senza dover essere utili a qualcuno.
Ambientato oltre vent’anni fa, “My Aletai” - titolo originale che trovo più intimo e vero - è un adattamento dei saggi di Li Juan. E si sente: non c’è la struttura rigida del drama televisivo costruito a tavolino, ma il fluire lento e naturale della vita di un villaggio kazako. Qui le stagioni comandano, le greggi si spostano verso i pascoli estivi, e la modernità è un’ombra lontana che pure si allunga già sulle tende di feltro.
La forza della serie è tutta nella sua autenticità. Gli attori locali, i volti veri dei pastori, le parole in kazako pronunciate con accento sincero: tutto concorre a creare un’opera che sembra più un documentario poetico che un drama. E poi c’è lui, Yu Shi, e il suo notevole cimentarsi nell'imparare a memoria i dialoghi in una lingua che non è la sua e a montare a cavallo senza controfigure.
La regia propende per un tono misurato, mai didascalico. L’umorismo c’è, ma non tradisce mai la fatica di una vita in cui il lusso più grande è dormire in un letto asciutto. E così, tra una festa nuziale e una trattativa di matrimonio, tra il sapone medicato fatto col grasso di pecora e i predatori di giada che arrivano da fuori, ci si accorge che non stiamo guardando una storia: ci stiamo vivendo dentro.
La coppia principale – Wen Xiu e Batay – è quasi un pretesto. Il vero amore qui è per la comunità, per il pascolo che torna verde ogni estate, per il gesto antico di spostarsi con le bestie. I conflitti generazionali esistono, certo: i giovani guardano altrove, gli anziani stringono i denti. Ma non c’è giudizio, solo sguardi che cercano di capire.
E poi c’è il paesaggio. Non si contano gli screenshot, le inquadrature che sembrano dipinti. L’Altai non è solo uno sfondo: è un personaggio, silenzioso e potente, che tutto contiene e tutto perdona.
In conclusione, un vero e insolito gioiello. Non è però un drama per chi cerca colpi di scena o idol patinati. È per chi ha voglia di fermarsi, di ascoltare il fruscio del fiume, di capire il vero significato del concetto di libertà. È piccolo, ed è immenso. Come la prateria.
Ogni promessa è debito...La vera "leggenda" di questo drama.
Ho sempre visto il trailer di un film/drama come una sorta di promessa, un anticipo di ciò che potrai aspettarti dalla visione.Promettere tanto e non mantenere l'impegno è peggio che promettere poco ma essere di parola. Niente lascia l'amaro in bocca quanto le aspettative disattese.
Con "Legend of the female general" mi sono ritrovata - ahimè - nel primo dei due casi: un trailer accattivante che prometteva imprese epiche e la figura di una donna straordinaria.
Non è un brutto drama - non lo è davvero - ma sulla carta doveva essere qualcos'altro. La serie abbraccia diversi genere, dal romance al wuxia, senza tralasciare scenari militari e intrighi. Ma nessuno di questi aspetti eccelle singolarmente e, nell'insieme, la leggenda diventa più di nome che di fatto.
La protagonista femminile doveva essere il perno centrale e l'idea del suo personaggio è comunque interessante: una donna forte e indipendente, tenace nell'inseguire i suoi obiettivi, che non accetta di cedere di un millimetro rispetto a quanto ottenuto con fatica, al di là del genere, del nome, del passato, dei rapporti famigliari, di tutto quanto. Una persona di valore che vuole essere riconosciuta come tale per i propri meriti, né più né meno.
Questa giovane, abile e astuta donna mostra spesso però anche atteggiamenti e moine spesso infantili, sorrisetti divertiti e/o canzonatori... Momenti simpatici, per l'amor del cielo, ma poco in linea con l'immagine di una donna che nel passato recente era riconosciuta come un grande e valoroso generale, pur spacciandosi uomo. L'addestramento al campo assomiglia spesso al ritiro di un campeggio estivo.
Discordanze di questo tipo si riscontrano anche nel protagonista maschile: attore calzante per un personaggio ben pensato, che brilla di suo ma senza voler oscurare la controparte femminile, dove ammirazione e rispetto per l'altro contano quanto il coinvolgimento sentimentale. Però anche qui ogni tanto qualcosa stride: il nostro Comandante, così intelligente, acuto e attento - capace di cogliere la natura delle persone in una frazione di secondo in base a un passo felpato o a un minimo gesto - non riconosce il cambio di persona quando il vero He Ru Fei prende il posto di He Yan: cambia la corporatura, cambia la voce - una voce che si presuppone lui conosca da anni - e lui non se ne accorge minimamente. Non solo, ritrova He Yan al tempio nel periodo in cui era cieca e successivamente ci si interfaccia giorno (e notte) al campo di addestramento e...Niente, non collega proprio i puntini. Poco coerente, davvero.
I personaggi secondari sono molti e penso che su ciascuno di loro sia stato fatto un buon lavoro di caratterizzazione, nel complesso: non c'erano figure le cui scene avrei saltato a piedi pari. Alcuni un po' stereotipati, altri più interessanti: nell'insieme si può dire che hanno fatto la loro parte.
Sul fronte del ritmo e della capacità di mantenere alta l'attenzione, qualcosa è mancato. I primi dieci episodi li ho seguiti con grande interesse, tanti i personaggi da conoscere e inquadrare, molti dei quali alle prese con mosse e contromosse, tattiche, sotterfugi e secondi fini. Alla lunga però l'impressione è stata quella di episodi sempre più lenti, meno accattivanti, con un senso di pesantezza che emergeva pian piano. Forse 33 episodi sono stati eccessivi per la vicenda narrata o forse ci sarebbero potuti anche stare ma a patto di rendere la visione più stimolante: se la curiosità va scemando, qualcosa non ha sicuramente funzionato a dovere.
Una serie partita in pompa magna, presto ridimensionata nelle aspettative, conclusa non dico per inerzia ma sicuramente con un senso di pesantezza al seguito. Sono passata da un elettrizzato "chissà cosa succederà ora!" a un monotono "va bene, è successo questo, ci sta, passiamo oltre".
Bella l'idea di una guerriera leggendaria, magari prima o poi la vedremo. Ma non in questo drama, che si lascia comunque guardare e per alcuni aspetti anche apprezzare, con un approccio di accettazione finalizzato a "passare oltre".
Il film è uno storico ambientato all'epoca Goryeo, con una trama molto intensa e animata! Amore, onore, rispetto e passione, nonché gelosia, pazzia e vendetta, sono i cardini della storia che ruota intorno al triangolo amoroso di un Re, del suo fedele uomo di fiducia e della Regina! Non conoscevo i dettagli della trama per non rovinarmi la sorpresa perciò non entri nei dettagli della storia, però posso dire che anche a una come me che non ama particolarmente questo genere storico è apparso molto scorrevole e piacevole, e anche se non è uno di quelli che rivedrei una seconda volta, confermo i tanti pareri positivi a riguardo e lo consiglio!!! l'attore che interpreta il re è Joo Jin Mo ovvero il mio beniamino in Empress Ki che in questa pellicola è apparso ben diverso da come me lo ricordavo, e seppur facendomi innervosire parecchio, ha confermato le sue ottime qualità attoriali! Bravissimo anche il suo fedele servitore che non avevo mai visto finora e mi ha incuriosito parecchio e infatti intendo andare a spulciare tra i suoi lavori, tirando fuori dal cilindro un paio di suoi titoli che avevo già in nota!
L'infelice binomio dato da una sceneggiatura banale e un attore di grande talento
Titolo atteso da tempo in quanto ritorno a un romance drama di Song Joong Ki, attore versatile e poliedrico la cui fama è cresciuta in modo esponenziale grazie al celebre e iconico “The Discendants of the Sun” di una decina di anni fa. Successivamente protagonista di altri drama e film meritevoli dove ha dimostrato – soprattutto in questi ultimi – di non essere solo un bel volto capace di affascinare nel ruolo dell’aitante capitano delle forze speciali piuttosto che nel magnetico boss della malavita ma di saper annullare il piano estetico e dare vita a personaggi di una profondità introspettiva impressionante.Le aspettative non erano alte, diciamo pure altissime. La delusione, di conseguenza, è stata a dir poco cocente.
La sceneggiatura di “My Youth” è qualcosa di davvero indefinito e inconsistente: un drama nemmeno troppo lungo – conta solo dodici episodi – che fatica comunque a trovare una propria identità. Il tema iniziale è quello del giovane, anonimo e tranquillo fiorista con un passato da ex bambino prodigio, che diventa suo malgrado oggetto di attenzioni da parte di produttori che vogliono riportarlo davanti alle telecamere e rispolverare così i suoi anni d’oro. La figura che fa da collante si rivela essere la giovane compagna di studi degli anni dell’adolescenza e con la quale, complice la difficile situazione che lui stava vivendo all’epoca, non era riuscito a cogliere l’opportunità di vivere una bella storia d’amore. Il tema della seconda chance si infila così nella vicenda e diventa via via predominante, mentre l’incipit iniziale si affievolisce fino a diventare un elemento quasi di contorno. Il focus si sposta quindi sul romance, tra alti e bassi che li vede avvicinarsi e allontanarsi più volte, in vari tentativi minati da un mancato tempismo ma che riescono comunque a concludersi - a un certo punto – con la formazione della coppia. Siamo ben lontani dall’ultimo episodio e sembra non esserci altro da spremere rispetto alla love story, per come impostata e sviluppata. Così, nel mentre che la coppia va formandosi, si provvede a un ulteriore rabbocco di trama, aggiungendo l’elemento della malattia degenerativa di lui.
Non è un grande drama sulla storia di un bambino prodigio cresciuto poi nell’anonimato e affrontando mille difficoltà. Non è neanche il racconto di un’indimenticabile storia d’amore e nemmeno la toccante vicenda che coglie l’essenza di una vita provata da una malattia terminale. E’ piuttosto un mix deludente di tutte queste tematiche, dove nessuna eccelle ma nel complesso vengono tutte un po’ bistrattate.
Se ho apprezzato qualcosa, sono stati i legami famigliari. In particolar modo quello tra Sunwoo Hae e il padre, figura chiaramente debole e incapace di assumersi le più banali responsabilità tipiche dell’età adulta e che, per questo, si può disprezzare ma non si riesce veramente a odiare. Interessante anche il rapporto con la sorellastra minore e il fratellastro acquisito.
Cast secondario valido, dove spiccano Jin Kyung e Jo Han Chul. Rispetto ai protagonisti, l’attrice femminile non mi ha convinta affatto e non sono riuscita a prenderla in simpatia: è rimasta lì, come un personaggio scritto sulla carta, un po’ insipida e un po’ incolore.
Diverso il discorso per Song Joong Ki, pezzo forte del drama in tutti i sensi e unico motivo per cui – facendomi forza – sono giunta alla fine della serie. Una colonna portante che, da sola, non ha avuto comunque la possibilità di tenere in piedi l’intera serie. Sprecato per il tenore di una storia complessivamente fiacca, costretto nei limiti di una sceneggiatura ordinaria e priva di originalità e, di conseguenza, impossibilitato a dare prova del suo noto talento. I miracoli, come tutti, non li può fare.
Attendevo da anni il suo ritorno a un drama romantico, è un vero peccato che sia incappato in una produzione che davvero non lo meritava. In un’intervista ha recentemente affermato di non essere sicuro di saper ancora fare dei melodramma con l’avanzare dell’età… Io dico di sì, a patto di scegliere il titolo giusto.
Drama da archiviare. Per i fan di Song Joon Ki: voltiamo pagina e confidiamo nel prossimo drama.
Una fiaba oscura sul destino, l’umanità e il prezzo delle emozioni
Whisper of Fate è molto più di un drama fantasy o romantico: è un racconto che esplora, con profondità e complessità, il concetto di libero arbitrio, equilibrio tra luce e ombra, e il valore delle emozioni nell’esperienza umana. Guardando questo drama con occhi attenti, emerge chiaramente come ogni personaggio e ogni evento sia funzionale a una riflessione filosofica: cosa significa essere veramente vivi in un mondo governato dal destino e dalle forze divine?Tang Li e l’Artefice: due facce di un’unica realtà
Il cuore della serie risiede nel rapporto tra Tang Li e il suo alter ego, l’Artefice. Tang Li rappresenta l’umanità: imperfetta, vulnerabile, emotiva, ma capace di crescita, scelta e amore. L’Artefice, invece, incarna la parte fredda, calcolatrice e “divina”: creatore di ordine, esseri perfetti ma privi di cuore, artefice di un mondo controllato, senza caos emotivo.
La loro interazione non è una semplice lotta tra bene e male, ma una metafora delle scelte interiori dell’essere umano:
Tang Li rappresenta l’emozione, la compassione, la libertà di sentire e vivere
L’Artefice è la razionalità estrema, la logica assoluta, il controllo totale, la perfezione senza anima.
Il loro conflitto rappresenta una tensione filosofica universale:
l’equilibrio tra ordine e caos, ragione e sentimento, destino e libero arbitrio.
Solo integrando queste due forze , senza lasciarsi dominare né dall’una né dall’altra , è possibile raggiungere una vita piena e autentica
I burattini, così centrali nella narrazione, non sono solo elementi narrativi: sono rappresentazioni del destino che manipola l’uomo. Chi diventa un burattino ha perso la propria volontà, subordinato all’ordine esterno imposto dal Burattinaio o dall’Artefice
Dal punto di vista psicologico, questo rappresenta ciò che succede quando gli individui non riconoscono le proprie emozioni, ignorano il proprio mondo interiore e si lasciano plasmare dalle circostanze esterne. Il drama ci mostra che l’assenza di emozioni, pur garantendo stabilità e potere, porta a una vita vuota e senza significato.
Il messaggio più importante del drama è profondamente filosofico e richiama concetti taoisti e buddisti orientali: l’equilibrio tra opposti e la consapevolezza di sé.
Il dolore non è qualcosa da evitare: è inseparabile dalla vita e dall’esperienza umana.
L’amore e la compassione richiedono coraggio e sacrificio.
Il destino può tirare i fili, ma la vera libertà nasce dalla scelta cosciente e dalla responsabilità delle proprie azioni.
Tang Li insegna, attraverso il suo percorso, che l’umanità non è perfezione, ma capacità di sentire, di sbagliare e di scegliere con coscienza. L’Artefice, al contrario, mostra che la perfezione e il controllo totale privano l’essere della propria essenza
Il drama sviluppa una trama complessa, in cui il mondo divino e quello umano sono interconnessi.
Le azioni di Tang Li e degli altri protagonisti hanno conseguenze dirette sul mondo superiore, ma ciò che determina il corso degli eventi non è la potenza, bensì la qualità delle emozioni e delle scelte morali.
Questo ci ricorda un principio psicologico fondamentale: la libertà interiore è più potente della forza esteriore, e chi riesce a integrare luce e ombra dentro di sé può influenzare il mondo senza rinunciare alla propria umanità.
Whisper of Fate è un drama filosofico travestito da fantasy romantico: affronta il tema dell’essere umano alle prese con il destino, con le emozioni e con la propria parte oscura.
Il conflitto tra Tang Li e l’Artefice è una metafora della lotta interiore che tutti viviamo: scegliere la perfezione o accettare il caos emotivo, vivere secondo le regole imposte o seguire la propria coscienza.
Il messaggio è chiaro e potente: solo chi accetta la propria umanità, con tutte le fragilità e le emozioni, può trovare libertà, pace e armonia con se stesso e con il mondo.
Un drama che invita a riflettere profondamente, che combina azione, mito e introspezione psicologica, e che lascia un’impressione duratura sulla mente e sul cuore dello spettatore.
✨ Recensione – Genie, Make a Wish ✨?
Genie, Make a Wish è uno di quei drama che ti entrano dentro e ti lasciano emozioni fortissime. La storia parte da una premessa magica, ma va molto oltre: non è solo la classica favola del genio e dei desideri, è una riflessione sul significato dell’amore, delle scelte e del sacrificio.
La chimica tra Kim Woo-bin e Suzy è meravigliosa. I loro personaggi sono opposti – lui impulsivo, emotivo e misterioso, lei fredda, razionale e chiusa – ma proprio per questo riescono a completarsi. Vederli crescere, cambiare e avvicinarsi puntata dopo puntata è stata la parte più bella della serie: tenera, intensa e commovente.
La regia è curata, le scene fantasy hanno un fascino speciale e i dialoghi sono scritti con intelligenza e cuore. Ci sono momenti che fanno sorridere e altri che fanno piangere, ma sempre con una delicatezza che ti rimane impressa.
Il finale mi è piaciuto molto: è agrodolce, carico di emozione e significato. Non è la solita conclusione scontata, ma un epilogo che unisce dolore e speranza, sacrificio e rinascita. Ho amato il messaggio che lascia: l’amore, se autentico, supera la morte, il tempo e persino la magia.
In definitiva, Genie, Make a Wish è un piccolo gioiello: romantico, magico e toccante. Un drama che consiglio a chi vuole sognare, emozionarsi e credere ancora una volta che l’amore possa davvero tutto. 💫
Lo stronzetto, il carisma e il Tappeto (lei): storia di una devozione senza dignità!
Regia:8 Scenografia: 8; Sceneggiatura:7,5FRASE MAGGIORMENTE RAPPRESENTATIVA dello show:
"A volte ho l'impressione che il mondo sia un campo di battaglia, tutti lottano per resistere. Alcuni muoiono, altri si arrendono e altri continuano a combattere. Combattere richiede molta forza e coraggio, IO NON POSSIEDO TALI ABILITA' , QUINDI POSSO SOLO SEGUIRE QUALCUNO". Parole finali della protagonista femminile, Zhu Yu.
Un insulto ai deboli, ai fragili, al femminismo e a tutti coloro che non nascono GENI (quasi tutti) o sono tenaci, determinati, perseveranti. ORRORE !
Altra frase indimenticabile che illustra la sudditanza della protagonista femminile "Ho il mio re e sono il suo vassallo. Sono pronta a sventolare la bandiera e gridare, a combattere e morire per lui". Qualcuno la giudicherebbe romantica, nel contesto della storia, delle intenzioni e della psicologia del personaggio MA per me è mortificante servilismo. Una cronaca di :"Vita da Zerbina con Vista Stronzo".
Inizio questa recensione partendo dalla frasi della protagonista che mi hanno molto colpito, giusto per darvi subito un'idea di cosa vedrete.
Non ci sono parole per descrivere la tipologia di personaggio femminile che domina il lavoro: molto servile, di eredità confuciana, inizia con grinta e voglia di opporsi e alla fine si piega e diventa una zerbina innamorata.
Il lavoro è un po' una cronaca della "palla-pendula": lei che pende da lui e ogni tanto lo sfrutta facendogli compiere delle azioni che lei da sola non ha il coraggio o la possibilità di fare (perché è anche codarda), mettendolo a rischio.
Si ripete lo schema famigliare della piccola "Principessa viziata", figlia di papà ,che chiede aiuto a mamma e al papi, quando le cose non vanno per il verso giusto perché sostanzialmente non sa fare nulla da sola, manco pensare ad un piano di vendetta soddisfacente. Ora scomoda lui... .
La serie, ispirata ad un racconto di Twentine, è una rom com che parla della formazione e realizzazione di un genio, privo di abilità sociali, e di una ragazza di buona famiglia, cresciuta sotto una campana di vetro, manipolata dalla madre che la vede come protesi di se stessa.
La regia di "Lighter and Princess" è stata curata da Liu Chun Chieh e Ma Wei Wei, che hanno saputo bilanciare gli aspetti in modo efficace, creando un racconto curato e coerente.
La scenografia rispecchia l'ambientazione universitaria e le vite quotidiane dei protagonisti, con una fotografia di buon livello che cattura l'atmosfera e le emozioni delle scene, rendendo molti momenti esteticamente piacevoli, sebbene io abbia trovato gli ambienti un po' scarni e asfittici, però in linea con quelli che sono realmente i dormitori e i contesti universitari in Cina.
La sceneggiatura, basata sul lavoro di Twentine, è ben strutturata, con una narrazione che si sviluppa su più anni e spiega con cura ogni dettaglio, dai motivi dietro i comportamenti dei personaggi ai loro rapporti complessi.
La storia combina elementi romantici con temi più profondi come la gelosia e le difficoltà familiari, la solitudine, la voglia di riscatto e realizzazione personale, offrendo un affresco emotivamente ricco e coerente.
Molta attenzione e cura è stata spesa sui dettagli tecnici e tematici legati al mondo della programmazione, come codici, programmi, siti internet e sistemi di difesa informatica, che conferiscono autenticità alla vita dei personaggi e alla loro professione.
CASTING: Veramente azzeccata la scelta di Arthur Chen per il ruolo, ha il viso da ragazzo cattivo e indifferente, una voce molto interessante ( è un doppiatore quindi quella che sentite è davvero la sua voce, anche perché l'accento non è perfetto ma risente della dizione pechinese). Il doppiaggio della protagonista invece non è ottimale, ci sono dei momenti in cui il movimento della bocca non è sincronizzato con le frasi doppiate. Non è la sua voce.
Per quanto riguarda la protagonista femminile, la recitazione dell'interprete è stata molto buona, complice il feeling con il protagonista maschile, molto più che nella fioritura imprevista, anche se in quel ruolo interpretava una donna con "cazzimm'" e qui è invece imbarazzantemente incommentabile.
La psicologia dei personaggi principali è buona, credibile per i due protagonisti e meno buona per i secondari, specialmente il personaggio di Lao Gao, che inizia a covare risentimento e voglia di riscatto ma il voltafaccia finale non viene reso con qualche scena, magari montata dopo la scoperta del suo essere implicato.Comprendo che lo scopo sia quello di creare un colpo di scena ma risulta un po' too much per risultare credibile. L'attore comunque è risultato bravo nella resa emotiva e nella padronanza scenica.
Arthur Chen è stato bravo, performante, intenso e credibile, purtroppo non so se questo sia frutto di un casting azzeccato o sia i n grado di interpretare ruoli diversi .Non l'avevo mai visto, ma finora molto bravo, alla sua recitazione va un 8.
La protagonista come interpretazione merita un 7,5, molto meglio qui rispetto alla performance della "fioritura imprevista" che per me è stato un floop in confronto a questo , tanto da essere messa in ombra dai secondi protagonisti (sorella del protagonista e zie -concubine). C'è qualche scena in cui non è stata molto puntuale come resa, tipo quando lo rivede dopo 3 anni, lo sguardo non è sconvolto, sconcertato, compenetrato, intenso ma distaccato. Per questo e qualche altra scena non do un voto maggiore ma sicuramente la rivaluto rispetto a quanto avevo visto in qualche lavoro girato per giunta due anni dopo.
L'aspetto romantico è stato abbastanza lento (very, very slow burning) e casto nel loro sviluppo, mi è piaciuto il modo naturale in cui il rapporto evolve e si finisce insieme, senza quasi neanche dirselo, e l'espressività mimica con gli sguardi intensi degli attori principali, sebbene per quasi 20 episodi si assista ad "una gara di sguardi fissi", con primi piani troppo lunghi, che rallentano ancor più il ritmo terribilmente lento del racconto, insieme ad altre scene riempitive che nulla aggiungono e che potevano essere snellite o velocizzate. Quando la coppia si forma non mi ha dato invece alcuna emozione, le loro interazioni romantiche erano composte principalmente di tenerezze e battibecchi, solletico e altre stupidaggini più da 13enni che da coppia di adulti.
Si immaginava, dal tenore degli sguardi, una chimica bollente che si è rivelata soporifera e tiepida come un'esplosione implosa.
C'è una grossa asimmetria in questa relazione, lui è contro dipendente, è abituato a stare da solo, basta a se stesso, lei invece è una debole e fragile donna, ossessionata da lui che inizia e riprende la loro relazione, nessun insulto, manipolazione o maltrattamento (seppur a fin di bene) le basta per disamorarsi di quest'uomo perché non ha autostima e dignità, dipendeva dai genitori che hanno scelto tutto per lei e adesso ripete la stessa dinamica con lui. Lei non sa neanche quello che vuole e le piace nella vita, una volta capito questo si capisce il suo delegare vita, sogni, aspirazioni a terze persone. Inizialmente era interessante vedere come provava a conquistarsi un posto nel mondo universitario, consapevole di non essere un genio e di non riuscire a competere con lui, prova a farcela con l'impegno, poi ad un certo punto è come se gettasse la spugna e si mettesse al suo servizio, usandolo per lavare i "suoi panni sporchi" e determinando una tragedia.
QUANTO SAREBBE BELLO , ANCHE SE POCO REALISTICO, SE QUEST'UOMO AVESSE TROVATO UNA RAGAZZA NORMALE MA CON FIEREZZA E FORZA DI CARATTERE, E POI AVESSE PROVATO A RICONQUISTARLA??? E invece no, lui può senz'altro stare senza di lei, se LEI si sposa o muore a lui importa relativamente, è lei che manda avanti la relazione indefessamente, con tenacia e perseveranza accetta ogni insulto perché fondamentalmente ognuno accetta l'amore che pensa di meritare. RIPETO, E' LA DONNA PEGGIORE CHE ABBIA VISTO IN UN DRAMA ORIENTALE (100 finora visti).
Apprezzabile l'uso di una narrazione visiva che evita scene artificiose o banalità, preferendo momenti naturali e credibili, senza forzature o dialoghi poco realistici.
La regia privilegia un ritmo narrativo lento ma coerente, con flashback e ritorni al presente che aiutano a costruire una storia d’amore sfaccettata e profonda, supportata da immagini che sottolineano i sentimenti e le tensioni tra i personaggi.
Questi elementi visivi contribuiscono a creare un affresco romantico intenso e realistico, capace di coinvolgere lo spettatore senza cadere in cliché o artificiosità. Da qui il mio voto sulla qualità tecnica di realizzazione del lavoro che è 8!
Alcuni aspetti non mi hanno convinta e alcuni persino disgustata:
-la rappresentazione di un rapporto squilibrato e tossico, dove il protagonista maschile, Li Xun, si comporta in modo arrogante, rude e talvolta umiliante verso gli altri, ma viene comunque accettato passivamente dagli altri personaggi, cosa giudicata poco realistica e problematica. Li Xun è un ragazzo povero ma geniale che sente delle responsabilità più grandi di lui e ha altre priorità, rispetto all'amore, non vuole perdere tempo e odia l'ambiente accademico. Si pone subito come outsider, capelli decolorati biondi e un modo di fare di chi non deve chiedere niente a nessuno, prende da solo. Successivamente alcune vicissitudini e il rapporto con la protagonista lo avvicineranno agli altri, sembrerà più aperto e condiscendente e deciderà di infilarsi in una diatriba che la FL ha con un personaggio del suo passato, una diatriba più grande di lui che col suo carattere non saprà controllare e che determinerà degli esiti disastrosi.
- un messaggio negativo per le donne, che sembrerebbero dover sacrificarsi e fare da "ombra" a un uomo brillante, rinunciando alla propria realizzazione e dignità, con situazioni disturbanti come la mancata valorizzazione dei successi femminili e la tolleranza verso comportamenti abusivo-mannipolativi.
Pur in relazione per un periodo con la FL, il ML resta fondamentalmente un individualista, vive per se stesso e prende le decisioni in autonomia, non considera completamente la FL. Penso per una sua forma mentis, ma potrebbe entrarci anche il carattere totalmente succube e zerbino della protagonista.
Degna figlia di madre piovra, che decide tutto quello che la FL deve fare, per un breve periodo si affranca dalla famiglia per diventare il vassallo (cit) di lui, che è il suo RE e il mondo gira intorno a lui.
- protagonista maschile privo di evoluzione, mentre la protagonista femminile troppo sottomessa e passiva( zerbino fiero).
Sino alla fine riproporrà le stesse dinamiche relazionali, con gli altri e la FL ma a lei non importa, fiera zerbina gli corre dietro, patetica sino alla fine. La psicologia di lui è molto coerente e realistica, un ragazzo che ha vissuto molti tipi di abusi e privazioni, abituato a perdere chi ama e dovrebbe proteggerlo, ha dei compiti evolutivi fuori range per la sua età: decide di farsi carico della famiglia e quando sente di aver fallito decide di occuparsi, quasi come riscatto, di pazienti oncologici (la stessa malattia che lo aveva privato della madre). É un ragazzo rigido, freddo, apparentemente distaccato che percepisce il mondo in modo netto (bianco vs nero, senza sfumature di grigio). Per nulla espansivo, beffardo, sicuro di sé, rancoroso e con un narcisismo cognitivo ai limiti del patologico.
-il ritmo narrativo, soprattutto nella prima parte è lento e poco coinvolgente, con una storia che si sviluppa lentamente e con qualche difficoltà a mantenere l'interesse, condensare 10 episodi spalmandoli su un tot di 26 avrebbe aiutato;
- il genere realistico con cui hanno reso questo spettacolo è stato viziato da alcuni colpi di scena che lo rendono inutilmente tragico e un po' finto-calcato nella parte finale.
- racconto ridondante di dettagli inutili nei primi 17 episodi e storie chiuse frettolosamente o eccessivamente fantasiose negli ultimi 4 episodi.La famiglia della FL, ostativa della relazione scompare e quanto è verosimile dato che la figlia era su tutti i media dopo che l'azienda "cuore alato" ha avuto successo?!?
Questo spettacolo, pur avendo una buona realizzazione tecnica e una trama interessante, non riesce a riscattarsi completamente a causa di questi elementi tossici e del messaggio controverso trasmesso.
In sintesi, sebbene io possa riconoscere e apprezzare il feeling tra i protagonisti, questo spettacolo presenta aspetti negativi legati alla rappresentazione di dinamiche relazionali problematiche e a un messaggio discutibile sulla posizione delle donne nelle relazioni amorose.
Se ci avete visto una storia d'amore bellissima vi invito a interrogarvi sul vostro modello di amore e sulle relazioni che intrattenete. SERIAMENTE!
Il Genio dei tre desideri… Esauditi solo in parte
Per quanto quella del genio della lampada sia da sempre una storia indubbiamente affascinante, ho trovato particolare la scelta di farne il tema di un kdrama fin da quando questo è stato annunciato alcuni mesi fa.Abituati a serie anche ricche di fantasia e di leggende che traggono però spunto dalla cultura coreana, "Genie, make a wish" riprende invece una delle più famose novelle della celebre raccolta araba "Le mille e una notte". Fiaba quindi di origine mediorientale, ambientata in una città cinese... Ma, di nuovo, niente a che vedere con la Corea del Sud. A scatola chiusa, avrei azzardato si trattasse di una mezza proposta commerciale. Se non ho fatto centro, credo di esserci andata comunque abbastanza vicina.
Il cast è sicuramente il punto di forza della serie: quattro nomi importanti, che hanno saputo ancora una volta dare prova di grande talento. In primis i protagonisti, dove troviamo una Suzy Bae semplicemente spettacolare nel ruolo della giovane sociopatica: intrigante, credibile (anche nelle scene più violente), mai scontata. Kim Woo Bin porta invece in scena un Genio di tutto rispetto anche se - ogni tanto - davvero un po' sopra troppo sopra le righe. Resta comunque un attore che trovo da sempre molto interessante ed esteticamente singolare, la cui carriera conta tante prove meritevoli ma mai nessuna veramente eccellente (io però il potenziale continuo a vederlo...la speranza, del resto, è l'ultima a morire).
Le altre due interpretazioni degne di nota sono state le due "versioni" della nonna di Ki Ga Yeong, ovvero Kim Mi Kyung (l'indimenticabile Ahjumma di "Healer") e Ahn Jun Jin (la pluripremiata Gil Chae di "My dearest"): brave, brave, brave.
Nota dolente del drama è stato sicuramente il taglio esageratamente comico, ai limiti del grottesco. Spiacevolezza che irrompe improvvisamente già a metà del primo episodio (partendo dal Genio in preda alla nausea per essere stato agitato con troppa forza all'interno della lampada e poco dopo alle prese con la gestione di una chioma chilometrica disseminata a ricoprire pavimenti e pareti della stanza). Un effetto "farsa" che non rappresenta alcun valore aggiunto ma che, al contrario, finisce per togliere molto alla serie. Il personaggio che più viene penalizzato, in questo senso, è Iblis: innumerevoli sono i suoi urletti spaventati, le gag da sit-com, le reazioni esageratamente buffe o bizzarre. Quale Genio era già di suo un personaggio particolare, al suo fianco poi una protagonista caratterialmente unica e fuori dagli schemi... Non c'era davvero bisogno di calcare ulteriormente, col rischio - come è stato - di sconfinare nell'eccesso.
Devo dire che con il passare degli episodi c'è una leggera attenuazione a favore di una vicenda che punta a farsi via via sempre più carica di significato. Ci sono momenti intensi e struggenti capaci di far versare qualche lacrima, e la bella sintonia tra i protagonisti riesce a regalare scene romantiche gratificanti. Qua e là si può anche abbozzare una lettura più profonda, che sembra voler suggerire riflessioni anche importanti.
Il limite, però, è per l'appunto il "qua e là". Ci sono passaggi meritevoli, ma disseminati un po' a macchia di leopardo, momenti apprezzabili ma incapaci di creare un unico filo conduttore di qualità quale spina dorsale della storia.
INIZIO SPOILER!
Buona l’idea del finale, un happy ending che però fa una scelta diversa dalla prevedibile trasformazione di lui in un essere umano, elemento già visto innumerevoli volte.
FINE SPOILER!!!
Complessivamente è una visione piacevole, capace di toccare in alcuni casi la corda giusta ma anche rea di diverse stonature. Non è il drama che resta nel cuore, quello proprio no. Ma se il desiderio è quello di passare qualche ora alle prese con un romance e una storia graziosi seppur non sconvolgenti, allora probabilmente sarà esaudito.
Non una serie indimenticabile, ma che centra in pieno il proprio obiettivo.
Bella...ma non eccezionale. Sicuramente una serie riuscita, curata e ben confezionata.Non è il primo drama medico che mette al centro un dottore dalle abilità straordinarie (Doctor Prisoner, Doctor Stranger, Doctor John, D-Day, Romantic Doctor, ecc.) e non sarà certo l'ultimo.
Due, a mio avviso, le carte vincenti:
1) aver puntato al "poco ma fatto bene", sia in termini di durata, dove gli otto episodi sono giusti per il tipo di trama che si vuole sviluppare, sia in termini di contenuti, dove di sceglie di non intrecciare altri "fili" - dal romance, al thriller, piuttosto che complesse risoluzioni di eventi passati - e si punta a offrire uno spaccato focalizzato sul rapporto mentore-tirocinante e, contemporaneamente, a ripristinare - anzi, a ricostruire da zero - un servizio medico fondamentale, che sottolinea come il ruolo dei medici sia in primis quello di salvare vite umane ma che, troppo spesso, tende invece col tempo a diventare una mera questione burocratica fatta di cifre e prospettive di carriera.
Non è un crimine non avere una trama lunga e ricca di intrecci. Il punto non è la complessità di un drama, ma la sua qualità. Meglio una serie che non punta a diventare una pietra miliare ma che è fatta bene, piuttosto di una che aspira all'eccellenza ma nel concreto poi fa acqua da tutte le parti.
2) l'attore protagonista, decisamente performante e capace di catalizzare a sè lo sguardo curioso dello spettatore per tutta la durata del drama. E' stata anche l'occasione per rivalutare Joo Ji Hoon, attore che ho recentemente conosciuto nella serie "Love your enemy" dove davvero mi aveva fatto una pessima impressione. E' incredibile come una sceneggiatura mediocre e un ruolo inadatto possano aver penalizzato un attore che in questa serie non solo dimostra di starci dentro, ma lo fa anche molto bene.
Concludo sicuramente consigliandone la visione: non sarà il drama indimenticabile e ricco di contenuti che si posizionerà in cima alla classifica dei preferiti di sempre, ma resta indubbiamente una serie accattivante e alla quale non serve destinare un significativo investimento in termini di tempo.
Ho il magone.
Ho aspettato a lungo prima di vedere questo drama perchè avevo paura di imbattermi in qualcosa che mi avrebbe sconvolto e che si sarebbe portato via qualcosa di me una volta finita la visione. Non avevo torto.Sto scrivendo questa recensione dopo aver appena finito l'ultimo episodio per cui perdonatemi se sarò particolarmente sentimentale.
Il titolo di questa recensione non è dato a caso, ho davvero il magone. Le lacrime mi si sono bloccate in gola da quanto avrei voglia di urlare e piangere. Il periodo storico che fa da sfondo all'intera vicenda è come un "filo rosso" del destino che intreccia diversi personaggi che per altrimenti non avrebbero avuto molto di incontrarsi e di stringere strane quanto mai alleanze. La storia d'amore che fa da cardine a tutto quello che succede è veramente bella e soprattutto sentita. Il sentirci impotenti come furono all'epoca i coreani di fronte all'esercito giapponese ci rende schiavi di questa serie, poichè ci fa sentire e patire almeno in piccolissima parte quello che accadde ormai un secolo fa. In un'altra parte del mondo, una parte di cui ahimè sappiamo davvero ben poco. Lo so, so che questa serie è in gran parte romanzata, ma secondo me riesce benissimo nel suo intento. Non avevo nemmeno finito i titoli di coda infatti, che sono subito corsa su internet a fare ricerche su quel periodo storico di cui noi non sappiamo pressochè nulla.
Le musiche sono fantastiche, la regia, la fotografia, i dialoghi, tutto. I rapporti umani.
In questo drama c'è praticamente tutto: amore, amicizia, mafia, violenza, sangue, combattimenti, intrighi di potere, vendetta, libertà. Voglia di vivere e di farsi valere da parte di chiunque, donna, bambino, uomo, vecchio.
Consiglio davvero la visione a chiunque, ma preparatevi psicologicamente ad essere abbattuti,
Una coinvolgente storia d'amore che trascende le dimensioni dello spazio e del tempo
IL GENERE - Viene indicato come romantico, xianxia, drammatico e fantasy, ma direi che è fondamentalmente un romance e il resto sono sottogeneri che fanno da background.Bene per gli inguaribili amanti delle love story come la sottoscritta, ma buono a sapersi anche per chi è ricerca di qualcosa di più equilibrato, dove il tema romantico sia presente ma non in maniera predominante.
L’ARCO NARRATIVO - Suddividerei la storia in tre parti: la prima, ambientata nel regno immortale è dedicata a incontro, conoscenza reciproca e instaurarsi della storia d’amore; la seconda si sposta nel regno demoniaco, dopo la brusca separazione e amnesia di lei, con conseguente ritrovo e riconoscimento; l’ultima, con la coppia ripristinata e riunita - a intermittenza - alle prese con nuove e ripetute tribolazioni, tra regno demoniaco e regno dei mortali (antico e moderno).
Una scelta interessante e complessa, che ha il pregio di ovviare all’effetto noia proponendo qualcosa di nuovo prima che quest’ultima subentri. I 33 episodi risultano infatti decisamente scorrevoli, magari non tutti perfettamente bilanciati ma caratterizzati da un buon ritmo, senza situazioni di stallo.
L’EVOLUZIONE DELLA TRAMA E DEI PERSONAGGI
PRIMA PARTE - E’ quella che a mio avviso mostra il miglior equilibrio tra storia di presentazione del contesto e dei personaggi, aspetti fantasy, intrighi e combattimenti, e il romance nascente. Il tutto si è rivelato abbastanza chiaro e comprensibile anche a una neofita come me, senza risultare eccessivamente prolisso. Qualche piccolo dubbio mi è rimasto rispetto all’arrivo della protagonista dal mondo moderno, che prende di buon grado la nuova situazione senza farsi troppi problemi, quasi fosse una normalissima vacanza (Cosa è successo? Come tornare indietro? Che fine sta facendo la sua vita nel mondo reale? Sono tutte domande che si sarebbe dovuta inevitabilmente porre, e invece niente, non ci sprecherà mai il pensiero di mezzo neurone).
Il fatto che per Ting Yan sia tutto nuovo aiuta lo spettatore a prendere dimestichezza con l’ambientazione, procedendo passo per passo. Simpatica la sua caratterizzazione spensierata e divertente, facile da accontentare, priva di ambizioni e amante delle cose semplici. L’incontro e le prime interazioni tra i due mi hanno un po’ ricordato “La Bella e la Bestia”, con Sima Jiao sigillato nella torre, superiore a tutti come poteri ma di fatto considerato alla stregua di uno strumento più che di una persona. Freddo, insensibile e distaccato – vuoi per quello che è, vuoi per il trascorso – si ritrova suo malgrado incuriosito da una giovane un po’ strana e buffa che – sorprendentemente – lo vede per la prima volta solo come una persona e non ha alcun secondo fine nei suoi confronti.
Oltre alla divertente interazione che si genera tra la compostezza di lui e l’indole allegra di lei, altri elementi che ho apprezzato sono state le ripercussioni dell’incantesimo della verità, l’utilizzo da parte di lei di termini del mondo reale odierno (con tutta la perplessità di lui e i possibili fraintendimenti), la Piccola Fiamma dalla voce infantile e dal temperamento capriccioso e ribelle, la versione lontra di Ting Yan, i “round” nella Dimora dell’Anima dell’uno o dell’altra.
Qualche passaggio eccessivamente glicemico e stucchevole c’è, mentre lo scontro con gli avversari viene messo a volte un po’ a servizio della love story, per promuovere momenti scenograficamente emozionanti tra i due.
SECONDA PARTE – Si apre con la brusca svolta della separazione tragica tra i due – lui che la teme morta, lei vittima di un’amnesia - mentre l’ambientazione si sposta nel regno demoniaco, con un salto temporale di quasi un ventennio.
L’amnesia temporanea è uno dei cliché che meno mi fa impazzire: mi sa sempre di un escamotage a cui si aggrappa una sceneggiatura scarsa per rimescolare con facilità le carte in tavola, aprendo una parentesi che può essere richiusa in qualsiasi momento e sfuggendo comodamente alle possibili incoerenze. Nel caso specifico, devo dire, l’ho accettata abbastanza di buon grado per due motivi: il primo è che non si dilunga troppo, i due si riuniscono relativamente alla svelta e i ricordi della nostra fanciulla riaffiorano in tempi accettabili; in secondo luogo permette di arricchire la protagonista femminile con nuove e interessanti sfaccettature. Ritroviamo una Lian Ting Yan temprata dagli anni trascorsi sotto la guida del nemico giurato di Sima Jiao e che presenta un carattere più deciso e una maggiore autonomia: alla fanciulla simpatica, amante del buon cibo e del riposo, ma anche costantemente bisognosa di essere difesa e il cui contributo si limitava a una sorta di supporto morale si sovrappone ora una giovane donna forte e capace, più consapevole delle avversità di una vita vissuta non in bambagia. Questo cambiamento promuove un nuovo tipo di interazione con Sima Jiao, scardinando il rischio di meccanismi “già visti”.
La facilità con cui crede al Gran Maestro e mette in dubbio la verità del padre “adottivo” è forse un po’ esagerata e rapida, ma là si può accettare nell’ottica che il suo atteggiamento sia nel subconscio agevolato dal legame che persiste tra i due.E’ da sempre consapevole dell’esagerato desiderio di vendetta che anima il padre “adottivo”. Grazie al legame profondo Sima Jiao sviluppa la capacità di sentire i pensieri di lei: questo da vita a una serie di momenti divertenti anche se, oggettivamente, lo rendono anche più invadente (non a caso lei lo definirà – scherzosamente – un “parassita”).
Un elemento riproposto un po' troppo di frequente è la reazione fisica – in primis di Sima Jiao ma ampiamente utilizzata anche da altri – ad un attacco subito e sintomo di grande debilitazione: in questo drama si tossisce e si rigurgita sangue peggio che in un reparto di tisici all’inizio del secolo scorso. Anche qui, a coppia riunificata, trova spazio qualche picco glicemico non necessario (la scena con Sima Jiao nella torre con lei tra le braccia in un galleggiare di lanterne ce la potevamo tranquillamente evitare, rasenta il “ridicolo”…Che poi è l’unica osservazione intelligente di Feng Qi, meglio noto come il terzo incomodo più insulso che si sia mai visto in un drama).
TERZA PARTE – Si apre con i due regni riunificati sotto il governo della coppia principale e in breve si arriva di nuovo a un punto di svolta. La scena di addio, presa singolarmente, l’ho trovata coinvolgente, tra il bacio disperato di lui mentre le trasferisce il fuoco spirituale, il rinnovo dei suoi sentimenti, il rassicurarla rispetto a un futuro per lei sicuro, la disperazione e l’angoscia sul volto di lei… Scena impattante, davvero. Ma se si tiene conto del contesto, allora il punto di vista cambia. Lei è diventata una donna forte, ha dimostrato di “aver saputo fare qualcosa di sé stessa” (parole di Sima Jiao, quando la vede nelle vesti di Signora dei Demoni, intenta a combattere i fulmini per salvarlo), ha esplicitato il desiderio che lui si apra di più, che impari a chiedere aiuto…e lui le mente spudoratamente, decidendo da solo per entrambi. Consapevole fin dalla fusione del secondo fuoco spirituale che il suo organismo non avrebbe retto a lungo – un conto alla rovescia che si riduce ulteriormente per le gravi ferite che riporta in seguito – decide di tenerla all’oscuro, si isola per mesi con una scusa mentre di fatto pianifica la salvezza di lei e la sua sicurezza futura, decidendo di sacrificare per lei la sua vita comunque ormai prossima al termine. Le uscite “Non dire niente a Sima Jiao”, “non dire niente a Ting Yan”, si ripetono in questi episodi, ciascuno mentre si confida con l’amico fidato di turno. Mi sarebbe piaciuta una maggiore condivisione e trasparenza nella coppia, pur di ciò che è doloroso e senza speranza. Invece no, nascondono i propri segreti con la scusa di non voler turbare o far soffrire l’altro. Il modo in cui Sima Jiao se ne va è a dir poco crudele, in prospettiva. Ricompare un giorno dopo mesi – in ritardo anche rispetto alla data del matrimonio – quindi saluta e se ne va. Anche la sua sincerità non è mai totale, già che dopo un altro salto temporale dalla sua morte – altro ventennio – salta fuori che si era ritagliato un’opzione B nel caso in cui lei si fosse rifiutata di lasciar andare del tutto la sua anima, decretando così la sua rinascita. Troppo stratega e machiavellico, il fine qui non può proprio giustificare i mezzi. Gli ultimi episodi, nel mondo mortale antico, hanno il pregio di mostrare un Sima Jiao più umano e non oppresso dal mezzo millennio vissuto nel dolore. La lotta contro i cattivi si avvia verso la fine, e molti aspetti passati apparentemente irrisolti acquisiscono un senso, anche se questo toglie spazio ai personaggi secondari che diventano poco più che delle fugaci comparse, ed è un peccato (parlerei quasi di abbandono dei personaggi, per certi versi). L’aver sperimentato un nuovo tipo di vita rende Sima Jiao consapevole dell’errore egoistico del passato, da qui le sue scuse sincere con sfogo di rabbia repressa di lei. Un passaggio molto bello, se non fosse che subito dopo la stessa Ting Yan mette in pratica a sua volta quel modus operandi così a lungo sofferto e criticato. L'ultimo episodio davvero compresso, è mancato il tempo per dargli il giusto peso. Il finale dolce-amaro, anche quello un po' risicato quanto a minuti, si chiude dove tutto ha avuto inizio, con le loro anime destinate a ritrovarsi e riconoscersi. Che sia con o senza ricordi, che li possano recuperare col tempo, non è dato di sapere. Sicuramente Ting Yan li conserva nitidamente, confusi per un sogno (per lei sono di fatto passate poche ore). Come lui abbia trascorso la sua vita nel passato, cosa ricordi e come sia arrivato lì - se per volere del destino o grazie alla sua imperterrita ricerca di lei, pur in un mondo della cui esistenza era appena venuto a conoscenza - rimarrà un mistero. L'importante, alla fine, è che si siano ritrovati. Ma potevano ritrovarsi un po' meglio, ecco (e su questo la censura cinese rispetto al tema dei viaggi nel tempo ha le sue non poche responsabilità).
Sul fronte dell’originalità, difficile per me esprimermi non avendo su questo genere molti termini di paragone. Essendo per me la prima volta, si è giocata la carta della novità, ma credo le si possano riconoscere alcuni spunti originali e innovativi.
Un po' troppo raddoppiata la "to-do-list", dove ambedue i protagonisti vengono a turno feriti, si ritrovano in fin di vita, dicono addio all'altro, perdono i ricordi, muoiono, si nascondono importanti verità, sperimentano il dolore del fuoco spirituale, e via dicendo. Facciamo un po' per uno, che male non fa? Anche no.
RECITAZIONE – La scelta degli attori principali è stata davvero azzeccata, al di là della bontà del drama in sé la prova della coppia protagonista ha fatto la differenza.
Non conoscevo Wang Ying Lu, ma mi è piaciuta da morire, capace di regalare una comicità naturale, con una mimica facciale che centra il bersaglio senza mai diventare eccessiva. Regala lo splendido ritratto di una Liao Ting Yan spensierata, semplice e un po’ pigra, promotrice di momenti piacevoli e leggeri, simpatici e curiosi. Credibile anche nella versione senza memoria, dove si coglie il filo conduttore del personaggio ma con un buon discostamento nella caratterizzazione. Anche sulla recitazione delle parti più drammatiche, nulla da dire. Davvero brava.
Altro personaggio splendidamente riuscito è quello Sima Jiao, la cui caratterizzazione è di fatto quella più nelle corde di Chen Fei Yu, attore che seguo con interesse e che sa essere davvero performante in questo tipo di ruolo. In questo drama offre un ritratto vivido e intenso del personaggio di Sima Jiao - destinato alla sofferenza per volere dei cieli e a una vita a difendersi dall’avidità della gente - che si dimostra freddo e distaccato, palesemente altezzoso, sicuramente rancoroso, privo di modestia ma anche meno crudele di quello che da a vedere.
La sua è una recitazione elegante, ricca di micro espressioni e impreziosita da un timbro di voce che – non mi stancherò mai di ripeterlo – è tra i più affascinanti in circolazione (per quanto mi riguarda è secondo solo a Namgoong Min).
Affiatamento di coppia alle stelle, non solo nelle scene prettamente romantiche, che sono comunque innumerevoli (mai visti così tanti baci in un drama, a occhio e croce saranno una ventina). La sintonia tra i due è davvero palese e ben si sposa col tipo di comunicazione che intercorre tra i due personaggi interpretati, spesso ironica, divertita, a volte tenera ma non particolarmente glicemica.
Per quanto riguarda i personaggi secondari, ho trovato un po’ sottotono Ye Ru Ling, soprattutto nella prima parte: la sua storia è anche abbastanza ricca, con tanti margini di sviluppo, ma è un potenziale mezzo sprecato perché poi di fatto non arriva, le sue scene sembrano sempre mancare di qualcosa, il che è un peccato perché meritava uno sviluppo migliore. E’ una figura ambigua, e ci sta, a pelle anche antipatica, incapace lasciare il segno anche nei momenti in cui si schiera con i buoni. Il capo degli otto Pazzi – più che Palazzi - ovvero Shi Qian Lu, è sicuramente un cattivo di tutto rispetto, eccezione fatta per la risata palesemente finta. La sua storia viene tirata un po’ per le lunghe, nella parte finale non dovrebbe nemmeno più rappresentare una vera minaccia, ma c’è da dire che Nan Yan non riesce a subentrare come si deve nel ruolo del cattivo. Solo in parte riuscito è invece Nian Ju – il serpente nero con il cervello da gallina – che nella prima parte mostra un’ingenuità che va oltre la recente acquisizione delle sembianze umane. Piace la sua incrollabile devozione a Sima Jiao, un rapporto di reciproca fiducia che non ha bisogno di essere riconosciuto a parole, ma piace un po’ meno l’indole remissiva e tontolotta che sfodera anche con tutti gli altri (nei primi episodi Sima Jiao lo apostrofa spesso “stupido serpente”… A ragion veduta, mi verrebbe da dire). Va un po’ meglio quando la vicenda si sposta nel regno demoniaco, dove ogni tanto lo vediamo tirare fuori quella spina dorsale di cui anche i rettili sono dotati. Sicuramente toccante è il confronto con Sima Jiao quando, grazie agli sproloqui della Piccola Fiamma, comprende il triste piano del suo Gran Maestro.
REGIA, SCENOGRAFIA & CO.
Scenografia curata e di grande impatto visivo, costumi e acconciature davvero belli (eccezione fatta per la mise ripetitiva e un po’ eccessiva di Ting Yan nelle vesti di Signora dei Demoni). Effetti speciali così così, alcuni hanno funzionato, altri a mio avviso penalizzati da una grafica virtuale decisamente migliorabile. Fotografia di alto livello, così come il montaggio. Regia di tutto rispetto, sceneggiatura, a quanto ho letto, fedele per la maggior parte al romanzo al quale è ispirata.
OST - Le musiche mi sono piaciute molto, già dopo i primi episodi alcuni brani, riproposti strategicamente ad enfatizzare al meglio alcuni passaggi, sono diventati preziosi compagni di viaggio.
CONCLUSIONE – Un 8,5 a mio avviso meritato per la storia, che sale a 9 grazie a una recitazione di alto livello che rende la visione decisamente coinvolgente ed emozionante. E’ un tipo di drama sicuramente nelle mie corde, capace di farmi apprezzare l’ambientazione fantasy che ho sempre trovato noiosa. Un drama da non perdere, per tutti gli amanti dei romance-fantasy, o anche solo dei romance, senza dimenticare i fan di Chen Fei Yu e di Wang Ying Lu.
Vale la pena vedere Cat for Cash?
Serie molto tranquilla e abbastanza scorrevole.Non ci sono scene "troppo forti" (per chi conosce già gli attori e le serie in cui hanno recitato) anzi sembra ti vedere una coppia che si innamora realmente.
Ultimamente la GMMTV sta facendo serie da 10 episodi e danno l'impressione che accada tutto troppo in fretta, invece in questa serie si riesce a capire tutto. Peccato che alcune cose sembrano fatte proprio apposta, come l'allergia di Tiger che casualmente guarisce all'ultimo episodio.
Tutta la storia ruota sui gatti dando (secondo me) troppa importanza su di essi. Apprezzo come si prendevano cura in ogni aspetto, poi anche la storia tra i due gatti aiuta con la storia dei due protagonisti, però sembra un po' eccessivo fare un funerale a un gatto, sarà per "avvicinarlo" a JeMeow(?)
Alcune parti fanno venire domande a cui non ce una risposta o un motivo di una certa azione.
Il personaggio di JeMeow è fatto molto bene, in fondo grazie a lei che succede tutto. (più che altro grazie alla sua morte)
I personaggi di Tiger e Lynx sono molto accurati grazie alla recitazione di First e Khaotung, che a mio parere non deludono mai (per chi ha già visto le loro serie passate)
Ho dubbi riguardo il personaggio di Leo perché ha dei pro ma anche dei contro, per esempio ha aiutato Lynx in molte scene invece in altre lo ha lasciato da solo (sarà perché è insicuro? Non lo so)
Il personaggio di Pom (il dottore) è un amico di Lynx ma in fondo serviva solo per ingelosire Tiger.
Il personaggio di Pug (il fratello di Pom) serviva solo per avere una coppia in più nella serie. Da grande fan della WinnySatang (il nome della coppia originale tra Pug e Leo) ho apprezzato i loro (pochi ma buoni) momenti insieme nella serie, solo che erano abbastanza inutili, servivano solo per il personaggio di Leo in modo che non abbia una cotta per Pom ma per Pug. Non capisco il motivo di inserire anche Pug nella serie, nonostante la WinnySatang ormai non ce più (gli attori hanno terminato il loro contratto) ma forse al tempo (quando hanno registrato le scene) non era previsto il loro scioglimento.
La recitazione mi è piaciuta, la serie nonostante tutto non è male, anzi, la consiglio per chi vuole vedere una serie tranquilla, senza scene forti e/o spinte. Alcune parti si possono vedere tranquillamente in 2x senza perdersi nessun dettaglio.
Non consiglio un re-watch perché in alcuni tratti risulta noiosa.
⚠️⚠️Queste sono le mie opinioni, chiunque legga questo è libero di pensare tutto diversamente.
Dramma corto ma veramente bello!
Forse uno tra i migliori dramma corti che ho visto finora.L'ambientazione nel mondo losco della droga con tutto ciò che comporta ma la trama riguarda un uomo dal aspetto rude che si innamora di una ragazza che sembra una povera vittima ma poi è una tosta pure lei.
In un dramma così corto colpisce davvero tanto la chimica tra i due protagonisti che è veramente pazzesca, sono fantastici insieme.
L'ho divorato velocemente tutti di un fiato e sono felice di averlo visto oltre che lo consiglio vivamente.
BL innovativa tra crime e romance cupo, in difetto di tempo e con finale disastroso
L’originalità di questo drama coreano BL sta tutta nel tentativo di mescolare un thriller investigativo con un romance travagliato e oscuro, nella prima parte addirittura tossico. I due aspetti, intrecciati tra loro, costituiscono una premessa intrigante: due uomini legati da un omicidio avvenuto quindici anni prima si ritrovano a lavorare insieme come procuratore e investigatore, costretti a confrontarsi con segreti sepolti e verità scomode. La ciliegina sulla torta? Uno è il figlio della vittima e l’altro il figlio dell'assassino (presunto). Il primo è a conoscenza dell’identità dell’altro, il secondo no. Ed è su questo aspetto che il procuratore costruisce il suo singolare piano di vendetta. Una dinamica - almeno sulla carta - indubbiamente avvincente.La vicenda si distingue fin da subito per il suo tono maturo e cupo, lontano dalle atmosfere leggere che spesso caratterizzano il genere ma in linea con l’ambientazione nella quale si svolge. Una coerenza di scelta sottolineata dalla fotografia suggestiva e dalla palette cromatica prevalentemente desaturata. Completano il tutto una colonna sonora avvolgente, capace di amplificare i momenti di tensione e un ritmo iniziale sostenuto.
A fare la differenza è però il cast: Kim Yoon Sik - nei panni del procuratore Ju Tae Seon - offre una performance magnetica e disturbante, passando dalla freddezza calcolatrice a scoppi di rabbia incontrollata con una naturalezza inquietante. Park Si Woo- nel ruolo dell'investigatore Lee Chae Ha - costruisce un personaggio più silenzioso ma altrettanto complesso, portando in scena un sopravvissuto che si piega ma non si spezza. Eccede forse nella passività, che rende poco credibile l’immagine di lui come ex poliziotto. La chimica tra i due protagonisti è notevole, soprattutto nelle interazioni cariche di una tensione che sembra oscillare continuamente tra desiderio e odio, costantemente in bilico tra la sete di vendetta e un’attrazione sempre più difficile da negare. Le scene intime, tutt’altro che romantiche, sono rappresentazioni crude ma mai volgari di quello che però non si può non definire un rapporto tossico, incentrato sulla brama di possesso, rabbia e il desiderio di controllo. E’ il ritratto di un rapporto complesso e senza edulcorazioni, per quanto malsano, dove l’intimità non è intesa come espressione di romanticismo ma come un vero e proprio campo di battaglia emotivo.
E arriviamo alle note dolenti, che sono sostanzialmente due, ma di dimensioni cosmiche: La durata e lo scempio degli ultimi due episodi.
Il tempo è troppo poco, inutile girarci intorno. Dieci episodi da meno di mezz’ora l’uno non possono proprio essere sufficienti a sviluppare per bene l’idea originale alla base del drama. Si è cercato di smarcarsi dalle BL coreane da manuale, ma era il caso anche di uscire dalle solite durate eccessivamente ridotte, altrimenti l’insieme non può funzionare. Se nella prima parte l’unico passaggio un po’ troppo precipitoso è l’innesco della relazione fisica tra due, sul finale ci si trova a premere forzatamente l’acceleratore, senza lasciare margine di sviluppo né al thriller né al romance. Ne consegue un vero e proprio disastro narrativo, che demolisce in modo affrettato e confusionario ciò che era stato costruito con cura per otto episodi. La rivelazione dell’identità di Tae Seon porta a un cambiamento del suo personaggio tanto repentino quanto imbarazzante: le carte sono state scoperte, ma non per questo deve diventare irriconoscibile, trasformandosi in un salice piangente tutto confessioni, scuse e stucchevolezze. Anni di risentimento sembrano dissolversi in poche scene, una transizione dall’odio all’amore praticamente fulminea. C’è davvero da impegnarsi non poco per massacrare così il personaggio più intrigante della serie. A tutto ciò si aggiunge un ricorso alla CGI sul finale che è semplicemente imbarazzante e che culmina con la scena finale sulla spiaggia – fuori luogo ed esageratamente finta -stravolgendo in modo davvero ignobile l’intera ambientazione. Se il romance chiude in modo assurdo, il thriller non chiude affatto, nel senso che tante domande non trovano vere e proprie risposte (cosa succede al vero colpevole? E al padre di Chae Ha?). La mancanza di tempo rende di fatto impossibile anche il lavoro sui – già pochi – personaggi secondari, che a livello di introspezione restano proprio fermi ai blocchi di partenza.
In conclusione: una bella premessa, la promessa di qualcosa di nuovo, un mezzo risultato e un epilogo da dimenticare. I primi due terzi della serie volano alto, il finale è davvero deludente. Con questa consapevolezza, la visione può comunque starci. Diciamo che la chimica tra i due protagonisti, l'interpretazione di Kim Yoon Sik e l’approccio innovativo per il genere valgono il prezzo del biglietto, ma l'opera nel suo insieme è anche un’occasione sprecata, tanto rovinata nell’ultima parte da lasciare l’amaro in bocca.
Un inno al rispetto per sé stessi, tra onestà narrativa e paesaggi mozzafiato
"Xiao Fang" è quel drama che dà l’immediata sensazione di una boccata d'aria fresca. Trasposizione del racconto "Xiao Fang Chu Jia" di Yi Bei, si è rivelato essere una piccola gemma che ho avuto il piacere di scoprire quasi per caso – a tal proposito grazie, @stardust_stroller - e che merita assolutamente di essere visto.LA TRAMA – L’ambientazione è quella rurale della provincia di Guizhou, dove la giovane Yang Xiao Fang torna al villaggio natale per il Capodanno insieme al suo amico d’infanzia Qi Xiao Wei, portando con sé due notizie sconvolgenti: i due stanno insieme e lei è in dolce accesa. L’impatto con famigliari, conoscenti, vicini di casa e in generale tutto il villaggio, è simile a quello di un meteorite: la coppia inizialmente regge grazie alla determinazione e alla fermezza di Xiao Fang, ma ben presto Qi Xiao Wei dimostra di non essere all'altezza della situazione. Il matrimonio sfuma e invece di risultare in una prevedibile storia di maternità single, la vicenda ha il pregio di trasformarsi in un racconto molto più profondo, che culmina in uno spettacolare senso liberatorio. E’ un’opera senz’altro originale, capace di muoversi contemporaneamente su piani diversi e catturare sia il cuore si la mente, senza sacrificare l’uno per la buona riuscita dell’altro.
Mi è piaciuta molto l’idea di far saltare il matrimonio già dopo i primi episodi: questo da una parte ha evitato di tirarla per le lunghe con il classico dilemma “Riusciranno infine a sposarsi?”- quasi fosse un punto di arrivo obbligatorio- e dall’altra ha permesso, archiviato il capitolo nozze, di focalizzarsi su come i protagonisti e le loro famiglie affrontano la situazione post rottura. Diciamo che il “come” ha splendidamente prevalso sul “se”, in poche parole.
Punto culminante del drama, nonché mia scena in assoluto preferita, è il momento in cui Xiao Fang, di fronte all'immaturità di Xiao Wei e alle meschine trattative sulla dote da parte della famiglia di lui, annuncia all’altoparlante che non ama più Qi Xiao Wei e che quindi non lo sposerà. Non è un atto di ribellione ma una conseguenza logica e necessaria per la sua serenità, un primo passo liberatorio a tutela della propria autonomia, un gesto davvero intenso e per certi versi quasi commovente. Questa scena è innescata da altri due momenti fondamentali: l’infelice uscita di Qi Xiao Wei “Puoi cambiare almeno un po’?” e la conseguente chiacchierata tra Xiao Wei e il padre, che facendo riferimento a insetti, camaleonti e uccelli vari apre un’interessante riflessione sui bisogni e sugli obiettivi, diversi per ciascuna persona e a volte così distanti da impedire loro di percorrere lo stesso cammino insieme. Il nocciolo non è se sia giusto o meno cambiare, ma se sia il tipo di cambiamento giusto per una determinata persona.
Il rischio che le tematiche importanti rendessero la narrazione pesante è stato sapientemente azzerato da un approccio leggero, dove questioni come il pregiudizio, la famiglia e le pressioni sociali vengono affrontati con un tono ironico, che in certi momenti apre proprio a una vena quasi comica.
Altra chicca che merita menzione è la questione della scimmia scappata con l’altoparlante e ricercata in tutto il villaggio: stramberia apparentemente senza senso introdotta nel primo episodio e poi ripresa nel finale, è di fatto una metafora azzeccata che rappresenta il peso delle aspettative altrui, delle voci che giudicano e che vogliono condizionare le scelte personali. Quando Xiao Fang, nel finale, afferma che "la scimmia è finalmente libera", celebra non solo la sua liberazione personale ma anche la possibilità di vivere senza portare sulle spalle il peso delle convenzioni sociali. E’ un lieto fine davvero stupendo e anticonvenzionale, che vale più di mille classici coronamenti d’amore.
Il valore assoluto del drama sta nel profondo messaggio trasposto dalla vicenda, che affronta temi di grande rilevanza sociale con sorprendente maturità, in primis la libertà di scelta, declinata in tutte e sue forme (libertà di fare le proprie scelte, libertà di non farsi condizionare dalle convenzioni, libertà anche di sbagliare, libertà di crescere secondo i propri tempi, libertà di amare senza vincoli). E’ un drama che non pone al centro un sentimento – l’amore – bensì l’individuo stesso, promotore di scelte proprie che devono essere accettate e comprese. In quest’ottica, il passo più delicato e coraggioso che quest’opera ha saputo compiere è stato proiettare il messaggio anche nei confronti della figlia: Xiao Fang rifiuta la riduttiva descrizione di “madre di Bi Te”, non perché non si senta madre ma perché convinta di non dover per questo rinunciare a una propria – e molto più ampia – identità. Amare sé stessi e perseguire i propri sogni diventa un elemento imprescindibile per poter amare pienamente e senza rimpianti i propri figli. L’ultima parte sottolinea molto questo aspetto, ovvero come una genitorialità consapevole sia ben distante dal concetto di sacrificio dovuto.
I PERSONAGGI – Xiao Fang è una figura che affascina e che, per come è stata ben caratterizzata, non si può non ammirare. Estremamente carismatica, bilancia con naturalezza il temperamento risoluto e la dolcezza della maternità, la fermezza e la vulnerabilità. Non è vittima della situazione, bensì il ritratto di una rara e giovane donna autosufficiente. Lo si capisce fin dai primi istanti, da come vive la propria gravidanza: non c’è vergogna né preoccupazione, non la percepisce come una debolezza ma come un dato di fatto che deriva da scelte private che non solo non temono il giudizio altrui, ma proprio non lo contemplano. A Qi Xiao Wei bastano pochi episodi per far emergere ciò che è nella realtà: immaturo, insicuro, addirittura codardo. Aspetti che da una parte quasi nega a sé stesso, mentre il senso di oppressione quando si trova in difficoltà lo porta istintivamente a sbroccare. S’illude di possedere una maturità e una forza che evidentemente non ha, convinto che la vicinanza a Xiao Fang abbia per un effetto “traino” sufficiente a gestire le varie dinamiche. E invece la sua difficoltà di stare al passo con la ragazza diventa sempre più palese e sempre più difficile e faticosa per lui da affrontare. Riesce benissimo a farsi detestare dallo spettatore per via della sua cecità nel fare il passo più lungo della gamba: una falcata che non può permettersi ma che si ostina a tentare per poi, davanti all’inevitabile fallimento e all’incapacità di gestire la situazione, trovare vie di fuga meschine e irrispettose nei confronti di Xiao Fang. L’aspetto positivo è che la scelta della ragazza di far saltare il matrimonio, sarà per lui – paradossalmente e in prospettiva – di grandissimo aiuto: l’esperienza lo porterà a crescere e a maturare un po’, fino a un epilogo che lo vede finalmente un po’ più consapevole di sé stesso, di ciò che è accaduto e di quali sono gli obiettivi da perseguire.
Più che mai fondamentali in questo drama sono anche i personaggi secondari: la famiglia Yang è un concentrato emotivo femminile che conta in primis la nonna Qu Man Xia - semplicemente iconica con gli occhiali da sole neri – e che, pur rappresentando la generazione più anziana dimostra di avere una visione molto più moderna degli altri, incoraggiando Xiao Fang a dare priorità a sé stessa e in generale nel ricordare alle figlie di essere autrici del proprio destino. Le due zie portano a loro volta una diversa interpretazione della femminilità: la maggiore, pur con alle spalle un matrimonio fallito, necessita sostanzialmente di ripetere l’errore prima di rendersi conto di poter vivere bene anche da sola. La sorella minore è abituata a vivere affidandosi completamente al marito e per lei la svolta arriva quando viene a trovarsi in difficoltà, scoprendo di poter lottare disperatamente e di possedere la forza per vivere la vita che desidera anche contando solo su sé stessa. Sono esempi di come percorsi diversi, tutti legittimi e umanamente possibili, possano convergere in un unico punto di arrivo, a riprova che non esiste un’unica strada verso l’indipendenza.
CAST - Wang Ying Lu è semplicemente splendida e offre una performance che è un vero e proprio esempio di recitazione sottile e potente. E’ un’attrice che per me sta diventando sempre più sinonimo di garanzia e che ho già avuto modo di apprezzare lo scorso anno in “When destiny brings the demon” e “Twelve letters”. Amo la sua capacità di dare vita a personaggi inconfondibili, che restano nitidi nella memoria anche a distanza di tempo. Anche Xin Yun Lai coglie in pieno il suo personaggio: qui non ci sono eroi coraggiosi, forti e disposti a fare di tutto e di più per amore. Al contrario, c’è un giovane immaturo che si destreggia tra la presunzione di fare il “grande” e il tentativo di nascondere l’esigenza di non essere “al passo” con Xiao Fang: in apertura è piacevole, si arriva ben presto a detestarlo e solo nell’ultima parte gli si da atto dell’avvio di un percorso di crescita personale. Questo doveva trasmettere in modo credibile e questo è esattamente ciò che lo spettatore percepisce. Ottimo lavoro anche da parte degli attori secondari, già che questo è un drama dove la buona riuscita – per come pensato e strutturato – non può essere tutta a carico dei soli protagonisti. Senza il supporto di validi attori il risultato ne sarebbe stato pesantemente influenzato.
ASPETTI TECNICI – L’atmosfera visiva fresca e rilassante - data dalla bellezza degli spazi ampi tra montagne verdi, distese di campi e acque limpide - si adatta al tono leggero del drama. Ma è anche molto di più: l’ampiezza del paesaggio rurale – uno scorcio di Cina raro e affascinante - richiama l’atteggiamento e lo stato mentale dei personaggi proprio in termini di libertà e apertura, non per similitudine bensì paradossalmente per netto contrasto (ampi spazi contro ristrettezza mentale, scenario idilliaco contro litigi continui).
La fotografia è spettacolare, con inquadrature studiate con cura per esaltare le emozioni e il fascino della storia, mantenendo un equilibrio tra i grandi paesaggi e i momenti più intimi tra i personaggi. La regia sfrutta al meglio questa cornice naturale, dominata dalla luce naturale, dentro la quale si muove con un approccio volutamente leggero ma mai superficiale. C’è una particolare attenzione ai dettagli quotidiani, che si caricano di significato: i momenti in famiglia, le cene, le passeggiate nei campi… Sembrano richiamare lo spettatore al loro fianco e a soffermarsi sulle piccole cose della vita. Il montaggio promuove un ritmo narrativo vivace e coinvolgente, enfatizzando le scene di conflitto tra le due famiglie così da evidenziare il contrasto comico ma senza rinunciare alla tensione emotiva. Le transizioni sono fluide, le storie dei vari personaggi scorrono e si intrecciano con naturalezza, senza che nessuno di loro venga trascurato. La colonna sonora è composta da brani che mescolano strumenti tradizionali e arrangiamenti contemporanei, caratterizzante ma mai invadente. Singolare ma nello specifico caso vincente la scelta di soli 18 episodi, molto al di sotto degli standard cinesi: una giusta durata che ha permesso di sviluppare con cura il drama ma senza dover forzatamente ricorrere a riempitivi inutili.
IN CONCLUSIONE – Un drama la cui onestà narrativa ho apprezzato e ammirato davvero molto, frutto di una scrittura intelligente, divertente, delicata e visivamente incantevole. Una storia che parla di scelta, di famiglia e del coraggio di essere sé stessi, il tutto raccontato con una leggerezza che non sminuisce la profondità dei temi, senza idealizzare né demonizzare le varie figure, ma permettendo loro di essere semplicemente quello che sono: esseri umani pieni di contraddizioni, capaci di gesti generosi così come di azioni meschine. Un mix talmente ben bilanciato di intrattenimento e riflessione da renderlo una visione che si distingue in un panorama spesso omologato. Davvero da non perdere.
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