Totalmente assurdo
può una serie che fino all'episodio 8 essere da 10, crollare miseramente a non so neanche che voto. sono sinceramente incazzata nera, potevano perfettamente concludere come il webtoon che era perfetto cosi.poi sto ancora più nera, perché seminano roba che non raccolgono.
1. il padre di Ah-jin è andato in prigione nel 2011 uscito nel 2016, ma la parte dei flashback sono del 2008-09, cos'è successo?
2. il film Amen for nothing è del 2024 ma nel 4 episodio il boss di lei che guarda la tv è in prigione quando è uscito nel 2021
3. l'ex fidanzato non si è palesemente suicidato perché non avrebbe buttato pillole e alcool ma è stato ucciso dal marito di lei, così poteva salvarla dopo averlo distrutta
Una NOTA non basta a creare una sinfonia, analisi critica oltre gli ormoni,
Effetti speciali: 8,7/10Storia: 7/10
Personaggi: 8/10
Sceneggiatura: 7,3/10
FINALE: 4,5/ 10
Ho iniziato con trepida attesa ed entusiasmo dopo aver aspettato con pazienza che il lavoro venisse caricato per intero e tradotto per dedicarmi al binge watching, aspettative alimentate dalle recensioni entusiaste di tante donne che hanno dato valutazioni altissime e social infestati da reel con combattimenti meravigliosi.
Ad oggi posso dire che molto di questo entusiasmo è di natura ormonale, il cast maschile è infatti pieno di bellezze rare, anche potenziato con trucco costumi; alcune scene sono di grande impatto visivo ma a parte Neo Hou nessuno è spiccato per doti interpretative eccellenti, sicuramente gli altri per carisma e bellezza.
Gli influssi goth alla Tim Burton , fantasy di Animali fantastici e un po' di pirateria dei Pirati dei caraibi sono palesi in questa serie fantasy crime .
La scelta di far recitare tutti scandendo lentamente le parole e con molte pause, modificando il timbro delle voce ai due personaggi principali (il grande demone gorilla in modo lento, sospirato, affettato e il demone albero Liu Lin con voce bassa e rauca) non è servito a molto se non a rendere caricaturali i personaggi e rallentare ancora di più una storia che per via dei tempi di ripresa (primi piani di 15-20 sec.) mi è risultata a volte difficoltosa da seguire.
Essere belli non BASTA!
Sarò schematica elencando il positivo e il negativo del lavoro, personalmente, in modo da orientare lo spettatore nella scelta consapevole di seguire o meno questo lavoro accostandosi con aspettative realistiche perché non è UN COLOSSAL e NON è un CAPOLAVORO!
POSITIVO:
- Buon lavoro sulle immagini e molto buoni gli effetti speciali, i costumi e l'estetica generale sono molto curati per quasi tutti i personaggi, altri risultano grotteschi... (vedi il ragazzino giovane talento della medicina e il nipote del Dio della montagna, aspirante cuoco).
- Simpatica l'idea di unire dei compagni di viaggio improbabili in un'unità investigativa di ricerca dei demoni e sperimentare come nascano dei rapporti e dove ognuno aiuti l'altro a superare un trauma irrisolto del passato formando alleanze che uniscono al di là delle differenze di genere (umano, demone, divinità).
-Colpi di scena: generalmente riesco a comprendere subito i cattivi della serie, qui hanno investito su un personaggio molto poco presente sulla scena e quando verso la fine della serie scopri la sua implicazione non lo diresti mai, così come non si direbbe mai che ci sia una "talpa" infiltrata nel gruppo di ricerca ed è quella più improbabile.
- Protagonisti maschili: Neo ha colto nel segno nelle scene emozionanti e il suo tempismo comico è stato fantastico. Si è rivelato molto poliedrico e camaleontico nel riuscire a dar vita ad un demone indolente, pigro, sornione che non si prende troppo sul serio e che non ama essere vittima di compassione, sopportando con fiera dignità la sua condizione di "disprezzato" e incompreso.
- Alchimia del cast: l'alchimia tra gli attori è stata molto buona, non tanto tra le coppia female and male lead (non vi aspettate storie d'amore che non ci saranno), piuttosto mi riferisco al rapporto tra il ragazzino e il signor Zhou Ychen (che vede come un fratello più grande) , tra il medico e il giovane dio della montagna, soprattutto tra Zhou e il Grande Demone (il loro rapporto viene caratterizzato da un'ambivalenza tale che a volte ho avuto il sospetto che la storia potesse sfociare in un bromance da un momento all'altro).
- Titoli di coda: molto apprezzabile l'idea di fare dei balletti con tutto il cast come sigla finale.
-Musiche: alcune volte necessarie , connotavano oniricamente la narrazione unendo una grafica sfumata ad una musica sognante.
-Valori e dialoghi, in questo lavoro viene portato avanti un messaggio fondamentale che alla fine è sempre lo stesso: l'accettazione del diverso, la paura dell'alterità, l'abbandono del pregiudizio, la necessità di comunicare onestamente , una abilità che hanno scelto paradossalmente di donare in abbondanza al giovanissimo medico tredicenne e di privarne i due demoni millenari come a voler trasmettere il messaggio che la giovinezza si caratterizza per quella genuinità sincera e onesta che si perde via via con l'età.
Bello anche il rapporto recuperato tra la signora Pei e il fratello e il valore del perdono come processo di umanizzazione.
NEGATIVO:
- Vibes barocche e ridondanti : in alcuni momenti il fantasy diventa troppo rumoroso, con il volume delle musiche che copre i suoni di fondo ( la musica della battaglia per me è stata poco azzeccata).
Negli occhi cangianti ho visto molto twilight , specialmente in quelli "dorati". Un po' infantile e ridicola l'idea di purificare l'energia maligna suonando il flauto, avrebbero dovuto correggere e caricare questo rituale di purificazione con qualche altro effetto speciale dal momento che non si sono risparmiati in questo ambito.
Mi è sembrato che il regista fosse iper-concentrato sul montaggio di un video musicale da essersi dimenticato che avrebbe dovuto realizzare un dramma. OST non-stop, la musica suona costantemente in sottofondo, troppo spesso, troppo a lungo.
- Narrazione disordinata: continui flashback dopo flashback, sequenza onirica dopo sequenza onirica che invece di aggiungere spessore, rallentavano la narrazione che perde di fluidità e connessione.
Le conversazioni spesso poco credibili, poiché passano bruscamente da toni seri a improvvisi picchi di umorismo togliendo intensità a quanto veniva mostrato, diventando una parodia grottesca e caricaturale.
- Ennesimo drama PRO HOMO che oscura e banalizza il ruolo della donna attraverso la scelta di caratterizzare con delle abilità o poteri solo i personaggi maschili, un'attrice femminile è esperta di arti marziali ma è ben poca cosa rispetto alle abilità e ai poteri immensi dei protagonisti maschili. La protagonista femminile CHE AVREBBE DOVUTO ESSERE UNA DEA era inutile, si contraddistingue solo per intuito, saggezza e conoscenza in tema demoniaco, poi davvero inutile, sin dal primo episodio. E come sempre in balìa dell'uomo di turno che deve salvarla, connotandola come debole e bisognosa di attenzioni.
La recitazione del personaggio di Wen Xiao è stata inoltre molto sottotono, in una scena di disperazione, nell'ep. 16 rimane prostrata a terra con lo sguardo basso mentre tutta la scena si svolge in cielo, non guarda nemmeno, sembra sconfitta e afflitta mentre si gode come gli uomini risolvono la tragedia (in teoria lei era la dea che doveva salvare il mondo dall'orda dei demoni).
Fino alla fine non sarà mai davvero determinante e mi viene il sospetto che sia stata inserita per evitare una qualche censura da parte del sistema cinese perché senza una figura femminile il rapporto tra i due protagonisti sarebbe risultato troppo ambivalente con sfumature bromance , NON me lo spiego altrimenti perchè è l'unico drama in cui il female lead non è determinante, persino un ragazzino di 13 anni ha più impatto sulla serie, e fino alla fine viene costantemente aiutata dagli uomini, l'unica cosa che le vedo fare è piangere. Unico spazio in cui emerge la sua personalità è nei confronti con la signora Pei e in quello con Li -Lun che pur diventando poi scontro violento ha delle sfumature molto sensuali e quasi sessuali.
Le scene d'azione della seconda protagonista femminile sono state però ottime e mi è piaciuta la trama secondaria con suo fratello, ma nel complesso il personaggio è piatto con un'evoluzione non troppo marcata.
-FINALE: Cupo, fiacco, tragico da Olocausto e troppo uguale in termini sacrificali a tanti altri visti (a journey to love, lost you forever per quanto riguarda il demone a 9 teste, love and redemption e l'astro di Mosha e re bailing, la fata e il diavolo ... solo tutto più triste).
Il finale è triste e dal 22° episodio la serie non si è più ripresa in termini di tragedia costante e che il finale RIPETO è uno dei più tristi visti in quanto questo gruppo coeso e affiatato finirà per perdersi e molti sacrificati. Se avete amato un finale alla journey of love fate pure , a me ha lasciato molto triste e molta amarezza.
Qualcuna ha scritto "finale che soddisfa chi ama i tristi che allegri". Mi chiedo cosa abbia seguito e cosa abbia capito. Una flebile speranza e un finale aperto negli ultimi 5 secondi cronometrati di serie non basta a fare un finale degno.
Questa serie nonostante abbia dell'umorismo nei primi episodi e un po' meno nella parte centrale e pochissima sul finale è una delle serie più tristi e drammatiche che io abbia finora seguito, mi ha lasciato un senso di amarezza e vuoto non comune.
IN GENERALE:
Questo drama aveva tutte le potenzialità per riuscire a sfondare: è un fantasy originale con grande impatto scenico, attori bellissimi ma l'esecuzione non ha funzionato.
Anche la storia non è una GRANDE NOVITA' ma l'ennesimo tentativo di dipingere il mondo dei demoni come creature malvagie per reazione che sperimentano grande sofferenza e ostracismo (quanti xianxia/wuxia avete visto che parlano di questo? TANTISSIMI).
Ci volevano più colpi di scena e una storia geniale (tipo quella di love and redemption) per riproporre in modo nuovo un messaggio vecchio e abusato come questo mentre hanno usato lo stesso "colpo di scena" per tutta la serie investendo tutti i personaggi ( quando vedrete capirete, non c'è variazione, solo i personaggi divengono di volta in volta "oggetto" di questo colpo di scena). E' una serie che investe su piccole storie che riguardano demoni e personaggi principali, con lo stesso meccanismo, per portarne avanti una centrale.
Il romanticismo è a metà, è presente attraverso il solito struggimento e occhi commossi ma non viene né sviluppato né vissuto, sia fisicamente sia come nascita di una relazione. Questa non è necessariamente una caratteristica negativa però, a questo punto, sarebbe stato meglio toglierlo completamente questo sviluppo a metà: o inserisci e sviluppi per bene (avrebbe aggiunto molto) o non metti solo sospiri e capogiri destinati ad una coppia che non si formerà mai!!!!
Capisco che la serie sia tutta dedicata al valore dell'amicizia e delle connessioni come scopo fondante e vitale dell'esistenza ma la serie è troppo tragica e in definitiva poco romantica.
Quando la forma prevale sulla sostanza
Se questo drama fosse uno dei tanti pacchetti esposti in una vetrina, allora sarebbe senza ombra di dubbio quello dall’incarto più scintillante, capace di distinguersi da tutti gli altri e attirare lo sguardo fin dal primo istante. Una confezione davvero spettacolare ma che, una volta rimossa e messi a nudo tutti i contenuti dei pacchetti sullo stesso scaffale, non si farebbe più riconoscere nettamente come prima.E’ così che “Pursuit of Jade” arriva sullo schermo: confezionato in un involucro che non può passare inosservato: Zhang Ling He e Tian Xi Wei come protagonisti, un budget consistente, una campagna marketing che dovrebbe essere presa ad esempio e che ne ha fatto uno dei drama più attesi dell’anno. Eppure, dopo averne seguito l'intero arco narrativo, ci si trova di fronte a un'opera che incarna perfettamente le contraddizioni di molte produzioni cinesi contemporanee: tecnicamente ineccepibile, visivamente sontuosa, ma narrativamente fragile, quasi titubante nel costruire qualcosa di davvero memorabile.
La prima metà del drama è sicuramente la migliore e porta le aspettative a livelli stratosferici. L'ambientazione iniziale nel villaggio di Lin'an ha un fascino autentico: Fan Changyu, una macellaia dal cuore generoso ma dalla mano ferma, salva dalla neve un uomo ferito che si rivelerà essere il marchese Xie Zheng, creduto morto. Mantenendo segreta l'identità di lui, ne nasce un matrimonio di convenienza che, anziché scivolare nei soliti cliché, regala momenti di genuina freschezza. La chimica tra i due protagonisti funziona, le scene di vita quotidiana sono permeate di calore, e la regia cesella ogni inquadratura con cura quasi maniacale. Tian Xi Wei, in particolare, restituisce una Changyu vivace e credibile, fresca e originale, capace di alternare la durezza della sua professione a una vulnerabilità mai sopra le righe. È proprio questo contrasto – la macellaia che diventa marchesa – a costituire il motore emotivo iniziale. Il dramma sembra voler raccontare una storia di crescita reciproca, di due persone che imparano a fidarsi l'una dell'altra al di là delle convenzioni sociali. E per un po' ci riesce. Tremendamente bene.
La seconda metà del drama è però caratterizzata da una leggera ma costante perdita di quota. Il passaggio all'arco militare segna l'inizio di un lento ma inesorabile declino. Changyu si arruola, e quella che poteva essere un'evoluzione organica del personaggio diventa improvvisamente una forzatura narrativa. La sua ascesa a generale – dopo appena due battaglie – sfida qualsiasi sospensione dell'incredulità. Non basta aver avuto un padre che l'ha addestrata da bambina per giustificare la capacità di uccidere generali esperti con due colpi di spada. La sceneggiatura sembra voler costruire a tutti i costi una "leggenda della donna generale", dimenticando che la forza del personaggio risiede altrove: nella sua intelligenza pratica, nella sua umanità, nella sua capacità di navigare le complessità della vita senza bisogno di impugnare una spada in prima linea.
Non passano anni che possano rendere credibile una tale trasformazione, e il breve lasso di tempo rende l’evoluzione ancor più precipitosa. L’affascinante, originale e singolare macellaia più che vedere la crescita del proprio personaggio sembra proprio evolvere in una figura completamente diversa, pur presa in prestito da vicende storiche realmente accadute. Rispetto al romance, ci si è un po’ dilungati su alcuni meccanismi: l’identità segreta di lui resta tale per una quantità impressionante di episodi e, una volta venuta a galla, occorre mettere in conto un’altra quantità di episodi dove lei porta avanti il cruccio della differente estrazione sociale. Tutti aspetti sensati e leciti, ma che andavano sviluppati nei giusti tempi e non trascinati all’infinito.
Ancora più problematico è il trattamento riservato a Xie Zheng. Il personaggio, presentato inizialmente come un generale temuto, un uomo dal passato oscuro e dalla ferocia repressa, viene progressivamente svuotato. Le sue reazioni diventano sproporzionatamente pacate, la sua autorità militare si dissolve in una serie di malattie improvvise che lo costringono a letto ogni pochi episodi, e il suo ruolo si riduce a quello di spettatore ammirato della moglie, dove ci si ricorda che è il famoso e temuto Marchese di Wu’ An solo nei brevi incontri notturni con i suoi sottoposti, durante i quali viene aggiornato sugli sviluppi della situazione (tolto questa sorta di “bollettino”, si limita a fare il convalescente e ad aspettare pazientemente di vedere cosa succede). Quando Changyu lo droga per partecipare a una battaglia al posto suo – un atto che in qualsiasi contesto militare comporterebbe conseguenze gravissime – la sua risposta è un silenzio complice. Non c'è conflitto, non c'è confronto, non c'è nemmeno un accenno di autorità ristabilita. Il paradosso è che proprio mentre la protagonista viene esaltata oltre ogni misura, la sua autonomia narrativa ne risente paradossalmente. Per farla brillare, il drama finisce per costruire intorno a lei un mondo troppo accomodante, dove le conseguenze delle sue azioni vengono sistematicamente rimosse e dove la sua ascesa avviene in un vuoto di ostacoli credibili.
Ad arricchire ulteriormente il quadro ci pensa la coppia secondaria. Qi Min e Yu Qianqian – quest'ultima tragicamente confinata in un finale che nega ogni possibilità di felicità – rappresentano di fatto il nucleo emotivo più interessante dell'intera opera. Le loro dinamiche, per quanto tossiche, hanno il coraggio di mostrare desiderio, conflitto, ambiguità morale. Deng Kai, splendido psicopatico dalla chioma argentata nel ruolo di Qi Min e indiscutibilmente il mio personaggio preferito, offre un'interpretazione di gran lunga più sfaccettata rispetto a quella dei protagonisti, e la sua chimica con l'attrice che interpreta Qianqian genera una tensione di gran lunga superiore a quella della coppia principale. È paradossale: la storia secondaria, quella destinata a rimanere nell'ombra, è quella che rivendica con più forza la complessità che il resto del drama sembra rifuggire. Ho apprezzato anche l’altro pairing secondario, più modesto e per certi versi goffo, ma al tempo stesso anche molto tenero.
Passando ai cattivi, il problema è molto semplice: sono troppi. Quattro fazioni nemiche creano una confusione politica che neppure la sceneggiatura sembra in grado di districare. Il risultato è che l'intreccio politico, anziché arricchire la narrazione, la appesantisce, costringendo il finale a precipitare in una ridda di rivelazioni accatastate l'una sull'altra senza il giusto respiro.
Negli ultimi dieci episodi, se possibile, la situazione peggiora ulteriormente: le scene sono giustapposte senza fluidità, le transizioni appaiono forzate, e alcune sequenze – come il combattimento uno contro uno nel bel mezzo di un colpo di stato – sfiorano il ridicolo. Soprattutto, il drama inizia a "raccontare" ciò che prima "mostrava": le motivazioni vengono spiegate a voce, i conflitti interni vengono dichiarati anziché messi in scena, e l'empatia che si era costruita nei primi venti episodi si disperde in un susseguirsi di dialoghi espositivi.
Il finale è piuttosto deludente: dopo un penultimo episodio dove vi è un caos narrativo in cui personaggi ben costruiti agiscono in modi non del tutto lineari, ecco che l’ultimo capitolo si chiude con uno "scenario alternativo" che sembra più un ripensamento dell'ultimo minuto che una scelta autoriale coerente. La sensazione è che la produzione, dopo aver speso tutte le energie per confezionare un prodotto visivamente impeccabile, si sia accorta all'ultimo momento di dover risolvere anche la storia.
E qui sta il punto. “Pursuit of Jade” è un drama che eccelle per molti versi: volti noti, paesaggi mozzafiato, fotografia curata, colonne sonore accattivanti, un filtro lattiginoso che rende ogni inquadratura simile a un dipinto. Ma tutto questo, da solo, non basta. Spettacolare – di quella bellezza straordinaria che però non può e non deve durare in eterno (i paesaggi innevati rischiarati dalla luce calda del sole sono tra i più belli mai visti, eppure a un certo punto il fascino è diventato quasi esasperazione, e i fiocchi di neve continuavano a volteggiare nell’aria come pulviscolo anche quando non avevano quasi più ragione di esserci).
I costumi risultano belli e curati: ho trovato inizialmente strambe le due “antenne” sul copricapo del Marchese, ma apprezzo il fatto che trovino un riscontro storico che non conoscevo. Rispetto alla protagonista, ho preferito di gran lunga gli abiti indossati nella prima parte, forse più inusuali del solito ma proprio per questo anche più distintivi e caratterizzanti.
In generale, la sceneggaitura sembra scritta con l’obiettivo di ammaliare e accontentare il pubblico: attori belli, sguardi languidi, baci appassionati, una protagonista che emerge senza troppe difficoltà. Su tutto questo si spende a mille, fornendo materiale in abbondanza. Ma nel farlo, rinuncia a qualsiasi ambizione di complessità. I personaggi vengono smussati per diventare più facilmente amabili, i conflitti vengono risolti senza lasciare cicatrici, la Storia viene ridotta a sfondo decorativo per storie d'amore patinate.
OST davvero belle e coinvolgenti, forse nella prima parte in certe scene un po’ predominanti sui dialoghi, ma non starei a cercare il pelo nell'uovo. Sigla iniziale particolarmente deludente: l’ho trovata insulsa e banale, davvero sottotono se si considera invece l’attenzione messa nell’impatto visivo delle diverse scene di ogni singolo episodio. Ci si poteva inventare qualcosa di meglio, di più originale, insomma.
Cast, già detto, sicuramente di prim’ordine: Tian Xi Wei è stata per me una scoperta che mi auguro di rivedere in futuro, con un carisma innato e una grande espressività. Zhang Ling He, con la sua bellezza elegante e composta, dimostra ancora una volta una presenza scenica che non necessita di parole. Riesce a riempire i momenti di silenzio con grande sicurezza, portando in scena un personaggio estremamente umano ed equilibrato. Un tipo di caratterizzazione che è nelle corde dell’attore, ma che mi chiedo se rappresenti anche un suo limite: spero di vederlo, in futuro, dare prova di una maggiore versatilità interpretando qualche personaggio un po’ più particolare.
Sia chiaro, non si tratta di un brutto drama, anzi, complessivamente merita, poco ma sicuro. La qualità della produzione è indiscutibile, e gli amanti del genere troveranno senz'altro molti momenti di soddisfazione. Ma rispetto a quanto promette, mantiene meno del previsto. È il prodotto perfetto per un mercato che premia il riconoscibile rispetto all'originale, la sicurezza rispetto al rischio.
Resta, alla fine, una sensazione di opportunità mancata. Perché il potenziale c'era: l'inizio era solido, i due protagonisti ben caratterizzati. Ma la seconda metà, frettolosa e confusa, tradisce quella promessa iniziale, lasciando lo spettatore con l'amaro in bocca di un'opera che avrebbe potuto essere memorabile e invece si è accontentata di essere, semplicemente, un altro prodotto di successo.
Consigliato? Direi tranquillamente di sì. Ma più per ammirare la tecnica che la storia in sé: chi cerca un drama visivamente appagante e non dà troppo peso alla coerenza narrativa ne rimarrà probabilmente molto soddisfatto.
Crescere insieme e sostenersi per superare gli ostacoli della vita
Se potessi riassumere i valori e il messaggio di questa storia sarebbe quello espresso nel titolo perché si parla di legami famigliari ma anche di un legame d'amore che diventa risorsa per entrambi i partner, trasformandosi e diventando reciprocamente punto di riferimento l'uno per l'altro.The Oath of Love è basato sul romanzo "Affido a te il resto della mia vita a te" o "Dammi molti insegnamenti" se vogliamo tradurre letteralmente, (余生,请多指教) di Bo Lin Shi Jiang (柏林石匠).
Questo drama è incentrato su una storia d'amore mutualmente formativa tra un chirurgo addominale, gastroenterologo e una violoncellista in erba (22 anni). É la tipica rom-com, nonostante sia un prodotto cinese, ho notato molti influssi da K-drama sia nelle modalità con cui nasce la storia, sia nel problema che li avvicina, sia nella gestione delle emozioni da parte di lui e la presenza di rivali e scene di gelosia.
La sinossi su Viki è parzialmente sbagliata: Lin Zhi Xiao (Yang Zi), la protagonista femminile, è una studentessa universitaria al terzo anno di violoncello. È energica, positiva sebbene impulsiva e spesso arrabbiata, dispersiva con i propri obiettivi, spesso distratta da altro. Ha un rapporto molto conflittuale col padre, un ex preside che la tratta come una scolaretta indisciplinata e che viene chiamato per nome , non Papà. Il percorso porterà un avvicinamento, una comprensione e una comune dimostrazione d'affetto.
L'amore della famiglia è insostituibile nella vita di una persona. Questa è un'importante lezione di vita che questo drama ci insegna. Le situazioni difficili possono renderci più maturi in tutti gli aspetti della vita. Questo è ciò che Lin Zhi Xiao e la sua storia ci insegnano.
Gu Wei (Xiao Zhan), il protagonista maschile è un medico molto capace, rigido, coartato, vive per il lavoro, pertanto vive i problemi e le battute d'arresto come fallimenti personali con conseguenti problemi d'ansia. Alla fine, dopo aver incontrato la nostra protagonista, impara a guardare i problemi da un'altra prospettiva ed a imparare da questi.
Gu Wei ha una personalità fredda e distaccata, ma in realtà è molto premuroso e disponibile verso i pazienti, vive per loro. Lin Zhi Xiao, d'altra parte, è apparentemente irruenta ed infantile ma sotto sotto è tenera e matura. Lo sviluppo del personaggio di Lin Zhi Xiao è uno dei più marcati nella serie mente, per quanto riguarda Gu Wei, che ha una differenza di età di circa 9 anni con la protagonista (31 anni), non cresce ma si ammorbidirà nel suo modo di vivere i rapporti e modificherà l'approccio ai problemi e la visione delle relazioni.
Le loro personalità sono molto distinte ma il loro modo di incastrarsi e di apportare un genuino contributo l'uno nella vita dell'altra sono l'aspetto affascinante del loro rapporto.
La storia d'amore presentata in questo drama è sana e consensuale: nessuno si impone sull'altro e dichiarano i propri sentimenti reciprocamente, già questo fa intendere il tipo di rapporto che avranno: simmetrico, tra pari.
Nonostante i 9 anni di differenza d'età tra i personaggi, lo sviluppo romantico della trama è molto naturale: lui si adatta al suo modo di vivere e la storia e procede al suo ritmo inesperto, rispettandone tempi e desideri.
Parallelamente, viene illustrato il rapporto dei nostri protagonisti con le famiglie: mentre una ha una famiglia supportiva , calda, sebbene il padre sia apparentemente distaccato e squalificante, l'altro ha una famiglia fredda e asettica di medici alle spalle, che si trattano come colleghi e intimano al ML le scelte da compiere, professionali e sentimentali senza supportare e aiutare veramente il protagonista.
Entrambi i percorsi subiranno delle evoluzioni, soprattutto nel rapporto che la nostra FL intratterrà col padre, un rapporto intimo e molto sofferto che viene illustrato con grande delicatezza e sofferenza in modo composto e intenso. La scena di lei in macchina che piange in silenzio sulla spalla del padre è di una bellezza disarmante. Solo Yang Zhi avrebbe potuto renderla con quella forza disperata che mostra affetto ma anche compassione per il loro rapporto e la salute del paziente. Questa famiglia che mette da parte i problemi e si riscopre unita quando la vita li pone di fronte alla morte.. .
Gli amici invece non li ho apprezzati, oltre a essere infantili e dare pessimi consigli propongono un ideale di relazione tossica e invischiata che non aiuta la relazione tra i protagonisti. I rivali , maschili e femminili, sono fastidiosi ma non troppo, sapranno mettersi da parte evitando di cadere troppo in basso, nonostante la SL illustra un tipo di donna fastidiosa, in quanto manchevole di elegante dignità, contrapposta ad un aspetto impeccabile (fortuna che si toglie di mezzo intorno al 16°). Purtroppo i cinesi propongono sempre questa tipologia di bitches a motivo del loro sessismo che disvela una malcelata misoginia. Se ci fate caso i rivali maschili non sono mai illustrati in modo meschino, misero e cinico. Capiscono che se non vengono scelti il motivo non è la presenza di un altro ma è legato a loro stessi.
Recitazione: Sia Xiao Zhan che Yang Zi offrono interpretazioni eccellenti, soprattutto nelle scene intime e di confronto. Hanno capacità interpretative molto buone, eccellenti per YG ,alla cui interpretazione darei 9. Xiao Zhan non è altrettanto bravo e versatile, secondo me, ma lo preferisco in questa parte che in altri lavori dove tende a fare il gigione, ossia a calcare la recitazione in senso innaturale.
La loro alchimia era comunque molto buona e e le loro interazioni erano cute da guardare, il che, unito alla naturalezza del loro rapporto mostra una coppia realistica come tante ne possiamo vedere in giro. É mancata totalmente la passione in questo loro rapporto, ma questo lo imputo alla giovanissima età della protagonista e al divario d'eta tra di loro; lo spettacolo inoltre ha un messaggio preciso e lo rimarca spesso: l'amore concreto è quello che unisce due anime che scelgono di condividere la vita, è quello che resta dopo la passione, è la bellezza di "una coppia anziana che cammina nel parco" dopo tanti anni, ancora uniti e insieme.
Del resto, tutto, sia la musica che il trucco e l'abbigliamento della protagonista (vestita prevalentemente di bianco e con colori tenui, color pastello) fanno pensare ad una storia "delicata" e "bianca" (attenzionate che non c'è mai un accessorio rosso a parte il rossetto, lei vestirà di rosso solo dopo il matrimonio, a motivo di un "upgrade" che ora le viene concesso, l'accesso alla sessualità). Io penso che un tocco di passione in più non avrebbe guastato, a completezza del rapporto, nonostante ci sia una scena di loro che si risvegliano con abiti differenti, e fa pensare che forse sia successo qualcosa, lasciando il dubbio e mai la conferma.
Adorabili i siparietti romantici alla fine di quasi tutti gli episodi: servono a smorzare la tristezza degli episodi tristi e a connotare di tenerezza e humour la relazione tra i protagonisti.
Colonna sonora buona ma non indimenticabile: crea un'atmosfera delicata, tenera, di grande tepore con molta semplicità come il rapporto tra i due protagonisti. Nessuno dei protagonisti è stato doppiato e loro stessi hanno prodotto tre canzoni della OST (Yang zhi lo fa sempre):
- "The Oath of Love (余生,请多指教)" (Sigla) di Xiao Zhan e Yang Zi (È stata incredibile per la combinazione delle loro voci, ed è la mia preferita).
- "The Greatest Fortune (最幸福的幸运))" di Xiao Zhan
- "Somebody Liking Someone (一个人喜欢一个人))" di Yang Zi.
Il pezzo forte di questo lavoro è la sceneggiatura che non diventa mai incoerente, costruisce dei personaggi abbastanza credibili, certo ha delle falle logiche di cui voi stessi vi rendete conto ma non è mai brutalmente drammatica, mostra la vita e le relazioni con i suoi alti e bassi e la qualità dei dialoghi è davvero molto buona.
Del resto YZ non accetta sceneggiature a caso!Dove c'è lei hai certezza di un lavoro di qualità, ben scritto e ben diretto. La regia è semplice e molto lineare ma questo ordine serve a rendere una semplicità della vita, senza personaggi troppo complicati e complessi, io penso.
COSA NON MI É PIACIUTO:
1) Assenza di fluidità tra le parti in cui la FL mostra una maturità inconsueta per i suoi anni, e le parti in cui è solare e spensierata in cui quasi subisce una regressione, a livello comportamentale.
2) Rapporto troppo platonico tra i due, anche dopo aver concretizzato e stabilizzato la relazione, ok lei è giovane ma lui ha 31 anni e delle sue necessità. Se la relazione è simmetrica devono trovare un punto di incontro anche su questo punto, non lui che si adegua sempre alle sue necessità (ma capisco che l'utenza è femminile e il QI sia basso, pertanto confezionano l'immagine di un principe azzurro paziente, con gli ormoni di un cane morto).
3) casting, non ho mai avuto percezione dei 9 anni di differenza dei protagonisti, lui non mi sembra così grande e lei così piccola, visivamente sembrano due coetanei, il team trucco doveva fare qualcosa in più, o lui ingrassare un po' per avere un fisico più pesante e maturo, dare quella percezione di solidità austera che ti viene con l'età, e non solo con la professione. Lei non subisce una evoluzione estetica marcata, avrei dato mezzo punto in più se alla fine lei diventava quella che è oggi, capelli neri e un fisico più asciutto, un trucco più maturo.
4) Questa è una mia preferenza: mi sarebbe piaciuta una storia meno lenta nell'avvicinamento e nella formazione del legame, sono due impediti, teneri ma impediti. Una volta messi insieme avrei voluto vederli più complici e impegnati in confronti esistenziali come all'inizio, invece quel rapporto si perde, parlano di stupidaggini e quando il tono diventa più serio è lui a rassicurarla e ad aiutarla , si perde quell'aspetto di negoziazione mutuale dei significati e della realtà, e quando si recupera lei è troppo brusca e concentrata sui suoi sentimenti feriti. Ma questa parte io l'avrei proprio evitata: nel senso, lui avrebbe dovuto informare lei di quanto gli stava accadendo e lei scuoterlo in quel momento lì, aiutandolo come poi ha effettivamente fatto. Apprezzabile tuttavia che non sia una donna che se ne sta con le mani in mano come tante protagoniste di cdrama che purtroppo VENGONO mostrate.
Nonostante i suoi difetti, è una serie molto buona che mi sento di premiare con una valutazione più generosa nel complesso, rispetto a molti altri modern cinesi è di un gradino sopra per regia, abilità interpretative, sceneggiatura. É in grado di trasmettere messaggi senza diventare mai eccessivamente deprimente.
In conclusione, "Oath of Love" è un cdrama che consiglio a chi ama storie romantiche con un tocco di realismo e profondità emotiva. È una serie che invita a riflettere sui valori dell'amore e della resilienza, lasciando un'impressione positiva durevole negli spettatori.
Ambizioso negli effetti, fragile nella sostanza...
Along with gods è un grosso tentativo del cinema coreano di portarsi a livelli americani per quanto riguarda grafica, CGI ed effetti speciali in quanto interamente girato (o quasi) col green screen.l film è visivamente ambizioso e molto orientato agli effetti digitali, ma questa abbondanza di spettacolo a volte annebbia chiarezza narrativa ed emozione. È anche stato un successo commerciale notevole in Corea.
La storia è anche abbastanza originale: combina elementi buddisti con mondi fantastici e giudizi universali funzionali al nullaosta da parte delle divinità giudicanti per reincarnarsi.
I tre protagonisti principali sono dei Guardiani che anche aspettano anch'essi di reincanarsi, sembrano dei cupi mietitori, a parte la ragazza del trio che sembra inserita più per necessità scenografiche che narrative dal momento che il suo personaggio o ripete le parole di altri o riporta quello che vede delle vite passate di chi aspetta giudizio, o serve a risaltare il fisico slanciato di Ju Ji Hoon, che in questo film sfodera tutta la sua pungente ironia risultando il personaggio più comico in assoluto.
Il vero protagonista però è Ha Jung-woo, lui ha il "peso narrativo" maggiore e detiene più tempo sullo schermo.
Aspetti tecnici: Kim Yong-hwa, il regista, concepisce il film come una grande macchina visiva. la regia privilegia set digitali e scenografie immaginarie che trasformano il concetto tradizionale di “aldilà” in una serie di "tableaux" spettacolari. I critici sottolineano che il regista sfrutta senza risparmio le possibilità del CGI, costruendo scene di forte impatto sensoriale, volte con esiti di sicuro pregio visivo, altre volte ho avuto l’effetto di un sovraccarico (overload sensoriale) con accavallamento di scene con poca fluidità tra un frame e un altro. Questa scelta di investire tutto sul digitale a discapito della storia mi ha fatto perdere il focus sui momenti “umani”.
Vi è abbondante ricchezza di immagini ed effetti digitali al servizio di una fantasia visiva tuttavia il film è talvolta troppo dipendente dal greenscreen, con compositing che in certi momenti appare meno raffinato e rende la profondità di campo e l’integrazione soggetto-ambiente meno convincenti. In parole povere: effetti spesso ottimi, ma con alcune cadute tecniche visibili.
La fotografia rende scenicamente con bruschi cambi di colore i "due mondi", operando contrasti netti tra “mondo umano” e “mondo dell’aldilà”: la palette cromatica cambia drasticamente, la luce diventa più artificiale e teatrale nei regni ultraterreni. Apprezzabile la ricerca dell’immagine epica e la cura dei dettagli scenografici (costumi, creature, architetture ispirate ai dipinti buddhisti), che conferiscono coerenza visiva all’universo ma a me personalmente non hanno convinto.
Si percepiscono ampie parti girate su set con schermi e successivo keying; lo stile cromatico è fortemente manipolato in post-produzione (saturazione, glow, filtri atmosferici) per ottenere l’effetto “mistico” — scelta efficace sul piano estetico, meno sulle micro-interazioni di luce/ombra tra attori e background.
Tecnicamente il film è serrato nelle scene d’azione e nelle transizioni tra tribunali/tribolazioni ma la durata e la densità di contenuti (molte sottotrame e molti salti temporali) portano a un ritmo che i critici definiscono a tratti sovraccarico e dispersivo. Questo influisce sulla capacità emotiva delle scene più intime, perché il montaggio privilegia il movimento e la sorpresa visiva rispetto alla lenta costruzione drammatica.
La colonna sonora non l'ho completamente notata. Mi sembra per lo più strumentale ma il fatto che non si percepisca la dice lunga sulla sua "memorabilità".
Al cast (Ha Jung-woo, Cha Tae-hyun, Ju Ji-hoon ecc.) va un grande elogio per la professionalità: gli attori reggono bene la scena anche quando devono recitare in ampie porzioni su set virtuali, mantenendo presenza fisica e reattività emotiva. L’abilità dell’attore diventa cruciale proprio perché la tecnologia richiede che la recitazione “funzioni” senza il supporto di un ambiente tangibile.
Sceneggiatura e coerenza narrativa (come influenza la tecnica): la trama (molte prove, salti temporali, retroscena multipli) è stratificata, mettendo alla prova la chiarezza espositiva, quando la narrazione si fa contorta, gli aspetti tecnici — montaggio, VFX, colonna — non sempre riescono a sostenere o a chiarire il senso degli eventi. Questo è il motivo per cui percepisco una certa evaporazione del “peso emotivo” in favore dell’effetto visivo.
Sintesi
Punti di forza tecnici: produzione ambiziosa; VFX e scenografia che dimostrano capacità industriale e creativa; fotografia curata; cast capace di adattarsi a riprese fortemente digitali.
Limiti tecnici: dipendenza dal greenscreen che mostra alcune imprecisioni di compositing; montaggio e sovrabbondanza narrativa che talvolta neutralizzano l’impatto emotivo; colonna sonora impercettibile.
In conclusione, il film funziona come dimostrazione di come una produzione coreana su larga scala riesca a reggere sequenze di fantasia estese; la regia usa in modo sistematico carrellate digitali, compositing e grandi set virtuali per passare rapidamente da “tribunale dell’aldilà” a paesaggi catastrofici ma la storia è debole e i costumi, anche se ho letto ispirarsi a dipinti buddisti, nella resa mi ricordano vagamente come qualità ed effetto finale un grottesco ritorno ai film natalizi di Lamberto Bava (Desideria, Fantaghirò, Sorellina...).
Se stai cercando un esempio di cinema coreano che spinga in avanti capacità di produzione, design e VFX su scala epica, "Along with the Gods The Two Worlds" è un caso di studio interessante: dimostra cosa succede quando l’industria mette soldi, tecnologia e immaginazione insieme. Se invece cerchi equilibrio tra spettacolo e nitida profondità emotiva o narrativa, il film sacrifica la seconda al primo.
Se poi sei cresciuto con i fantasy di Hollywood e il mondo Marvel, questo tentativo ti sembrerà goffo e maldestro in alcune scene.
In termini strettamente tecnici è un film altamente ambizioso ma con resa non sempre all'altezza delle intenzioni che (penso) si erano proposti.
Come molte altre commedie in tema "fake marriage", due sconosciuti decidono di fingere una relazione per benefici che nulla hanno a che fare con l'amore, salvo poi - nel corso della convivenza forzata - sviluppare un vero sentimento. Ripeto, niente di nuovo, ma è un genere che - se fatto bene - trovo sempre piacevole.
Pur essendo breve - 9 episodi in tutto - ha il pregio di sfruttare bene il tempo ed entrare subito nel vivo del rapporto. Poi, però, finisce alla deriva. Entrano in gioco gli amici storici di lui, dove uno s'innamora- ovviamente - della protagonista mentre l'altra viene vista dalla stessa come una potenziale rivale più che come una conoscenza di vecchia data.
Rispetto agli attori protagonisti, non mi hanno affatto convinta: lei sembrava un pulcino perennemente spaurito, lui davvero poco incisivo e dalla bellezza discutibile: lineamenti dolci, forse anche troppo, ma fascino e carisma proprio zero. La chimica tra i due si è notata solo nelle scene d'amore - punto a favore perchè sono un po' più accentuate rispetto ad altri drama simili - ma per il resto sembravano semplicemente coesistere nello stesso spazio (va bene il tema del disagio, imbarazzo, del non detto, del credere che all'altro non interessi, ecc... ma qui mancava proprio la connessione a livello di recitazione). Non ci sono grandi ostacoli alla storia tranne arrivare al punto in cui si confessano con chiarezza l'un l'altra. Punto che, dato lo sviluppo della trama, poteva essere piazzato in un episodio a caso dal quarto in avanti e si sarebbe ottenuto lo stesso, deludente, effetto finale. Questo perchè manca sostanzialmente uno sviluppo vero e proprio, formata la coppia e mostrata la quotidianità, oltre alle già citate vecchie amicizie, non c'è un ritmo che incalza, non c'è un filo conduttore che determina una direzione precisa. Sembra esserci solo il timer dei minuti complessivi che costituiscono gli episodi mancanti, l'onere di doverli riempire e arrivati all'ultima manciata infilarci l'happy ending, ovviamente scontato e insipido come ormai il tenore dell'intera serie.
Una delle pochissime note positive, la colonna sonora, in particolar modo la canzone con tutti i "La la la la...", abbastanza orecchiabile e simpatica.
Raramente seguo serie che non siano già concluse, aspettare l'episodio settimanale m'infastidisce, sia in caso il drama sia così valido da non vedere l'ora della nuova puntata, sia in casi come questo dove per coerenza ci si trascina fino alla fine, ma col desiderio di chiuderla nel più breve tempo possibile. E' stato quasi un sollievo poterla depennare dalla lista di quelle seguite.
Questa storia è tratta dal libro di Sang-young Park, edito in Italia per Rizzoli con il titolo Amore, Malboro e mirtilli, ma non è la sola trasposizione uscita nel 2024.
Sono due, infatti, gli adattamenti tratti da questo bellissimo romanzo e Love in the Big City è il titolo sia del drama da otto episodi (che potete trovare su Viki) sia del film.
I due hanno comunque delle differenze.
Se il drama riprende passo passo tutti e quattro gli archi narrativi del cartaceo, il film è un progetto nato precedentemente rispetto alla serie e racconta le vicende solo del primo capitolo del libro, che corrispondono ai primi due episodi del drama, ma con alcuni cambiamenti.
Il protagonista non è, infatti, solo Heung-su, ragazzo gay che vuole mantenere segreto il suo orientamento sessuale, ma, insieme a lui, lo è anche Jae-hui, uno spirito libero, una donna forte e audace.
La trama ruota attorno alla loro amicizia e, grazie ad essa, vengono affrontati tantissimi temi delicati e importanti che sicuramente non verranno tutti trattati in queste poche righe, soprattutto per non anticipare troppo riguardo alla storia.
Jae-hui si avvicina a Heung-su dopo averlo beccato a limonare con un ragazzo.
Pensando che lei abbia scoperto il suo punto debole e che prima o poi lo userà contro di lui, Jae-hui lo rassicura e, con la sua genuinità, afferma: “Come può risultare un punto debole essere se stessi?”
Questa frase risuona forte come il vero e unico messaggio del film.
Love in the Big City, infatti, racconta dei pregiudizi che devono affrontare chi viene ritenuto “diverso”.
E non ci si riferisce solo al protagonista che fa di tutto per nascondere la sua omosessualità per paura di essere etichettato, giudicato e non accettato, ma anche alla co-protagonista che affronta le critiche a testa alta: a lei piace divertirsi, bere e innamorarsi dei bei ragazzi e non c’è niente di sbagliato in tutto ciò.
Insieme al Heung-su, anche lei si dovrà scontrare più volte con un’opinione pubblica retrograda rappresentata durante il corso del film da varie figure, ma che trova la sua espressione massima nella dottoressa della clinica ginecologica alla quale Jae-hui si rivolge: il modellino dell’utero, che prende prima di scappare via correndo, diventa quasi il simbolo dell’orgoglio femminile; sembra quasi gridare che il corpo è di ogni donna e ogni donna ne fa quello che vuole.
Ed è così che il film Love in the Big City diventa portabandiera non solo della comunità LGBTQ, ma anche dei diritti delle donne.
La storia risulta essere molto realistica e quindi più vicina allo spettatore.
I due protagonisti, nel loro percorso di ricerca del vero amore e della felicità, agiscono in modo impulsivo e poco saggio, commettendo più volte lo stesso errore, come del resto può veramente succedere nella vita reale quando si tratta di sentimenti.
D’altronde, non importa in quale guaio Jae-hui e Heung-su si cacceranno: loro sanno che potranno sempre contare l’una sull’altro.
Viene descritta un’amicizia che va al di là del semplice affetto e che assomiglia più all’essere una vera e propria famiglia. E questo è dimostrato nei piccoli gesti quotidiani che intravediamo nella pellicola: Heung-su che posiziona nel congelatore le Malboro che lei ama fumare fredde e Jae-hui che compra i mirtilli che lui adora mangiare ancora surgelati; lui che usa la BB cream di Jae-hui e lei che utilizza il rasoio di Heung-su.
Come si può notare, i nomi dei personaggi non sono gli stessi del romanzo, come a voler sottolineare che questa non è la trasposizione fedele del cartaceo, ma ne è solo tratto.
Sono interessanti tutti i rimandi al mondo queer che possiamo scovare all’interno del film.
Primo fra tutti troviamo proprio l’autore Sang-young Park: il protagonista legge un articolo in cui si parla proprio di lui e della letteratura queer in Corea.
Meraviglioso anche il rimando al film hongkonghese Happy Together del 1997, famosa storia che parla di una relazione omosessuale; e non a caso un ragazzo che frequenta Heung-su gli dice di assomigliare proprio al personaggio interpretato da Tony Leung.
Possiamo, quindi, capire fin da subito che la sceneggiatura è curata nei minimi dettagli, così come del resto lo è la regia: in ogni scena c’è uno studio minuzioso della luce e dei colori, sia nelle parti di vita notturna sia nella vita di tutti i giorni.
Anche la musica risulta sempre impeccabile, riuscendo ad essere sempre il sottofondo ideale in ogni scena.
Eccezionali, sotto ogni punto di vista, sono stati i due attori protagonisti.
Go-eum Kim ha dato più volte prova di essere un’attrice straordinaria e sfaccettata che riesce sempre a immergersi nel proprio personaggio sia sul piccolo che sul grande schermo.
Ha dato vita a una Jae-hui forte e tenace, che sa esattamente quali sono i punti deboli del genere femminile e che non ha paura di affrontarli. Personalmente, l’ho preferita alla sua controparte nel drama. C’è da sottolineare, d’altronde, che ha avuto molto più spazio rispetto alla serie, potendo così caratterizzare al meglio il proprio personaggio.
Steve Noh è stato perfetto, tanto che sembrava uscito dalle pagine del romanzo stesso. Anzi, sia lui che Yoon-soo Nam, attore che interpreta il protagonista nella serie, sono stati impeccabili, rappresentando sfaccettature diverse dello stesso personaggio, ma, allo stesso tempo, assomigliandosi tantissimo. Ed è una cosa più unica che rara che due attori, con età diverse e trascorsi diversi, riescano entrambi a ricordare così tanto e in modo così simile il protagonista originale.
Nel film, il personaggio interpretato da Steve Noh è un ragazzo insicuro per quanto riguarda le storie d’amore. Non riesce a vivere spensieratamente le sue relazioni ed è proprio Jae-hui che gli insegna a buttarsi: d’altronde per chi altri, se non per la sua migliore amica, Heung-su avrebbe mai cantato e ballato Bad Girl, Good Girl delle miss A davanti a tutti gli invitati ad un matrimonio? E vi assicuro che questa scena vale da sola tutto il film!
Teen drama piacevole pur senza pretese ma con qualche cliché di troppo
Film giapponese gradevole, sebbene non rivoluzionario, che regala momenti teneri senza però raggiungere vette particolarmente alte.La trama risulta abbastanza familiare a chiunque abbia visto qualche drama romantico giapponese con target adolescenziale. Da una parte abbiamo Yuiji Kira, studente popolare e carismatico che nasconde un pesante segreto: una grave malattia cardiaca gli lascia un futuro incerto e limitato. Dall'altra Nino Okamura, ragazza timida e senza amici, quotidianamente vittima di bullismo, che preferisce la compagnia del suo pappagallo e sembra volersi mimetizzare con lo sfondo. Come prevedibile, i loro mondi si scontrano e da un'insolita amicizia nascerà poi l’amore.
Sebbene, complessivamente, la storia non sia niente di che, devo dire che la prova dei due attori protagonisti è senz’altro buona, così come la chimica di coppia: Nakagawa Taishi offre una performance convincente, catturando perfettamente la dualità di Kira: la patina superficiale di ragazzo "fastidiosamente spavaldo" che mostra al mondo, contrapposta alla solitudine, alla paura e alla "crudezza" di un ragazzo che sta facendo i conti con la propria mortalità. Le sue scene più emotive sono intense senza scadere nel melodrammatico. Al suo fianco, Marie Iitoyo incarna l'imbranataggine e la bassa autostima di Nino con una sincerità che evita la caricatura. Non è solo la "ragazza goffa": porta una vulnerabilità genuina nel ruolo, rendendo la sua silenziosa crescita interiore davvero gratificante da seguire. La loro relazione si sviluppa in modo naturale, costruita su momenti condivisi di solitudine e supporto silenzioso.
Tra i difetti c’è in primis l'abbondare di cliché già visti (dal il ragazzo popolare con un segreto, alla ragazza timida che sboccia grazie al protagonista, eccetra). Inoltre, il ritmo cala nella seconda metà e alcune scene sembrano poco credibili. In particolare il momento "nuziale" appare frettoloso e totalmente stridente. I personaggi secondari, come il migliore amico Yabe, assolvono al loro compito ma risultano unidimensionali. Tolta l’interpretazione dei protagonisti e alcuni passaggi particolarmente intensi, per il resto la sceneggiatura cade spesso nella mediocrità di errori già visti e rivisti.
La fotografia è invece buona: cattura con luminosità e colore la vivacità della giovinezza e crea quell'atmosfera romantica che fa da cornice alla storia. La colonna sonora è gradevole seppur non particolarmente memorabile.
In conclusione, "Today's Kira-kun" è un film piacevole, da tenere in considerazione per un momento di relax con una storia tenera, senza doversi immergere in qualcosa di più impegnativo. Non reinventa il genere, ma strappa un sorriso e forse qualche lacrima. Una visione confortevole, godibile finché dura.
Tra i Cdrama forse più attesi e chiacchierati dell'anno ma di certo non il più meritevole.
Il paragone inevitabile con il drama coreano DOTS (Descendants of the sun) nasce con l’immagine di anteprima (lui e lei accovacciati, lui in abiti militari e, alle loro spalle, uno scenario tragico) e termina col fatto che buona parte della storia è ambientata in un immaginario paese lontano travolto dalla guerra (qui si chiama Uglai, in DOTS era Urk), oltre ad avere un protagonista maschile in divisa e professioni che consentono una presenza sensata in un territorio flagellato da conflitti bellici/calamità naturali (soldato, volontario, medico, reporter).Ben presto cerca però di smarcarsi – in modo abbastanza efficace - dalla celebre ma altrettanto ingombrante DOTS, e la tendenza a fare paragoni viene meno.
Venendo al drama in sé, l’ho trovato un mix di pregi e difetti:
Punti di forza:
- La scenografia: soprattutto le riprese nel paese in guerra, un po’ diverse dal solito. Forse non davvero realistiche ma sicuramente di grande impatto. L’investimento economico – indubbiamente importante – ha dato i suoi frutti.
- Benjamin: il personaggio migliore dell’intera serie. Una figura che spicca, dalle molteplici sfaccettature.Un personaggio “vivo”, a differenza di tutti gli altri. Interessato alla dottoressa Pei – a parole, più che nei fatti - è tuttavia il suo rapporto con Si Xian che emoziona di più: trattandosi però di un drama cinese, la speranza di un pairing secondario sfuma a favore di una Bromance.
Punti deboli:
- La caratterizzazione del protagonista maschile: empatia zero, espressività anche. Volenteroso, intelligente e ben educato. Ma davvero privo di enfasi e totalmente incapace di bucare lo schermo, nonostante il bel faccino. Davvero troppo ingessato, quasi robotico – di una gentilezza “zerbinosa” - e per nulla carismatico.
- Il ritmo del romance: dire lento è dire poco. Uno sviluppo a velocità di bradipo, sia in zona di conflitto sia ritornati a casa.
- Gli episodi post-esplosione: realistico che a uscirne più distrutto di tutti – psicologicamente e fisicamente - sia proprio Zan. La sindrome PTSD tirata troppo per le lunghe e gestita in modo non credibile. Gli altri personaggi si eclissano e per tanti, troppi episodi tutto ruota attorno a loro due, noiosi come poche coppie dei drama hanno saputo essere. Quando poi tornano in zona di guerra si ripete un po’ l’iter della prima parte, solo più accentuato (più pericoli, più ferite, Li Zan che torna psicologicamente e fisicamente ancora più distrutto della prima volta). Seguono nuovamente una manciata di episodi dedicati alla sua fragile condizione psichica, anche qui tirata per le lunghe tanto che sembra voler essere l’unico interesse di questo drama.
- La chimica di coppia: di fatto inesistente. Sia nelle interazioni verbali sia nelle scene più intime (parola davvero grossa). Non c’è sintonia, lui alla stregua di un manichino.
- Gli altri personaggi femminili: tolta la protagonista le altre figure sono davvero senza senso, dalla sua rivale – nel lavoro e in amore – gestita in modo a dir poco banale e superficiale, alla dottoressa Pei, fugace apparizione e in teoria oggetto dell’interesse amoroso di Ben (in teoria, perché di fatto non ci sono scene dedicate, solo qualche frase che vorrebbe alludere a un qualcosa che non è mai pervenuto, al contrario dei momenti evidenti tra Ben e Sa Xin).
In conclusione, una serie annunciata a gran voce e che punta a un topic sempre molto quotato (grande storia d’amore in ambito militare - il fascino della divisa! – che supera i pericolosi ostacoli di un tragico scenario che fa da sfondo).
Nel concreto, la divisa – e il suo fascino – ci sono, così come lo scenario tragico, ma la grande storia d’amore è piuttosto una “tiepida storia d’amore”. Tra pregi e difetti, l’ago della bilancia pende verso questi ultimi.
Sarebbe stato un altro paio di maniche si si fosse osata una BL con Ben/Si Xian come pairing principale (le loro scene, davvero troppo poche, sono state sempre le migliori).
Di sicuro sarà tra le serie più attese e chiacchierate del 2025, ma non certo la più meritevole o indimenticabile.
Quando la sceneggiatura va alla deriva e penalizza tutto ciò che di buono c'era...
La trama, non originalissima ma comunque interessante, e l'avvio con un buon primo episodio sembrano promettere un drama che sa il fatto suo. Dopo i primi episodi, scorrevoli e ben fatti, ci si impiglia però in uno schema di fatto ripetitivo: lui che non si fida di lei, lei che non si fida di lui, tra mosse e contromosse e strategie varie che sembrano più lo studio di un assetto di guerra che lo sviluppo di un romance.E' un peccato perchè ci sono davvero tanti aspetti che ho apprezzato di questa serie. Il nostro Cancelliere si presenta per davvero come un uomo freddo e spietato. Dimentichiamoci i protagonisti dallo sguardo gelido ma che dopo le prime scene rivelano un cuoricino di panna: Shen Zai Ye è un acuto e machiavellico stratega, già sposato e con tanto di concubine, pronto a far fuori l'ultima arrivata senza il minimo rimorso. E tale rimarrà per buona parte del drama, senza vedere il suo personaggio snaturarsi completamente, sebbene l'evoluzione del romance determinerà in lui un profondo cambiamento, di fatto però coerente e credibile. Lei appare fin da subito in una posizione tutt'altro che facile, praticamente sotto scacco, ma determinata a non arrendersi e a sfruttare al meglio ogni possibilità di sopravvivere, grazie soprattutto al suo incredibile acume. Due figure ben delineate, insomma, e soprattutto ben interpretate, già che la prova dei due attori è tra i punti di forza del drama.
Anche a livello di espressività l'intesa tra i due è davvero innegabile: sguardi che dicono davvero molto, dove si smascherano a vicenda all'insaputa del resto dei presenti. Un drama dove la comunicazione non verbale della coppia principale supera anche quella verbale, e non è cosa comune.
Gli intrighi inizialmente affascinano, le strategie incuriosiscono e l'evoluzione lenta del rapporto tra i due consentirebbe un vero sviluppo "enemies-to-lovers" (tema spesso promesso ma altrettanto spesso non di qualità). Poi, però, il drama entra in un circolo vizioso, un pantano dal quale sembra non riuscire più a riemergere: ed ecco quindi che la mancata trasparenza a turno dei due diventa ripetitiva, l'impressione è che non venga mai fatto un passo avanti, e per creare nuove situazioni gli intrighi sono costretti a infittirsi, troppo, in modo contorto, pesante e alla lunga anche confusionario.
La principessa ha più vite di un gatto, già che ne perde una un episodio sì e l'altro pure: mai vista una protagonista così massacrata, tra frecce, fruste, strangolamenti, lame, impiccagioni, avvelenamenti, cadute da precipizi e quant'altro. Ma eccola che puntualmente ricompare viva e vegeta, a volte un po' ammaccata, ma poi guarita in men che non si dica. Un po' "too much", insomma.
La trama si fa via via meno accattivante, vittima di dinamiche ormai avviate ma che nell'insieme si fanno pesanti e noiose, mentre il desiderio di ritagliare una fetta di episodi per il decollo del romance è continuamente posticipato. Uno sbilanciamento che si acuisce e che penalizza una premessa iniziale che appare sempre più lontana dal punto in cui si è ormai sopraggiunti. Nell'ultima parte a risentirne sono anche i protagonisti, meno brillanti e a tratti anche un po' OOC.
Il finale, inoltre, cala il sipario in modo un po' superficiale e poco soddisfacente.
Se la regia si è rivelata così così e la sceneggiatura decisamente debole, di contro musiche e costumi vanno sicuramente premiati. Attori validi e caratterizzazione di molti personaggi, non solo i protagonisti ma anche buona parte di quelli secondari, sicuramente ben riuscita.
Mi verrebbe da consigliarlo per via di alcuni elementi che ho davvero apprezzato, ma se penso al giudizio complessivo alla fine dei quasi quaranta episodi... Forse è un investimento che non merita.
WILD ACTING- di Selvaggio c'è solo l'interpretazione.
"Chasing in the Wild" è una serie drammatica filippina del 2024, adattata dal terzo romanzo web della "University Series" di Gwy Saludes, gli altri due romanzi sono stati già sviluppati e sono presenti su viki.La storia parla di Sevi Camero, capitano della squadra di basket proveniente da una famiglia di bassa estrazione, la madre è la segretaria di un CEO , padre di Elyse, una cheerleader ricca e viziata ma di buon cuore.
La serie è interpretata da Gab Lagman nel ruolo di Sevi e Hyacinth Callado alla sua prima, PENOSA ESPERIENZA COME ATTRICE PRINCIPALE, che interpreta Elyse, con il supporto di attori come Wilbert Ross, Heaven Peralejo e Dominic Ochoa. La regia è di Thop Nazareno, mentre la produzione è guidata da Kiko Abrillo e altri. La fotografia e la regia sono state quasi sufficienti ma molto lineari e senza proposizioni moderne. Anzi è forte l'influsso telenovelas anni '80, con la differenza che gli attori allora erano molto più bravi.
Come tutti penso che l’adattamento è meno profondo rispetto al romanzo originale, con temi come l’abuso e i problemi familiari per nulla sviluppati mentre poi viene rappresentato un po' dopo metà serie un risvolto tragico che sembra totalmente fuori luogo rispetto a quanto era stato finora visto, mentre è una conseguenza naturale delle dinamiche rappresentate nel romanzo. Il personaggio del padre di Elyse è stato rappresentato diversamente rispetto al libro, e alcune scene romantiche sono state imbarazzanti (primi baci).
Sul finale da casti che erano diventano tutti volgari e spinti nel linguaggio. Boh!
Anche la recitazione nelle scene più intense è mediocre.
Come interpretazione salvo solo IL ML, con la sufficienza.
I personaggi secondari senza una vita e uno scopo: vivono solo per parlare della storia d'amore dei due protagonisti. Ridicolmente presentati. Ognuno di loro ha avuto uno spazio nei lavori precedenti: Rain to Espana e Safe Skies, Archer. Gli sviluppi si ritrovano in questo lavoro ma molto abbozzati, molto poco approfonditi.
Finale soddisfacente.
I momenti tra Ely e Sevi sono stati i più riusciti, probabilmente la parte migliore della serie, anche se la recitazione generale lascia a desiderare. Il ritmo dei dialoghi è spesso lento e innaturale, con Ely che allunga ogni sillaba senza motivo apparente. Il pianto è risultato poco convincente, quasi comico, con lacrime che sembravano eccessive. Anche i pensieri di Ely, spesso narrati, suonavano come battute di copione lette a voce alta, poco spontanee.
In sintesi, la storia d’amore è carina, accompagnata da una colonna sonora rilassante ma che alla fine viene a noia. Purtroppo, tutto il resto risulta poco convincente o addirittura deludente.
Il mio Drama preferito di sempre
Prima esperienza con un cdrama, sotto consiglio di un'amica che mi ha detto che avrei dovuto assolutamente guardare questa serie e così ho finalmente deciso di iniziarla.Cosa posso dire se non che me ne sono completamente innamorata, la storia è perfetta, la chimica tra Chen Zheyuan e Zhao Lusi mi ha fatto sognare.
Ho riso, ho pianto, mi sono commossa come mai mi era successo prima.
Posso dire di aver visto molti drama, in particolare kdrama ma posso affermare con sicurezza che Hidden Love mi ha talmente toccato l'anima e il cuore, che è arrivata in cima alla classifica dei miei drama preferiti.
L'ho appena finito ma già non vedo l'ora di rivederlo, per questo spero che riuscirà presto ad essere inserito in piattaforme come Netflix e Viki, questo perchè tutti meritano di conoscere la storia di Sang Zhi e Dua Jia Xu.
Lo consiglio a tutti, immergetevi nella storia più dolce e pura che sia mai esistita.
Grazie a Chen Zheyuan e Zhao Lusi per il loro duro lavoro, per aver dato vita a questi due anime meravigliose e per avermi fatta commuovere.
Spero tanto di rivederli recitare in un altro drama insieme, li trovo perfetti!
Stereotipi infernali, baci celestiali e una chimica da BRIVIDI!
👉👉👉👉👉👉👉👉 Il mio voto reale è 7,3 !Se potessi dare un sottotitolo per mostrare con immediatezza il mio punto di vista su questa serie tanto chiacchierata, che a molti non è piaciuta, scriverei : "Quando la coppia ti salva dalla mediocrità della scrittura".
My Demon è un rom com fantasy drama che unisce il classico cliché del “contratto matrimoniale” con elementi soprannaturali, i cui spunti narrativi provengono indubbiamente da Goblin, al posto della spada un tatuaggio che si trasferisce dal Demone all'umano, e da qui un'improbabile alleanza necessaria alla sopravvivenza di entrambi mentre indagano su un omicidio.
La chimica tra i protagonisti si percepisce nell'immediato, grazie anche ad una presenza scenica molto forte, insieme sembrano una “visual couple” da sogno. Per estetica, nel comporre una coppia bella da vedere, penso sia il casting più azzeccato di un K-drama.
E allora pensi "...magari stanno bene insieme ma poi non balleranno"... e invece ballano, eccome se ballano! Metaforicamente e letteralmente, in una fighting scene molto originale ed elegante dove si inizia a percepire una chimica bollente che si concretizzerà qualche episodio dopo, nella scena "hot" della serra, sotto gli spruzzi dell’irrigatore: un mix di passione, vulnerabilità ed estetica che mi ha gradevolmente intrattenuta.
Trama: Do Do-hee (Kim Yoo-jung) è un’ereditiera cinica, diffidente verso il mondo e circondata da nemici interessati solo al suo patrimonio. Jung Gu-won (Song Kang) è un demone affascinante (con la faccia da bimbo) che ha stretto patti con umani per secoli, fino a quando perde improvvisamente i suoi poteri, trasferiti proprio a Do-hee. Per sopravvivere e recuperarli, è costretto a starle vicino, dando inizio a un matrimonio di convenienza che si trasforma in un rapporto molto più profondo.
Punti di forza
La coppia protagonista è la vera calamita della serie: Song Kang e Kim Yoo-jung hanno un’intesa magnetica. I loro dialoghi frizzanti e i momenti romantici (dal tango al bacio sotto la pioggia) tengono viva l’attenzione anche quando la trama scivola nel prevedibile. La loro storia decolla dalla seconda parte, nella prima si assiste ad una gara di sguardi fissi che può annoiare.
Musica, la sigla è molto interessante e orecchiabile, la colonna sonora accompagna il lavoro e ti entra in testa rimanendovi per giorni. Ho apprezzato circa un 3-4 canzoni. Anche la loro "Canzone" è una ballad molto romantica e diffusa in Corea, tanto che è stata ripresa da "Quando la vita ti dà mandarini".
Estetica e regia
La produzione è curata, con scene goth spettacolari: il contrasto tra il lusso del mondo chaebol e le atmosfere gotiche legate al demone crea un’estetica visiva elegante e interessante.
Regia innovativa tenta qualche soluzione un po' più sperimentale come piani inclinati all'inizio per parlare di sovvertimento di valori, slow motion per rallentare il ritmo della narrazione, ross-cutting (montaggio alternato) per collegare il mondo umano e quello sovrannaturale, oppure per intrecciare due linee narrative in climax. Buon uso della CGI (rispetto ai cinesi è una favola).
Interessanti i Freeze-frame e dissolvenze per dare risalto a momenti “iconici” e farli risuonare a livello estetico ed emotivo.
Tono ironico e leggero
Nonostante tocchi elementi fantasy e thriller, la serie mantiene un registro ironico che alleggerisce i momenti più drammatici. Alcune battute scambiate tra i protagonisti rendono il drama comico per l'assurdità di alcuni discorsi.
Interpretazioni
Kim Yoo-jung impersona una protagonista forte, sofisticata ma al tempo stesso fragile, la sua Do Do-hee è moderna, ironica e iconica, riesce a non cadere nello stereotipo della “donna ricca arrogante” (Voto 8,3).
Song Kang interpreta il demone con il suo tipico mix di fascino enigmatico e vulnerabilità, il personaggio cresce da entità cinica e immortale a uomo capace di amare, redimendosi. È forse una delle sue performance più riuscite (voto 7.6).
Limiti:
Scrittura altalenante e poco originale, chiaramente ripresa dal Goblin,(immortale + umana predestinata, convivenza forzata che porta all’amore, destino scritto), ma li reinterpreta in chiave più leggera, glamour e rom-com. Non raggiunge la stessa profondità, e ha una costruzione molto piatta e meno complessa, con meno messaggi e interpretazioni meno solide ( mi riferisco in contronfo a Kim Go-eun), tuttavia la chimica, tra i protagonisti mi è sembrata migliore, tanto da aver dubitato che sia stata solo "interpretazione" e che tra i due stesse davvero nascendo qualcosa.
Villain poco incisivi, gli antagonisti non hanno lo stesso spessore dei protagonisti. Spesso sembrano solo strumenti per far avanzare la storia senza una reale profondità psicologica.
Finale prevedibile, pur emozionante, l’epilogo segue linee molto classiche del k-drama romantico, senza grandi colpi di scena per chi conosce il genere.
Scene a volte un po' noiose e trascinate. Mi ha annoiata in alcune scene e in alcuni episodi interi.
In conclusione: My Demon non è un drama perfetto, soffre di scrittura "debole", irregolare e di alcuni cliché abusati. Ma vince grazie alla coppia protagonista e alla loro alchimia esplosiva, che rende credibili anche le scene più assurde. È un k-drama che si guarda più con il cuore che con la testa, non per la complessità della trama, ma per la capacità di trasmettere romanticismo puro e intrattenimento di qualità. Anche le scene fan service sono piene di sentimento e slancio, risultando interessanti e credibili.
La loro intesa, tra sguardi, risate condivise, momenti di tensione e romanticismo sincero, ha convinto il pubblico che ci sia qualcosa di più di una semplice recitazione, alimentando il sospetto di una love story reale.
Intrighi infiniti e sentimenti smorzati: la lentezza della stagione di mezzo!
😊😊😊😊😊😊il mio voto per questa stagione è 8,3Dopo cinque anni di attesa, la seconda stagione di Joy of Life ha finalmente riportato sullo schermo Fan Xian e il suo mondo intricato fatto di politica, inganni e relazioni ambigue.
L’hype era altissimo, e la serie ho letto aver toccato numeri da record: centinaia di milioni di visualizzazioni in Cina e un grande successo anche a livello internazionale grazie alla distribuzione su Disney+. Ma è riuscita davvero a mantenere le promesse?
Nonostante una qualità visiva migliorata (la seconda stagione ha introdotto tecnologie avanzate per il rendering visivo: "in particolare, Tencent Video ha implementato la modalità HDR Vivid" che permette un'esperienza visiva più ricca, con contrasti intensi e dettagli nei particolari,tessuti, luci, ombre), una maggiore nitidezza, una regia più innovativa che si avvale anche di droni e di diverse tecniche di ripresa, la stagione è più lenta rispetto alla prima, con episodi iniziali che sembrano meno coinvolgenti.
La trama è meno fluida, con alcuni eventi che si trascinano per troppo tempo.
É una stagione più cupa, sottile e psicologica.
I protagonisti sembrano due: Fan Xian rinnovato (dimagrito al punto da sembrarmi un altro ma era questo il suo scopo), e Li Chegze , il Secondo Principe , interpretato magistralmente da Liu Duan Duan; lo spazio a lui riservato in questa stagione è quasi pari a quello del protagonista, rappresentato quasi sempre scalzo con abiti tanto sontuosi quanto eccentrici, a testimonianza della sua "doppiezza"e la sua instabilità.
Da una parte sfarzo e ostentazione → le vesti elaborate rappresentano il potere, il rango e la volontà di mostrarsi come figura imponente, quasi teatrale. È l’immagine che lui vuole dare al mondo, coerente con la sua natura vanitosa, eccentrica e instabile.
Nudità dei piedi → il contrasto con la ricchezza degli abiti sottolinea vulnerabilità, fragilità, o addirittura una certa “mancanza di fondamento”. Essere scalzo, in un contesto di corte, era inoltre inappropriato e rivela che sotto la maschera sfarzosa c’è qualcosa di incompiuto, instabile, forse anche un’infantilità che lo rende meno temibile e più inquietante.
La differenza più evidente con la seconda stagione è il visibile passaggio dalla narrazione incentrata sulla trama a quella incentrata principalmente sui personaggi. Dopo aver eluso la morte, Fan Xian torna nella capitale. Durante la prima stagione, Teng Zijing ha mostrato a Fan Xian che nella vita di ognuno di noi, vale la pena proteggere ciò a cui si tiene, anche a costo della vita. Questa stagione esplora cosa sia ciò che vale la pena proteggere per Fan Xian. Conosce e riflette gli ideali materni e inizia a prendere consapevolezza delle ingiustizie che l'hanno spinta a voler cambiare il mondo. La difficile situazione della gente comune lo tocca mentre arriva a comprendere di essere anche lui solo una pedina nelle mani dell'Imperatore.
Accoglie l'eredità di sua madre con uno scopo e una chiara visione di ciò che intende farne. I momenti più esaltanti di questa stagione non sono ricchi di azione o pieni di colpi di scena intricati, ma momenti cruciali nel percorso del personaggio di Fan Xian. È meno emozionante per gli amanti dell'azione ma questa è la stagione di consolidamento degli scopi e chiarimento degli obiettivi per Fan Xian.
La storia è più cupa e pericolosa, il protagonista cresce, diventa meno ingenuo e più maturo, affrontando avversari pericolosi in un percorso di maturazione che emoziona, a volte.
La seconda stagione è una stagione di passaggio del protagonista: da "pedina a giocatore": in una stagione dove anche i personaggi secondari diventano importanti e hanno molto tempo sullo schermo, Fan Xian emerge sotto una luce nuova e più complessa. Il ritmo è incostante, alcuni archi narrativi si allungano troppo e il cast vastissimo rende la narrazione dispersiva.
A volte si ha la sensazione che la serie si perda in dettagli secondari, mentre alcuni momenti cruciali (come il tanto atteso matrimonio tra Fan Xian e Wan’er) risultano trattati in maniera sorprendentemente frettolosa e poco incisiva.
La componente romantica in questa stagione è stata del tutto sacrificata, la si vede sul finale perché supporta la narrazione che richiama alcuni aspetti della prima stagione ( tesoreria imperiale e assassinio di Lin Gong). Prima del matrimonio ci saranno solo tre scene in cui il ML e Wan'er saranno entrambi presenti, quindi non aspettatevi nulla da questa stagione in termini di romanticismo. Del resto non nasce come storia romantica, c’era qualcosa in più ed era meglio resa nella prima stagione.
Lin Wan’er (Li Qin) è quasi assente. La sua presenza marginale mi ha molto delusa, speravo in una maggiore centralità del suo ruolo. L’attrice fa bene il suo lavoro, come sempre, ma la sceneggiatura non le dà spazio.
L’intrigo é politico ma non conclude nessuna delle sottotrame (imperatore, Chen ping ping, principi), relegando tutto alla terza stagione. Il tono umoristico é molto più spiccato e manifesto interrompendo il ritmo e l’immersione.
Sarebbe stato narrativamente interessante se Wan'er avesse avuto un ammiratore:
1)per darle più spessore come donna desiderata non solo per il suo status di Principessa ma per le sue qualità personali;
2)per creare una tensione emotiva in Fan Xian, costringendolo a confrontarsi con la possibilità di “perderla”;
3) per bilanciare il rapporto, mostrando che Wan’er non è solo “il rifugio fedele”, ma una donna con fascino e attrattiva autonoma.
Né nel romanzo né nel drama, però, questo succede davvero: nessun personaggio maschile corteggia apertamente Wan’er. È come se l’autore volesse mantenerla tutta di Fan Xian.
Questa stagione mantiene il tono farsesco ma più accentuato e spesso forzato rispetto alla naturale ironia della prima stagione. Il nuovo equilibrio tra commedia e dramma è più sbilanciato verso la commedia, con humour demenziale, meta-battute e meme moderni. A volte l'ho trovato frizzante e audace, altre volte, specie all'inizio ho trovato una diluizione della tensione emotiva a discapito della credibilità.
Un elemento che, a mio avviso, ha davvero penalizzato la seconda stagione è lo stacco netto di tono rispetto alla prima. Avendo visto le due stagioni consecutivamente, senza il distacco di cinque anni che c’è stato tra le uscite, la discontinuità è palese.
Alla fine della prima stagione, dopo aver scoperto le proprie origini e compreso di essere stato manipolato da tutti, il protagonista dava l’impressione di aver maturato un rancore profondo e un obiettivo preciso:affrontare la sua nemesi con determinazione.
E invece, lo ritroviamo che torna in città come se fosse all’oscuro delle rivelazioni di Xiao En: mantiene un rapporto quasi cordiale con Chen Ping Ping (gli dice soltanto di non potersi fidare di lui), e si mostra cerimonioso e persino affabile con l’imperatore, pur sapendo ora di essere suo figlio. In pratica, sembrava dovesse rientrare pronto a “fare a pezzi tutti”, e invece l’impatto si riduce a una sorta di pantomima grottesca, condita di humour farsesco. Deludente.
Joy of Life 2 è una stagione ambiziosa, che non teme di cambiare tono e rendere la narrazione più oscura e matura. Porta con sé momenti intensi (episodio 15, pirandelliano e memorabile) e interpretazioni convincenti, ma anche difetti strutturali evidenti: ritmo irregolare, a volte trascinato, uso limitato dei personaggi femminili, la componente dominante dell'intrigo di corte, sempre a discapito di altri aspetti che secondo me andavano accostati per creare un "ritratto" di vita più equilibrato.
Nonostante ciò, rimane una delle produzioni più riuscite e seguite del panorama cinese recente, capace di mantenere alto l’interesse e di confermarsi come un fenomeno culturale, anche a livello internazionale.
👉 In sintesi: meno brillante e leggera della prima stagione, ma più cupa, politica e “strategica”. Una continuazione imperfetta ma comunque grande impatto.
Si corre .... tra ambizioni narrative e povertà sostanziali
Serie tv di tipo arthouse (indie) del 2021, genere coming of a age (racconto di formazione)/ slice of life (spaccato di vita) e self healing che vanta un folto cast di attori con palmares di tutto rispetto: Im Si Wan è uno degli attori di squid game 2 e 3, summer strike e ha ricevuto da poco un premio per Boyhood 2024. Lei è la FL del Re e la Spia; Sooyoung è una cantante e attrice sudcoreana, ex membro delle Girls' Generation; Kang Tae-oh è stato il ML di Avvocata Woo, Potato Lab e figura anche nel cast di Doom at you service.A parte loro figurano anche altri attori di un certo spessore, tra cui Kim Seon-ho con un cameo nell'ultimo episodio.
Nonostante l'impiego di un cast di comprovata fama le interpretazioni sono state più che sufficienti ma niente di memorabile o all'altezza delle loro reali possibilità, specialmente per il personaggio principale (che mi dicono essere bravissimo), il quale ha mostrato poca variabilità emotiva, risultando rigido e con pochi spazi di libertà.
Il lavoro parla della maturazione e realizzazione professionale di alcuni ragazzi e tratta tematiche come il nonnnismo nell'atletica, gestione delle dinamiche famigliari, il mondo dello sport e delle agenzie degli idol, quello del cinema e dell'interpretariato. Non ci sono grossi drammi o tragedie, è più un percorso di formazione , riscoperta e riallineamento ai propri obiettivi e valori di vita.
C'è l'abusatissimo tropo del genitore "piovra" che considera i figli come protesi di se stesso e usa la famiglia per sostenere la carriera, pertanto scoraggia relazioni tra ceti sociali differenti imponendo matrimoni.
Il lavoro è piuttosto gradevole, si segue con difficoltà per via dei vergognosi dialoghi non revisionati e non adattati (grazie netflix!) e timing sottotitoli scadente, è noioso a tratti, non ha un ritmo, lo definirei lento.
Non è un romance anche se ci sono delle storie d'amore, tutto si concentra sulla carriera e sul superamento dei propri limiti personali.
Il protagonista principale, l'atleta Ki Seon gyeom, è un uomo apparentemente eccentrico e sui generis ma in realtà soffre di una profonda forma di alienazione personale, legata al dover corrispondere alle elevatissime aspettative genitoriali e varie forme di incuria emotiva, lasciato solo e abbandonato a se stesso è abituato a prendersi cura degli altri, trascurando se stesso, ignora i propri bisogni e le proprie necessità. Quando un compagno di squadra viene ripetutamente picchiato dai compagni scatta in lui una profonda crisi personale che lo costringe e rivalutare la sua stessa esistenza e i propri bisogni. Verrà accompagnato nel suo percorso di riscoperta da una traduttrice in bolletta che ha buone abilità interpersonali e riuscirà a indirizzarlo bene, sembra una storia d'amore, e in effetti c'è, ma visti dall'esterno questi due mi hanno ricordato un rapporto asimmetrico madre- figlio; lei è più una figura materna vicaria che una donna desiderabile per lui. Lei lo considera un bambino e glielo dirà spesso. Pochissime le interazioni fisiche (un bacio) e poca chimica tra di loro.
Run-on è un dramma che è stato decantato spesso per i suoi dialoghi ma ....personalmente li ho trovati pseudo filosofici e privi di sostanza (a parte un paio di frasi), non hanno lasciato segni dentro di me né mi hanno portato ad avviare riflessioni profonde.
Paradossalmente si parla del mondo dei traduttori e sottotitolatori di film e la traduzione di questo lavoro è pessima, priva di adattamento e con timing sballato , assurdo! LOL
Ci sono delle inesattezze quando viene costruito il set e lei non sembra un'interprete ma più un'assistente alla regia. Si parla di film ma i dialoghi sul cinema sono limitati a poche riflessioni, non bene spiegate tra l'altro. Si parla di arte ma non viene approfondito alcun senso sui significati e significanti del linguaggio pittorico.
Si parla di tante cose senza svilupparne adeguatamente nessuna, si toccano solo alcuni temi interessanti che potevano rendere questo drama un vero "arthouse" ma risulta essere incompleto e confuso.
É un drama delicato (approssimativo) e introspettivo ma senza spessore perché:
- è eccessivamente riflessivo, con lunghi dialoghi pseudo filosofici che rallentano l’azione; poco dinamico per il tema sportivo, si parla di corsa ma il ritmo narrativo si muove a malapena (LOL). Inutilmente contemplativo (di cosa poi).
- dialoghi forzatamente profondi o "pseudo-intellettuali", poco naturali e alcuni hanno davvero poco senso nel progresso delle relazioni, e non vengono sviluppati alcuni punti cruciali (la relazione tra il pittore e Seo Dan -ah non si capisce perché si sviluppa, qual è il collante, cosa vede lei nei suoi quadri "vedo te, vedo il tempo che ci dedichi".... in che modo questo dovrebbe scuotermi o colpirmi).
- manca di un vero conflitto centrale che faccia da motore alla storia e si affida troppo a interazioni quotidiane e leggere, che risultano poco coinvolgenti; i conflitti secondari poco sviluppati, anche a livello emotivo e spesso si risolvono troppo in fretta o dal nulla viene mostrata la vita di queste persone dopo la loro risoluzione, il personaggio di Wo-sik poco sviluppato nel suo tormento interiore e nella conseguente riconquista del successo, stessa cosa il rapporto tra Da- An e il pittore, o la sua famiglia.
- finale tiepidissimo, privo di impatto e sottotono per le storie d'amore che si erano sviluppate;
- musica basic, lenta e lagnosa, in pendant con il drama;
- regia e montaggio statici, con frequente uso di elissi e flashback inseriti un po' a caso.
Premio la fotografia , le scene all'aperto hanno un color grading interessante che fa respirare l'occhio, soprattutto le riprese dall'alto dei moli sul mare.
In conclusione, Run On è stato da molti apprezzato per la sua atmosfera pacata, i dialoghi introspettivi e l'attenzione alla crescita personale, ma personalmente l'ho trovato lento, eccessivamente verboso e inutilmente prolisso, con poca tensione drammatica e una gestione discontinua delle sottotrame secondarie.
Le evoluzioni ci sono ma non sono giustificate dal percorso che si vede, non basta scrivere un diario in cui annoti quello che fai o una donna che crede in te per guarire, nei confronti della quale poi sviluppi attaccamento materno scambiandolo per sentimento.
Nonostante una bella fotografia, il ritmo registico e il montaggio sono statici. Niente di “cinematografico” o innovativo come si trova in altri k-drama più recenti.
Vi avviso , dato che nessuno lo ha capito, che il personaggio principale ha un disagio psicologico molto marcato quindi consideratelo come un bambino che impara a muoversi nel mondo.


