Un horror soprannaturale che non fa paura
"Light Shop" è un lavoro che unisce intrighi soprannaturali a storie personali di amore, perdita e redenzione. Questa serie illustra in modo non lineare le vite di personaggi intrappolati tra la vita e la morte, tutti collegati da un misterioso negozio di luci.Con il suo lento sviluppo dei personaggi, tensione ambivalente e la toccante esplorazione della condizione umana, questa serie rientra nel sottogenere del thriller psicologico.
Trama e narrazione: Il concetto di "Light Shop" è apparentemente semplice ma complesso al tempo stesso. In sostanza, è una storia di persone interconnesse, unite da un tragico incidente, alcuni intrattenevano una relazione (sentimentale o genitoriale) , e ogni personaggio è alle prese con il proprio passato, i propri rimpianti e i propri desideri insoddisfatti rimanendo bloccata nel limbo, genialmente rappresentato da un vicolo.
Quella che inizia come un'atmosfera inquietante e horror si trasforma gradualmente in un'esplorazione di sentimenti, trascorsi e seconde possibilità. Light Shop stesso funge da metaforico crocevia dove le anime si incontrano e interagiscono, scoprendo non solo la verità sulle proprie vite, ma anche il modo in cui i loro destini si intrecciano.
La narrazione è ricca di sfumature, passando senza soluzione di continuità tra diversi archi narrativi di personaggi che inizialmente sembrano slegati. Tuttavia, man mano che la narrazione si dipana, lo spettatore inizia a vedere come queste vite disparate si intersecano, il tutto conducendo a un climax straziante ma al tempo stesso redentivo. Ogni episodio crea tensione, rivelando gradualmente gli strati del tragico passato di ciascun personaggio e i complessi percorsi emotivi che affronta. Il ritmo è ben bilanciato, garantendo che la storia, pur avendo i suoi momenti emozionanti, non risulti mai affrettata o pesante.
Sviluppo dei personaggi:
il punto di forza di "Light Shop" risiede nel suo cast di personaggi profondamente umani, ognuno dei quali apporta una prospettiva unica alla storia. Da Jeong Won-yeong, il misterioso e compassionevole guardiano dell'aldilà, a Lee Ji-young, una donna il cui amore per il suo defunto fidanzato trascende la morte, ogni personaggio è profondamente stratificato, con il proprio bagaglio emotivo e i propri desideri. I loro archi narrativi sono profondamente intrecciati, creando un'intricata rete di relazioni che esplora i temi del sacrificio, della memoria e del dolore dell'amore inespresso.
Particolarmente avvincente è la tragica storia di Kim Hyun-min e Lee Ji-young. Il loro amore trascende i confini della vita e della morte, con la determinazione di Lee Ji-young di salvare Kim Hyun-min, persino dopo la sua morte, a dimostrazione di quanto il cuore umano sia disposto a spingersi per amore. La profondità emotiva di questi personaggi è straziante e la loro storia d'amore irrisolta lascerà senza dubbio gli spettatori con la voglia di strappare un fazzoletto.
La trasformazione di Yang Seong-sik, un detective che si trasforma in un mietitore, aggiunge un ulteriore livello di complessità alla storia. Il suo percorso dallo scetticismo all'accettazione del suo nuovo ruolo e al suo successivo coinvolgimento nella guida delle anime attraverso l'aldilà è al tempo stesso tragico e edificante.
Temi e simbolismo:
"Light Shop" è ricco di temi legati alla memoria, al destino e alla sottile linea di confine tra vita e morte. Il concetto di luce come guida, sia letterale che figurata, è centrale nella serie, qui è associato anche all'energia elettrica che permette a queste lampade di illuminarsi, questo topic non è davvero nulla di nuovo o originale , basti pensare al Frankestein di Shelley , uno dei primi esempi di come l'energia elettrica sia associata alla vita e alla morte, ( Il dottor Frankenstein utilizza l'energia elettrica per dare vita al suo mostro);inoltre, in molti film horror, l'elettricità è associata a eventi paranormali o all'aldilà. L'elettricità è spesso usata come metafora per rappresentare la vita e la morte. Ad esempio, il "colpo di vita" che riporta in vita un personaggio dopo la morte, o l'idea che un'intensa scarica elettrica possa portare alla morte.
Nelle sedute spiritiche a volte l'elettricità è associata a fenomeni paranormali, dove eventi elettrici possono segnalare la presenza di spiriti o entità sovrannaturali, suggerendo un legame tra la vita, la morte e il mondo spirituale. Questi elementi dimostrano come l'energia elettrica possa essere vista come un simbolo potente e ambivalente, capace di evocare sia la creazione che la distruzione, la vita e la morte. Il negozio di luci stesso simboleggia la natura fragile della vita, offrendo conforto, guida e, a volte, una seconda possibilità.
Anche il tema dei cattivi che sembrano spaventosi ma in verità sono creature sofferenti che hanno subito un trauma non è nulla di veramente nuovo . Basti pensare a The others . Inoltre qui alcuni personaggi , e sono coloro che sono deceduti, si mostrano in modo scioccante e pauroso, la decisione di caratterizzarli in certi modi è presa in prestito da altri lavori di successo (Babadook per le unghie, Slender man per l'altezza vertiginosa di un personaggio, The Ring per alcune soluzioni di ripresa). L'aspetto che però ho apprezzato e mi è sembrato geniale è che queste trasformazioni non sono casuali ma hanno tutte un significato. Chi era sordo adesso può parlare e comunicare, chi ha avuto il cuore spezzato perde continuamente sangue e si spezza in mille pezzi , l'amata lo ricuce, chi si vergognava della propria sessualità e si nascondeva ora è visibilmente spaventoso raggiungendo altezze da capogiro.
Scenografia: La fotografia di "Light Shop" è sbalorditiva, con inquadrature splendidamente composte che enfatizzano l'atmosfera di ogni scena. L'illuminazione, ovviamente, gioca un ruolo fondamentale nel creare l'atmosfera: che si tratti del tenue chiarore di una lampadina o della strada buia e inquietante in cui vagano i personaggi, l'uso di luci e ombre aggiunge una dimensione inquietante ma confortante alla storia. Lo stile visivo della serie ne esalta la profondità emotiva, rendendo ogni momento denso e d'impatto. C'è l'utilizzo di molte scene in bianco e nero per sottolineare una dimensione emotiva e interiore ma anche l'uscita dal limbo.
La luce gioca un ruolo fondamentale nel creare l'atmosfera emotiva: si passa da toni caldi e luminosi, che evocano felicità e speranza, a luci più fredde e ombrose, che riflettono conflitti interni e tensioni.
Recitazione: la performance complessiva è molto buona, non ottimale, per quasi tutti gli attori. Alcuni hanno avuto davvero poco spazio per mostrare di più. Salva tutto Ju Ji-hoon, enigmatico , carismatico ma intenso, disperato, credibile e incredibile quando c'è bisogno di spingere e mostrare disperazione, lo fa risultando convincente e assolutamente "sul pezzo". Voto 9 solo alla sua interpretazione che è purtroppo un atollo (un discorso isolato) nel mare dell interpretazioni recitative altrui che a confronto sembrano deboli.
Conclusione: Nonostante ci siano molte idee che per chi non ha seguito thriller o horror possono sembrare geniali e illuminanti, alcuni lo sono davvero non è un lavoro che mi ha colpito se non per la cura con cui è stato realizzato e la regia moderna, uno stile di ripresa e un utilizzo del colore molto calzante e interessante.
Emotivamente non mi sono sentita coinvolta più di tanto e a parte un paio di scene non mi ha smosso o reso inquieta per nulla. I primi episodi li ho trovati noiosi, fortunamente dopo il quarto il lavoro inizia a prendere una piega più emotiva e intima e ho seguito con interesse ma non è un lavoro che personalmente rivedrei.
Le vite di tutti potevano trovare più spazio e certi dettagli impressionisti ( lacrime di sangue che sgorgano improvvisamente da ogni orifizio, copiato da Llorona e da varie edizioni di esorcista, l'ago che cuce , lo stile alla Samara della donna sorda)li ho trovati mal realizzati, scopiazzati e bizzarri.
La recitazione del tanatoprattore e della infermiera ( Strongwoman Do Bong-soon) incerte, poco sentite e stentate, hanno penalizzato ancor più un lavoro non troppo solido.
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The Story of Mystics
6 persone hanno trovato utile questa recensione
Un capolavoro
Il miglior drama in assoluto. Cast spaziale, con un Yan An super hot, per tacere degli altri. Costumi, musiche, scenografie ed effetti speciali di altissima qualità. Coinvolgente la trama, a volte tragica ma anche comica. Grande cast anche grazie ai cameo di attori famosi. Bello bello bellissimo. Consigliato e assolutamente da rivedere. Il balletto della sigla finale è una vera chicca. Il finale è abbastanza interessante, e soddisfa sia chi ama i lieto fine che chi ama i finali tragici.........Questa recensione ti è stata utile?
Urban fantasy meritocratico
Quando ho iniziato Itaewon Class ero convinta di trovarmi davanti a un revenge drama duro, realistico, quasi sociologico. Le prime puntate lo promettono davvero: discriminazione, bullismo coperto dalle gerarchie, potere economico dei chaebol, isolamento sociale, differenze di classe, senso di impotenza davanti a un sistema che protegge i forti. C’è una scena semplicissima, quella dell’insegnante che vede il bullismo e non interviene perché il padre del ragazzo è un pezzo grosso della ristorazione, che secondo me racconta la Corea più di cento dialoghi.E infatti l’inizio funziona tantissimo, ho pensato che avrei dato dall'8,5 in su. Ha rabbia, identità, un protagonista molto definito e un conflitto morale forte. Park Sae-ro-yi non è il classico eroe brillante da k-drama: è rigido, socialmente impacciato, quasi congelato emotivamente, socialmente inetto. Sembra una persona che vive più per principi che per desideri. E questa cosa all’inizio mi aveva colpita molto, anche perché rendeva credibile il fatto che venisse percepito come strano dagli altri.
Poi però la serie comincia lentamente a cambiare... il problema principale di Itaewon Class, secondo me, è che vuole essere troppe cose contemporaneamente: revenge drama, critica sociale, favola meritocratica, romance, racconto di outsider, storia di startup, parabola morale. E a un certo punto queste facce iniziano a combattersi tra loro.
Come revenge, ad esempio, per me funziona poco. E qui forse sta il cuore della mia delusione finale. Sae-ro-yi non si vendica davvero. Resiste. Sopravvive. Aspetta. Ma non costruisce mai quella sensazione di ossessione strategica che dovrebbe avere un protagonista di vendetta. Se penso a The Glory, lì la vendetta è attiva: la protagonista orchestra, manipola, crea lentamente il collasso dei suoi nemici. In Itaewon Class invece i cattivi si autodistruggono soprattutto da soli, facendo errori sempre più stupidi e caricaturali. Lui rimane quasi sempre moralmente puro, quasi ascetico. E questo toglie tensione. Più che “ti distruggerò”, il messaggio sembra essere: “continuerò a essere una persona integra finché il sistema collasserà da solo”.
Che è un tema interessante, ma non è revenge puro!
Anche il cattivo principale, Jang Dae-hee, secondo me soffre di questa impostazione troppo simbolica. All’inizio è inquietante perché rappresenta davvero il capitalismo patriarcale coreano: l’uomo che valuta il valore umano solo attraverso il profitto e la sottomissione. Però andando avanti diventa quasi un villain da operaetta morale. Le risate, l’ossessione per la genuflessione, la teatralità continua… troppo. L’inginocchiarsi diventa una specie di pornografia morale: ogni scena deve culminare nella sottomissione rituale del potente. Capisco il significato culturale dell’inchino pubblico in Corea, ma qui si esagera fino a perdere realismo umano.
E infatti ci sono momenti che sfiorano il fantasy :la nonna usuraia che si rivela investitrice ricchissima di startup o una cuoca trasgrender che si impegna e vince gare di cucina, è lì che ho realizzato una cosa importante: Itaewon Class non è davvero interessato al realismo. È interessato al desiderio collettivo. È una favola meritocratica per una società ossessionata dal successo e dalla posizione sociale. In Corea il fallimento pesa tantissimo sull’identità personale, e credo che il drama giochi proprio su questo: il sogno che gli esclusi, i discriminati, gli strani, i poveri, possano creare una comunità alternativa e vincere contro il sistema. Esattamente come i romance forniscono speranza alla commessa o alla donna povera di poter essere notata da un chaebol.
Alcuni aspetti secondo me sono realistici e sono il punto forte della serie: la difficoltà di esporsi sentimentalmente, ad esempio, è rappresentata molto meglio di quanto facciano tanti drama romantici. Ho trovato realistico il personaggio del figlio illegittimo che ama Yi-seo ma non si autorizza nemmeno a provarci, perché interiormente si percepisce inferiore. Lì c’è davvero Corea: gerarchia, vergogna, autocensura emotiva e la vediamo in Interest of love per esempio.
Anche la romance, che tantissimi hanno criticato, a me in realtà è piaciuta più di quanto pensassi. Non totalmente ma mi ha coinvolta. E credo di aver capito perché. Sae-ro-yi e Soo-ah parlano sempre come due persone che seguono binari emotivi diversi. Si vogliono bene, ma sembrano continuamente costretti a spiegarsi. Lui con lei è sempre in modalità contenimento: “non sentirti in colpa”, “va bene così”, “gwenchana”. È una relazione di cura, di servizio. Mentre con Yi-seo succede qualcosa di diverso: non hanno bisogno di troppe parole. C’è familiarità, riconoscimento, sincronizzazione implicita. Lui con lei è più se stesso, sembra più a suo agio e Dio se sono simili, lei viene presentata come speculare a lui ma con strumenti diversi (difesa dei bulli).
Ed è qui che la serie, secondo me, trova la sua verità più forte. Yi-seo non ama Sae-ro-yi perché è bello e ama la sua struttura morale, il suo modo radicale di esporsi contro il sistema. In fondo lei fa la stessa cosa che lui aveva fatto contro il bullismo: rischia posizione, immagine e stabilità per qualcosa che sente autentico. Sono complementari proprio perché entrambi sono disposti a vivere senza adattarsi completamente. E lo dice chiaramente quando si confronta con l'altra: "Non fai altro che chiedere di cambiare per adeguarsi a te, io lo aiuto a prendere ciò che gli serve per stare bene". Questo lato della storia è fortissimo e per la prima volta è stato rinfrescante vedere una compagna-amica, solidale con cui dividere il peso dell'esistenza.
Però anche qui la serie inciampa: il "payoff"romantico arriva troppo tardi. Troppo. Per quindici episodi Yi-seo si espone completamente, mentre lui resta emotivamente congelato. Capisco l’idea narrativa: Sae-ro-yi è bloccato nel trauma e nel ricordo di Soo-ah come ultimo frammento della sua vita “prima” della tragedia. Però non c'è stata soddisfazione per lo spettatore.
Anche il finale romantico mi ha lasciata un po’ perplessa . Yi-seo è stata costruita come un personaggio impulsivo, passionale, quasi famelico emotivamente. E poi nel bacio finale sembra improvvisamente trattenuta, composta, quasi passiva.
A livello di interpretazioni però il cast regge tantissimo. Park Seo-joon riesce davvero a dare a Sae-ro-yi quella rigidità morale quasi dolorosa. Kim Da-mi è probabilmente il cuore emotivo della serie: riesce a rendere Yi-seo fastidiosa, brillante, feroce e vulnerabile allo stesso tempo. Anche i personaggi secondari spesso funzionano bene, forse perché rappresentano quella comunità di esclusi che è la parte più autentica del drama. Il villain per me è un grosso no.
Il figlio illeggittimo è stato molto poco sviluppato , come motivazione, storia, desideri, i motivi per cui passa al lato oscuro sono deboli narrativamente.
Altro problema è la struttura narrativa ciclica, che tende a ripetersi, reiterando lo stesso schema:
Jangga provoca,
Sae-ro-yi resiste,
qualcuno viene umiliato,
Yi-seo soffre in silenzio,
Soo-ah guarda malinconica,
nuovo piccolo ostacolo,
nuova resistenza morale.
E dopo alcune puntate senti che la storia gira intonro senza approfondire davvero nulla di nuovo. È lì che nasce quella sensazione di “pesantezza” Non perché manchino eventi, anzi: ne succedono continuamente ma dello stesso tipo, ed emotivamente la serie resta ferma nello stesso punto per troppo tempo. Anche la figura di So-nha è sempre uguale e la sua interpretazione si risolve in una gara di sguardi fissi,soffferente, mentre lei attende e scopri alla fine che poteva avere più agency ed essere molto più utile di Yi-Seo nei suoi piani di vendetta.
Penso che molto spesso realizzare adattamenti uguali al web toon sia deleterio , perchè su un disegno proietti meno realismo. Il disegno crea una distanza simbolica. Un attore in carne e ossa invece porta inevitabilmente il racconto verso il naturalismo, anche quando la sceneggiatura resta da fumetto. E qui nasce lo strappo percettivo.
Secondo me Itaewon Class avrebbe funzionato meglio rendendo Sae-ro-yi più umano, facendo evolvere prima la romance, tagliando alcune scaramucce aziendali ripetute e approfondendo davvero il trauma, la classe e l’identità. Perché il materiale emotivo per una grande serie c’era. Ma spesso è stato sacrificato alla fedeltà da webtoon e alla necessità di creare momenti iconici invece di vera progressione umana.
Una cosa positiva è pero che, pur essendo molto favolistico, non sceglie la soluzione romantica più nostalgica o rassicurante. In moltissimi drama il primo amore resta idealizzato fino alla fine e viene premiato quasi per diritto narrativo. Qui invece no. E questo, paradossalmente, è uno degli elementi più realistici della serie.
Sae-ro-yi non sceglie la persona che rappresenta il passato o l’innocenza perduta. Sceglie quella che ha condiviso concretamente il suo percorso di costruzione. E questa è una scelta molto coerente con una società come quella coreana. Anche Start-Up lavora tantissimo su questo immaginario: la Corea contemporanea romanticizza enormemente il self-made e il partner che partecipa alla crescita personale e professionale del protagonista. Non basta più “esserci stati all’inizio”. Conta chi regge il peso della scalata.
Ed è interessante perché da una parte il drama diventa quasi una fantasia meritocratica estrema, ma dall’altra racconta in modo molto realistico alcuni meccanismi culturali:
il sistema posizionale,
la rigidità gerarchica,
il peso del prestigio,
il conformismo,
il successo come misura del valore umano,
la difficoltà di esporsi sentimentalmente,
il compromesso necessario per sopravvivere.
Perfino Soo-ah, che per è stata frustrante da vedere, secondo me rappresenta qualcosa di molto reale: la persona che capisce il sistema, ne soffre, lo disprezza anche, ma non riesce davvero a uscirne. Non è abbastanza “eroica” per distruggersi pur di restare coerente. E proprio per questo è probabilmente uno dei personaggi più umani della serie.
Alla fine il mio voto è 7,5. E forse è un voto più severo proprio perché la serie aveva ambizioni alte. Ci sono drama molto più stupidi a cui ho dato voti simili, ma almeno non fingevano di essere qualcosa di più profondo. Itaewon Class invece promette una riflessione enorme su classe, potere, trauma e vendetta, e poi spesso sceglie la scorciatoia simbolica e melodrammatica, con un villain da telenovelas anni '90. E non basta il cameo finale a Park Bo Gum per risollevare la serie. Il paradosso di Itaewon Class è stato questo: più cerca di essere realistico nei temi sociali, più diventa interessante.
Più entra nella costruzione da webtoon morale e simbolico, più perde credibilità.
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Blossoms in Adversity
6 persone hanno trovato utile questa recensione
UNA STORIA DI RISCATTO E DI EMANCIPAZIONE (NON UNA STORIA D'AMORE)
Avrei potuto dare un 9 ma ci sono degli aspetti che hanno penalizzato e non mi hanno proprio convinto.La storia è molto bella, ben scritta, qualcosa di nuovo che illustra la condizione della donna, con un cast , quasi esclusivamente femminile, nell'antica cina imperiale, e i tentativi di sopravvivenza di queste donne che compiono un percorso di profonda evoluzione personale guidati dalla protagonista, un personaggio coraggioso, propositivo, audace, anticonvenzionale e progressista. La storia ruota intorno alle sue azioni e alle conseguenze delle stesse sulla famiglia che si riscatta non solo da una situazione tragica ma riesce a risollevarsi; queste donne tutte diverse e succubi, come delle fenici, risorgono dalle ceneri della distruzioni e vincono la battaglia in primis con loro stesse. Solo per questo aspetto il drama meriterebbe la visione , l'idea è da 10.
Costumi e colonna sonora personalmente non mi hanno stregata, ho visto serie più accurate e precise.
Quello che penalizza la valutazione è senz'altro la scelta dei protagonisti e delle loro prestazioni recitative, la protagonista è poco espressiva e ci voleva più complessità dato che si porta in scena un lavoro molto sfaccettato , pieno di vicissitudini, avventure, personaggi, la sua gestione facciale è quasi sempre la medesima. Stessa cosa devo dire per il ML, perfetto fisicamente sia per il ruolo che per le scene di azione ma emotivamente inaccessibile lungo tutto il percorso delle 40 puntate.
Questo ha tolto molta intensità e intenzione alla storia d'amore che in definitiva non mi sembra credibile, e l'amore dei personaggi secondari mi ha quasi emozionata di più (non sono l'unica che lo scrive). Peccato!
Chi parla di chimica tra i due personaggi forse ha visto un'altra serie o ci ha proiettato dentro il proprio film mentale perché vi assicuro che le interazioni sono fredde, cordiali e distaccate senza commozione o coinvolgimento visibile, c'è palesemente finzione che qualsiasi spettatore può vedere (e l'attore bravo deve ingannare lo spettatore altrimenti non si entra emotivamente nella storia). A me sono sembrati due amici , lui è tra gli uomini più freddi e meno convinti e decisi mai visti in 50 drama finora seguiti.
A livello di recitazioni salvo solo mezza dozzina di personaggi, tra cui la terza signora, la sorella del protagonista, il sesto principe ... . La protagonista assolutamente non all'altezza.
Non dare peso alla storia d'amore, sebbene possa essere una scelta voluta dalla regia risaltare maggiormente le storie e le evoluzioni personali dei personaggi ha tolto molta emozione romantica, sebbene ne resti comunque tanta legata tutta al riscatto e alle vicissitudini di queste donne meravigliose, prima nemiche poi amiche e con senso di famiglia, prima distanti, poi unite... ho pianto sì nel corso della visione, diverse volte ma mai per quello che riguardava la coppia dei protagonisti, le loro interazioni hanno finito per lasciarmi sempre più indifferente, sicché sul finale mi importava davvero poco che finissero insieme. Con altri attori e con un'emotività più variegata questo lavoro avrebbe avuto l'intensità tale da diventare il lavoro migliore di questo 2024.
Lo consiglio? Sì ma non a chi cerca drama per le storie d'amore. Leggi di più
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The Man Who Lives with the King
6 persone hanno trovato utile questa recensione
Questa recensione può contenere spoiler
Un'amicizia tragicamente umana in un'impietosa pagina della Storia di Joseon
Film storico coreano – conosciuto anche come “The King’s Warden” – che dipinge piuttosto fedelmente un evento storico e al contempo riesce a fare uno splendido focus sulle persone, trasformando le fredde pagine degli annali di Joseon (richiamati in epilogo) in un racconto vivo, caloroso e straziante su quella che è la fragilità umana.La premessa è ben introdotta: siamo nel 1457, il giovanissimo re Danjong viene deposto dal perfido zio Suyange e mandato in esilio in un villaggio remoto. Ad accoglierlo c'è Eom Heung Do, il capo del villaggio, che si offre volontario per fare da guardiano al sovrano decaduto, idea nata dall’opportunistica speranza che la presenza di un esiliato possa favorire il sostentamento del piccolo villaggio, dopo aver visto altri villaggi trarre beneficio dall’ospitare in esilio alti funzionari: purtroppo l’esiliato che tanto ha faticato a ottenere non si rivela un alto funzionario, bensì uno scomodo regnante deposto, e quindi più un pericoloso fardello che un utile tornaconto. E’ proprio questo aspetto a diventare il cuore pulsante del film, motore dell’intera vicenda narrata.
La pellicola mostra una voluta eterogeneità nella struttura, nei toni e soprattutto nel ritmo della narrazione: la prima ora è in gran parte dedicata a mostrare le dinamiche quotidiane degli abitanti del villaggio, in un sorprendente alternarsi di commedia e leggerezza (sarò sincera, a un certo punto mi sono anche chiesta se si sarebbe mai entrati nel vivo della vicenda). I compaesani vedono poi nell'arrivo del re una gallina dalle uova d'oro, e anche qui non mancano scene di autentico umorismo contadino. Ma a questi si affiancano, ben bilanciati, momenti di silenzio, nei quali il film rivela la sua vera natura: significativi sono gli scambi di sguardi tra il guardiano e il giovane re, i pasti consumati in silenzio, le notti passate a vegliare l'uno sull'altro. La seconda metà della pellicola abbandona gradualmente la commedia per addentrarsi in territori più oscuri, virando verso una drammaticità che lascia senza fiato: i tentativi del re di riconquistare il trono, le alleanze che si stringono e si spezzano, la consapevolezza che la storia ha già scritto il suo verdetto. Qui il film tocca a mio avviso il suo apice, perché pur sapendo come andrà a finire, lo spettatore si ritrova a sperare, a trattenere il respiro, a desiderare che questa volta la storia sia diversa. La scena finale – fondamentale nessuno spoiler per non rovinare l’intera visione - è un vero e proprio pugno nello stomaco, che non lascia spazio né all’eroismo né alla gloria. E solo il tragico epilogo di un'amicizia nata per caso e spezzata dalla crudeltà del potere. Non ci sono scelte scontate, c’è una sceneggiatura che una volta tanto ha avuto il coraggio di andare nella direzione giusta. Da spettatrice l’ho sofferta, ma al contempo l’ho trovata anche gratificante.
Cast indubbiamente azzeccato, sia nella scelta dei vari personaggi secondari, per quanto alcuni palesemente stereotipati, sia per quanto riguarda le due figure protagoniste. Yoo Hae Jin, con il suo volto che passa dal sorriso bonario allo sguardo preoccupato in un battito di ciglia, rende il capo villaggio incredibilmente sfaccettato, un insieme di furbizia, ingenuità e grande e inaspettata umanità. Un plauso a questo attore davvero molto bravo che, nonostante calchi la scena da più decenni – 56 anni e una lunga lista di titoli alle spalle – non avevo ancora avuto modo di conoscere, probabilmente perché dedito esclusivamente a film e fuori dal giro dei drama. Park Ji Hoon è un giovane attore molto quotato ultimamente grazie alla fortunata serie “Weak Hero” (non me ne vogliano i fan, ma non sono proprio riuscita a trovarla interessante o ad apprezzarla, parere del tutto personale): ho trovato però la sua interpretazione in questo film davvero molto intensa e credibile, ha saputo trasmettere senza bisogno di parole tutto il peso, la sofferenza, la costrizione di una vita senza scelte, la solitudine e la rabbia per l’umiliazione subita, oltre a un disperato desiderio di riscatto, ma allo stesso tempo è riuscito a rendere genuine anche le scene più leggere, capaci di strappare un sorriso o addirittura una risata. Tratteggia perfettamente la figura di un ragazzo costretto a diventare re troppo presto e a perdere tutto troppo alla svelta, una vita che gli è scivolata tra le mani prima ancora che potesse davvero viverla.
Nota di merito anche alla regia di Jang Hang Jun, che sceglie una via volutamente misurata, rinunciando a epiche battaglie o scene di corte sfarzose: la macchina da presa si concentra invece sugli spazi angusti della casa in esilio, sul fiume che separa il re dal resto del mondo, sui volti segnati dalla fatica e dalla rassegnazione. È una scelta insolita che però premia, grazie anche alla straordinaria sintonia tra i due protagonisti.
A livello generale si potevano limare alcuni piccoli difetti, da una caratterizzazione meno stereotipata dei personaggi secondari e una moderazione dei passaggi comici nella prima parte dove alcuni risultano un poco forzati. La CGI in alcuni momenti appare approssimativa, mentre rispetto alla ripartizione del tempo, avrei tolto qualcosa alla parte inziale per dedicare maggiore spazio allo sviluppo della relazione tra i due. Ma sono difetti che non vanno ad inficiare la qualità complessiva dell’opera, questo poco ma sicuro.
In conclusione, non è un film che si guarda per seguire il racconto di una storia, è un film nel quale immergersi e vivere un piccolo spaccato più umano che storico, dove a far sorridere o piangere non sono i grandi eventi memorabili, ma i piccoli gesti tra persone che il tempo spesso cancella. Decisamente consigliato.
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UNA SCOPIAZZATURA LOW BUDGET CON ALCUNI STRAVOLGIMENTI (ma quelli sbagliati)
English version: I didn't think they would ever be able to give a distribution license to this work which seems to have been shot by kids with a cell phone. The actors are mediocre, poorly dressed and the environments are very modest, the same goes for the photography and the set design.The acting is stunted, very slow, devoid of emotional components. The female protagonist makes such grotesque and caricatural expressions that you can see her acting a thousand kilometers away.
The only one less mediocre than the others is the grandmother.
The plot follows the original one slavishly, there was no rewriting work. Korn is even dressed in the striped sweater like Nam Do San and the business card with slightly darker and horizontal primary colors, not arranged vertically (this is the degree of freedom that the director allowed himself).
The three engineer friends in this version lack the weight and initiative they had in the Korean version, where they almost become protagonists in some episodes, here they are supporters who give ideas and have no weight in the story.
Let's tal about the love story between the protagonists which is the strong point of the Korean version: here there is no love story, the drama starts in an almost identical, but badly done way, as the protagonists.
The actress is interested finding her childhood love again but she isn't in love with it as Bae Suzy. The male protagonist had already noticed her many times (and this is the only difference that I personally appreciated compared to the Korean version). Well, this series is all about entrepreneurial success, there will be no emotional dialogues, apart from the phrase "sailing without a map", the same dialogues but with the romantic parts cut out or lasting a few seconds.
THE FEMALE PROTAGONIST WILL NOT CHOOSE ANYONE. SHE WILL NOT HAVE A LOVE AFFAIR WITH ANYONE. NOT EVEN A KISS. The only semi-romantic scene is the head resting on the shoulder. END.
A work that lacks intensity, credibility, conviction, coherence. ONE WORD... TERRIBLE! I wouldn't even have welcomed him on a streaming platform.
Non pensavo che avrebbero mai potuto dare una licenza di distribuzione a questo lavoro che sembra girato da ragazzi con un telefonino. Gli attori sono mediocri, mal vestiti e gli ambienti sono molto modesti, idem la fotografia, la scenografia.
La recitazione è stentata, molto rallentata , priva di componenti emotivi. La protagonista fa delle espressioni così grottesche e caricaturali che si vede lontano un migliaio di km che recita.
L'unica meno mediocre degli altri è la nonna,.
La trama segue pedissequamente quella originale, non c'è stato nessun lavoro di riscrittura. Korn additittura vestito col maglione a righe comeNam Do San e il biglietto da visita con i colori primari un po' più scuri e orizzontali, non disposti verticalmente (questo è il grado di libertà che la regia si è concessa).
I tre amici ingegneri in questa versione mancano del peso e dell'iniziativa che avevano nella versione coreana, dove diventano quasi dei protagonisti in alcuni episodi, qui sono dei supporter che danno idee e non hanno peso nella storia.
Veniamo alla storia d'amore tra i protagonisti che è il punto forte della versione coreana: qui non c'è nessuna storia d'amore, il drama parte in maniera pressocche identica, ma fatta male, dei protagonisti.
L'attrice è interessata a ritrovare l'amico di infanzia ma non è presa come Bae Suzy, Il protagonista maschile invece l'aveva già notata molte volte ( e questa è l'unica differenza che personalmente ho apprezzato rispetto alla versione coreana). Ebbene questa serie è tutta incentrata sul successo imprenditoriale, non ci saranno dialoghi emotivi, a parte la frase "sailing without a map", dialoghi uguali ma con le parti romantiche tagliate o che durano qualche secondo.
LA PROTAGONISTA NON SCEGLIERA' NESSUNO. NON AVRA' UNA STORIA D'AMORE CON NESSUNO. NEMMENO UN BACIO. L'unica scena semi romantica è la testa poggiata sulla spalla.FINE.
Un lavoro che manca di intensità, credibilità, convinzione, coerenza. UNA SOLA PAROLA... TERRIBILE! Non lo avrei neanche accolto su una piattaforma streaming.
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Love, gun, sad ending e identità precarie.
FOTOGRAFIA: 10/10 Regia: 9,5. Ritmo: 7. Costumi: 8,5Mr. Sunshine è una di quelle opere doppie: da una parte c’è il grande melodramma storico coreano, con una fotografia sontuosa, personaggi tragici, amori impossibili, identità ferite, dall'altra una Joseon che muore lentamente, sotto il peso della Storia. È una serie che vuole essere continuamente più grande di se stessa, e spesso ci riesce. Altre volte, invece, sembra così innamorata della propria eleganza da dimenticare la logica narrativa.
Alcune scene restano impresse come quadri malinconici, tantissime inquadrature mi hanno ricordato opere del cinema o dell'arte, da Mirò per iniziare, l'ukiyio giapponese per la gestione degli spazi, le inquadrature orizzontali, l'estetica giapponese e quella sensazione di mondo morente e di immanentismo che dà un tono melanconico a tutto il lavoro, ma anche decadentismo per tutto quel che riguarda il Glory Hotel e la sua proprietaria.
Nonostante questi punti di forza che fanno gridare al capolavoro, emergono crepe molto visibili: una scrittura che accelera all’improvviso dopo episodi lentissimi, dinamiche crime e di spionaggio costruite in modo fragile, simbolismi che a volte schiacciano la psicologia reale dei personaggi e una mancata integrazione tra la tragedia a sfondo storico e il melodramma romantico, che spesso stride.
Eppure il fascino di Mr. Sunshine nasce proprio da questa contraddizione: è un drama capace di emozionare enormemente anche mentre lo si critica. Un’opera che vive di atmosfera, perdita, memoria storica e desideri irrealizzati più che di perfetta coerenza. E forse è per questo che divide così tanto: c’è chi lo vive come un poema struggente e chi, superata la bellezza iniziale, inizia a vedere tutte le cuciture, ed io sono nel secondo gruppo.
Poiché è un dramma che si conosce benissimo ormai non mi dilungherò a parlare di trama ma di sensazioni, impressioni, punti di forza e criticità. E' una serie che ho visto in un lungo periodo di tempo per assaporarla e metabolizzarla, superato lo scoglio delle prime tre puntate ho accelerato e in pochi giorni mi sono portata quasi a metà per finire lentamente, come ho iniziato. Non è un drama da binge , va capito, gustato, elaborato. Non è un drama che finisce bene, e questo mi era chiaro sin dal ritorno di Eugene Choi, come marine, vestito di nero, come se stesse andando ad un funerale, quello del Joseon... .
Personaggi principali:
- Ae-sin, per me è simbolo di patria, rappresenta la Corea idealizzata: aristocratica, resistente, moralmente pura, ma anche schiacciata dal peso simbolico che il drama le impone addosso. Kim Tae-ri lavora molto di sguardi e micro-espressioni, costruendo un personaggio controllato e quasi ascetico. Più che una femme fatale, è una figura patriottica romantica. Per me troppo simbolo e troppo poco donna reale, e poco coerente e distaccata di fronte a innumerevoli tragedie emotive ma bravissima se queste erano le consegne, io l'avrei umanizzata un po' di più.
- Gu Dong-mae: un coreano rifiutato dal proprio paese che indossa l’identità giapponese come armatura e ferita insieme. Yoo Yeon-seok gli dà una presenza fisica inquieta, animale, sempre sul punto di esplodere o crollare. È costruito quasi come un fantasma romantico decadente, rappresenta il desiderio impossibile di essere riconosciuti e amati da un mondo che ti ha espulso, il bisogno di essere visto. Notare che il lavoro lo caratterizza almeno esteticamente, lui e il suo gruppo, in senso caricaturale, spesso i coreani rappresentano la cultura giapponese banalizzandola o semplificandola.
- Kudo Hina, incarna la sopravvivenza intelligente dentro il caos coloniale, è una survivor, a differenza di Aesin che rappresenta l'idealismo puro, non è pura, non è innocente, non è idealista: manipola, osserva, recita, protegge se stessa e gli altri contemporaneamente. Kim Min-jung le dà fascino adulto, ironia e una stanchezza elegante molto moderna. Il personaggio più noir della serie, quasi una figura gotica sospesa tra eros, morte e pragmatismo, molto gotica e ma anche con un tocco liberty, bella epoque, soprattutto quando veste occidentale e ha l'acconciatura e una estetica , ma anche una fisionomia, che richiama Franca Florio.
- Kim Hee-sung rappresenta la nobiltà inutile che lentamente acquisisce coscienza morale. Parte come personaggio leggero e quasi frivolo, poi si evolve davvero in modo leggibile e coerente. Byun Yo-han lo interpreta con naturalezza, rendendolo umano e meno teatrale degli altri. Non è un personaggio che mi ha entusiasmato né l'attore me lo ha reso memorabile.
- Takahashi mori, rappresenta il volto più glaciale e ideologico dell’imperialismo giapponese. Non è costruito come essere umano complesso ma come incarnazione della macchina coloniale: disciplinato, spietato, convinto della superiorità del proprio potere. DIsumano, ambizioso, convinto della superiorità del proprio paese. Rappresenta una presenza opprimente, inevitabile, il volto della Storia che avanza senza empatia.
- Lee Wan-ik è invece il collaborazionista opportunista, probabilmente più odioso proprio perché interno alla Corea stessa. Vigliacco, servile con i forti e crudele con i deboli, rappresenta la degenerazione morale prodotta dal potere e dall’avidità. Non ha l’aura tragica degli altri antagonisti: è viscido, umano nel senso peggiore del termine. Per me più irritante dei giapponesi stessi, perché tradisce il proprio popolo per interesse personale. Grande interpretazione dell'attore principale che lo ha reso grottesco, viscido, miserabile, meschino, sadico e privo di scupoli con una mimica assolutamente credibile e creando quasi una caricatura riconoscibile dell'omuncolo inutile e cattivo fino alla perversione.
-- Eugene Choi, il reale protagonista ed eroe drammatico, martire della serie, l’uomo senza patria, sopravvissuto alla violenza di classe e incapace di appartenere davvero a un luogo, america, corea... . È il personaggio più lineare emotivamente: ama, protegge, osserva Joseon con rabbia e nostalgia insieme. Lee Byung-hun lo interpreta con grande controllo, dandogli una malinconia adulta e quasi stanca. Per lo spettatore diventa il tramite più accessibile perché umano dentro la tragedia storica, l’uomo che comprende troppo tardi di avere ancora una casa emotiva.
Simbolismo: Mr. Sunshine usa continuamente il simbolismo, a volte in modo potente, altre quasi eccessivo. I personaggi per me sono idee incarnate, non posso pensarla in modo differente. Ae-sin è la patria perduta e idealizzata, non a caso è amata da tutti; Eugene è l’uomo senza terra che scopre troppo tardi il significato di appartenenza; Dong-mae è l’identità deformata dal rifiuto sociale e coloniale che cerca lo sguardo di Ae-sin; Hina rappresenta la sopravvivenza dentro il compromesso morale. Anche gli spazi parlano: il Glory Hotel sembra un limbo gotico tra decadenza, desiderio e morte, mentre i tramonti irreali e i cieli saturi trasformano Joseon in memoria nostalgica più che in luogo storico realistico. A volte il simbolismo arricchisce enormemente il drama; altre volte schiaccia la psicologia reale dei personaggi e rende alcune dinamiche troppo costruite o artificiali, e poco comprensibili, pena il sottotitolo beceramente brutale che netflix ha pagato al primo venuto.
Perché parlo di identità precarie ( nel titolo della mia recensione)? Quasi tutti i personaggi principali vivono dentro identità instabili, performate o sospese. Nessuno appartiene davvero al posto che occupa. Eugene è coreano ma cresce americano, torna a Joseon da straniero e guarda il proprio paese come qualcuno che ne è stato espulso. Dong-mae indossa il costume del samurai giapponese senza essere davvero giapponese né accettato come coreano: la sua identità è quasi una maschera costruita per sopravvivere al rifiuto. Hina stessa vive sotto un nome e uno status che sono insieme protezione e prigione; elegante, sofisticata, apparentemente potente, in realtà abita continuamente una posizione precaria, fatta di segreti, compromessi e paura di perdere tutto, è giapponese per via del marito e indossa questa identità quando le fa comodo, e sulla sua ferita, matrimonio imposto, ha creato la sua agevole sopravvivenza.
Il drama costruisce così un mondo dove le identità non sono mai solide ma sempre negoziate, recitate o imposte dalla Storia. E forse è proprio questo il cuore malinconico della serie: in una Joseon che sta morendo, nessuno riesce più a essere davvero se stesso. E la fine della nobiltà e la caduta della famiglia Go ne è l'emblema significativo.
Finale: tragico, drammatico, un' ecatombe,"olocausto" collettivo e il problema mi sono chiesta quale fosse, ho visto tante opere finite male e non mi stonavano così, sembra che muoiano tutti per dare un tono volutamente tragico alla serie, risultando forzato. Non mi fraintendete, il senso è mostrare come la storia si imponga sulle scelte del singolo e come il sacrificio sia stato fondamentale per permettere l'indipendenza della Corea poi nel lungo periodo, se non altro come esempio che come effettivo impatto di quel gruppo di perone ma le morti scenografiche e violente mi sono sembrate un monumentale funerale collettivo con picchi di melodramma improbabile sulla fine del protagonista. C'è pure una sorta di karma finale per uno dei personaggi, a dimostrazione che non segue alcuna razionale o equa "resa dei conti", forse, perché a pagare dovevano essere altri.
--Dettagli tecnici-
Interpretazioni
Qui la serie porta a casa un risultato grosso: il livello medio del cast è altissimo e, cosa ancora più rara, abbastanza uniforme. Nessuno sembra fuori scala rispetto agli altri, tranne forse la madre di Ae sin ma ha poco spazio, una scena iniziale, poi nessuno stona davvero, e questa coesione aiuta molto l’effetto di insieme. Kim Tae-ri lavora tantissimo di micro-espressività e si vede che ha controllo, anche se il personaggio di Ae-sin resta molto compresso e a tratti troppo solenne, quasi robotico, e non ho gradito. Lee Byung-hun è magnetico, Yoo Yeon-seok costruisce un Dong-mae che vive di ferita, rabbia e fame di riconoscimento, Kim Min-jung dà alla proprietaria dell’hotel una presenza adulta e tagliente, flirtereccia ma anche pericolosa, noir se vogliamo.
OST
Calzante, senz’altro. Sa quando spingere e sa quando restare in sottofondo, quindi accompagna bene il tono elegiaco della serie. Però non è una colonna sonora che ti rimane addosso come un trauma musicale come in moon lovers o in goblin. Funziona molto bene nel momento, l'utilizzo degli archi o le ballad malinconiche nelle scene di avvicinamento, meno come memoria autonoma. È efficace più che memorabile.
Fotografia & Regia
Qui siamo su un livello quasi cinematografico. Composizione, luce, costumi, paesaggi, uso del controluce e delle atmosfere fredde o brumose: tutto dà la sensazione di un’opera molto più grande del normale drama storico. Ci sono immagini che si stampano davvero in testa. Il problema è che questa raffinatezza visiva a volte cerca così tanto la bellezza da diventare decorativa, ma resta comunque una delle armi migliori della serie.
Quando vedi i tramonti non vedi solo un tramonto ma il "sentimento del tramonto", è per questo che premio questa opera con un 10 su 10 nel comparto fotografico, per l'utilizzo dei colori e i continui riferimenti artistici, oltre a varie citazioni (Lawrence d'Arabia, Dottor Zhivago, Via col Vento).
Regia moderna, sontuosa, molto sicura di sé. Però abbonda nei primi piani e nei feedback emotivi un po’ troppo insistiti A volte sembra che la regia non si fidi abbastanza della scena e continui a sottolinearla per assicurarsi una risposta emotiva dallo spettatore. Detto questo, nella seconda parte e nel finale migliora: trova più respiro, più forza visiva, più senso della tragedia. Ci sono anche momenti quasi sperimentali nell’uso del colore e del tono, soprattutto quando la serie lascia perdere il realismo e si consegna all’elegia.
Un dettaglio che secondo me funziona molto bene è l'utilizzo del colore per anticipare messaggi precisi: quando Eugene ricompare in Joseon, come marine, vestito di nero, la sensazione è subito quella di uno che arriva come a un funerale. La serie fa capire che è un uomo già segnato, già mezzo morto dentro, e infatti la sua traiettoria emotiva è quasi quella di un fantasma che continua a camminare.
Pacing
Pessimo, senza tanti giri. Parte benissimo come costruzione lenta e immersiva, poi diventa traballante, ridondante, a tratti persino stancante. I continui flashback interrompono più che arricchire; certe scene sembrano ripetere lo stesso concetto per paura che lo spettatore non abbia capito o sentito. E soprattutto negli ultimi episodi accelera di colpo: morti, svolte, separazioni, vendette, tutto schizza via a velocità supersonica. La sensazione è che il drama non sappia sempre respirare. O dilata troppo, o corre troppo, comprimendo negli ultimi 2 episodi 3 anni di storia.
Quando diventa melodramma storico
Qui sta la frizione più evidente. Mr. Sunshine vuole essere insieme tragedia nazionale, romance impossibile, epopea politica e racconto di formazione coloniale. L’ambizione è enorme, ma il melodramma a volte stride con il peso storico. Non è tanto il fatto che sia tragico: è che spesso chiede allo spettatore di accettare svolte emotive molto forti senza costruirne fino in fondo la coerenza psicologica. La parte sentimentale, in particolare, sembra pensata più come simbolo che come esperienza umana pienamente credibile. Risultato: grande impatto, ma non sempre plausibile. I cattivi, che lo sono davvero nella storia, sono resi come mostri monodimensionali, privi di un loro percorso, motivazioni, ferite; vogliono solo prendere, depredare, piegare i coreani. Perché questo odio? Boh. Può l'avidità spiegare perversa, truculenta, belluina crudeltà? Muah!
Quando diventa crime / spionaggio
Molto meno solido del resto. Lì si vedono le cuciture. Intrighi poco chiari, passaggi forzati, documenti e prove che compaiono con una comodità sospetta, logiche investigative che non reggono se le guardi troppo da vicino. Il lato spionistico sembra spesso servire solo a far avanzare il melodramma, non a costruire davvero tensione crime. È la parte in cui la serie perde più credibilità.
Sottotitolaggio italiano
Male, spesso davvero male. Non solo perché sono letterali, ma perché non sembrano adattati al contesto culturale e linguistico, ci sono molti errori e la cosa assurda è che i traduttori vengono pagati, a fine episodio c'è pure il nome di uno di loro, vergognoso. Il risultato è che certe battute diventano rigide, ambigue o proprio poco naturali con mancata concordata LEi/voi, errori, in un drama pieno di gerarchie, sottintesi e registri formali, una traduzione di questo genere pesa tantissimo. Alcune scene che in origine probabilmente avevano una sottigliezza reale, in italiano sembrano tradotte con google translator. Quasi da gruppo amatoriale fai da te, complimenti.
Giudizio finale
Mr. Sunshine è una serie di qualità alta, sicuramente sopra la media dei kdrama più stupidi e affettati. Ha immagini potenti, interpretazioni solide, ambizione vera e una malinconia storica che sa colpire. Però non è perfetta, e anzi inciampa proprio quando pretende più coerenza narrativa: ritmo, crime, traduzioni, alcune svolte sentimentali e la gestione del triangolo romantico fanno perdere punti.
Per me è un lavoro molto forte, molto bello da vedere, molto intenso da vivere, ma non un 10 pieno. Sta più vicino a un 9, con punte altissime e alcune cadute abbastanza fastidiose. Una serie grande, non impeccabile. E proprio per questo, quando funziona, si fa ricordare davvero.
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Crash Landing on You
6 persone hanno trovato utile questa recensione
Confini d’Amore: oltre il 38° Parallelo. Storie di unione.
É uno dei K-drama più iconici e amati degli ultimi anni, capace di conquistare il pubblico mondiale grazie a una trama avvincente, personaggi indimenticabili e una profonda riflessione sulle divisioni storiche tra Corea del Nord e Corea del Sud.Breve sinossi
La serie segue Yoon Se-ri, una ricca e brillante imprenditrice sudcoreana che, durante un volo in parapendio, viene spinta da una tempesta oltre il confine e atterra accidentalmente nella Corea del Nord. Qui incontra Ri Jeong-hyeok, un ufficiale dell’esercito nordcoreano, che decide di aiutarla a nascondersi e a tornare a casa. Da questo incontro nasce una storia d’amore intensa e proibita, che si sviluppa sullo sfondo delle tensioni politiche e culturali tra le due Coree.
Tematiche Principali
Amore proibito e resilienza: Il cuore della serie è la relazione tra Se-ri e Jeong-hyeok, che sfida ogni barriera sociale, politica e personale. Il loro amore, ostacolato da differenze culturali e dalla divisione tra Nord e Sud, diventa una metafora della speranza e della possibilità di superare i confini imposti dalla storia.
Contrasto culturale : la serie offre uno sguardo raro e dettagliato sulla vita quotidiana in Corea del Nord, umanizzando i suoi abitanti e mostrando le profonde differenze (ma anche le similitudini) con la Corea del Sud. Ho riflettuto su quanto certi regimi totalitari limitino il progresso determinando quasi una regressione dalla modernità, da cui sembrano anni luce rimasti indietro.
Questo confronto è trattato con sensibilità e attenzione ai dettagli, rendendo la narrazione credibile e spunto di riflessione profonda.
Ho adorato l'amicizia tra la protagonista e i personaggi della Corea del Nord, sopratutto i militari.
Famiglia e lealtà: Oltre alla storia d’amore, il drama esplora i legami familiari, soprattutto il rapporto con la madre per la FL, e i rapporti irrisolti tra il padre e il ML, un trauma irrisolto su un componente della famiglia che non c'è più ma ha lasciato strascichi ingombranti nella vita dei protagonisti, le aspettative sociali e il peso delle responsabilità individuali. Le dinamiche familiari, sia di Se-ri che dei personaggi nordcoreani, sono fondamentali per comprendere le scelte e i sacrifici dei protagonisti.
Personaggi e Interpretazioni : Hyun Bin (Ri Jeong-hyeok) e Son Ye-jin (Yoon Se-ri) regalano interpretazioni molto intense, dando vita a personaggi complessi e profondi. Hyun Bin meraviglioso nelle scene d'azione.
La loro chimica, forse coadiuvata dall'essere realmente una coppia nella vita reale, contribuisce in modo decisivo al successo emotivo della serie. Anche i personaggi secondari sono ben sviluppati e dotati di profondità psicologica, tanto che lo spettatore si affeziona a ciascuno di loro.
Narrazione e Stile: la sceneggiatura è IL vero punto di forza, la storia alterna sapientemente momenti di suspense, romanticismo, comicità e dramma. L’uso di flashback e una narrazione non lineare arricchiscono la trama, mantenendo alta la tensione emotiva. La serie riesce a essere, allo stesso tempo, confortante e innovativa, pur utilizzando alcuni cliché tipici del genere.
Musica dell’opera:
La colonna sonora è una delle più iconiche e amate nel panorama dei K-drama, capace di accompagnare e amplificare le emozioni della storia con brani pop, ballate struggenti e musiche strumentali evocative.
Composta da una selezione di brani vocali e strumentali che spaziano tra pop, ballad e orchestrazioni cinematografiche, riuscendo a sottolineare perfettamente i momenti romantici, drammatici e nostalgici della serie. La musica gioca un ruolo fondamentale nell’accentuare il contrasto tra i due mondi dei protagonisti e nel trasmettere la profondità delle loro emozioni.
Ecco alcuni dei titoli più rappresentativi dell’OST:
"Flower" – Yoon Mi Rae: un brano intenso e delicato, che esprime la speranza e la resilienza dell’amore tra i protagonisti.
"Sunset" – Davichi : una ballata emozionante, perfetta per i momenti malinconici della serie.
"Here I Am Again" – Baek Ye Rin : canzone simbolo della nostalgia e del desiderio di ricongiungimento.
"But It’s Destiny" – 10cm: pezzo che riflette il tema del destino e degli incontri fortuiti.
"I Give You My Heart" – IU: uno dei brani più iconici, che accompagna le scene più romantiche e toccanti, diventando una vera e propria “signature song” della serie.
All of My Days" – Kim Sejeong: una ballata dolce e malinconica.
"Let Us Go" – Crush: un pezzo che trasmette il desiderio di libertà e di un futuro insieme.
Musiche strumentali: oltre ai brani vocali, la serie include numerose tracce strumentali che creano l’atmosfera perfetta per le scene ambientate sia in Corea del Nord che in Corea del Sud. Tra queste spiccano:
"Sigriswil": Tema orchestrale ricorrente che accompagna i momenti più epici e romantici e la sigla di apertura.
"The Hill of Yearning" : Melodia malinconica che sottolinea la nostalgia e la distanza tra i protagonisti.
L'opera non racconta solo una storia d’amore bensì la resilienza umana e la possibilità di trovare punti di incontro nonostante le divisioni. Il drama è riuscito a unire spettatori di tutto il mondo, diventando un fenomeno globale e contribuendo alla popolarità della Hallyu Wave.
La sua uscita durante la pandemia ha accentuato il suo ruolo di “comfort drama”, offrendo speranza e consolazione in un momento di incertezza collettiva.
"Crash Landing on You" è un capolavoro del K-drama che riesce a intrecciare una storia d’amore struggente con una riflessione profonda sulla storia e la società coreana. Grazie a una scrittura molto valida, interpretazioni molto solide e una narrazione ricca di emozioni, la serie lascia il segno e invita a riflettere sul valore della comprensione e della connessione umana, anche nei contesti più difficili.
Una master class di scrittura e di emozioni, capace di far ridere, piangere e sperare, ricordando che l’amore può nascere anche dai più imprevedibili “atterraggi di fortuna". ;- )
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FATED JUDAS- Quando lo stile prende il sopravvento sulla narrazione
Il titolo della recensione è volutamente provocatorio , Giuda non allude soltanto ai tradimenti che attraversano la trama da parte di persone vicine e care ai due protagonisti ma ad una storia che finisce per tradire se stessa. Tradisce le proprie ambizioni artistiche, il tono tragico che vorrebbe assumere e, soprattutto, il linguaggio cinematografico che tenta di appropriarsi con innovazioni senza sempre comprenderne la funzione.Il problema dell'opera è una scrittura derivativa ( da almeno 6 drama storici- wuxia) che propone dei contenuti senza svilupparli fino in fondo.
La struttura narrativa costruisce un continuo gioco di specularità, i due protagonisti percorrono traiettorie quasi simmetriche: entrambi vengono traditi dalla persona di cui si fidano maggiormente, entrambi riportano ferite che modificano il loro destino, entrambi sperimentano la perdita della memoria, entrambi sono costretti a ridefinire la propria identità. Anche le coppie secondarie finiscono spesso per vivere, a ruoli invertiti, le stesse dinamiche emotive (Feng Xiyang e Xia Jinshi) quindi ha uno scopo , non è un cliché ripetuto , come scriveva qualcuno.... .
L'idea della specularità è probabilmente l'intuizione migliore dell'intera serie. Il problema è che resta quasi sempre un meccanismo strutturale più che un vero tema filosofico.
Lo stesso accade con gli altri argomenti affrontati. La guerra, il rapporto fra genitori e figli, il peso delle aspettative familiari, la memoria, il desiderio femminile qui mostrato con una certa modernità, il sacrificio, la responsabilità politica. Tutti elementi presenti. Nessuno realmente approfondito.
La sensazione costante è stata quella di assistere a una sceneggiatura che accumula temi invece di svilupparli.
Dal punto di vista narrativo l'opera aggiunge molto poco a un panorama ormai saturo di wuxia romantici. Dopo decine di produzioni storiche cinesi viste negli ultimi anni, è difficile non riconoscere una costruzione fortemente derivativa. Le dinamiche ricordano Rule the World; l'estetica visiva e sonora richiama spesso Fangs of Fortune; alcune scelte iconografiche – dai morsi sul collo alla costruzione predatore-preda fino all'erotizzazione della violenza – evocano apertamente un immaginario vampiresco che riporta inevitabilmente a Twilight.
Il revenge finale con la resa dei conti e la strage finale a casa del cattivo di turno Love like Galaxy e l'utilizzo di ipersaturazioni a contrasto e primi piani che stravolgono il volto, The Double.
Naturalmente il problema non è l'influenza, potrebbero essere citazioni. Tutto il cinema vive di influenze. Il problema nasce quando il mosaico non genera un'identità nuova.
Paradossalmente è proprio la regia a rappresentare il punto più interessante e, contemporaneamente, la maggiore occasione mancata. È evidente il desiderio di sperimentare:
Color grading fortemente saturo.
Flare luminosi.
Primi piani estremi.
Montaggio sincopato.
Sound design continuamente enfatizzato attraverso riverberi, code vocali e trattamenti artificiali delle voci.
Persino il dolly zoom (il cosiddetto Vertigo effect), caro a Hitchcock e presente dal 1960, finalmente compare in più occasioni , per la prima volta forse in un drama cinese. WOW !
Il Vertigo effect, ossia quel doppio effetto che consiste nell'avvicinare o allontanare il soggetto a fuoco e porre l'effetto opposto sullo sfondo, non nasce come semplice abbellimento estetico. È una figura retorica del linguaggio cinematografico. Tradizionalmente visualizza una frattura percettiva, una perdita di controllo, uno shock, un improvviso mutamento psicologico, può essere utilizzato per paranoia, sovvertimento, insomma avvisa che sta per accadere qualcosa dissociando i due piani: uno si avvicina e l'altro si allontana, una soluzione molto elegante e ormai realizzabile anche con la telecamera dello smartphone e un programma come CUPCUT.
In questo lavoro, in un paio di sequenze il suo utilizzo appare coerente con il vissuto dei personaggi.
In altre, invece, sembra trasformarsi in una firma stilistica applicata indipendentemente dal contenuto drammatico della scena.
Durante una frattura emotiva fra padre e figlio, ad esempio, la costruzione dell'inquadratura comprime lo spazio (l'inquadratura zoomma sui volti), anziché enfatizzare la distanza relazionale, producendo un'immagine suggestiva ma semanticamente poco coerente.
Una regia moderna che conosce gli strumenti del linguaggio cinematografico, ma che troppo spesso li utilizza come ornamento invece che come veicolo di significato.
Lo stesso discorso riguarda l'impianto estetico generale: l'opera oscilla costantemente fra un drama a sfondo storico e un idol drama (zero credibilità storica).
I costumi recuperano suggestioni delle popolazioni tibetane, per quanto riguarda la fazione avversaria, mentre trucco, contouring, sopracciglia perfettamente scolpite, manicure rosse e fotografia ipersatura appartengono chiaramente a un immaginario contemporaneo, stessa cosa per le scarpe con zeppe interne e polsiere in ecopelle ben visibile.
Il risultato costruisce un ibrido che finisce spesso per compromettere la credibilità del mondo rappresentato.
Persino il sound design contribuisce a questa impressione. Le voci vengono frequentemente trattate con riverberi e code artificiali che dovrebbero conferire maggiore epicità ai protagonisti. In realtà producono spesso l'effetto opposto: ricordano costantemente allo spettatore la presenza della post-produzione, interrompendo l'immersione narrativa.
Anche sul piano attoriale il cast appare discontinuo.
Li Qin sostiene gran parte del peso emotivo della serie con un'eroina finalmente desiderante, capace di scegliere, combattere e manifestare apertamente il proprio desiderio senza essere ridotta alla classica figura femminile passiva. Una sorta di Nikita dei tempi antichi sebbene troppo coreografica nei duelli. È probabilmente il personaggio meglio scritto dell'intera opera.
Chen Zheyuan, invece, non è affatto il pessimo attore che alcuni hanno descritto, ma nemmeno il protagonista carismatico necessario per sostenere un progetto così ambizioso. Alterna momenti convincenti ad altri molto più opachi, probabilmente penalizzato anche da una regia che privilegia continuamente l'immagine alla costruzione interpretativa. Un trucco eccessivamente levigato con un contouring a macchie ben visibile, una bocca che ricorda il becco di un'anatra, un volto quasi immobile in alcune sequenze e un'estetica troppo patinata finiscono inoltre per indebolire la credibilità di un personaggio che dovrebbe incarnare un generale temprato dalla guerra.
Peggiore è la prova da parte del cast secondario, in particolare dell'interprete di Murong Junior, la cui recitazione si riduce spesso a una successione di smorfie enfatizzate da un montaggio ossessivamente frammentato.
Mi sono chiesta più volte se il problema fosse davvero il cast o, piuttosto, la direzione data agli attori. La sensazione è che la regia abbia privilegiato costantemente la costruzione dell'immagine rispetto alla costruzione dell'interpretazione. Molti personaggi finiscono così per rifugiarsi in un repertorio di smorfie, sguardi esasperati e pose, senza raggiungere una reale credibilità emotiva.
Chen He Yi in "Perfect Match" (serie netflix, non a caso) aveva dimostrato di possedere un registro più naturale e sfumato; qui, invece, sembra costretto entro una recitazione caricata, quasi illustrativa, lontana dal suo potenziale. Lo stesso vale per diversi antagonisti, che raramente trasmettono quella sottile inquietudine che dovrebbe accompagnare un buon villain.
Anche Chen Zheyuan, pur non essendo affatto l'attore disastroso che qualcuno ha dipinto, non riesce a sostenere il peso del protagonista con il carisma necessario. Alterna momenti convincenti ad altri sorprendentemente anonimi, ma continuo a pensare che la responsabilità non sia esclusivamente sua. Un altro interprete avrebbe probabilmente migliorato il personaggio, senza però risolvere il problema principale dell'opera.
La tensione narrativa soffre dello stesso limite. I colpi di scena non sorprendono perché la regia sembra conoscere perfettamente i codici del thriller ma li utilizza in maniera troppo scoperta. Quando Murong Yao compare nascosto dietro la tenda lo spettatore esperto capisce. La messa in scena insiste così tanto sull'occultamento dell'identità che finisce, paradossalmente, per indicare allo spettatore dove guardare. I tradimenti, gli inganni e le rivelazioni perdono così gran parte della loro forza perché risultano intuibili fin dai primi episodi.
Lo stesso accade con la costruzione della tensione erotica. La regia ricorre continuamente a un repertorio fisico: combattimenti che diventano corteggiamenti, morsi sul collo, corpi che si sfiorano, prese, cadute, giri, personaggi posti in braccio, fermo immagine sugli sguardi. È un'estetica che cerca costantemente di suggerire desiderio attraverso la fisicità ma finisce spesso per sostituire l'intimità con la coreografia.
E qui emerge inevitabile il confronto con Joy of Life, dove bastava un semplice baciamano di Zhang Ruoyun, una pausa nel dialogo o un cambio quasi impercettibile dello sguardo perché si percepisse immediatamente la nascita di un sentimento. Nessun rallenty, nessun morso, nessuna spettacolarizzazione del contatto fisico. Solo recitazione, scrittura e tempi scenici.
Fated Hearts sembra credere che l'intensità emotiva possa essere costruita accumulando stimoli visivi e sonori; Joy of Life dimostra invece che basta un gesto minimo, quando è sostenuto da una scrittura solida e da interpreti diretti con precisione.
La regia avrebbe dovuto pretendere molto di più dai propri attori invece di coprirli con artifici visivi, perché il cinema può emozionare anche con un primo piano immobile se l'attore sente il personaggio. Quando invece ogni scena cerca disperatamente di stupire, il rischio è che lo spettatore finisca per ammirare il meccanismo senza credere davvero alle emozioni che dovrebbe raccontare.
Eppure non è stato un brutto drama.
È una serie che si guarda con piacere, mantiene un buon ritmo e possiede un'identità visiva riconoscibile. Semplicemente, non riesce mai a raggiungere il livello di profondità che continuamente promette. Vuole essere tragedia, ma mantiene spesso il tono del melodramma. Vuole essere innovativa, ma costruisce la propria identità attraverso suggestioni già viste. Vuole parlare della guerra, della memoria, del destino e del tradimento, ma preferisce quasi sempre l'immagine alla riflessione.
Alla fine resta un'opera esteticamente ambiziosa, tecnicamente curiosa, narrativamente derivativa e incapace di dare ai propri artifici una reale necessità espressiva, la regia è stata visionaria ma priva di coerenza espressiva, gli effetti nel cinema nascono per raccontare, suggerire, indicare, stessa cosa per l'impianto sonoro di un film, o di un'opera. Qui hanno confuso l'enfasi con il cinema.
Voto: 6,7/10. Un drama gradevole, a tratti visivamente affascinante, ma che confonde troppo spesso la ricerca stilistica con il linguaggio cinematografico e l'ambizione con la profondità.
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Something in the Rain
6 persone hanno trovato utile questa recensione
L' evoluzione "mancata" di Miss Tambourine
Miss Tambourine - il soprannome già da solo contiene metà (disprezzo ) del drama - è il nomignolo dispregiativo di Yoon Ji-na, protagonista della serie: una donna di 35 anni, assistent manager di una catena di caffetterie, Coffebay. Viene appellata così dalle colleghe di ufficio perché nel loro idioma avvelenato lei sarebbe quella donna che “fa atmosfera”: la ragazza graziosa, gradevole, un po’ ornamentale, quella che i colleghi maschi guardano con favore e che, nella fantasia tossica altrui, ottiene attenzione non per autorità o competenza ma perché sa intrattenere. Il tamburello richiama proprio quell’idea da karaoke, da hostess che sorridono, accompagnano, tengono su il clima. Insomma: non un complimento, ma il modo elegante con cui certi ambienti riescono a dire “non la prendetela sul serio”, "non seguire il suo esempio" senza usare parole troppo esplicite. E questa, in fondo, è già la fotografia perfetta della serie: bella superficie, sottotesto acidissimo.>>>>>>>>>>>>>>>>Il drama non è più disponibile su netflix da domani ma potete seguirlo su Viki (e secondo me con sottotitoli migliori) <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<< .
Dal punto di vista estetico, Something in the Rain sa benissimo cosa sta facendo. La regia è classica, non sperimentale, ma ha un gusto visivo notevole: toni caldi, seppia morbido, una malinconia costante che sembra stendersi su ogni scena come una coperta calda, lisa per l'utilizzo. È un drama che non urla mai, ti siede accanto e ti mette addosso quell’aria da sera piovosa in cui tutto appare più romantico di quanto probabilmente sia. , Funziona finché non ti accorgi che spesso il silenzio viene usato più come sedazione che come intensità. I primi piani lunghissimi, i montaggi musicali, la musichetta che scorre sopra corse, abbracci e prese in braccio costruiscono un clima, sì, ma non sempre una vera tensione. E la differenza io la sento.
La prima metà della serie vive di questa illusione elegante. È il tratto più riuscito: ti convince di stare guardando una romance adulta, delicata, naturale, quasi osservata da una finestra appannata. Poi però arriva il problema fondamentale: la storia d’amore non viene davvero costruita, viene mostrata. Vedi loro due che sorridono, camminano, si cercano, si toccano, si abbracciano. Vedi la tenerezza. Vedi la familiarità. Ma la passione? La spinta? La ragione profonda per cui lui dovrebbe scegliere proprio lei, e lei proprio lui? Quella resta spesso fuori campo, come se bastasse mostrare due persone vicine per farci credere che l’amore sia diventato inevitabile. E invece no: non basta una canzone, non basta un ombrello stretto, un passaggio della metro, non basta un abbraccio preso bene in controluce. La romance, almeno per chi la guarda con un po’ di sangue nelle vene, deve far sentire il perché. A me il perché non è arrivato!
Joon-hee e Jin-a hanno una chimica che molti hanno celebrato come esplosiva; per me, più semplicemente, è una chimica discreta, fatta di comfort e desiderio trattenuto, ma non di vera tensione. I bacini ci sono, la tenerezza pure, ma quella corrente sotterranea che dovrebbe attraversare una storia d’amore adulta non sempre si accende. Joon-hee è scritto come l’uomo ideale visto attraverso gli occhi di lei: bello, comprensivo, paziente, quasi sempre pronto a reggere il mondo sulle spalle senza lamentarsi troppo. Solo che un uomo così, se non gli dai anche un interno umano, rischia di sembrare più una funzione che una persona. E in effetti la sua evoluzione è minima: tra traumi familiari, abbandoni, dolore e senso di spaesamento, si intuisce molto, ma si realizza poco. Non c’è una vera trasformazione che si faccia sentire fino in fondo.
Poi c’è Jin-a! Il vero centro nervoso della serie, e anche il suo punto più contestabile. Perché il problema non è che sia una vittima, o che sia sotto pressione, o che viva schiacciata tra famiglia, lavoro e giudizio sociale. Il problema è che il drama le assegna una lunga serie di scelte che la fanno apparire sempre meno come una donna che cresce e sempre più come una che oscilla, si ritira, rimanda, acconsente, si fa trascinare. La sua condotta con l’ex fidanzato è il primo grande schiaffo allo spettatore: la scena della macchina, con lui che si porta dietro un gesto da maniaco disperato e lei che finisce dentro un incubo di ansia e terrore, dovrebbe essere il momento in cui si capisce che certi legami sono tossici fino al midollo. E invece la serie, pur mostrando il pericolo, spesso non si prende abbastanza cura di farci sentire il terrore fino in fondo. Lo intuisce, lo sfiora, ma non lo porta sempre a compimento.
Il vero crollo, poi arriva nelle decisioni successive. Lei si piega a logiche familiari e sociali che la espongono sempre di più. Quando accetta l’appuntamento al buio per placare la madre, dopo che lui è stato persino picchiato dalla stessa, il danno è ormai evidente: non è più una donna alle prese con la paura, è una donna che continua a scegliere la via più comoda per non affrontare il conflitto, anche quando il costo lo paga l’uomo che dice di amare. E quando organizza di nascosto con il padre di lui e poi gli chiede di non essere infantile, lì il drama si tradisce da solo. Perché a quel punto non sei più davanti a una protagonista in difficoltà; sei davanti a una persona che continua a chiedere maturità agli altri mentre lei stessa scivola dentro compromessi che sembrano solo rimandi di colpa. E non ho avuto alcuna percezione della differenza di età, nel modo di vivere la relazione: lei e la madre mi sono sembrate oltremodo infantili.
La cosa più irritante, in tutto questo, è che Something in the Rain non approfondisce davvero il costo emotivo di ciò che racconta. Parla di molestie sul lavoro, di ambiente tossico, di sessismo quotidiano, di famiglia soffocante, e in teoria lo fa bene. Mostra, non spiega. Ma mostra senza scavare sempre abbastanza nella ferita. Jin-a subisce, minimizza, abbassa la testa, cerca di non preoccuparsi troppo di sé per non disturbare gli altri, e questo potrebbe essere un ritratto potentissimo di assuefazione e stanchezza. Invece, spesso, finisce per sembrare una donna che non reagisce nemmeno quando dovrebbe. Il che rende la sua figura meno tragica e più esasperante. E allora sì, capisci perché tanti spettatori smettono di vederla come la protagonista da proteggere e cominciano a guardarla come una presenza autosabotante.
La seconda metà del drama è il luogo in cui questa frustrazione diventa struttura. La madre entra come una calamità morale senza fine: controllo, giudizio, ricatto emotivo, status, reputazione, ossessione per ciò che “si deve” fare. Il padre resta terribile nella sua passività ambivalente, la sorella di lui vive un’ombra di serietà e ferite che però non si schiudono mai in una vera evoluzione. E i colleghi? Un catalogo di tossicità che la serie osserva con lucidità ma senza ribaltarlo davvero. C’è verità, ma non c’è riscatto, accennato alla fine. Hai vinto tu, JIn-a, in ascensore, 3 secondi di scena. Tutto resta addosso, come polvere.
Il punto non è che la serie sia brutta. È peggio: è una serie fatta bene che non convince fino in fondo proprio dove dovrebbe colpire di più. Tecnicamente regge, visivamente seduce, gli attori sono bravissimi, e la prima metà ha un fascino rilassante con qualche richiamo francese, sembrano quasi dei bistrot e non dei ristoranti asiatici. Ma quando si tratta di far crescere davvero la storia e i personaggi, si ritrae, ripete, si appoggia all’atmosfera e alla musica, e spera che basti. Non basta. La cosiddetta evoluzione di Jin-a, per come viene mostrata, è più un annuncio che un percorso. Lui non supera davvero i suoi traumi, lei non diventa mai pienamente la donna capace di scegliere senza dissociarsi, se non negli ultimi 20 minuti di lavoro, e il finale non cambia la sensazione di fondo: 90 secondi di punzecchiamenti e scherzi, un abbraccio goffo, dopo 3 anni di separazione, persone che avrebbero meritato una scrittura più coraggiosa.
Alla fine resta questo: una serie elegante, malinconica, ben recitata, molto più forte nella forma che nella sostanza. Una romance che sa vestirsi benissimo, ma che quando deve spiegarti perché dovresti amare davvero questi due, comincia a balbettare. E per una storia d’amore, è un difetto che pesa come un ombrello fradicio. Il voto, finisce lì: nel territorio del “buon lavoro, ma non mi ha conquistata”. Intorno al 7 pieno, con tutto l’onore e tutto il fastidio del caso.
PS: ero partita da 8,5 dopo il primo episodio, con premesse bellissime, e sono arrivata a 7 perché è un lavoro molto curato: la OST — e sottolineo che non c’è una canzone coreana — ti porta perfettamente dentro l’atmosfera emotiva, e si sposa benissimo con tutto, anche se le musiche sono oltremodo minimaliste e insistenti nel finale, partono in continuazione e alla lunga provocano stanchezza.
Il ritmo è terribile. Primi piani di cinque minuti di loro che si struggono, in una serie di venti ore complessive, sono la morte: è una serie lenta, lentissima, e quel tempo avrebbe potuto essere speso meglio per i dialoghi, per approfondire, per inserire scene che secondo me sono state tagliate, perché a volte i personaggi sanno di eventi e ti chiedi come diavolo abbiano fatto ad apprenderli, e finisci per doverti dare una spiegazione da sola.
Il payoff emotivo è tragico, e il finale è forse il più brutto e sbrigativo che io abbia visto in un lavoro del genere.
Il cast, a livello interpretativo, non mi ha convinta del tutto: gli attori che interpretano i padri abbassano la media complessiva del gruppo.
Voglio dire un’ultima cosa: forse lo scopo, mi sono detta, è parlare dell’evoluzione a tentoni di questa donna, perché la storia d’amore è il contorno, illustrata per lo più con dei videoclip musicali; i suoi problemi, invece, sono affrontati, mostrati, ma mai approfonditi. Non so come altro spiegarmelo. E la storia, come al solito, è infilata lì come motore che avvia la crescita personale e come polo attrattivo per acchiappare una grossa fetta di pubblico che ancora nelle recensioni parla della storia d’amore, ma la serie è molto altro.
E il lato positivo, questo lo sottolineo, è che mostra il lato scomodo della Corea, e dei coreani, altro che uomini da sogno: la società è posizionale, classista, il gender gap esiste ed è prodotto del patriarcato. Così insito che anche le donne sono deformate nel pensiero: “Dovresti sposarti”, “Sei più bella”, “Hai un fidanzato?”, “Ormai non ti applichi più, pensi al fidanzato”, “Lasci il lavoro?”, “Ti sposi?”. O la madre: la madre è quanto di più tossico possa rappresentare la società. “Se ti hanno umiliata è colpa tua”, “Se non andavi in pensione e avanzavi di carriera non si sarebbero permessi di umiliarla”, “Se ti tradiscono le coppie litigano, fa niente, può capitare”, “Ha molti fratelli, quando il padre morirà dovrà occuparsi di lui e anche nostra figlia dovrà occuparsene”, “Se sei orfano e tuo padre ti abbandona sei marcio”. E l’ipocrisia, quanta ipocrisia, cazzo.
C'è poi un altro aspetto che ho apprezzato e che raramente viene mostrato con questa schiettezza: la gestione delle molestie sul lavoro. È vero, anche qui il drama si ferma spesso sulla soglia dell'approfondimento e non entra fino in fondo nel costo psicologico che certe situazioni comportano. Tuttavia mostra molto bene una dinamica scomoda che spesso nelle narrazioni viene semplificata: le donne non diventano automaticamente solidali tra loro solo perché condividono la stessa discriminazione. Anzi! Molte colleghe prendono le distanze da chi denuncia, non perché credano che abbia torto, ma perché hanno paura di essere coinvolte, isolate o penalizzate a loro volta. Alcune scelgono il silenzio come forma di sopravvivenza. Altre arrivano persino a schierarsi con i molestatori o con il sistema che li protegge, nella speranza di ottenere vantaggi, protezione o semplicemente di non diventare il prossimo bersaglio.
È una rappresentazione dura, perfino deprimente, ma estremamente realistica. E non riguarda soltanto la Corea. Credo che la stessa dinamica possa verificarsi in moltissimi contesti occidentali. Il drama ha il merito di non trasformare le donne in un gomitolo di vittime virtuose: mostra invece persone inserite in un sistema competitivo e gerarchico che, per paura o convenienza, finiscono talvolta per perpetuare le stesse logiche che le danneggiano.
È forse uno degli aspetti più riusciti dell'intera serie, perché mette in scena una verità sgradevole: le donne non sono sempre complici tra loro. Molto spesso, soprattutto in ambienti tossici, diventano rivali prima ancora di riuscire a diventare alleate. E Something in the Rain questo lo mostra con una lucidità che fa male.
Un altro elemento che mi ha colpito è il rapporto quasi patologico con il lavoro e con il ruolo sociale: il lavoro non è soltanto un mezzo di sostentamento, è identità, status, legittimazione dell'esistenza. È il modo in cui una persona misura il proprio valore e quello degli altri.
Lo si vede benissimo nel padre di Jin-ah. Una volta andato in pensione, non riesce davvero a godersi il tempo libero. Si sveglia comunque all'alba perché quel ritmo è diventato il suo orologio biologico. Non sa cosa fare delle sue giornate. Si mette al computer, controlla la posta elettronica, studia inglese, cerca qualcosa che riempia quel vuoto lasciato dal lavoro. Non è la rappresentazione di un uomo finalmente libero, ma di una persona che ha costruito tutta la propria identità attorno a una funzione sociale e che, una volta persa quella funzione, fatica a capire chi sia e si obnubila nell'alcol già nel pomeriggio, tra noia e disturbo d'adattamento.
Una società, quella coreana, che appare moderna, efficiente e affascinante dall'esterno, ma che spesso sembra chiedere ai suoi membri un prezzo emotivo enorme. Ed è forse anche per questo che il drama mi è sembrato, a tratti, molto più interessante come ritratto sociale che come storia d'amore. Dietro il k-pop, le luci di Seoul e l'immaginario romantico esportato dall'esotismo dei drama, emerge un Paese duro, competitivo, classista e profondamente segnato dalle aspettative collettive. Non un paradiso sentimentale, ma un luogo in cui molte persone sembrano vivere costantemente sotto il peso di ciò che dovrebbero essere.
La serie di buono ha questo: non edulcora nulla, non fa sconti. La donna non è ritratta da un misogino, ma è prodotto del sistema, incapace di dissenso, frustrata e disposta a tollerare pur di seguire il percorso che la società indica come corretto, per non essere outsider, zitella. Peccato non averne mostrato il costo emotivo — i primi piani di lei che piange sul letto non contano.
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Solo il titolo ha di sbagliato questo drama....
Ci sono dei drama che se non li avessi visti on air molto probabilmente, avendo tutti gli episodi a disposizione, dopo i primi (max 4) sarei andata direttamente alla fine per vedere dove voleva andare a parare la trama.... e nel caso di questo drama molto probabilmente lo avrei fatto.... ed avrei commesso un errore.Il drama è lento ma non ho trovato alcuna parte superflua, anzi l'essersi soffermato sugli elementi cardine, averli ripresi poi come flashback, ha sottolineato lo spunto della trama e tutta l'intensità emotiva ben interpretata dai protagonisti.
Personalmente non credo che al mondo esistano persone con questo tipo di "maledizione" così indiscriminata, ma so per certo - esperienza diretta, molto diretta ed incredibile - che esistono persone che hanno una forte negatività che si concretezza con eventi ben precisi - ma il messaggio che l'Amore risolve tutto lo trovo vero, e che "tutto può essere", altrettanto.
L'unica cosa sbagliata di questo drama? IL TITOLO !!!
Qua non ci sta nessuna stregaaaaaaaaaaaaaaaa!!!
Poteva intitolarsi:
La Maledizione
Maledetta
La Jattura
La Jellata
Ma strega???? Naaaaaaaaaaaa.....
ps/ l'ultimo episodio mi ha davvero commossa!
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Peng Guanying fantastico!
Scrivo questa recensione a caldo. Ho appena finito di guardare l'ultima puntata del drama e il mio voto è 10.Non mi importano molto le critiche fatte alla censura cinese per gli eccessivi tagli, a me teneva sulle spine già così.
Non mi importa nemmeno che il drama si sia allontanato dal romanzo non conoscendo lo scritto.
Ma ho amato i tre protagonisti: Xiao Wu, Ke Ying e lui, Peng Guanying.
Peng Guanying per me è un grande attore che veste benissimo i panni del cattivo con quella sua aria tenebrosa e quel suo sguardo così penetrante.
Xiao Wu e Ke Ying sono due personaggi che sanno farsi amare. Xiao Wu credo sia la colonna portante di tutta la storia, colui che lega le vite e i destini dei protagonisti.
Ke Ying è la vittima predestinata che viene catapultata in questo mondo di delinquenza e omicidi, lei, insegnante universitaria con una bella casa ed un fidanzato perfetto.
Per chi ama i thriller ma odia saltare sul divano ogni due per tre, questo drama è perfetto. La psicologia dei personaggi è molto interessante, e secondo me per certi versi i tre sono identici.
Senza dubbio il personaggio di Peng Guanying è quello più interessante perché è quello che viene maggiormente sviluppato all'interno della trama, e delle volte in effetti si perde un po' il senso di certe situazioni che si vengono a creare ma pare proprio a causa dei tagli fatti dalla censura.
Io me lo riguarderò con più calma per cogliere proprio tutto poiché il mio cinese non è ancora così perfetto da riuscire a comprendere il 100% ma l'interpretazione degli attori bravissimi e i sottotitoli in caratteri hanno aiutato tantissimo.
Auguro una buona visione a tutti!!!
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Thriller o Black Medical con un forte stampo psicologico.
Un hospital drama che è anche un thriller psicologico e un noir a tinte forti, basato tutto sul concetto di dualità speculare, allo stesso modo di due emisferi cerebrali (destro e sinistro), presenti come un tatuaggio sulla nuca della protagonista ma con colori diversi: il sx è privo di colori se non con una macchia di azzurro-blu che neanche riempie i contorni e la parte corrispondente di emisfero dx colorata, per simboleggiare la creatività, le emozioni, l'impulsività.Così vengono presentati i due protagonisti del lavoro: Jeong Seok è una neurochirurga brillante e geniale, pupilla del luminare Choi Deok hee, primario del reparto presso l'ospedale universitario di Seoul. Ha perso ogni cosa, radiata dall'ordine dei medici a seguito di uno scontro e di una tentata un'aggressione a lui. Sembrano totalmente opposti: lei libera, sfrenata, senza alcun controllo dei propri impulsi (entra a piedi scalzi nella sala operatoria), priva di ogni etico scrupolo, incurante di tutto e anche della legge.
Lui apparentemente molto posato, controllato, freddo, cinico e calcolatore, che è sceso a patti col mondo per trovare il posto che meritava, non tollera il fare sfrontato e disinibito di lei fino a provocare una rottura insanabile nel loro rapporto.
Ma c'è molto molto di più... nel corso del drama si vedrà come in realtà siano individui con personalità simili, ugualmente disturbati, maniacali e perfezionisti patologici. L'attrice Park Eun Bin ha parlato di una sorta di legame ambivalente che ricorda padre-figlio mentre a mio avviso, forse, la protagonista vede nel ML il padre da cui cerca approvazione ed un compagno di fissazioni perverse (il cervello), lui in lei vede una protesi egoica: le ha insegnato ogni cosa con soddisfazione perché era l'unica in grado di ricevere la sua eredità, l'unica con un passato uguale, quasi una parente ("se il cervello avesse il DNA noi saremmo parenti.. "), e la considera quasi come una sua proprietà, qualcuno che ha plasmato e che non gli può essere portata via.
Sono gli unici al mondo che si stimano reciprocamente e il loro migliore tempo è quello trascorso insieme ad operare con lui, lei e ad insegnare a lei, lui. Lei è l'unica che può rivolgersi a lui in un certo modo e che decide di proteggere ad ogni costo perché "deve finire la sua opera". Il finale è sconcertante, inaspettato, scoprirete il reale motivo per cui lui voleva essere operato solo da lei, non per i motivi che logicamente noi persone comuni possiamo pensare bensì molto altro... .
La protagonista Se-ok incarna questa dualità, dimostrando come un unico strumento (il bisturi-hyper knife) possa essere fonte di vita o di morte a seconda delle mani che lo impugnano. In modo simile, i protagonisti di Hyper Knife rappresentano due facce di una stessa medaglia: una neurochirurga geniale e disturbata mentalmente e il suo mentore, due personalità opposte ma entrambe disturbate, maniache e ambiziose.
Le loro dinamiche mentore-studente sono violente, inquietanti, quasi l'equivalente professionale di una relazione Bdsm (Bondage- Dominazione e disciplina-Sadismo e sottomissione- Masochismo). Il conflitto tra Se-ok e Deok-hee è rappresentato anche cromaticamente: rosso per lei, blu per lui. Dai titoli di testa ai costumi, passando per la fotografia, queste tinte identificano o l'uno o l'altro.
Occorre entrare nella mente di due soggetti ossessivi con psicopatia e qualche problema di narcisismo quindi le logiche comuni e lineari, i comuni meccanismi di pensiero vanno abbandonati.
Il finale mostra un'evoluzione che viene anche (di)mostrato nell'evoluzione del tatuaggio sulla nuca della protagonista ma c'è anche altro, ogni personaggio porta un argomento che la produzione vuole affrontare: il sopruso, il nepotismo, la medicina etica (Dottor Han), la lealtà incondizionata, il traffico di organi, gli interventi illegali.
Notiamo come l'assistente della protagonista, è un po' una sua "proprietà", non ha un ruolo ma viene considerato alla stessa stregua di un oggetto che lei ha conquistato "SEI MIO", ripete più volte, nello stesso identico modo in cui il suo mentore considera lei (altro punto di contatto).
Negli ultimi anni, l'industria dell'intrattenimento coreano ha continuato a espandersi con produzioni innovative e di alta qualità. Tra queste, "Hyper Knife" rappresenta un esempio significativo della creatività e dell'evoluzione del panorama artistico.
Il lavoro si distingue come prodotto audiovisivo di forte impatto visivo e narrativo, con una trama avvincente che combina elementi di azione, medici, riflessioni esistenziali e psicologiche. La regia, innovativa e dinamica, utilizza effetti speciali di ultima generazione, creando un'esperienza immersiva per lo spettatore. La colonna sonora e il casting sono stati curati con attenzione, contribuendo a rafforzare l'identificazione con i personaggi da interpretare e la tensione della narrazione, attraverso di una colonna sonora composta all'80% da strumenti ad arco ( viola, violoncello, violino) e a corde (clavicembalo). Le musiche ripropongono sonoramente questa tensione costante, attraverso la tensione delle corde, questa situazione sempre in bilico della protagonista, sul punto di scoppiare e anche lui... .
Questo show presenta una produzione all'avanguardia che riflette le tendenze attuali e future dell'industria televisiva coreana. La serie si distingue per una sceneggiatura ben scritta, con personaggi complessi e una trama che affronta temi sociali e culturali pertinenti. La qualità della produzione, dalla fotografia alla colonna sonora, è elevata, e le interpretazioni degli attori sono state di alto livello. L'utilizzo delle luci al neon sul personaggio ne enfatizzano la natura ambigua, spesso tramite l'utilizzo di colori come rosso, blu, e fucsia. In alcuni casi, simboleggiano il passaggio da una fase all'altra, come nel passaggio da blu a rosso che rappresenta il contrasto tra quiete e pericolo, rappresentando, a motivo della loro artificiosità, qualcosa che trasmette inquietudine.
É un esempio di come le produzioni asiatiche stiano spingendo verso standard sempre più elevati, integrando tecnologia avanzata e narrazioni coinvolgenti.
Le riprese degli interventi chirurgici hanno richiesto dalle sei alle dieci ore di riprese. “Nessuna produzione coreana ha mai mostrato prima gli interventi al cervello con la verosimiglianza e la precisione di Hyper Knife" ha rivelato il regista Kim Jung-hyun.
“Prima dell'inizio delle riprese, sia il cast che la produzione hanno ricevuto una formazione approfondita. Hanno anche utilizzato apparecchiature mediche reali, tra cui microscopi e altri strumenti costosissimi. Non potendo usare campioni veri per le riprese, si sono affidati a modelli incredibilmente realistici del cervello umano, del viso e di altre parti del corpo, e alla CGI".
Le dichiarazioni del regista valgono anche come avvertimento: quando la telecamera indugia sugli interventi, la visione può diventare, per alcuni, raccapricciante. Dopo Gannibal, Connect, Worst of Evil e Gangnam B-Side, Hyper Knife è un'altra serie asiatica a tinte forti più stimolante delle altre dello stesso genere.
Perché non do il massimo? Perché personalmente non mi ha convinto fino in fondo, nel senso che, pur riconoscendo la qualità complessiva, mi sembra che prenda in prestito molti elementi già visti in thriller /horror americani di successo (il suo personaggio inizia a metà strada tra Hannibal Lecter, un medico brillante che toglie la vita alle persone, e Anton Chigurh per i capelli strani e il modo in cui uccide l'infermiera, ma poi sembra "Killing Eve per il tipo di dinamica col ML, sostituendo la dinamica lesbica con quella di una patologica relazione padre/figlia. Dubito inoltre, e questo lo rende un po' fantasy, che una persona con un comportamento così irascibile e una mancanza di controllo degli impulsi, totalmente priva di empatia, possa farsi strada nel mondo della medicina (per di più nella società coreana) .
L'attrice fa del proprio meglio, così come tutto il cast ma manca l'approfondimento del personaggio.
La storia avrebbe poi dovuto svilupparsi in modo più interessante e meno manifesto ( nei primi episodi immaginavo correttamente esattamente l'epilogo e le evoluzioni).
L'elemento medico, molto presente, non è sviluppato abbastanza approfonditamente e non si fonde in modo omogeneo con l'elemento psicologico. A volte sembra un medical drama puro, altre volte si avvicina ai confini del thriller poliziesco ma come medical thriller coeso non trova mai il giusto equilibrio.
Forse meritava qualche episodio in più per il corretto sviluppo dei personaggi.
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Totalmente assurdo
può una serie che fino all'episodio 8 essere da 10, crollare miseramente a non so neanche che voto. sono sinceramente incazzata nera, potevano perfettamente concludere come il webtoon che era perfetto cosi.poi sto ancora più nera, perché seminano roba che non raccolgono.
1. il padre di Ah-jin è andato in prigione nel 2011 uscito nel 2016, ma la parte dei flashback sono del 2008-09, cos'è successo?
2. il film Amen for nothing è del 2024 ma nel 4 episodio il boss di lei che guarda la tv è in prigione quando è uscito nel 2021
3. l'ex fidanzato non si è palesemente suicidato perché non avrebbe buttato pillole e alcool ma è stato ucciso dal marito di lei, così poteva salvarla dopo averlo distrutta
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Donne che lottano contro il proprio destino
Regia: 9,5Costumi: 10
Sceneggiatura: 10.
Il drama è un racconto sulle donne nella dinastia Tang, mentre molti tropi narrativi sono comuni in questo lavoro, nel senso che non si vedrà niente di veramente nuovo, raramente i lavori cinesi hanno questa qualità in termini di profondità, regia, impatto e pura qualità della recitazione e della produzione. Il lavoro esplora la misoginia, la rivalsa e il femminismo. La storia d'amore è secondaria e di contorno!
Questo lavoro propone una denuncia sociale a quello che è stato il trattamento delle donne nella cina imperiale antica, l'unica alternativa era il matrimonio e il divorzio veniva visto come "abbandono" del marito, la vita per la donna non aveva più senso anche con un marito fedifrago o violento a casa.
Le storie incentrate sulle donne sono sempre piuttosto popolari nei drama cinesi tuttavia un cast formidabile (anche a livello di secondo protagonista e ruoli secondari) porta avanti la storia con fascino, tensione drammatica e una dose di realismo molto necessaria che manca spesso nel mondo dei C-drama di questi tempi (anche gli attori non sono truccati eccessivamente , rimanendo virili e naturali).
La sceneggiatura è intensa, coinvolgente, profonda e osa esplorare criticamente questioni profonde sul ruolo delle donne nel corso del Tang, nonostante la storia ci dica che sia stata la dinastia feudale più civilizzata, con un miglioramento senza precedenti nello status delle donne, attraverso questo lavoro viene denunciata la realtà e portata a galla la condizione delle donne e la disuguaglianza dei diritti umani, anche per ceti diversi.
Attraverso il viaggio della protagonista, l'indipendente, coraggiosa e concreta He Wehifang ,viene portata avanti, con coraggio e poesia,una storia meravigliosa sulle donne attraverso continue metafore sui fiori, tutti con periodi di boccio diversi (ogni donna è diversa), alcuni riescono a sollevarsi dal suolo e a tendere il cielo, esattamente come accadrà nel suo percorso.
Non sarà sempre così, ahimé, per le sue compagne di viaggio...vengono proposte numerose categorie di donne, tutte molto attuali: l'anticonformista, la donna arresa al ruolo che la società le cuce addosso ,con un epilogo tragico (personalità dipendente); l'ambiziosa, la donna che vive bloccata nel passato, potente ma priva di margini di libertà, utilizzata dal padre come merce di scambio per le proprie alleanze , a sostegno delle lotte di potere.
E poi, una caratteristica di pregio di questo drama è che, a parte la lotta tra rivali in amore, le donne si sostengono con coraggio e solidarietà. La nostra eroina sarà un'amica accogliente e comprensiva per tutte loro e si occuperà di affrancarle tutte dalla loro condizione (empowerment), esattamente come si occupa dei propri fiori. Una floricultrice di donne e di anime perse.
Seguiamo quindi il viaggio del personaggio principale: He Weifang non è una donna con "privilegi". È nata in una famiglia di mercanti che non erano considerati nobili e si trovavano molto più in basso nella gerarchia. Per rispettare l'accordo raggiunto tra sua madre e la famiglia Liu per ottenere un farmaco salvavita, si è sposata con un membro della famiglia Liu, famiglia di funzionari destituiti a causa della relazione del figlio con la principessa Ning. Sebbene non fosse stata accettata dal marito, innamorato ancora della principessa, e avesse inevitabilmente sofferto di tutti i tipi di tradimenti e torture, in nome della disciplina femminile nella famiglia Liu, si mostra gentile e obbediente per non creare problemi alla propria famiglia.
Si ribellerà quando scoprirà che i suoi suoceri hanno abusato della sua dote e NON hanno davvero fornito la medicina che avrebbe potuto curare la malattia di sua madre, causandone la morte. Muore anche la sua più fedele serva, nel tentativo di agevolarne la fuga dalla terribile famiglia Li.
Il resto della storia riguarda i continui insulti della società quando cerca l'indipendenza, il divorzio, la grande fuga dalla casa dei suoceri, il rifiuto della famiglia paterna di riaccoglierla (perché una moglie che si sposa nella famiglia del marito appartiene alla famiglia, non diversamente da un oggetto) e la sua trasformazione in una donna forte e determinata che coglie ogni opportunità per combattere per una via d'uscita. Grazie al suo acume per gli affari e alla sua intraprendenza avvia un'attività dal nulla, come semplice fioraia, con l'aiuto dell'emissario floreale, non solo spiana la strada per se ma darà anche speranza e occasioni concrete alle donne che versano in condizioni problematiche.
Yang Zi, anche questa volta offre una performance impeccabile, il personaggio di Li Xian è molto misterioso e interessante , doppio e ambivalente. la sua recitazione è molto spavalda e sicura. La loro alchimia e la loro tacita comprensione sono frutto di collaborazioni precedenti.
Miles Wei, l'ex marito di Weifang, interpreta il ruolo di un narcisista tutto concentrato su se stesso che idealizza l'amore alla ricerca di qualcuno che possa vederlo per quello che è, manipolato dalla propria famiglia per raggiungere i vertici si sentirà trattato alla stessa stregua di un cane, la sua recitazione è tesa, conflittuale, nervosa, sprezzante; l'attore è davvero notevole, ha reso perfettamente il dissidio calandosi nella parte, un second lead assolutamente all'altezza del first role.
Un' altra attrice molto ben calata nella parte è l'amica della protagonista che interpreta la parte di Sheng yi.
Scene, costumi, trucco, gli effetti visivi sono tutti di ottima fattura e in linea con l'epoca, colui che ha curato questo aspetto altri non è che il responsabile di tantissimi lavori di pregio quali: the wolf, lost you forever, the legend of shen li, duoluo continent, the untamed, the sword and the brocade... (scusate se è poco).
Scenografia e sceneggiatura sono molto curate, i dialoghi sono intensi, profondi, riflessivi e psicologici, il tutto arricchito da innumerevoli simboli come fiori, animali, disposizioni nello spazio dei personaggi, fenomeni atmosferici che dettagliano e presagiscono le sorti di alcuni di loro.
Persino la sigla iniziale che è un racconto di questa prima parte del lavoro mostra un po' cosa vedrete, accompagnata da una sigla cantata dalla stessa Yang Zi.
Tutto in questo dramma è eccezionale: la cinematografia e i costumi, i protagonisti intelligenti, con una buona chimica e una relazione che si forma lentamente attraverso confronti e dialoghi, grigliate e bevute al chiaro di luna in un'atmosfera intima e silenziosa, circondati dal profumo e dalla bellezza dei fiori.
Ho apprezzato le luci naturali e diverse, rispetto ad altri drama dello stesso tipo, soprattutto negli interni di notte.
Un drama intimo e raffinato che va gustato e assaporato, elaborato. CONSIGLIO ASSOLUTAMENTE.
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