PERFECT CLOWN- PERFECT NOIA!
*The Perfect Strunzata* sarebbe già un titolo più onesto, limpido e soprattutto meno truffaldino dell'originale. Perché qui non siamo davanti a un drama che inciampa: siamo davanti a un’opera che prende una bella confezione, si mette addosso il velluto, accende due luci calde, fa partire la musica al pianoforte e spera che nessuno, per caso, si accorga che sotto non c’è quasi niente. E invece ci si accorge, eccome se ci si accorge. Basta avere anche solo un minimo di pazienza — o di sopportazione masochista — per arrivare ai titoli di coda e capire che il vero miracolo non è la storia raccontata, ma il fatto che una parte del pubblico sia riuscita a chiamare tutto questo “capolavoro” con lo stesso entusiasmo con cui si approverebbe una viennetta al supermercato spacciandola per patisserie di Vissani.Il voto medio di 8,4 , francamente, ha qualcosa di liturgico, è atto di fede delle casalinghe o delle bimbette in assetto da adorazione, del fandom che confonde l’algoritmo con il gusto, dell’occhio che vota con il cuoricino e non con il cervello. Una liturgia del “mi piace perché è bello”, che poi è il grande sport planetario della televisione patinata: prendere due facce fotogeniche, impacchettarle in una monarchia costituzionale da cartolina, spruzzarci sopra un po’ di dolore ereditario e far passare il tutto per narrativa adulta. È una bestemmia estetica venduta come SERIE TV! PER GIUNTA CON INESATTEZZE STORICHE (VEDI LA POLEMICA SUL FINALE).
La prima cosa che salta addosso, e che resta addosso è l’ossessione per l’immagine: questo drama vuole essere guardato, non vissuto. Vuole essere contemplato, non attraversato! È un lungo esercizio di fotografia che si guarda allo specchio, si trova molto elegante e decide che basta. Inquadrature lunghe, primi piani tirati fino allo sfinimento, pause che vorrebbero sembrare peso psicologico ma che spesso assomigliano solo a una versione particolarmente costosa dell’immobilità. Il problema non è la lentezza in sé: il problema è la lentezza senza densità. Quando una serie è lenta ma piena, la segui volentieri. Quando è lenta e vuota, inizi a sentire il rumore del tuo stesso disinteresse. E qui il disinteresse arriva presto, già dopo pochi episodi, come un ospite sgradito che si siede sul divano e non se ne va.
La struttura temporale è un altro piccolo attentato alla dignità dello spettatore. Non parliamo di un uso intelligente dei flashback, quelli che aggiungono qualcosa, chiariscono, danno strati, modificano il significato del presente. No. Qui c’è un abuso costante di ellissi, rimandi, ritorni indietro, tagli di scena nel momento esatto in cui una risposta potrebbe arrivare, per poi riproporla tre scene dopo come se il dramma avesse inventato l’acqua calda. Una domanda? Stop. Una confessione? Stop. Un confronto? Stop. Una scena che potrebbe respirare? Niente, taglio netto, cambio d’angolo, ritorno più tardi con la stessa informazione servita in versione dilazionata. È il classico trucco da sceneggiatura che non ha abbastanza sostanza per reggere il presente e allora lo svuota, lo interrompe, lo spezza, lo rimanda. Non suspense: stanchezza. Non tensione: rinvio artificiale. Non profondità: il gioco delle sedie temporali e questo lo fa col disperato tentativo di "farti sentire" qualcosa, ma io sentivo il suono dei miei sbadigli.
E poi ci sono i personaggi, o almeno quello che dovrebbe somigliarvi. Il principe, sulla carta, avrebbe dovuto avere carisma, aura, presenza, status, forza. In pratica, I-An, il Daegun, Byeon Wook Seok. sembra un uomo elegante generico uscito da un catalogo di modelli di brand di lusso, abiti satinati, lucidi, con colori improbabili, da piano bar o da matrimonio kitsch, con la differenza che un catalogo lo sfogli e basta. Il problema non è solo che reciti bene in alcune scene e peggio in altre: il problema è che non emana abbastanza AURA. Un principe, in un racconto del genere, deve avere peso visivo e simbolico. Deve entrare in scena e far capire perché tutti si girano. Qui invece spesso pare un modello ben pettinato, vestito con abiti che non costruiscono un’identità ma la smussano. Non ha mitologia addosso, cammina come se fosse in passerella. Ha il merchandising. E se il personaggio maschile principale non ha aura, il drama non è che perda un dettaglio: perde il suo perno. Il confronto con Lee Min-Ho e il suo Lee Gon di Eternal Monarch è impietoso.
La voce, poi, è un altro di quei punti che fanno la differenza tra un attore e un bel viso con il copione in mano. La modulazione emotiva qui spesso non c’è. Il volto prova a dire una cosa, la voce non dice quasi niente. È quella sensazione fastidiosa per cui tu dovresti sentire intensità, ma percepisci soltanto la posa dell’intensità. Gli occhi si fermano bene, la faccia si dispone bene, ma il peso interno resta piatto. E il risultato è tragicomico: il personaggio dovrebbe essere tormentato, ma sembra semplicemente ben illuminato. È il limite più crudele dei drama iper-fotografati: trasformano ogni debolezza in evidenza. Se l’attore è forte, la luce lo esalta. Se è debole, la luce lo inchioda. E qui il problema si vede parecchio.
IU va detto, tiene meglio MA non per questo salva la nave. È più continua, più stabile, più consapevole. Ha una presenza che regge la scena in modo meno intermittente. Però anche lei, a un certo punto, si piega alla logica generale della serie: quella di caricare il personaggio più del necessario, di spingere una caratterizzazione che diventa presto manierismo. Ci mette un po’ ad arrivare davvero, perché la scrittura la costringe a stare dentro un sistema che preferisce l’estetica alla respirazione. E infatti il rapporto tra i due non esplode mai del tutto, non per mancanza di bellezza, ma per mancanza di tensione autentica. Sono una coppia gradevole, esteticamente funzionante, persino piacevole in varie scene. Ma non ti danno i brividi. Non ti lasciano addosso quella micro-scarica che ti fa pensare “ok, forse si piacciono davvero” (cosa che ho pensato in My demon, dove la chimica ha salvato la serie dalla mediocrità). Restano una bella composizione. Una coppia da feed. Instagrammabile. Un’immagine che si lascia guardare più che un legame che si lascia sentire.
E questo è il punto che taglia più in profondità: la serie insiste sulla coppia come se bastasse l’accoppiata visiva a produrre emozione. Ma la chimica non è un filtro Instagram. Non è il fatto che lui sia bello e lei anche, e dunque il resto venga da sé come per magia. La chimica vera si misura sulla naturalezza, sulla presenza fisica, sui dialoghi che respirano, sulla tensione sotterranea, sulle pause piene di qualcosa. Qui invece i dialoghi spesso non restano dentro. Scivolano via. Sono poveri, talvolta persino troppo letterali, almeno dei sottotitoli poco revisionati, come se qualcuno avesse paura di far dire ai personaggi cose che non siano già esplicitamente comprensibili.
E i personaggi secondari? Utili, sì, ma spesso ridotti a funzione. La regina è uno di quei casi in cui il dramma pare innamorarsi della propria idea di follia aristocratica e finisce per produrre una figura caricaturale, più disturbante per eccesso di posa che per autentica minaccia. Il padre, invece, è un attore vero. Si vede. Si sente. Lo capisci dal fatto che fai fatica a riconoscerlo altrove: cambia pelle, non resta imprigionato nella stessa faccia (è lo scienziato genetico di Mouse). Peccato vederlo sprecato in un titolo che non gli offre possibilità. E poi c’è il bambino che interpreta il re, che è forse uno dei punti più fragili dell’intero impianto: non basta vestire un bambino da simbolo nazionale per trasformarlo in figura tragica. Se l’attore è debole, si vede. Se la direzione è povera, si vede due volte. E quando la serie pretende da un piccolo interprete una regalità psicologica che lui non riesce a sostenere, l’effetto è quello del “mini-adulto per contratto”, cioè una cosa innaturale e un po’ ridicola, che spezza la credibilità invece di consolidarla. Anche lì, l’idea c’è. La resa no.
Sul piano della scrittura politica, poi, il drama si impantana nelle sue stesse premesse. Il protagonista avrebbe l’agency per distruggere i nemici, per usare il testamento, per prendere posizione, per piegare il sistema. Ma la sceneggiatura gli costruisce intorno una giustificazione di convenienza, non una vera complessità. Non è un conflitto morale profondo: è il classico “non lo fa perché altrimenti la trama finirebbe”. Ed è qui che il personaggio smette di sembrare vivo e diventa una pedina al servizio della durata. È la morte del racconto intelligente: quando il comportamento non nasce da una necessità interna ma dalla paura degli autori di arrivare troppo presto alla verità.
La parte più comica, però, è il continuo tentativo di far sembrare tutto sofisticato tramite l’accumulo di dettagli visivi. Il product placement è quasi un personaggio a sé. Subway, catene di fast food, Mercedes, tutto infilato in scena con quella naturalezza da pubblicità travestita da fiction. E capisci che il problema non è la presenza del brand in sé: il problema è quando la serie appare più interessata a vendere il mondo che a raccontarlo. Così il palazzo, le auto, i locali, gli oggetti, tutto diventa superficie. Una superficie molto lucida, certo. Ma sempre superficie. Una patina di lusso che non basta a fare atmosfera, perché l’atmosfera, quella vera, nasce dal rapporto tra stile e necessità narrativa. Qui invece la necessità manca, e resta soltanto il lucido.
Il ritmo, di conseguenza, è un piccolo supplizio. Ci sono episodi in cui qualcosa regge, anche meglio di quanto ci si aspetterebbe. Ma poi la serie torna alla sua principale vocazione: diluire. Dal matrimonio in poi diventa una sequenza di complicazioni più o meno prevedibili che invece di alzare la posta la annacquano. E quando perfino un evento potenzialmente forte come l’incoronazione viene trattato come un dettaglio quasi laterale, capisci che il problema non è la mancanza di eventi, ma la mancanza di energia nel raccontarli. Tutto pare stare lì per comporre un tableau, non per far avanzare davvero una storia.
Eppure il finale, in modo quasi scandaloso rispetto al resto, funziona. Funziona perché si libera di molte delle pose inutili e finalmente concede alla coppia un respiro più quotidiano, più semplice, meno ossessionato dall’essere iconico. Ed è quasi ironico che proprio la parte più convincente arrivi quando la serie smette di voler essere “grande”. Niente cliché urlati, niente retorica monarchica, niente bisogno di inchiodare ogni emozione al primo piano con sottofondo di pianoforte triste. Solo la vita di ogni giorno. Ed è lì che si intravede, per pochi minuti, quello che il drama avrebbe potuto essere se avesse avuto il coraggio di fidarsi di più delle persone e meno del packaging.
Per questo, in fondo, il verdetto resta severo. Non perché sia un disastro totale in ogni singolo istante. Non lo è. Ma perché fallisce nel punto in cui voleva essere imponente: la costruzione di un mondo emotivo credibile. Vuole sembrare aristocratico, profondo, romantico, tragico, elegante, ma troppo spesso finisce per sembrare solo costoso, stirato, fotografato bene e scritto con la paura di restare davvero fermo su un’emozione. Il che, paradossalmente, lo rende ancora più frustrante. Perché il potenziale c’era. La confezione pure. Manca il resto.
Il mio voto complessivo resta quindi sotto il voto del pubblico adorante e benedetto dal culto del bel volto: un onesto 5,7/10, non portato a 6 perchè questo voto VA ABBASSATO, INSULTO A QUALSIASI COSA ABBIA QUEL VOTO E SIA UNA SPANNA SOPRA, 0,4 PUNTI INFERIORE A MR SUNSHINE, VERGOGNA! Una serie che vuole vendersi come regale ma vive di trucchi, che vuole essere intensa ma si nasconde dietro i primi piani, che vuole essere sofisticata ma insiste sui cliché, che vuole sembrare memorabile ma finisce per essere, soprattutto, una lunghissima, costosissima, impeccabilmente illuminata S T R UN ZA TA!
Un equilibrio senza giustizia: chi paga davvero perché il mondo continui?
Brief Plot (no spoilers)The Unclouded Soul è un drama fantasy che racconta una storia di amore, destino, umani e demoni in un mondo privo di vere divinità redentrici. Attraverso cicli di esistenze, scelte irreversibili e un equilibrio cosmico fragile, la narrazione esplora il confine sottile tra bene e male, interrogandosi sul prezzo che alcuni individui devono pagare affinché il mondo continui a esistere.
Review (spoilers ahead)
The Unclouded Soul non è un drama romantico nel senso tradizionale del termine, né una storia di redenzione. È una riflessione amara e profondamente filosofica su ordine, equilibrio e sacrificio, raccontata attraverso una lente fatalista che affonda le radici nella visione orientale del mondo.
Qui la giustizia cosmica non coincide con la giustizia morale. Il destino non è buono, non è cattivo: è un meccanismo impersonale, simile al Dao taoista, che non giudica e non consola. Esiste solo per mantenere il flusso, la continuità, l’equilibrio apparente. E come spesso accade nelle filosofie orientali più antiche, l’armonia non nasce dall’eliminazione del conflitto, ma dalla sua compensazione.
Il problema è il prezzo di questa compensazione.
Il personaggio maschile — il più idealista, coerente e moralmente integro dell’intera storia — diventa il fulcro di questo sistema. Non sceglie di diventare un demone per ambizione o desiderio di potere. Vuole soltanto trascendere, migliorare, comprendere. È il “Cielo” a indicargli quella via, senza mai rivelare fino in fondo il costo reale della scelta. Il suo consenso è quindi incompleto, e il risultato non è una morte liberatoria, ma una condizione infinitamente più crudele: una sospensione eterna, “né vivo né morto”, sigillato come contenitore affinché il male non debba essere davvero affrontato.
In termini taoisti, non c’è trasformazione, non c’è ritorno al flusso.
C’è stasi.
E la stasi, in una visione ciclica dell’universo, è una violenza.
Questo sacrificio non è eroico. Non è redentivo. È funzionale.
Uno degli aspetti più disturbanti del drama è il modo in cui smonta la dicotomia classica tra umano e demone. I demoni non rappresentano il male assoluto: sono il contenitore simbolico del male che il sistema rifiuta di riconoscere in sé stesso. Per quanto lottino, soffrano e cerchino redenzione, sono sempre loro a pagare il prezzo finale. Gli umani, al contrario, prosperano non per maggiore rettitudine morale, ma spesso per egoismo, opportunismo e mancanza di responsabilità etica.
Il confine tra umano e demone risulta così sottilissimo da diventare quasi inesistente. Tutti partecipano allo stesso ciclo, ma non tutti ne pagano il costo allo stesso modo.
Il finale non offre redenzione.
Non offre speranza.
Offre una tregua.
Una pace temporanea, fragile, che non nasce da una reale trasformazione del mondo, ma dalla neutralizzazione di ciò che potrebbe metterlo in crisi. In perfetta coerenza con una visione fatalista dell’esistenza, il drama suggerisce che il male non può essere eliminato, solo rimandato. L’equilibrio non è definitivo, né sacro: è semplicemente ciò che permette al mondo di non collassare subito, in attesa del prossimo ciclo di distruzione.
Anche la componente romantica, nel finale, risulta profondamente amara. La scelta di rifugiarsi in una storia “finta” pur di continuare a stare con lui non è un atto di amore redentivo, ma una fuga dalla realtà. Non salva nessuno, non ripara il sacrificio, non assume alcuna responsabilità morale. Lenisce solo il dolore di chi resta, lasciando intatto il debito su cui tutto si regge.
Dal punto di vista filosofico, The Unclouded Soul riflette una visione del mondo in cui il bene e il male non sono categorie assolute, ma forze interdipendenti. Senza il male, il bene non sarebbe riconoscibile; senza il conflitto, l’armonia perderebbe significato. Ma il drama non chiede allo spettatore di accettare questa visione come giusta. La espone, piuttosto, nella sua cruda ambiguità, mostrando quanto possa diventare disumana quando viene trasformata in sistema.
Non c’è redenzione.
Non c’è vera speranza.
Solo continuità.
The Unclouded Soul è una storia che non consola e non rassicura. Non offre risposte, ma lascia una domanda aperta, tipica della filosofia orientale più onesta:
se l’equilibrio dell’universo richiede la distruzione eterna di chi è più giusto,
è davvero un equilibrio da difendere?
Un drama doloroso, disturbante, profondamente coerente con la sua visione del mondo.
Non per chi cerca conforto, ma per chi è disposto a guardare il prezzo che certi equilibri chiedono per continuare a esistere.
Una NOTA non basta a creare una sinfonia, analisi critica oltre gli ormoni,
Effetti speciali: 8,7/10Storia: 7/10
Personaggi: 8/10
Sceneggiatura: 7,3/10
FINALE: 4,5/ 10
Ho iniziato con trepida attesa ed entusiasmo dopo aver aspettato con pazienza che il lavoro venisse caricato per intero e tradotto per dedicarmi al binge watching, aspettative alimentate dalle recensioni entusiaste di tante donne che hanno dato valutazioni altissime e social infestati da reel con combattimenti meravigliosi.
Ad oggi posso dire che molto di questo entusiasmo è di natura ormonale, il cast maschile è infatti pieno di bellezze rare, anche potenziato con trucco costumi; alcune scene sono di grande impatto visivo ma a parte Neo Hou nessuno è spiccato per doti interpretative eccellenti, sicuramente gli altri per carisma e bellezza.
Gli influssi goth alla Tim Burton , fantasy di Animali fantastici e un po' di pirateria dei Pirati dei caraibi sono palesi in questa serie fantasy crime .
La scelta di far recitare tutti scandendo lentamente le parole e con molte pause, modificando il timbro delle voce ai due personaggi principali (il grande demone gorilla in modo lento, sospirato, affettato e il demone albero Liu Lin con voce bassa e rauca) non è servito a molto se non a rendere caricaturali i personaggi e rallentare ancora di più una storia che per via dei tempi di ripresa (primi piani di 15-20 sec.) mi è risultata a volte difficoltosa da seguire.
Essere belli non BASTA!
Sarò schematica elencando il positivo e il negativo del lavoro, personalmente, in modo da orientare lo spettatore nella scelta consapevole di seguire o meno questo lavoro accostandosi con aspettative realistiche perché non è UN COLOSSAL e NON è un CAPOLAVORO!
POSITIVO:
- Buon lavoro sulle immagini e molto buoni gli effetti speciali, i costumi e l'estetica generale sono molto curati per quasi tutti i personaggi, altri risultano grotteschi... (vedi il ragazzino giovane talento della medicina e il nipote del Dio della montagna, aspirante cuoco).
- Simpatica l'idea di unire dei compagni di viaggio improbabili in un'unità investigativa di ricerca dei demoni e sperimentare come nascano dei rapporti e dove ognuno aiuti l'altro a superare un trauma irrisolto del passato formando alleanze che uniscono al di là delle differenze di genere (umano, demone, divinità).
-Colpi di scena: generalmente riesco a comprendere subito i cattivi della serie, qui hanno investito su un personaggio molto poco presente sulla scena e quando verso la fine della serie scopri la sua implicazione non lo diresti mai, così come non si direbbe mai che ci sia una "talpa" infiltrata nel gruppo di ricerca ed è quella più improbabile.
- Protagonisti maschili: Neo ha colto nel segno nelle scene emozionanti e il suo tempismo comico è stato fantastico. Si è rivelato molto poliedrico e camaleontico nel riuscire a dar vita ad un demone indolente, pigro, sornione che non si prende troppo sul serio e che non ama essere vittima di compassione, sopportando con fiera dignità la sua condizione di "disprezzato" e incompreso.
- Alchimia del cast: l'alchimia tra gli attori è stata molto buona, non tanto tra le coppia female and male lead (non vi aspettate storie d'amore che non ci saranno), piuttosto mi riferisco al rapporto tra il ragazzino e il signor Zhou Ychen (che vede come un fratello più grande) , tra il medico e il giovane dio della montagna, soprattutto tra Zhou e il Grande Demone (il loro rapporto viene caratterizzato da un'ambivalenza tale che a volte ho avuto il sospetto che la storia potesse sfociare in un bromance da un momento all'altro).
- Titoli di coda: molto apprezzabile l'idea di fare dei balletti con tutto il cast come sigla finale.
-Musiche: alcune volte necessarie , connotavano oniricamente la narrazione unendo una grafica sfumata ad una musica sognante.
-Valori e dialoghi, in questo lavoro viene portato avanti un messaggio fondamentale che alla fine è sempre lo stesso: l'accettazione del diverso, la paura dell'alterità, l'abbandono del pregiudizio, la necessità di comunicare onestamente , una abilità che hanno scelto paradossalmente di donare in abbondanza al giovanissimo medico tredicenne e di privarne i due demoni millenari come a voler trasmettere il messaggio che la giovinezza si caratterizza per quella genuinità sincera e onesta che si perde via via con l'età.
Bello anche il rapporto recuperato tra la signora Pei e il fratello e il valore del perdono come processo di umanizzazione.
NEGATIVO:
- Vibes barocche e ridondanti : in alcuni momenti il fantasy diventa troppo rumoroso, con il volume delle musiche che copre i suoni di fondo ( la musica della battaglia per me è stata poco azzeccata).
Negli occhi cangianti ho visto molto twilight , specialmente in quelli "dorati". Un po' infantile e ridicola l'idea di purificare l'energia maligna suonando il flauto, avrebbero dovuto correggere e caricare questo rituale di purificazione con qualche altro effetto speciale dal momento che non si sono risparmiati in questo ambito.
Mi è sembrato che il regista fosse iper-concentrato sul montaggio di un video musicale da essersi dimenticato che avrebbe dovuto realizzare un dramma. OST non-stop, la musica suona costantemente in sottofondo, troppo spesso, troppo a lungo.
- Narrazione disordinata: continui flashback dopo flashback, sequenza onirica dopo sequenza onirica che invece di aggiungere spessore, rallentavano la narrazione che perde di fluidità e connessione.
Le conversazioni spesso poco credibili, poiché passano bruscamente da toni seri a improvvisi picchi di umorismo togliendo intensità a quanto veniva mostrato, diventando una parodia grottesca e caricaturale.
- Ennesimo drama PRO HOMO che oscura e banalizza il ruolo della donna attraverso la scelta di caratterizzare con delle abilità o poteri solo i personaggi maschili, un'attrice femminile è esperta di arti marziali ma è ben poca cosa rispetto alle abilità e ai poteri immensi dei protagonisti maschili. La protagonista femminile CHE AVREBBE DOVUTO ESSERE UNA DEA era inutile, si contraddistingue solo per intuito, saggezza e conoscenza in tema demoniaco, poi davvero inutile, sin dal primo episodio. E come sempre in balìa dell'uomo di turno che deve salvarla, connotandola come debole e bisognosa di attenzioni.
La recitazione del personaggio di Wen Xiao è stata inoltre molto sottotono, in una scena di disperazione, nell'ep. 16 rimane prostrata a terra con lo sguardo basso mentre tutta la scena si svolge in cielo, non guarda nemmeno, sembra sconfitta e afflitta mentre si gode come gli uomini risolvono la tragedia (in teoria lei era la dea che doveva salvare il mondo dall'orda dei demoni).
Fino alla fine non sarà mai davvero determinante e mi viene il sospetto che sia stata inserita per evitare una qualche censura da parte del sistema cinese perché senza una figura femminile il rapporto tra i due protagonisti sarebbe risultato troppo ambivalente con sfumature bromance , NON me lo spiego altrimenti perchè è l'unico drama in cui il female lead non è determinante, persino un ragazzino di 13 anni ha più impatto sulla serie, e fino alla fine viene costantemente aiutata dagli uomini, l'unica cosa che le vedo fare è piangere. Unico spazio in cui emerge la sua personalità è nei confronti con la signora Pei e in quello con Li -Lun che pur diventando poi scontro violento ha delle sfumature molto sensuali e quasi sessuali.
Le scene d'azione della seconda protagonista femminile sono state però ottime e mi è piaciuta la trama secondaria con suo fratello, ma nel complesso il personaggio è piatto con un'evoluzione non troppo marcata.
-FINALE: Cupo, fiacco, tragico da Olocausto e troppo uguale in termini sacrificali a tanti altri visti (a journey to love, lost you forever per quanto riguarda il demone a 9 teste, love and redemption e l'astro di Mosha e re bailing, la fata e il diavolo ... solo tutto più triste).
Il finale è triste e dal 22° episodio la serie non si è più ripresa in termini di tragedia costante e che il finale RIPETO è uno dei più tristi visti in quanto questo gruppo coeso e affiatato finirà per perdersi e molti sacrificati. Se avete amato un finale alla journey of love fate pure , a me ha lasciato molto triste e molta amarezza.
Qualcuna ha scritto "finale che soddisfa chi ama i tristi che allegri". Mi chiedo cosa abbia seguito e cosa abbia capito. Una flebile speranza e un finale aperto negli ultimi 5 secondi cronometrati di serie non basta a fare un finale degno.
Questa serie nonostante abbia dell'umorismo nei primi episodi e un po' meno nella parte centrale e pochissima sul finale è una delle serie più tristi e drammatiche che io abbia finora seguito, mi ha lasciato un senso di amarezza e vuoto non comune.
IN GENERALE:
Questo drama aveva tutte le potenzialità per riuscire a sfondare: è un fantasy originale con grande impatto scenico, attori bellissimi ma l'esecuzione non ha funzionato.
Anche la storia non è una GRANDE NOVITA' ma l'ennesimo tentativo di dipingere il mondo dei demoni come creature malvagie per reazione che sperimentano grande sofferenza e ostracismo (quanti xianxia/wuxia avete visto che parlano di questo? TANTISSIMI).
Ci volevano più colpi di scena e una storia geniale (tipo quella di love and redemption) per riproporre in modo nuovo un messaggio vecchio e abusato come questo mentre hanno usato lo stesso "colpo di scena" per tutta la serie investendo tutti i personaggi ( quando vedrete capirete, non c'è variazione, solo i personaggi divengono di volta in volta "oggetto" di questo colpo di scena). E' una serie che investe su piccole storie che riguardano demoni e personaggi principali, con lo stesso meccanismo, per portarne avanti una centrale.
Il romanticismo è a metà, è presente attraverso il solito struggimento e occhi commossi ma non viene né sviluppato né vissuto, sia fisicamente sia come nascita di una relazione. Questa non è necessariamente una caratteristica negativa però, a questo punto, sarebbe stato meglio toglierlo completamente questo sviluppo a metà: o inserisci e sviluppi per bene (avrebbe aggiunto molto) o non metti solo sospiri e capogiri destinati ad una coppia che non si formerà mai!!!!
Capisco che la serie sia tutta dedicata al valore dell'amicizia e delle connessioni come scopo fondante e vitale dell'esistenza ma la serie è troppo tragica e in definitiva poco romantica.
Ambizioso negli effetti, fragile nella sostanza...
Along with gods è un grosso tentativo del cinema coreano di portarsi a livelli americani per quanto riguarda grafica, CGI ed effetti speciali in quanto interamente girato (o quasi) col green screen.l film è visivamente ambizioso e molto orientato agli effetti digitali, ma questa abbondanza di spettacolo a volte annebbia chiarezza narrativa ed emozione. È anche stato un successo commerciale notevole in Corea.
La storia è anche abbastanza originale: combina elementi buddisti con mondi fantastici e giudizi universali funzionali al nullaosta da parte delle divinità giudicanti per reincarnarsi.
I tre protagonisti principali sono dei Guardiani che anche aspettano anch'essi di reincanarsi, sembrano dei cupi mietitori, a parte la ragazza del trio che sembra inserita più per necessità scenografiche che narrative dal momento che il suo personaggio o ripete le parole di altri o riporta quello che vede delle vite passate di chi aspetta giudizio, o serve a risaltare il fisico slanciato di Ju Ji Hoon, che in questo film sfodera tutta la sua pungente ironia risultando il personaggio più comico in assoluto.
Il vero protagonista però è Ha Jung-woo, lui ha il "peso narrativo" maggiore e detiene più tempo sullo schermo.
Aspetti tecnici: Kim Yong-hwa, il regista, concepisce il film come una grande macchina visiva. la regia privilegia set digitali e scenografie immaginarie che trasformano il concetto tradizionale di “aldilà” in una serie di "tableaux" spettacolari. I critici sottolineano che il regista sfrutta senza risparmio le possibilità del CGI, costruendo scene di forte impatto sensoriale, volte con esiti di sicuro pregio visivo, altre volte ho avuto l’effetto di un sovraccarico (overload sensoriale) con accavallamento di scene con poca fluidità tra un frame e un altro. Questa scelta di investire tutto sul digitale a discapito della storia mi ha fatto perdere il focus sui momenti “umani”.
Vi è abbondante ricchezza di immagini ed effetti digitali al servizio di una fantasia visiva tuttavia il film è talvolta troppo dipendente dal greenscreen, con compositing che in certi momenti appare meno raffinato e rende la profondità di campo e l’integrazione soggetto-ambiente meno convincenti. In parole povere: effetti spesso ottimi, ma con alcune cadute tecniche visibili.
La fotografia rende scenicamente con bruschi cambi di colore i "due mondi", operando contrasti netti tra “mondo umano” e “mondo dell’aldilà”: la palette cromatica cambia drasticamente, la luce diventa più artificiale e teatrale nei regni ultraterreni. Apprezzabile la ricerca dell’immagine epica e la cura dei dettagli scenografici (costumi, creature, architetture ispirate ai dipinti buddhisti), che conferiscono coerenza visiva all’universo ma a me personalmente non hanno convinto.
Si percepiscono ampie parti girate su set con schermi e successivo keying; lo stile cromatico è fortemente manipolato in post-produzione (saturazione, glow, filtri atmosferici) per ottenere l’effetto “mistico” — scelta efficace sul piano estetico, meno sulle micro-interazioni di luce/ombra tra attori e background.
Tecnicamente il film è serrato nelle scene d’azione e nelle transizioni tra tribunali/tribolazioni ma la durata e la densità di contenuti (molte sottotrame e molti salti temporali) portano a un ritmo che i critici definiscono a tratti sovraccarico e dispersivo. Questo influisce sulla capacità emotiva delle scene più intime, perché il montaggio privilegia il movimento e la sorpresa visiva rispetto alla lenta costruzione drammatica.
La colonna sonora non l'ho completamente notata. Mi sembra per lo più strumentale ma il fatto che non si percepisca la dice lunga sulla sua "memorabilità".
Al cast (Ha Jung-woo, Cha Tae-hyun, Ju Ji-hoon ecc.) va un grande elogio per la professionalità: gli attori reggono bene la scena anche quando devono recitare in ampie porzioni su set virtuali, mantenendo presenza fisica e reattività emotiva. L’abilità dell’attore diventa cruciale proprio perché la tecnologia richiede che la recitazione “funzioni” senza il supporto di un ambiente tangibile.
Sceneggiatura e coerenza narrativa (come influenza la tecnica): la trama (molte prove, salti temporali, retroscena multipli) è stratificata, mettendo alla prova la chiarezza espositiva, quando la narrazione si fa contorta, gli aspetti tecnici — montaggio, VFX, colonna — non sempre riescono a sostenere o a chiarire il senso degli eventi. Questo è il motivo per cui percepisco una certa evaporazione del “peso emotivo” in favore dell’effetto visivo.
Sintesi
Punti di forza tecnici: produzione ambiziosa; VFX e scenografia che dimostrano capacità industriale e creativa; fotografia curata; cast capace di adattarsi a riprese fortemente digitali.
Limiti tecnici: dipendenza dal greenscreen che mostra alcune imprecisioni di compositing; montaggio e sovrabbondanza narrativa che talvolta neutralizzano l’impatto emotivo; colonna sonora impercettibile.
In conclusione, il film funziona come dimostrazione di come una produzione coreana su larga scala riesca a reggere sequenze di fantasia estese; la regia usa in modo sistematico carrellate digitali, compositing e grandi set virtuali per passare rapidamente da “tribunale dell’aldilà” a paesaggi catastrofici ma la storia è debole e i costumi, anche se ho letto ispirarsi a dipinti buddisti, nella resa mi ricordano vagamente come qualità ed effetto finale un grottesco ritorno ai film natalizi di Lamberto Bava (Desideria, Fantaghirò, Sorellina...).
Se stai cercando un esempio di cinema coreano che spinga in avanti capacità di produzione, design e VFX su scala epica, "Along with the Gods The Two Worlds" è un caso di studio interessante: dimostra cosa succede quando l’industria mette soldi, tecnologia e immaginazione insieme. Se invece cerchi equilibrio tra spettacolo e nitida profondità emotiva o narrativa, il film sacrifica la seconda al primo.
Se poi sei cresciuto con i fantasy di Hollywood e il mondo Marvel, questo tentativo ti sembrerà goffo e maldestro in alcune scene.
In termini strettamente tecnici è un film altamente ambizioso ma con resa non sempre all'altezza delle intenzioni che (penso) si erano proposti.
Una magia che dura poco.... ;-(((
Lo spettacolo è un drama fantasy- romance basato sull'horror comedy. Scritto da Ha Yoon Ah (mystic pop bar ) diretto congiuntamente da Lee Hyung Min (Miss night and day/strong woman doo bong song) e Jung Sang Hee, quindi le mie aspettative erano abbastanza alte, nei primi 8 episodi devo dire che la mia valutazione sarebbe stata di 8, cala a 7,5 dall'8°al 12° episodio per finire con 7 e 6,5 all'ultimo. Premio il concept fresco e innovativo perché l'idea è molto interessante e do ugualmente un 7.Ciò che ha penalizzato è la compresenza di generi diversi non ben fusi tra loro: i primi episodi era solo soprannaturale e mistery crime, c'erano tutti gli ingredienti, poi si è trasformata in una storia d'amore senza aver creato le giuste premesse prima, poi una commedia (8), per poi diventare uno storico (7) e infine un fantasy (6,5).
SINOSSI VERA (perché leggo sia su viki che qui sintesi della trama parzialmente sbagliate): Cha Chawoong (Park Hae Jin) è un mago moderno famoso per i suoi incredibili spettacoli di magia alla Copperfield ma il pubblico non sa che il merito è di aiutanti invisibili, egli infatti ha una società con dei fantasmi, che sovvenziona economicamente e aiuta ad accumulare karma positivo per entrare nel Nirvana in cambio di questi supporti, dietro i suoi spettacoli ci sono un ingegnere nerd, un ex fattorino molto bravo a guidare le moto, un ex delinquente forzuto. Dopo aver incontrato Ko Seul Hae (Jin Ki Joo), un' agente di polizia, viene coinvolto nella risoluzione di alcuni casi grazie alla possibilità di impiegare i fantasmi, le due storie, quella del mago e della poliziotta si intrecceranno per una vicenda che ha coinvolto i loro familiari 10 anni fa, senza sapere che i loro destini erano stati tragicamente uniti 2000 anni fa. Con l'aiuto di un generale divenuto ora divinità , al cui servizio milita la famiglia Cha da generazioni, i nostri due protagonisti dovranno sconfiggere un super cattivo e provare a cambiare il loro destino.
Niente di nuovo, se non fosse per questi fantasmi coinvolti nella risoluzione di mistery case e gli spettacoli di magia davvero meravigliosi del mago, peggiora tutto uno sviluppo della trama trascinato e traballante (alcuni episodi coinvolgono, altri molto meno), tra 4 risate e 2 sbadigli arrivo "magicamente" all'undicesimo episodio dove viene presentato tramite flashback il tema delle vita passata che lega i protagonisti, interessante ma un po' troppo trascinato e mal sviluppato.
L'esecuzione non era poi così male, se escludiamo qualche inesattezza storica, tipo scarpe Lumberjack con tomaia EVA indossate 2000 anni fa e quello specchio centrale che fa tanto POWER RANGER, aggrava il tutto il modo in cui è stata costruita la storia attuale che ha reso il tutto scadente. La serie diventa trascinata ed esasperata dal dodicesimo episodio, ricorrendo sempre al medesimo topic (la cattura dello spirito maligno), anche se non tutto ciò che si è visto è stato noioso. Il finale è stato troppo frettoloso perché hanno concentrato tutto lo sviluppo finale negli ultimi 60 minuti aggiungendo roba non necessaria (ma perché? ) alla lotta finale e alla chiusura.
Un finale happy ma girato così frettolosamente da risultare un coito interrotto, i nutrichi seduti a tavola per festeggiare il compleanno del figlio, messi lì per completare un quadretto di "famiglia cuore" , sebbene geniale l'idea di collegarli ai fantasmi, inverosimile come i trucchi di magia del mago dato che dalla risoluzione del conflitto non si è più visto niente di loro, solo un abbraccio .... .
Interpretazione: I due protagonisti meritano un valutazione di 7,5, che potrebbe arrivare ad 8 per la parte in cui il ML interpreta Pong Baek, la protagonista femminile brava ma niente di che, siamo ancora lontani dai livelli delle sue colleghe più famose, e ora comprendo perché fino a qualche anno fa aveva solo ruoli ospite.
Non ho molto gradito che l'avessero resa così incompetente come poliziotta: non riesce a catturare nessuno né ad avere la meglio in nessuno scontro, deve intervenire sempre l'eroe di turno ad aiutarla.
Il generale era molto più bravo come padre di Lee Soo Ho in True beauty, tuttavia è risultato spassoso qui, idem i fantasmi, molto più in gamba nei ruoli comici, meno convincenti nei drammatici.
Bravi gli attori che interpretano il Sunbae della protagonista e il figlio hacker dell'uomo della casa di riposo nei primi episodi. A loro va una valutazione più generosa, di 8.
Terribile il fantasma della donna in bianco, che si vede nell'episodio 12 o 13, il modo in cui corre è davvero ai livelli di video goliardico tra alunni di scuola durante la ricreazione (pessimo).
Nel complesso la recitazione vale 7. Non è stata indimenticabile ma tutti bravi nei ruoli comici.
Regia:
Il lavoro di ripresa non è stato molto curato idem la scenografia, il tecnico del suono poi ha fatto un lavoro personalmente mediocre.
La colonna sonora non è indimenticabile, a parte la sigla finale che è molto gradevole.
In conclusione, consiglio il lavoro per qualche risata senza grosse aspettative, non seguitelo per la storia d'amore perché potreste rimanerne delusi, la storia si sviluppa lentamente ma non scoppia mai veramente tra i protagonisti. Finale un po' piatto e sottotono che chiude in modo grottesco, in perfetto stile pubblicità di basso budget.
Aggiungo 1 punto per il concept e gli elementi comici.
Positivamente dimenticabile: un drama che non lascia traccia di sé
“Positively Yours” è l’adattamento di un webtoon che è rimasto nelle classifiche dei più amati per 52 settimane consecutive. Cinquantadue. Un anno intero di successo ininterrotto. E la trasposizione televisiva è riuscita nell’impresa titanica di prendere quella materia prima e trasformarla in un prodotto così piatto, così privo di mordente, da far rimpiangere qualsiasi altra cosa si potesse fare in quelle ore – anche guardare la parete.Personalmente, più che il webtoon, la trama proposta mi ricordava molto un altro drama coreano dove i due protagonisti, sconosciuti, passano una notte insieme e si ritrovano a dover gestire l’arrivo di un bebè. Parlo della divertente e intensa commedia “Fated to love you”, del 2014. Peccato che questa non sia divertente, e nemmeno intensa.
La trama non è solo semplice – lui decide di prendersi le sue responsabilità, lei è un po’ la Cenerentola di turno, e questo è quanto – ma è anche estremamente noiosa e piatta. Dialoghi amorfi, personaggi con i quali è impossibile empatizzare, situazioni spesso inverosimili. Non ci siamo.
Sceneggiatura, dunque, ampiamente bocciata.
Altro errore madornale, il cast. Choi Jin Hyuk non è di sicuro la figura adatta a questo ruolo. E’ un attore che ho visto in molti drama, e devo dire che si fa riconoscere più per la presenza scenica che per la capacità recitativa. Tuttavia, in serie dove deve interpretare un personaggio rigido e composto – vedi “Numbers” oppure anche il fantasy “Gu Family Book” - può funzionare, e anche bene. Ma è fondamentale non discostarsi da quel tipo di ruoli, già che non trasuda carisma né gli si può riconoscere grande espressività. Qui infatti è ridotto a un automa con una sola espressione, spesso poco gratificante perché ha sempre l’aria di qualcuno che non stia capendo le frasi più basilari. Quando cerca di essere divertente e sorridere… Arrivano i brividi. Al di là della recitazione, anche la caratterizzazione stessa del personaggio è traballante: non c’è profondità, non c’è evoluzione, non c’è niente. Il suo trauma familiare – la morte del fratello, il senso di colpa – viene accennato in due scene e poi dimenticato, come se fosse un dettaglio trascurabile, salvo poi rispolverarlo all’occorrenza sul finire.
Oh Yeon Seo è per me una scelta sbagliata a prescindere. Rientra tra le poche attrici che mi irritano terribilmente, la cui recitazione mi suona sempre artificiosa e la cui interpretazione dei vari ruoli li fa assomigliare un po’ tutti (e qui, purtroppo, mi torna alla mente il mio amato kdrama “A Korean Odyssey”, dove per amore della serie e del superbo ML, ho dovuto sopportarla nei panni della protagonista).
L’unica figura che si salva, a conti fatti, è la cattiva di turno, nonché cognata del ML. Brava attrice, personaggio un po’ al limite in certe situazioni, ma a conti fatti porta a casa la prova più dignitosa tra tutte.
A livello tecnico, la produzione è imbarazzante. I filtri usati per “ringiovanire” gli attori sono così evidenti da risultare grotteschi: sembra di guardare scene girate attraverso un vetro smerigliato. Le location sono anonime, la regia è piatta, la colonna sonora è un tappeto di melodie già sentite mille volte. Non c’è una singola inquadratura che rimanga impressa, non un dialogo che si ricordi, non un momento che valga la pena di rivedere.
In definitiva, la serie si rivela un fallimento su tutta la linea. Come adattamento, tradisce la fonte originale. Come drama, offre solo dinamiche già viste e fatte male. Come storia d’amore, coinvolge zero. Come prodotto di intrattenimento, annoia. E’ un vuoto a perdere, confezionato male e venduto come fosse un cioccolatino, quando dentro c’è solo della fastidiosa polvere di cacao amaro. L'unico aspetto "positivo"? Si dimentica facilmente (e velocemente).
Abbattere muri, uccidere bene, restando "fedeli a se stessi".
Dal trailer sembrava l’ennesimo film sulla killer professionista con doppia vita: di giorno madre single, di notte assassina d’élite. Invece Kill Boksoon è molto altro: Byun Sung-hyun non usa la maternità come accessorio, né la figlia come “punto debole” per rendere umana la protagonista. Jae-young è il centro morale del film, la falla in cui la messinscena elegante, violenta e aziendale dei killer smette di funzionare.Al lavoro Bok-soon è una celebre assassina, a casa è una madre single; uccidere è facile, crescere una figlia è la parte difficile. La trama nasce da una contraddizione: si fa la guerra in nome della pace, si preferiscono le bugie alla verità e persino gli assassini collaborano stabilendo regole. L’omicidio non viene normalizzato, viene mostrato come sistema: industria, spettacolo, mercato, disciplina, carriera. L’uccisione è performance, intrattenimento, curriculum, status.
Bok-soon lavora per MK, un’agenzia di killer organizzata come una grande azienda: gerarchie, reputazione, classifiche, contratti. Il paradosso funziona perché l’assassinio viene trattato come professione creativa, spettacolo codificato. I killer non “ammazzano” soltanto: eseguono, interpretano, rispettano un format. La teatralità fumettistica non è un difetto di tono: è la forma stessa del film.
Le scene di combattimento, pur curate, non sono secondo me la parte più interessante. Sono belle, alcune efficaci, ma non rivoluzionarie; si è visto di più raffinato e nervoso in altri prodotti coreani, penso a certe soluzioni di "A Shop for Killer". Qui l’action funziona come grammatica morale: ogni scontro dice cosa si nasconde e quale debolezza si protegge.
Il vero duello è quello tra madre e figlia. Jae-young non è “la bambina messa lì per dare umanità alla killer”. È la coscienza scomoda di Bok-soon, ma non angelica. È adolescente, arrabbiata, chiusa, ferita, capace anche lei di violenza. Vive il proprio orientamento sessuale in un contesto che la fa sentire sbagliata, mentre gli adulti intorno a lei commettono azioni molto più gravi e vengono premiati.
Qui il film trova una delle sue verità più amare: non è il male in sé a essere punito, ma il male che non rispetta le regole del sistema. Jae-young viene trattata come un problema perché desidera qualcuno di scomodo; Bok-soon viene considerata impeccabile perché uccide bene. Orientamento sessuale come deviazione, omicidio certificato da un’agenzia prestigiosa come competenza. Roba da far impallidire LinkedIn.
Ogni conversazione tra Bok-soon e Jae-young sposta qualcosa nella madre. È come se la figlia le restituisse una domanda che il mondo di MK ha rimosso: “sei fedele a te stessa?”. Jae-young non le chiede solo di confessare il proprio lavoro; le chiede di smettere di escludere, di alzare muri. Bok-soon non è terrorizzata dal sangue o dai colleghi che vogliono farla fuori. È terrorizzata dall’essere vista dalla figlia per quello che è: una killer.
Cha Min-gyu capisce tutto questo meglio di chiunque altro. Il suo rapporto con Bok-soon è uno dei nuclei più torbidi del film: mentore, capo, creatore, innamorato, carnefice, possibile padre. Il film non conferma che sia lui il padre biologico di Jae-young, ma semina ambiguità: quando la sorella glielo chiede, lui minimizza, ma sembra più una fuga che una risposta. Il suo modo di entrare nel rapporto madre-figlia non è quello di un estraneo: è troppo intimo, preciso, velenoso. Anche lo sguardo nostalgico verso una coppia di genitori apre un dubbio.
Il finale è più complesso di quanto sembri. Sì, la violenza c’è. Sì, il gesto è crudele. Ma Min-gyu non prova solo a traumatizzare Jae-young: prova ad abbattere l’ultimo muro tra madre e figlia. Non è un liberatore, è un uomo che anche morendo vuole controllare la vita di colei che ama. Capisce che l’ultimo muro da distruggere è quello domestico: la madre che torna a casa e finge di non essere ciò che è.
Se Jae-young vede davvero il video — e il film lo suggerisce con forza — non vede solo “mia madre uccide”. Vede la madre intera: professionista, bugiarda, sopravvissuta, donna che ha vissuto fingendo di proteggerla dalla verità. La battuta finale è inquietante perché non c’è urlo, collasso, melodramma. C’è riconoscimento: freddo, storto, disturbante. Come se Jae-young dicesse: “Adesso so. E non smetto di considerarti mia madre”.
Ma sarebbe ingenuo leggerla come perdono. Il finale scolastico lo dice chiaramente: Jae-young inizia a parlare la lingua della madre, raccogliendone l’ereditarietà simbolica. Non ha semplicemente accettato Bok-soon: ha riconosciuto in lei una grammatica della forza, della minaccia, della vergogna ribaltata. E la sta già usando. Non significa che sia “nata killer”: significa che il film lascia aperta una domanda più dolorosa. Quando un genitore smette di mentire, cosa passa attraverso la verità? Intimità o veleno? Nel loro caso, probabilmente entrambe.
Anche il rapporto disturbato tra Cha Min-gyu e Cha Min-hee partecipa a questa atmosfera malata. Lei non è solo “la sorella cattiva”: è una figura teatrale, isterica, elegante, corrosiva; la sua gelosia verso Bok-soon ha qualcosa di familiare e sessuale insieme. Qui si può leggere una possibile eco di *The Crow*: Top Dollar ha un rapporto apertamente disturbante con Myca, sorellastra e amante. Non è copia-incolla, ma l’eco c’è: potere, desiderio, morte, famiglia deformata.
La scena del massacro al ristorante viene spesso liquidata come assurda perché i killer passano dal convivio all’omicidio. In realtà funziona: tutti vogliono lavorare per MK perché MK dà prestigio, soldi, protezione, status. La lealtà dura finché non arriva un’offerta migliore. Quando Min-hee offre una possibilità di carriera, la comunità si dissolve. Non è incoerenza narrativa, è antropologia cinica: finché si mangia insieme siamo colleghi; appena cambia il prezzo, si diventa predatori.
Visivamente, *Kill Boksoon* è più ragionato di quanto sembri. La fotografia è di Cho Hyung-rae, il montaggio di Kim Sang-bum, le musiche di Kim Hong-jip e Lee Jin-hee. Il color grading distingue Bok-soon madre affettuosa e Bok-soon killer fredda. Il contrasto tra verde e rosso è centrale: il verde rappresenta il modo in cui Bok-soon vuole vedere la figlia, un’immagine proiettata e rassicurante; il rosso è il colore reale di Jae-young, ed è anche il colore di Bok-soon. Nella scena finale, la giacca rossa della ragazza è dichiarazione d’identità: non è la figlia verde che la madre vorrebbe proteggere in una serra emotiva. È rossa, come lei.
La scenografia insiste su questa idea di casa come serra, gabbia, tentativo di controllo. Le piante, la stanza verde, gli interni domestici sono il desiderio di Bok-soon di coltivare una figlia dentro un ambiente controllato. Ma Jae-young non è una pianta ornamentale. Cresce storta, viva, arrabbiata, propria.
Il sound design va nella stessa direzione: i suoni di porte accompagnano la frizione tra madre e figlia, mentre nei momenti in cui mostrano tendenze simili compaiono effetti che richiamano lame o coltelli. Il film non dice solo “si somigliano”: lo fa sentire. Le musiche non cercano l’epica, perché non è un film di eroismo ma di attrito. Sostengono l’eleganza artificiale del mondo dei killer e sanno farsi secche, nervose, ironiche.
La regia di Byun è più ambiziosa che perfetta: a volte il film è troppo pieno, troppo innamorato dei suoi personaggi secondari, con linee più suggestive che compiute. Però preferisco un film che rischia l’eccesso a un prodotto levigato e morto.
Sul piano interpretativo, invece, il film mi ha convinta meno. L’unica vera eccezione è Sul Kyung-gu. Lo avevo già visto in altri lavori e qui ho avuto un momento di esitazione: era davvero lo stesso attore che in *Hyper Knife* interpretava quel neurochirurgo gelido, disturbante, quasi predatorio? Sì, ed è qui che si misura la sua bravura. Sul Kyung-gu cambia temperatura interna: faccia, spazio, sguardo, silenzio. In *Kill Boksoon* ha una calma levigata, un modo di parlare basso che rende ogni frase minacciosa.
A lui, solo a lui, va un 9 pieno. È l’unico che alza la temperatura del cast, portando la media complessiva a un 7,5; agli altri darei un 7 dignitoso, corretto, professionale, ma senza scosse. A Lee Jae-wook darei un 6,5. Nel flashback finale, quando il giovane Min-gyu vede Bok-soon per la prima volta, la sua espressione mi è sembrata troppo calcata, quasi finta. Dovrebbe essere il momento in cui nasce un’ossessione, e invece arriva con un’intensità scolastica. Subito dopo ritroviamo il Min-gyu adulto di Sul Kyung-gu, con tutt’altra padronanza, peso, profondità. Lo scarto è talmente evidente che mi ha quasi fatto ridere.
Il resto del cast è meno memorabile. Jeon Do-yeon è solida e regge il film, ma non mi ha travolta. Bok-soon è scritta meglio di quanto venga incarnata: sulla pagina ha molte fratture — madre, killer, professionista, bugiarda, donna stanca — ma sullo schermo non sempre arrivano con la forza che avrebbero potuto avere. Esom funziona come idea di nevrosi elegante, gelosa e grottesca, ma resta trattenuta.
In generale, Kill Boksoon è più forte per costruzione tematica, regia, simboli e mondo visivo che per grandezza attoriale corale. Gli attori fanno il loro mestiere, nessuno affonda il film, ma pochi lo elevano. In un’opera che lavora su identità doppie, maschere, menzogne e fratture morali, qualche interpretazione più affilata avrebbe potuto renderlo ancora più feroce.
In conclusione, non è un film perfetto, ma è molto meno stupido di quanto sembri a chi lo guarda soltanto come action. È una commedia nera sulla professionalizzazione del male, un melodramma materno travestito da film di killer, una satira sulla meritocrazia criminale e una storia su quanto sia difficile dire la verità quando la bugia era l’unico modo che conoscevi per amare qualcuno. La violenza più importante non è quella che spacca ossa, ma quella che organizza le relazioni: lavoro, segreto, famiglia, desiderio, vergogna, carriera.
Bok-soon può controllare un combattimento e trasformare qualsiasi oggetto in arma. Ma non sa prevedere sua figlia. E quando Jae-young finalmente la guarda davvero, non la assolve: la riconosce.
Comedy crime gradevole: VOTO ASSURDO!
Seoul Busters è probabilmente una delle opere più "fake" che abbia mai incontrato su MyDramaList. Non perché sia una brutta serie ma perché il suo voto medio di 8,6 crea aspettative completamente sproporzionate rispetto a ciò che offre realmente. Se qualcuno mi chiedesse quale sia il drama più inutilmente sopravvalutato della piattaforma, non avrei dubbi.Un voto del genere fa pensare a una serie eccezionale, a una sceneggiatura brillante, a personaggi memorabili o a una regia particolarmente ispirata. Invece ci si trova davanti a una commedia poliziesca leggera, simpatica, spesso assurda, talvolta divertente e capace persino di costruire alcuni casi interessanti, ma che difficilmente possiede le qualità necessarie per giustificare un entusiasmo così unanime.
🤥 Ma quando la smetteremo di dare 10 solo perché un’opera ci è piaciuta? Lo scopo di questo sito è aiutare altri utenti, anche con gusti diversi dai nostri, a capire se una serie o un film vale davvero il loro tempo. Per questo servono valutazioni più obiettive, non solo entusiasmi personali.
Non bisogna chiedersi soltanto se la musica ci è piaciuta, ma se ha creato atmosfera e se era coerente con ciò che la serie voleva trasmettere. Non basta dire che la regia è bella: va capito se è classica o sperimentale, se aggiunge qualcosa, se comunica informazioni o sottotesti. Lo stesso vale per la scrittura: è davvero brillante? L’umorismo coinvolge davvero? E soprattutto: lo riguarderemmo è in parte soggettivo. Si può amare un’opera senza avere voglia di rivederla. Però se vogliamo essere utili agli altri, oltre alle opinioni personali dovremmo cercare di dare un giudizio più equilibrato, più ragionato e più onesto. Altrimenti non stiamo consigliando: stiamo soltanto sfogandoci e parlando dei nostri gusti. NON E' QUESTO LO SPAZIO, FATEVI UN BLOG!!!
English:
When will we stop giving a 10 just because we liked something? The purpose of this site is to help other users, even those with different tastes, understand whether a show or movie is actually worth their time. That means ratings should be more balanced and thoughtful, not based only on personal excitement.
You should not ask only whether you liked the music, but whether it created atmosphere and supported what the story was trying to convey. You should not simply say the direction was good; you should consider whether it was classic or experimental, whether it added meaning, whether it carried information or subtext. The same goes for the writing: is it really brilliant? Is the humor genuinely engaging? And would you rewatch it?
IT is still partly subjective. You can love a work without wanting to rewatch it. But if we want to be helpful to others, we should combine our personal opinion with a more balanced, reasonable, and honest evaluation. Otherwise we are not really recommending anything, just cheering for our own taste.
📕 TORNANDO A NOI: Il genere è quello della crime-comedy. Una squadra di poliziotti considerata la peggiore dell'intero dipartimento viene affidata a un nuovo comandante dalle capacità straordinarie e dai metodi decisamente fuori dagli schemi. Da quel momento la serie costruisce il proprio equilibrio alternando indagini, dinamiche di gruppo e situazioni grottesche, spesso al limite col cartone animato.
Ed è proprio qui che si trova il pregio dell'opera. Seoul Busters non pretende mai di essere realistica. Non vuole essere un thriller investigativo rigoroso né una serie poliziesca credibile. La sua natura è quella di una commedia assurda che utilizza il contesto investigativo come pretesto per mettere in scena una squadra di personaggi improbabili, eccentrici e quasi sempre goffi. I membri della squadra rappresentano il vero cuore della serie. Ognuno possiede un talento particolare, una competenza specifica o una caratteristica distintiva che dovrebbe renderlo eccezionale. Tuttavia nessuno di loro viene rappresentato come un eroe impeccabile. Al contrario, quasi tutti sono caratterizzati da una forma di goffaggine, insicurezza o inadeguatezza che li rende più umani e accessibili.
Questo è probabilmente l'aspetto che funziona meglio. Nel corso degli episodi si sviluppa una dinamica corale piacevole da seguire. I personaggi imparano a fidarsi gli uni degli altri, costruiscono legami e trasmettono un senso di appartenenza che finisce per coinvolgere anche lo spettatore.
Le interpretazioni sono generalmente buone. Il cast riesce a sostenere con convinzione un materiale che sulla carta avrebbe potuto facilmente scivolare nel ridicolo. Gli attori comprendono perfettamente il tono della serie e riescono a mantenere un equilibrio tra comicità e sincerità emotiva. Nessuno offre una performance memorabile ma tutti svolgono il proprio lavoro con professionalità e contribuiscono a rendere il gruppo affiatato e umanamente tenero. Una menzione speciale va all'attore che interpreta Jung Jung-hwan. Lo avevo già apprezzato in A Shop for Killers, ma anche qui conferma un talento non comune. Non si limita a interpretare un personaggio diverso: sembra trasformarsi completamente. Cambiano l'espressione del viso, la postura, il modo di muoversi, il ritmo delle battute, la prosodia e persino il tono della voce. È uno di quegli attori che non danno mai l'impressione di interpretare se stessi in contesti diversi, ma costruiscono davvero una persona nuova ogni volta. In una serie che punta molto sul lavoro di squadra, la sua prova è una delle più convincenti, e sarebbe bello se i drama asiatici dessero più spazio ai bravi piuttosto che ai belli.
Anche alcuni casi investigativi meritano una menzione positiva. Non tutti sono particolarmente complessi, ma alcuni riescono a stimolare la curiosità dello spettatore e a mantenere viva l'attenzione. Quando la serie si concentra maggiormente sull'indagine e meno sulla comicità forzata, mostra persino lampi di una qualità superiore rispetto alla media generale.
interessante la struttura da 20 episodi più brevi, 46 minuti circa. E' meno stancante e si segue meglio, personalmente parlando.
Purtroppo i limiti emergono con chiarezza:
La regia è funzionale ma raramente brillante. Non si ricordano sequenze particolarmente creative o soluzioni visive degne di nota. Tutto procede in modo corretto, senza errori evidenti ma anche senza momenti capaci di lasciare il segno.
Lo stesso discorso vale per la colonna sonora. Accompagna le immagini senza mai risultare fastidiosa, ma è difficile ricordare un singolo brano una volta terminata la visione. In una produzione che punta molto sull'atmosfera e sul coinvolgimento emotivo del gruppo, una componente musicale più incisiva avrebbe probabilmente contribuito ad elevarne il livello complessivo.
Il problema principale resta però la scrittura dell'umorismo.
Molte gag funzionano perché nascono dall'assurdità delle situazioni e dalla chimica tra i personaggi. Altre, invece, sembrano eccessivamente costruite e slapstick. Più volte si ha la sensazione che la serie si accontenti di essere strampalata senza cercare davvero di essere brillante.
Far ridere e risultare eccentrici non sono la stessa cosa. Seoul Busters sceglie spesso la seconda strada. Lo spettatore sorride, talvolta ride ma raramente si trova di fronte a battute particolarmente intelligenti o a una comicità destinata a essere ricordata.
Anche la sceneggiatura nel suo complesso soffre di una certa superficialità. Alcuni personaggi sembrano introdurre sviluppi che non vengono realmente approfonditi. Alcune situazioni sembrano promettere svolte più interessanti di quelle che poi effettivamente arrivano. La serie preferisce restare nella propria zona di comfort, senza correre rischi e senza tentare davvero di superare i limiti del genere.
Questo aspetto emerge anche nella gestione delle relazioni personali. Diverse dinamiche sembrano suggerire possibili sviluppi emotivi o sentimentali che poi vengono lasciati sullo sfondo o abbandonati del tutto. È una scelta legittima, ma contribuisce alla sensazione generale di trovarsi davanti a un'opera che evita sistematicamente qualsiasi approfondimento.
Dove Seoul Busters riesce invece a colpire nel segno è nel messaggio umano che attraversa tutta la narrazione.
Sotto gli equivoci, le gag e le situazioni improbabili si nasconde infatti un'idea molto semplice ma efficace: le persone possono sbagliare, essere goffe, inadeguate, imperfette, eppure meritano comunque fiducia e rispetto. La serie parla continuamente di seconde possibilità, di collaborazione, di solidarietà e della capacità di trovare il proprio posto all'interno di una comunità.
Questo elemento dona una sincerità inattesa a un prodotto che altrimenti rischierebbe di apparire soltanto una lunga successione di sketch.
Alla fine della visione rimane quindi una sensazione particolare. Non si ha l'impressione di aver assistito a un brutto drama. Al contrario, Seoul Busters è una serie gradevole, scorrevole e spesso simpatica. Si guarda con facilità, intrattiene e riesce persino a strappare qualche risata genuina.
Non c'è una scrittura eccezionale. Non c'è una regia memorabile. Non c'è una colonna sonora destinata a restare nella memoria. Non c'è una comicità particolarmente raffinata. Non ci sono personaggi che rivoluzionano il genere.
C'è semplicemente una buona serie, realizzata con competenza, interpretata bene e sostenuta da un cast affiatato. Una serie da sufficienza piena, forse da sette per chi ama particolarmente il genere, ma certamente non il capolavoro che la valutazione media lascia immaginare.
Seoul Busters si lascia guardare con piacere, offre qualche caso interessante, trasmette un bel messaggio di umanità e regala alcune ore di intrattenimento leggero. Finita la visione, però, difficilmente rimane qualcosa.
È una compagnia gradevole per qualche sera. Niente di più. E soprattutto, niente di indimenticabile.
Commovente
Mi sono innamorata di "Youth in the Flames of War" dai primi secondi di visione.Pellicola all'altezza di Dylan che è parte integrante di una storia e non il trascinatore, attori bravissimi è palese che sono stati scelti com cura.
È una pellicola intensa, priva di cliché, con degli attori straordinari.
Il personaggio di Cheng Jia Shu è perfetto per Didi perché si capisce fin dall'inizio che avrà una straordinaria evoluzione che potrà mettere in risalto ancora di più le sue capacità.
Adoro Zhou Ye ha una sensibilità emotiva disarmante.
Se vi interessa approfondire o scoprire una parte della storia cinese e di quanto patriottismo ci sia in loro, questo è un drama assolutamente da vedere.
L' AMORE TRA LA FATA E IL DIAVOLO CHE DIVENTA MARTIRE (per amore della fata).
Un bel fantasy ( per me non è nè uno xianxia né un wuxia) ispirato alle classiche leggende orientali che valorizza il ruolo della donna (uno dei pochi) e tratta riflessioni sull’amore, sulle emozioni e e sull’inutilità delle guerre, sul pregiudizio tra i popoli. Apprezzabile che non ci siano malintesi continui e problemi di comunicazione che normalmente affollano questo genere di drama storici.Ci sono sentimenti feriti, rimpianti, sacrifici, amori non corrisposti, gelosie , evoluzioni e crescite talmente estreme da risultare improbabili, ok the power of love ma non puoi stravolgere la personalità di una divinità millenaria.
La storia d’amore poteva essere più vissuta e approfondita sul finale, per questo non do 10!
L'inizio è spensierato come in ogni drama, gli scenari sono ben fatti e sono fiabeschi, certe illustrazioni delle sigle mi ricordano le carte del DIXIT, ottima fotografia e scenografia, ottima OST.
Un po' noiose le avventure nel regno mortale, ma questo è soggettivo, ogni arco narrativo dura in media circa 7 episodi, e il drama va diventando sempre più impegnativo , serio, drammatico.
Questi due si innamorano quasi subito ma necessiteranno di più di mezzo drama per capirlo e accettarlo, dopo essersi promessi invece di mostrare felicità e trasporto sembrano cupi e molto spenti per la quantità di difficoltà e prove a cui vengono continuamente sottoposti. La parte più bella infatti è rappresentata nei primi 9 episodi e in quelli che vanno dal 26 al 28., dal 28 è una tragedia continua.
Finora ho letto solo recensioni positive. Le persone sono soddisfatte della recitazione e della storia, ma ci sono molti aspetti che vorrei sottolineare e che hanno penalizzato la valutazione.
RECITAZIONE: Sia i protagonisti principali che i secondi protagonisti sono stati abbastanza credibili nei loro personaggi e i principali sono stati divertenti e abili nello scambio di ruoli (Dylan Wang meno bravo di Ester in questo aspetto).
Lo show è molto basato sulle emozioni, sia dei personaggi che del pubblico, e questa è la motivazione di una valutazione così alta ed entusiasta che porta a trascurare le criticità .
Non c'è stata molta cura nella caratterizzazione dei personaggi: il dio celeste, subdolo, manipolativo e uno stratega ingenuo,ambizioso e privo di emotività , ho visto imperatori migliori. Qui compie delle scelte che spesso non hanno senso , ed è del tutto privo di capacità oratorie. Perdona in un nano secondo quando fino a pochi secondi prima stava per condannare a morte appena si verifica un risvolto che può utilizzare per ottenere dei benefici, senza provare a manipolare la corte dei suoi sudditi che manca del tutto di pensiero critico e si inchina e ripete le sue parole con fare ossequioso.
Penso che sia l'opera che più ha dipinto gli abitanti del regno celeste come delle amebe STUPIDE E prive di personale iniziativa , nessuno escluso. Forse la fata Dayin è l'unica che salvo da questo discorso e il Nobile Ronghao che è stato il migliore in quanto a intensità e recitazione ma non è del tutto appartenente al regno celeste.... quindi lo escludo dal discorso.
Il Dio della Guerra che avrebbe dovuto essere il dio più potente poteva essere facilmente sconfitto da chiunque. Non ha mai vinto nessun combattimento. Aveva un potere sigillato dal fratello che però aspettava il matrimonio con la dea per liberarlo. Che senso ha??? Perché farne il dio della guerra???
Nel suo arco umano poi perde ogni qualità che aveva diventando ingenuo, pigro, indolente, stupido. Generalmente le divinità quando vanno a fare le tribolazioni mantengono un'aura , delle qualità superiori.
Effettivamente se penso ad Eternal Love mi rendo conto che anche l'alta dea diventa una donna stupida nella tribolazione mortale ma era del tutto stupida, beona e annoiata anche come divinità.
Il dragone nero è stato caratterizzato come il personaggio più stupido mai visto, ed avrebbe dovuto essere il consigliere e protettore del più POTENTE CATTIVO esistente nei tre regni. Non ho capito perchè raccontava segreti importanti al fratello del protagonista.Non protegge nessuno nei momenti importanti! È stato mostrato abbastanza potente e incredibilmente maestoso nella sua forma di drago ma solo UNA VOLTA!
Una bella delusione devo dire. La sua storia con Jeili è stata dipinta stupida al punto da non provare neanche tenerezza per questa coppia che mi è risultata noiosa da seguire. Lei era piuttosto avida e manipolatrice e la loro storia segue delle evoluzioni incomprensibili, che non vengono mostrate, viene solo mostrato il risultato finale e allo spettatore tocca immaginare o provare a indovinare cosa sia successo per determinare quel risultato.
Dongfang Qincang è il Nobile Supremo, possiede un potere sconfinato mostrato superbamente con gli effetti speciali, ha un'immensa potenza ma rispetto a molti altri personaggi meno potenti visti in altri drama è anche il meno sveglio. Normalmente quando sono potenti sono anche molto scaltri, intuitivi, capaci , lui è solo potente! Non è colto come ci si aspetterebbe da parte del NOBILE SUPREMO , che ha vissuto centinaia di migliaia di anni e che dovrebbe avere un'altissima comprensione e conoscenza del reale dato che padroneggia superbamente l'arte magica. Come fa a non rendersi conto di tante cose... dell'aura della protagonista per esempio, o ha bisogno di manuali antichi per capire come prendersi cura di una pianta... . Come fa a non togliere immediatamente la maschera al cattivo della serie se con uno schiocco di dita può distruggere un regno?!?
Il personaggio di Donfang INOLTRE compie un'evoluzione troppo estrema per la brevità del drama, da demonio a martire... non c'è un' evoluzione poi nel modo in cui dimostra il suo amore a livello di espressione facciale rispetto ai primi episodi, mentre caratterialmente diventa un'altra persona, forse perché privato dei propri poteri e quindi fragile ,oltre ad aver recuperato un'emotività di cui comunque manifestava molte tracce nei suoi primi scambi con la protagonista, a livello di espressività facciale di uomo innamorato non ha saputo manifestare un coinvolgimento pieno e travolgente quando deve baciarla o quando la guarda, bravissimo invece nel manifestare gelosia, possesso, insofferenza e disperazione della perdita.
Come ogni divinità può scomparire e riapparire in qualsiasi angolo però quando riesce a coltivare una pianta sul finire del drama , che diventa altro... quando vede la trasformazione a distanza si mette a correre invece di utilizzare il potere e andare a controllare immediatamente=
Aveva bisogno di un artigiano di giada per ricopiare la sala siming mentre nello Xian, detto fatto, sotto suggerimento di Shanqe la prepara in men che non si dica. E come ? Magia ?Ma se ha molto meno potere rispetto a prima... .
Nei suoi sogni lui è sposato con la fata da 500 anni ma non si vede l'ombra di un bambino... per 500 anni quest'uomo avrà un rapporto solo platonico con lei?!?
ASPETTI CHE HO APPREZZATO: Ho adorato il modo in cui hanno mostrato le emozioni tutti i personaggi in modo così plausibile da giustificarne le azioni. Non c'è dubbio che tutte le scene siano state sempre caratterizzate in senso emotivo.
Ho apprezzato il cambio di ruoli, mi appassiona questo topic, lo scambio dei corpi, sebbene sia molto breve , io pensavo che durasse diversi episodi, invece solo uno nella parte quasi centrale, e 6 minuti all'inizio.
I costumi dei protagonisti mi sono piaciuti immensamente, più che in qualsiasi drama finora visto perchè sono su base storica ma con molte libertà e sperimentazioni fantasy.
Stessa cosa per le ambientazioni e i panorama. Soprattutto albe, tramonti, sfondi lunari e la sala siming.
FINALE VERAMENTE AFFETTATO: Questo è uno dei tanti drama con finale breve, io penso che questa volta abbiano davvero estremizzato il tempo di chiusura. Dura 15 secondi davvero, senza se e senza ma.
C'erano 36 episodi e non 40 come normalmente nelle altre serie però si potevano modificare alcune scene di flashback o accorciarne altre che riguardano personaggi secondari e aumentare il tempo destinato ai protagonisti principali. ALTRO TALLONE D'ACHILLE E' IL MONTAGGIO DI QUESTA SERIE.
Per concludere, vale la pena guardarlo sia per le risate che per vedere qualcosa di diverso rispetto ai classici xianxia, non è troppo drammatico ed è adorabile per i personaggi. I due protagonisti nella vita reale sono molto amici e forse questo ha penalizzato un po' la chimica tra loro, nel senso di risultare poco coinvolti e credibili nei baci (brevi e poco intensi, lei con le labbra quasi serrate) e nei contatti fisici.
Una boccata d'aria fresca ma...
Scenografia: 8 Sceneggiatura:5 Regia: 6Les Belles (in mandarino 《怎敌她千娇百媚), titolo originalo "Come posso competere con la sua bellezza fascinosa", è basato su una sceneggiatura originale interna alla produzione stessa.
La protagonista è Luo Ling Yu, una nobile figlia di un Prefetto caduto in guerra che scappa dai parenti avidi che la "vendono"in matrimonio ad un mercante imperiale, si rifugia presso dei parenti, dove incontra Lu Yun, il terzo figlio della famiglia Lu, iniziando una spumeggiante storia tra malintesi e pregiudizi.
L'opera è molto breve e leggera, da qui il mio titolo, perfetta come pausa dalla visione di lavori più impegnativi, accostatevi però al lavoro senza pretese.
Pur essendo a sfondo storico le dinamiche sono molto moderne, i lignaggi diversi non impediscono matrimoni imperiali, le donne possono recarsi in guerra dai loro fidanzati (non ufficiali) ed essere ospitati negli accampamenti, donne che prendono l'iniziativa fisica, interazioni molto maliziose e provocanti e dialoghi piuttosto spinti per l'epoca. Il ritmo è sostenuto, la serie è molto breve per essere una serie cinese, solo 26 episodi che sospetto dovessero essere di più perché ci sono dei passaggi molto bruschi e qualche "falla" a livello logico , come se fosse accaduto qualcosa per giustificare una mancata reazione dei personaggi (esempio principe vs attendente di Lu Yun).
É un'opera semplice, senza pretese, e priva di colpi di scena o recitazioni incisive o intense.
Tuttavia apprezzo che sia dalla parte delle donne, nessuna donna è servile e vive per un uomo (da qui il titolo Les Belles, in senso figurato) , ognuno prova a tracciare per se percorsi diversi, specialmente la resiliente e brillante protagonista, che è decisa a scegliersi un marito e a conquistarlo, è decisa poi a farcela da sola e a trovare strade nuove per raggiungere i propri obiettivi, è audace, intrepida, non si abbatte e trova sempre nuove soluzioni ai problemi.
Mi è piaciuta molto la dinamica pregiudiziale al principio tra i due e l'inversione dei ruoli, questo battibeccare in perfetto stile "tenzone" tra i due protagonisti. Ho apprezzato che le protagoniste in quest'opera siano le donne.
La protagonista è un po' antipatica perché smorfiosetta nei primi episodi però apprezzo che non sia servile e confusa sui propri sentimenti.
Avrebbe potuto essere un'opera da 8 tuttavia alcune falle logiche, buchi di trama, inserimento di elementi drammatici e di intrigo non ben congegnati, interpretazioni leggere e regia con poche soluzioni la penalizzano portando l'opera alla sufficienza.
Regia: non ho visto molte soluzioni di ripresa, la regista ha sicuramente un occhio per l’ “eye candy”, valorizzando la bellezza di Lin Yun e Fang Yilun con inquadrature che amplificano la loro presenza estetica.
La regia è incalzante, più comica che romantica, con scene rapide e vivaci e utilizzo di stacchi che personalmente a me non hanno fatto impazzire perché erano troppo veloci e interrompevano il ritmo della scena corrente.
La regia calibra i momenti di “political intrigue” e sequenze comiche o slapstick, mantenendo sempre un tono leggero.
Coreografie dinamiche: i combattimenti sono eccessivamente coreografici, quasi barocchi, calcati e troppo scenici, forse l'intento è di divertire e intrattenere ma personalmente ho trovato la cosa molto poco coinvolgente perché mi sapeva di eccessivamente finto.
Tempi comici: le gag sono ben piazzate, la regia mantiene la comicità senza accelerare troppo o diventare ripetitiva .
Sceneggiatura: Dialoghi spesso incentrati sul futuro e la condizione delle donne portano avanti dei messaggi positivi, spunto di riflessione sin da principio. La storia è semplice ma quando prova a diventare un po' più complessa e articolata ci sono delle falle e delle risoluzioni improvvise che sembrano quasi improvvisate. Dal 20 in poi la serie cambia tono diventando drammatica, col tema della guerra ma questo viene fatto con troppa leggerezza, senza intensità, e soluzioni un po' estreme che gli attori non hanno gestito bene a livello di interpretazione. Non si capisce poi come scoprono dettagli sul nemico alla fine (tipo chi guidava le truppe a Beichu, si sente urlare il nome quando lui scopre che ha rapito qualcuno e allora se lo sapevi perché non sorvegliavi?) . Una scrittura che risente moltissimo di manchevoli approfondimenti e di una linearità logica, di una coerenza che manca che sfugge subito ad un attento osservatore.
Troppi narrativi ripetuti e ridondanti rivelano una povertà di idee.
Interpretazione: purtroppo è uno dei punti deboli di questo lavoro, Alen Fang molto espressivo e bravissimo nelle scene di gelosia o in cui si va prendendo di lei, mostra qualche caduta dopo l'episodio 20, non mostrandosi sempre puntuale nella recitazione, inoltre hanno girato delle scene pietosissime dove aspettano a baciarsi perché sanno che deve irrompere qualcuno nella stanza, dando alla scena una resa da livello amatoriale, davvero basso. Stessa cosa nel frame finale, devono baciarsi chiudendo le porte e si avvicinano ma si vede che attendono la chiusura delle porte rimanendo per 3 secondi col collo piegato senza avvicinarsi perché non volevano in verità baciarsi o avevano ricevuto altre indicazioni, ma la scena andava rifatta in questo caso. Hanno rovinato un finale.
Premio un villain che è stato abbastanza bravo a rappresentare tormento e solitudine interiore. Il mio Voto per lui è 7.É stato quello più continuo seppur abbia poche scene.
Nonostante tutti questi difetti riscontrati la visione è stata leggera e piacevole , l'ho finito in pochi giorni e per la sua semplicità si presta al rewatch, perché non appesantisce ed evoca una sensazione di tepore e comfort che ho molto apprezzato.
Baci frequenti MA molto stitici, girati maluccio. La protagonista seppur sia molto bella era l'anello debole di dream of splendor e constato che anche qui non ha brillato, perfetta nelle parti smorfiose e spensierate, poco convincente quando doveva mostrare serietà e intensità. Il suo modo di baciare è davvero pessimo, penalizzando la chimica col protagonista.
Bravine le altre attrici non protagoniste, bravo ed espressivo Charles Lin, sebbene manchi ancora di quel quid che possa assicurargli un ruolo da protagonista.
I bambini , specie la sorella piccola, ha recitato maluccio ,seppur il personaggio sia adorabile e mai fastidioso.
Scenografia: è il punto forte di questo lavoro che investe moltissimo sull'estetica visiva, le riprese, i colori , tutto fa "respirare l'occhio", regalando un' aria spensierata, sognante e un'atmosfera morbida, ovattata.
Colori pastello delicati: predominano rosa cipria, azzurro sbiadito, verde menta, giallo pallido, tonalità morbide e armoniose che evocano un’atmosfera eterea.
Motivi floreali e farfalle: fiori, petali e farfalle svolazzanti arricchiscono lo sfondo, conferendo un senso di leggerezza e grazia che richiama le decorazioni naturali tipiche dell’Art Nouveau.
I panneggi ampi dei costumi, delle braccia aperte della protagonista, le linee curvilinee delle vesti richiamano il celebre "whiplash" dell’Art Nouveau, esaltando eleganza e flusso naturale .
I protagonisti sono spesso posti in posizioni non speculari ma bilanciate da elementi come lanterne, giardini,la loro asimmetria dona dinamicità pur mantenendo armonia visiva.
Gli abiti sono ispirati alla tradizione cinese antica (guzhuang), ma reinventati: drappeggi ampi, ricami raffinati, stoffe eteree. Sono romantiche, idealizzate, e prive delle rigidità storiche.
Palazzi, ponti, padiglioni , giardini, "gazebo" creano un’ambientazione nostalgica (quasi fiabesca), rievocando scenari di un epoca sospesa nel tempo.
A livello di colori ci sono chiari riferimenti all’Art Nouveau l’insieme di colori tenui, linee curve, motivi floreali, eleganza femminile e composizioni asimmetriche rimandano a uno stile grafico che mi ha ricordato Mucha, Toulouse‑Lautrec e Chéret . La tradizione cinese qui è stata “rivista” attraverso un’estetica nostalgica ricca di grazia.
Finale: positivo ma tirato troppo per le lunghe con un escamotage banalotto, qualche caduta sulla scena finale, in uno degli ultimi frame, attenzionate la chiusura delle porte della barca.... .
Premio moltissimo la brevità dell'opera, speriamo che nel futuro molte produzioni vi si adeguino quando non c'è una storia da raccontare, evitando lungaggini inutili o sottotrame inutilmente tragiche o imbarazzanti e chiusure frettolose regalando dopo 36 ore di visione, un misero finale di 30 secondi,
“Les Belles” pone l’accento sulle donne e sulla loro bellezza, non solo fisica ma anche quella dell’intelligenza, del carattere, e della grazia interiore. Consiglio la visione senza troppe aspettative.
La vera bellezza- Quando il drama supera il webtoon
Drama molto riuscito, piacevole, emotivamente coinvolgente, ma non perfetto: è una serie che funziona tanto quando abbraccia i codici del romance adolescenziale, tanto quando prova a dire qualcosa sull’insicurezza, sull’immagine di sé e sulla pressione sociale. Allo stesso tempo, però, non sempre riesce a tenere la barra dritta fino in fondo. Ha momenti davvero riusciti, scene che restano, una confezione visiva curata e una chimica che aiuta moltissimo ma si porta dietro anche qualche ingenuità narrativa, alcuni passaggi ripetitivi e un finale che lascia un’impressione un po’ meno solida rispetto al resto.True Beauty sa esattamente che tipo di prodotto vuole essere. Non cerca di sembrare più “alto” o più sofisticato di ciò che è, e questo è già un punto a favore. È un drama romantico scolastico, leggero solo in apparenza, perché sotto la superficie da commedia sentimentale mette in scena un tema che tocca tantissime persone: il rapporto con il proprio viso, con il proprio corpo, con l’idea di essere guardati, giudicati, confrontati. La protagonista vive il proprio aspetto come una zona di vulnerabilità costante, e il trucco diventa una sorta di armatura, un filtro tra lei e il mondo. La serie parte da qui e, quando resta fedele a questa base emotiva, riesce a toccare corde sincere. Il bello di True Beauty è che non fa solo “la storia carina tra tre ragazzi in un liceo”, ma usa la storia carina per parlare di insicurezza, desiderio di essere accettati, vergogna e bisogno di sentirsi finalmente visti senza dover recitare.
Uno dei suoi punti forti più evidenti è proprio la capacità di essere emotivamente accessibile. Non è un drama che pretende di essere profondo a tutti i costi, però sa colpire. Sa costruire piccoli momenti che funzionano: uno sguardo trattenuto, una scena di imbarazzo, un gesto di protezione, una battuta buttata lì che alleggerisce la tensione senza distruggere la tenerezza del momento. È una serie che vive molto di dettagli e di micro-emozioni, e qui fa centro. Il risultato è che lo spettatore si affeziona facilmente ai personaggi e alle loro fragilità. Non serve che tutto sia complesso o stratificato in modo enorme: spesso basta il modo in cui la scena è costruita per far passare la sensazione giusta.
Un altro grande punto di forza è la chimica tra i protagonisti. In un romance scolastico, la chimica non è un dettaglio: è il motore. in True Beauty invece la dinamica centrale ha abbastanza energia da reggere gran parte del racconto. Ci sono tensione, dolcezza, imbarazzo, attrazione e anche quella piccola goffaggine che rende credibile l’età dei personaggi. Non è una chimica esplosiva nel senso più melodrammatico del termine, ma è una chimica ben calibrata, che lavora bene soprattutto nei momenti più quieti, e per chimica io intendo anche il triangolo, uno dei più riusciti dei drama moderni e il rapporto tra Lee Su Hoo e Kang Soo Jun, la loro amicizia che affronta alti e bassi e i tipici estremismi adolescenziali.
La regia e la fotografia sono interessanti: il lavoro è esteticamente gradevole in modo quasi costante, colori curati sul pastello che danno quell'aura di incanto e dolcezza, innocenza dei primi amori, l'approdo all'età adulta, quell'aria di mezzo e diventano più scuri e definiti negli ultimi episodi che trattano già qualche anno dopo e i nostri personaggi dopo i venti anni. La luce è morbida, gli ambienti con carte da parati floreali e piante sulla scuola danno un tocco british/romance, inquadrature che valorizzano i volti e i piccoli gesti, ritmo visivo molto adatto a un romance giovane e brillante. Non c’è nulla di casuale nella sua estetica. Tutto sembra costruito per sostenere un’atmosfera romantica, delicata, a tratti quasi da fumetto sentimentale. E questo si sente. La serie ha una sua identità visiva abbastanza forte, soprattutto nella capacità di rendere gli spazi scolastici e quotidiani meno banali di quanto potrebbero essere. Anche quando la trama non fa miracoli, la confezione tiene alto il livello di coinvolgimento.
La colonna sonora merita un discorso simile. Non è solo un accompagnamento ma una parte della macchina emotiva del drama. Le musiche sostengono bene i momenti di tenerezza, i passaggi più malinconici e quelli più leggeri. In una serie così dipendente dal tono, una OST sbagliata avrebbe potuto rovinare tutto. Invece qui la musica sa entrare senza schiacciare, senza diventare invadente, e aiuta a creare quella sensazione da “drama che ti coccola”, ma senza svuotarlo del tutto. È una colonna sonora che accompagna bene la memoria emotiva dello spettatore: certe scene restano anche perché il modo in cui sono sonorizzate le rende più vive e più riconoscibili.
Sul piano dei personaggi, uno dei meriti della serie è aver costruito figure facilmente distinguibili, ognuna con una funzione narrativa e affettiva precisa. La protagonista non è solo “la ragazza carina che si trucca”: è una ragazza ferita, insicura, ironica quando riesce, vulnerabile quando la maschera cade. Funziona perché non viene trattata come un puro oggetto di desiderio, anche se ovviamente il drama gioca molto con la sua immagine. Il personaggio maschile più introverso porta con sé una delicatezza che cresce a poco a poco, e questo lo rende molto amabile. L’altro polo del triangolo amoroso, invece, aggiunge una nota di energia, protezione e immediatezza che serve a non lasciare il racconto troppo monocorde. Non tutti i personaggi secondari hanno lo stesso livello di sviluppo, e qui si vede un limite del testo, ma il nucleo centrale regge abbastanza bene da far funzionare la storia.
Detto questo, True Beauty ha anche debolezze abbastanza riconoscibili, e credo sia giusto dirle chiaramente perché è proprio lì che si misura l’obiettività. La prima è la sua dipendenza dai cliché. Non è un difetto devastante, perché il drama scolastico vive anche di cliché e li usa quasi come linguaggio madre. Però qui spesso il racconto segue percorsi molto prevedibili. Le dinamiche sentimentali, i malintesi, le gelosie, gli equilibri tra i due pretendenti, la costruzione delle scene di imbarazzo o salvataggio: tutto questo raramente sorprende davvero. La serie sa essere efficace, ma non sempre originale. Si muove in un territorio noto e riesce a farlo con grazia. Però la sensazione di déjà vu, in alcuni momenti, resta. Infatti lo consiglio a chi si affaccia a questo mondo, per me è stato il mio quinto drama visto e ha funzionato, dopo 3 anni ne faccio un rewatch e vedo i difetti.
Altro cavallo di battaglia è il ritmo: si dilunga molto all'inizio e alla fine e gli episodi durano quanto un film però raramente annoia davvero , anzi... .Episodio 1 e 10-12 sono stati quelli dove forse ho tirato qualche sbadiglio ma normalmente fila liscio come l'olio.
Il tema centrale, pur essendo valido, non è sviluppato fino in fondo con la stessa forza per tutta la durata della serie. Questa è forse una delle critiche più importanti. True Beauty parla di accettazione di sé, ma il suo modo di farlo resta spesso impigliato nella logica del romance e dell’estetizzazione. La protagonista cresce, certo, però il rapporto con il trucco, con l’apparenza e con la sicurezza personale non viene sempre affrontato in modo radicale. A volte sembra che il drama voglia dire: “vai bene così”, ma poi continui comunque a premiarti soprattutto quando rientri in un certo standard visivo molto preciso. È un cortocircuito comune in tante serie del genere, e qui si sente. La storia tocca il tema dell’autostima, ma non lo decostruisce davvero fino in fondo. Rimane molto buona nell’emozione, un po’ meno incisiva nella riflessione.
TUTTAVIA IL PUNTO FORTE É:
il percorso della protagonista, che non si limita a trovare l'amore, ma impara progressivamente a liberarsi dal peso del giudizio degli altri. Il confronto con i bulli rappresenta uno dei momenti emotivamente più riusciti, perché il suo riscatto nasce dalla ritrovata consapevolezza di sé, non da una semplice trasformazione estetica.
Anche il messaggio finale risulta più maturo di quanto possa sembrare. Jugyeong non rinuncia completamente al trucco: continua a usarlo, ma in modo naturale, quasi impercettibile. È una scelta significativa, perché il make-up non è più una maschera dietro cui nascondersi, bensì uno strumento di espressione personale. Il drama suggerisce così che accettarsi non significa rinunciare a ciò che ci piace, ma smettere di dipendere da esso per sentirsi degni di essere amati.
Anche alcuni personaggi secondari avrebbero meritato più spazio o una scrittura più nitida (sorella e fratello, compagni di scuola). In un drama corale, anche i comprimari dovrebbero lasciare un segno più deciso, invece qui qualcuno rimane più funzionale che memorabile. Ci sono figure che servono a sostenere la protagonista, a creare momenti di leggerezza o a far avanzare il triangolo amoroso, ma non sempre vengono trattate come persone a sè. È una scelta comprensibile, perché il focus è chiaramente sulla protagonista e sulla dinamica sentimentale, però un po’ di profondità in più avrebbe reso l’insieme più ricco e meno dipendente dai rapporti centrali.
Il finale, infine, è uno dei punti più deboli rispetto al resto. Non perché sia disastroso, ma perché arriva con una sensazione di minor compattezza. In una serie che per molte puntate ha lavorato bene sull’intensità sentimentale e sulla costruzione dell’affetto, il finale ha il compito di chiudere con una certa forza emotiva e con una sensazione di direzione. Qui invece resta un’impressione un po’ più prudente, un po’ meno memorabile di quanto il percorso avrebbe meritato. Non rovina il viaggio ma non lo consacra nemmeno del tutto. E per una recensione obiettiva questo pesa, perché il finale è spesso ciò che resta come ultima impronta nella memoria dello spettatore.
Se però si tira la somma, True Beauty rimane un drama decisamente riuscito nel suo insieme. Non perché sia perfetto, ma perché sa esattamente dove vuole arrivare e, nella maggior parte dei casi, ci arriva. Ha una buona sceneggiatura, un impianto visivo curato, una colonna sonora efficace, un ritmo generalmente piacevole e soprattutto un cuore emotivo che funziona. I suoi difetti sono reali, ma non cancellano il fatto che si tratti di una serie capace di intrattenere con intelligenza, di far sorridere, di far soffrire il giusto e di lasciare affezionati ai personaggi. È il classico caso di drama che non ti sconvolge con la sua originalità, ma ti conquista per il modo in cui sa usare bene gli strumenti del genere.
In conclusione, è un titolo molto solido nel panorama del romance teen coreano. Non rivoluziona il genere, non ambisce davvero a farlo, ma lo maneggia con sicurezza, sensibilità e una confezione molto gradevole. Il suo valore sta nel riuscire a essere accessibile senza diventare banale del tutto, emotivo senza scadere troppo nel sentimentalismo, leggero senza essere vuoto. Resta un drama che funziona soprattutto quando si lascia guidare dal sentimento, dalle piccole fragilità e dalla chimica tra i personaggi, è una serie tv che utilizza una struttura narrativa tradizionale per raccontare un tema contemporaneo con una sensibilità superiore alla media del genere.
Quando invece prova a sostenere il suo messaggio con troppa prevedibilità o con passaggi narrativi troppo comodi, mostra i suoi limiti. Per questo un voto intorno all’8,2/10 ha senso (7,7 PER IL FINALE) : è un giudizio che riconosce quanto la serie sia riuscita ma anche quanto le manchi ancora per entrare nella categoria dei drama davvero indimenticabili.
Eppur si deve campare ....tra serre smart ,finanza creativa e petardi bagnati abbandonati
C’è una piccola verità che ogni appassionato cinefilo prima o poi deve accettare: anche i bravi attori hanno un mutuo, delle bollette e probabilmente un commercialista che non accetta applausi come forma di pagamento.Non ogni progetto nasce per essere il ruolo della vita. A volte un interprete talentuoso finisce dentro una produzione mediocre non perché abbia improvvisamente dimenticato come si recita, ma perché recitare è anche un mestiere.
Love Has Fireworks sembra appartenere proprio a questa categoria: un drama che può contare su protagonisti capaci e naturalmente piacevoli sullo schermo, ma che non offre loro abbastanza materiale per brillare davvero. Tan Jianci e Wang Churan fanno il possibile con quello che hanno: sono spontanei, credibili, scorrevoli. Il problema non è la loro interpretazione (non sempre almeno), è quello che la sceneggiatura mette loro in mano.
Perché anche con tutta la buona volontà del mondo, se ti danno una candela è difficile organizzare uno spettacolo pirotecnico e Love Has Fireworks , tradotto con scintille d'amore, è uno di quei drama che partono con una promessa che è stata fraintesa dal titolo: scintille come tensione romantica, un incontro capace di cambiare la vita dei protagonisti. Per me invece il titolo allude all'energia tra di loro, ai battibecchi e le piccole schermaglie. Il risultato, però, è molto più tiepido di quanto ci si potrebbe aspettare. Più che un incendio emotivo, sembra una piccola luce accesa in una stanza tranquilla.
La storia segue Qian Fei, una donna che nel giro di poco tempo vede crollare le sue certezze sentimentali e professionali, e Li Yifei, brillante uomo della finanza che, per una serie di circostanze, finisce per condividere con lei lo stesso spazio abitativo. La convivenza forzata, le differenze caratteriali e la competizione nel mondo dell’investment banking avrebbero tutti gli elementi per costruire una commedia romantica piena di tensione. Sulla carta c’è tutto: due personalità opposte, ferite emotive, ambizione, orgoglio e vicinanza quotidiana. Il problema è che la serie raramente riesce a trasformare questi elementi in veri fuochi d’artificio.
Il punto più forte del drama è senza dubbio la naturalezza dei due protagonisti. Tan Jianci e Wang Churan funzionano molto bene insieme: i loro scambi sono fluidi, spontanei, mai forzati. Hanno una bella energia scenica, fatta di piccoli gesti, battibecchi e momenti di quotidianità. Tuttavia, più che la tensione di due persone destinate a innamorarsi, spesso trasmettono il calore di due amici che stanno a loro agio insieme. La loro chimica è domestica, confortevole, quasi familiare, ma manca quella corrente emotiva che dovrebbe far percepire il passaggio dall’affetto all’attrazione, ormai ho capito che ci sono alcuni attori che hanno una chimica palpabile insieme, come corrente che passa. Esempio Chu ran e Yan Yan, o Zhang Wan Yi. Tian Jian Ci è l'amico col quale ti fai le serate e ti diverti, questo è il terzo drama che seguo con lui e questa chimica l'ho notata solo con Yang Zi, in Love love my voice l'energia era confortevole, tenera ma mai scoppiettante.
I momenti migliori qui sono infatti quelli più semplici: la convivenza, le piccole difficoltà di tutti i giorni, l’adattarsi l’uno ai difetti dell’altra. Il contrasto tra un uomo estremamente competente nel lavoro ma incapace nelle situazioni pratiche e una donna più concreta crea alcune scene riuscite e permette ai personaggi di abbassare lentamente le proprie difese. In quei momenti Love Has Fireworks ha una sua identità: non una grande storia d’amore travolgente ma un racconto sul ricostruirsi dopo una delusione.
Il problema è che sembra voler essere un healing drama senza avere fino in fondo gli strumenti narrativi di un vero healing drama. Le grandi opere di questo genere riescono a trasformare una conversazione apparentemente banale in qualcosa che rivela paure, traumi, desideri e cambiamenti interiori. Qui invece molte scene restano piacevoli in superficie, ma raramente lasciano un dialogo o un momento davvero impresso. Si guarda con facilità, ma non rimane molto dopo... .
Dopo il capodanno la relazione tra i due e la situazione lavorativa della protagonista lamentano una ripetitività degli espedienti narrativi: malintesi e battibecchi col protagonista (ancora) e martirio lavorativo (ancora). E questo si trascina per ben 9 episodi. Allora finalmente accade qualcosa che dovrebbe sbloccare il tutto ma no, gli sceneggiatori non sono ancora pronti a mostrare una coppia di persone che si amano e si scelgono così ci infila il malinteso, l'incomunicabilità, i problemi lavorativi che sfociano con soluzioni da thriller ridicole infilate a forza e un payoff che arriva a due episodi dalla conclusione!!!
Il ritmo crolla: il romance arriva tardi, viene interrotto subito e poi recuperato in fretta attraverso eventi esterni sempre più melodrammatici. Incidenti, prove da recuperare, corse contro il tempo e pericoli improvvisi sostituiscono ciò che sarebbe stato molto più coerente con l’anima della serie: un vero confronto emotivo tra i protagonisti.
Il vero miracolo tecnologico di Love Has Fireworks non è Fulaxida che riesce a coltivare verdure sui tetti di Shanghai dentro serre intelligenti degne della NASA, ma la capacità degli sceneggiatori di coltivare per trenta episodi una relazione e poi dimenticarsi completamente di raccoglierla. Perché il problema QUI non è lo slow burn. Uno spettatore può aspettare ma a quel punto devi arrivare con i fuochi d’artificio promessi, non con un petardo bagnato.
Per3 0 puntate vediamo Li Yifei e Qian Fei costruire una relazione fatta di quotidianità, complicità, supporto e conoscenza reciproca. Praticamente un matrimonio senza contratto. poi arriva finalmente il momento della svolta e cosa succede? Il protagonista maschile, brillante investment banker capace di muoversi tra IPO, aziende multimilionarie e guerre societarie, perde improvvisamente la capacità di formulare una frase composta davanti alla donna che ama.
Anche la parte professionale, che dovrebbe essere uno dei pilastri della storia, convince solo parzialmente. L’investment banking viene riempito di termini tecnici, IPO, analisi finanziarie e riunioni, ma spesso sembra più un contesto decorativo che un vero motore narrativo. La sensazione è quella di un settore complesso raccontato in modo semplificato e creativo: molti problemi si risolvono con passaggi troppo lineari e alcuni conflitti sembrano costruiti più per creare ostacoli tra i protagonisti che per esplorare realmente quel mondo, lo spettatore deve ricostruire da sé i passaggi mancanti e comprendere le motivazioni dietro i voltafaccia di Sang, Fang , Liao... . IPO, prestanome, account misteriosi, investimenti nascosti, conflitti di interesse: gli ingredienti per un thriller finanziario ci sono tutti. Solo che vengono lanciati sul tavolo come pezzi di un puzzle senza istruzioni. A un certo punto non segue più una trama ma infila pezzi qui e là disordinatamente.
Questo è un peccato perché il parallelismo poteva essere molto interessante: due persone abituate a valutare rischi, perdite e guadagni che devono imparare che i sentimenti non seguono la logica di un investimento. Invece il lavoro finisce spesso per togliere spazio alla relazione senza aggiungere abbastanza profondità.
Dal punto di vista visivo, il drama sceglie una fotografia estremamente luminosa, quasi “candy style”, molto simile a quella del drama Les Belles, dove dava un'aura fantasy : colori chiari, incarnati perfetti, saturazione accentuata, contrasti morbidi e ambienti sempre puliti e ordinati. È una scelta estetica molto comune nei romance moderni cinesi e probabilmente vuole comunicare una sensazione di conforto, sicurezza e idealizzazione della quotidianità, come se la realtà venisse filtrata attraverso il ricordo o il desiderio di una vita più armoniosa.Il problema è che qui questa scelta entra a volte in conflitto con la storia raccontata. Se vuoi parlare di fallimenti, precarietà economica, crisi personali e rinascita, un’immagine così levigata rischia di togliere peso emotivo. Tutto appare bello, morbido, quasi pubblicitario, ma anche un po’ distante dalla vita reale che la serie vorrebbe rappresentare.
La stessa sensazione arriva dalla colonna sonora: invece di accompagnare con delicatezza la maturità dei personaggi, spesso utilizza motivetti leggeri e quasi infantili che sembrano appartenere a una commedia adolescenziale più che alla storia di adulti che affrontano fallimenti sentimentali e professionali. Già dalla sigla sentivo : aspettati leggerezza, stacca il cervello. L’effetto è carino, ma contribuisce a rendere alcune scene meno profonde di quanto potrebbero essere.
Anche alcune sottotrame non aiutano il ritmo. Personaggi secondari, dinamiche familiari e conflitti lavorativi occupano molto spazio, ma non sempre aggiungono qualcosa di essenziale.
La trama finanziaria, che avrebbe potuto essere uno degli elementi più originali, soffre : le idee sulla carta sono interessanti: startup tecnologiche, agricoltura urbana futuristica, IPO, investimenti e giochi di potere. Ma tutto viene raccontato con una confusione tale da costringere lo spettatore a ricostruire da solo motivazioni e interessi dei personaggi. Fulaxida dovrebbe rappresentare un’innovazione rivoluzionaria, ma la serie non riesce mai davvero a far percepire il peso economico della scoperta; pretende che lo spettatore creda che tutti siano pronti a distruggersi per ottenerne una quota senza costruire adeguatamente il perché.
Altro punto che mi ha lasciata perplessa: la rappresentazione dell’amicizia femminile, che sulla carta dovrebbe essere uno dei pilastri emotivi della storia, ma nella pratica sembra scritta seguendo il principio “ti voglio bene, quindi ti rovino la vita con entusiasmo”. Le amiche di Qian Fei sono presenti, a ritmo alternato. Una le presta soldi quando la vede in difficoltà e il gesto è bello, concreto. Il problema è che lo fa andando a fare scenate all’ex fidanzato, entrando in questioni delicate e rischiando di complicare ulteriormente la posizione della protagonista. Perché apparentemente il concetto di supporto emotivo nel drama oscilla tra “ti aiuto” e “faccio esplodere una bomba e poi vediamo cosa succede”.
L’altra, con la brillante idea di pubblicare video online, rischia praticamente di comprometterle la carriera. Una leggerezza enorme trattata quasi come un incidente simpatico.Sono amiche affettuose, sì, ma spesso l’affetto viene confuso con l’invadenza mista all'assenza. Curioso poi come nel momento simbolicamente più semplice — il compleanno — non ci siano, mentre quando sono loro ad avere una crisi Qian Fei deve mollare tutto e correre. Il problema maggiore però è la scrittura della storyline dell’organizzatrice di eventi. Un personaggio che poteva rappresentare una donna indipendente e sicura diventa invece una sequenza infinita di prove da superare: pretende conferme, dimostrazioni, gesti plateali, ma fatica moltissimo a vedere le difficoltà dell’altro.
La sua relazione viene presentata come romantica, ma spesso sembra più un esame a punti dove lui deve continuamente dimostrare di meritarsi il posto. Lui affronta insicurezze, problemi lavorativi seri, torna da lei disposto a mettersi in discussione… e invece di un incontro tra due persone mature abbiamo l’ennesima dinamica “devi convincermi abbastanza”. A un certo punto più che fare il tifo per la coppia viene voglia di svegliarlo scuotendolo.
Ed è un peccato perché l’idea di base era buona: raccontare amicizie adulte e relazioni diverse. Il risultato però sono due figure che sembrano costruite più per creare ostacoli e scenette che come persone coerenti. Sono presenti nella vita della protagonista, ma narrativamente sono sbilanciate: il drama ci dice che sono grandi amiche, ma spesso le loro azioni raccontano qualcosa di molto diverso.
Love Has Fireworks ha il problema del “ti dico una cosa, te ne mostro un’altra”. Ti dice grande amicizia → ti mostra amiche che causano disastri. Ti dice amore maturo → ti mostra gente che aspetta l’episodio 35 per usare la bocca. 😂
ASPETTI TECNICI
A livello tecnico pesa inoltre la controversa sostituzione del volto tramite IA del secondo protagonista maschile (Wang Ruo Hai). Sapere che dietro c’è un intervento digitale spiega quella sensazione di rigidità percepibile in alcune scene: un volto troppo fermo, poche micro-espressioni, un leggero distacco tra fisicità e mimica. Non rovina la visione, ma crea momenti di ilarità che spezzano l'immersione.
Tan Jianci è un lavoro che conferma ancora una volta la sua versatilità: personalmente non lo considero un uomo particolarmente bello o affascinante come spesso la serie e il fandom sembrano voler suggerire, ma lo trovo un interprete carismatico, simpatico e molto espressivo. Qui finalmente ha avuto modo di mostrare ironia, umorismo e una certa dose di stravaganza che non guasta.
Wang Churan invece riesce a dar vita ad una protagonista molto naturale: una donna concreta, alla mano, volitiva, non eccessivamente emotiva. Ho apprezzato moltissimo la spontaneità della sua interpretazione, perché riesce a rendere credibile un personaggio che poteva facilmente risultare piatto. Il limite che purtroppo le devo riconoscere è l'assenza di mezzi emotivi quando la trama le richiede di spingere in senso drammatico (EP 32 LA SCENA DELL'OSPEDALE, NOTARE LA FACCIA DI LEI QUANDO LUI LE VA INCONTRO... DITEMI SE FUNZIONA) .
Peccato per la questione della sostituzione del volto tramite IA del secondo protagonista maschile, perché l’attore scelto come rimpiazzo esiste davvero ed è anche valido.
Ovviamente non aspettatevi che i due protagonisti restino semplicemente amici per tutta la serie. Il legame romantico arriva molto avanti, ma quando finalmente prende forma Li Yifei (Tan Jianci) riesce anche a mostrare una discreta componente di desiderio fisico. Rimane però sempre molto filtrata attraverso il sentimento, quasi come se ancora una volta servisse una giustificazione emotiva per poter desiderare apertamente una donna.
Dal 24°... ho iniziato a percepire stanchezza per la ripetizione del medesimo meccanismo narrativo, schermaglie tra di loro e problemi a lavoro, prima licenziata, poi sospesa e gli autori non si sono nemmeno scomodati a renderlo sensato.
È un messaggio di fondo tuttavia positivo, anche se espresso in una forma ancora molto cinese, con l’idea di fondo del “solo il lavoro non ti tradirà mai”. Guardandolo però da una prospettiva più occidentale si può cogliere un significato più universale: non lasciarsi distruggere quando tutto sembra crollare, continuare a muoversi, perché spesso quello che percepiamo come una fine può diventare l’inizio di qualcosa di migliore.
Non mi è dispiaciuto vedere altre coppie, altri punti di vista e una trama che non ruotasse esclusivamente intorno alla nascita della relazione principale, il problema è come hanno deciso di farlo. È vero però che molte interazioni inutili e ripetitive potevano tranquillamente essere tagliate: di momenti leggeri tra loro ce ne sono già moltissimi, forse troppi. Il drama è piacevole e confortante fino al 20°, ma avrebbe avuto bisogno di più selezione e più profondità per lasciare davvero il segno.
Alla fine risulta un drama contraddittorio. Ha due protagonisti piacevoli, una coppia credibile nella quotidianità e diversi momenti teneri, ma sembra sempre trattenersi. Vuole essere romantico, ma non osa abbastanza con la passione; vuole essere professionale, ma semplifica troppo il mondo che racconta; vuole essere terapeutico ma raramente scava davvero nelle emozioni.
E contiene un paradosso: ha una startup che sa creare il futuro dell’agricoltura ma una sceneggiatura incapace di far crescere organicamente due sentimenti già piantati da 30 episodi.
Visione rilassante, un vero comfort drama.
La serie contiene una domanda che dà il titolo al lavoro: a che età, esattamente, si sboccia? La risposta, in originale coreano "Moraeedo kkochi pinda" («anche nella sabbia i fiori fioriscono») sostiene l'idea che non esista un'età precisa, una stagione programmata. È il momento in cui qualcuno smette di misurarsi con ciò che avrebbe dovuto essere e comincia a esistere come ciò che è. Kim Baek-doo, il protagonista, ha 32 anni, e pratica, come il padre e i fratelli più grandi il ssireum, la lotta coreana . A differenza di loro però non vince mai, ha alle spalle una famiglia di campioni che lo guarda con l'affetto discreto di chi ha rinunciato ad aspettarsi grandi cose, e un'espressione permanente che oscilla tra il dormiveglia e la tenerezza involontaria. E' l'anti-eroe per eccellenza, quanto di più diverso ci hanno abituato i drama asiatici, e questo è il primo elemento di novità e di freschezza.Il ssireum — la lotta tradizionale coreana su sabbia, patrimonio culturale praticato sin dalla dinastia Joseon e ancora oggi disciplina agonistica con campionati nazionali — non è soltanto lo sfondo della storia ma la sua metafora portante: due corpi che si afferrano, che cercano il baricentro dell'avversario, che cadono o reggono su un terreno che non dà punti d'appoggio stabili.
Per prepararsi fisicamente al ruolo, Jang Dong-yoon ha dovuto mettere 14 kg di massa nel corso di diversi mesi attraverso un allenamento intensivo e una dieta pensata per replicare la corporatura di un lottatore professionista, una scelta che racconta già molto sull'approccio produttivo della serie: non la fisica idealizzata del drama mainstream(vedi Lovely runner con un Byeon Wook seok, risibile nei panni del nuotatore agonistico con il fisico slanciato e snello) , ma una credibilità che passa attraverso il peso specifico dei corpi sulla sabbia. Il risultato visivo e atletico è convincente, ed è uno dei pochi casi in cui la componente sportiva sullo schermo non odora di menzogna poco plausibile.
Kim Jin-woo, il regista, non è un nome che porta in dote un percorso autoriale particolarmente ricco o con uno stile definito, così come Won Yoo-jung alla sceneggiatura costruisce un impianto narrativo che mira alla solidità, non ambisce a spingere senza mezzi per poterlo fare come in altri lavori blasonati, votati più per fandom che per effettiva qualità.
La scelta di ambientare tutto nella cittadina marittima immaginaria di Geosan, un luogo dove il sireum è quasi religione di stato, dove tutti si conoscono, dove il pettegolezzo circola con la velocità del vento tra le risaie, è funzionale a una grammatica narrativa che vuole il villaggio come organismo collettivo, quasi un personaggio che respira e mormora intorno agli eventi principali. L'atmosfera che ne risulta è genuinamente calda, rusticamente accogliente, rilassante: una serie senza sprechi, ambientata in una città di provincia che si rispecchia perfettamente nell'onestà greggia e non rifinita di Kim Baek Du, il protagonista.
Questa qualità: farsi guardare senza fatica, far respirare l'occhio, con un ritmo quotidiano, senza scossoni, senza il ricatto continuo del colpo di scena, senza la manipolazione dello spettatore che tanti drama coreani è diventato quasi caratteristica fondativa, è un merito reale, così come è un merito aver voluto presentare il ssireum a chi segue fuori dai "confini".
COSA HA QUESTA SERIE CHE MERITA ATTENZIONE:
La sceneggiatura MANCA di quell'istinto predatorio che caratterizza una quantità enorme di drama asiatici e non, dove i personaggi esistono fondamentalmente come materiale da consumare al servizio della tensione drammatica. Il meccanismo predatorio costruisce un personaggio abbastanza, quanto basta perché lo spettatore si affezioni, e poi lo si usa, lo si umilia, lo si tormenta, lo fa soffrire per massimizzare la risposta emotiva del pubblico, senza che quella sofferenza serva davvero alla storia o alla crescita del personaggio stesso. È una forma di sfruttamento narrativo che veste i panni del dramma ma che in realtà è semplicemente ricatto: ti faccio soffrire per il personaggio perché così non smetti di guardare, non perché quella sofferenza significhi qualcosa, e dopo aver visto Something in the rain, che è l'apoteosi di questo discorso, la differenza mi è ancora più chiara.
Qui Baek-du viene mostrato nella sua incompiutezza, nella sua storia di aspettative non realizzate, nella solitudine discreta di chi ha deluso una famiglia di campioni ma non viene mai abusato narrativamente per produrre lacrime facili. La sua vulnerabilità è trattata con una specie di rispetto quasi pudico: la sceneggiatura la mostra, la lascia esistere, non la sfrutta. È la differenza tra un autore che vuole bene ai propri personaggi e un autore che li usa come strumenti. Nel primo caso senti che il personaggio ha una vita che precede e supera la storia che lo contiene; nel secondo senti che esiste soltanto in funzione dei picchi emotivi che deve produrre, e che fuori da quei picchi non è niente.
I personaggi trattati con rispetto si depositano da qualche parte e continuano a esistere dopo che lo schermo si è spento, lasciandoti una sensazione di placido tepore.
Il problema principale della serie è strutturale: Fiori nella sabbia, prova a essere contemporaneamente un romance, un crime thriller, uno sports drama e uno slice-of-life rurale, e non riesce a integrare queste quattro anime in un corpo narrativo unico che funzioni in ogni sua parte. Il risultato è una serie che procede per compartimenti stagni, dove lo sport sparisce per episodi interi per poi tornare improvvisamente quando la sceneggiatura ricorda che era parte identitaria della serie, dove l'elemento crime si accumula nei due episodi finali in rivelazioni precipitose che avrebbero avuto bisogno di molto più spazio per sedimentarsi, e dove il romance viene ritardato artificialmente ben oltre la soglia della credibilità narrativa. Baek-doo dichiara i propri sentimenti dopo 2 terzi della serie, e la risposta definitiva arriva sostanzialmente nel settimo minuto finale: lo spettatore sa già dall'episodio tre come andrà a finire, e tuttavia deve percorrere nove ore di trama che lo tengono separato da una conclusione che la serie non ha il coraggio di anticipare. Non è tensione narrativa, è procrastinazione strutturale.
Altro elemento di pregio è la rappresentazione della genitorialità. Nei drama capita spesso di imbattersi in famiglie disfunzionali, genitori emotivamente assenti, padri autoritari, madri ipercontrollanti o relazioni costruite quasi esclusivamente sul conflitto. Fiori nella sabbia sceglie una strada diversa. Pur senza idealizzarle, le famiglie vengono rappresentate come luoghi di sostegno, protezione e responsabilità reciproca. I genitori sbagliano, ma cercano di capire. Si preoccupano, incoraggiano, si mettono in discussione e restano presenti anche quando non hanno tutte le risposte. È una normalità affettiva che raramente trovo nei drama asiatici e che proprio per questo finisce per distinguersi.
In moltissimi drama il protagonista positivo nasce nonostante la famiglia. Qui, invece il protagonista diventa l'uomo che è anche grazie alla famiglia che lo circonda.
La madre lo sostiene senza umiliarlo per i suoi fallimenti. Il padre può essere apparentemente distaccato ma non è una figura tossica. I fratelli lo prendono in giro ma c'è affetto reale. Quando lui vacilla, nessuno lo tratta come un peso o come una delusione.
Questa rete di affetto quotidiano spiega molto del personaggio.
In fondo Baek-du è così fiducioso negli altri, così poco cinico e così capace di amare senza calcolo anche perché è cresciuto in un ambiente che, pur con tutti i suoi difetti, gli ha insegnato che l'amore non è un premio da meritare.
COSA NON HA FUNZIONATO:
L'arco crime è forse l'elemento più deludente della produzione. Non per incompetenza esecutiva ma per un deficit di "concezione" che riguarda il peso dell'assassino all'interno della storia: chi compie i crimini non è per nulla presente nel tessuto narrativo tanto da costituire una rivelazione che, a scopo cliffhanger, risulta un escamotage che alla fine ha poco senso. Il confronto con Mous, serie crime, è impietoso: lì il colpevole esiste, pesa, vive nella storia, e quando la verità emerge ogni scena precedente acquista un secondo strato di senso. Qui, al contrario, la rivelazione produce più una reazione che non dà scossoni emotivi. L'arresto poi non è non mostrato, le conseguenze sulla comunità (che avrebbe dovuto essere sconvolta, lacerata da una verità che la riguarda dall'interno) sono appena accennate, come se la sceneggiatura avesse esaurito il respiro proprio nel momento in cui avrebbe dovuto inspirare più a fondo. Molto deludente.
Anche poco plausibile che questo personaggio, bravissimo nell'interpretazione, venga ricordato così dal nulla dopo 12 ore di ripetere sempre le stesse dinamiche, e si presenti per compiere l'ennesimo misfatto avendo tutto il tempo per consumarlo, ma contentandosi di una chiacchierata intimidatoria. o:O.
Non mi ha convinto.
Altro problema è stato per me il villaggio: Geosan non è soltanto uno sfondo. Per buona parte della serie il villaggio agisce come una sorta di coro comunitario, una presenza collettiva che osserva e filtra gli eventi attraverso pettegolezzi, ricordi condivisi e legami di lunga data. Proprio per questo sorprende che nel finale, quando emergono le verità più importanti, questa voce collettiva si faccia improvvisamente silenziosa.
Oh Du-sik, la protagonista femminile interpretata da Lee Ju-myoung, è l'altro grande incompiuto della serie. Il suo ingresso in scena ha una forza scenografica notevole, una donna che si rifiuta di riconoscere che sono cresciuti insieme, cosa che turba Baek-doo ancora più della serie di morti nel suo paese assopito e il personaggio promette una complessità che però non viene mai pienamente mantenuta. Lee Ju-myoung non è credibile nei panni di una detective sotto copertura decisa a dimostrare il proprio valore, destabilizzata dal senso di altruismo disinteressato di Baek-doo, poi col procedere degli episodi il personaggio tende a essere oscurato dall'ingombro luminoso del protagonista maschile, come se la sceneggiatura avesse investito tutto il suo affetto in un solo personaggio e non avesse avuto abbastanza energia emotiva per sostenere entrambi fino in fondo, o semplicemente è una attrice che deve ancora crescere molto, ho trovato la sua interpretazione appena sufficiente, sicuramente l'anello debole dell'intero cast.
Per Kim Baek-doo invece chapeau: Jang Dong-yoon costruisce qualcosa che è raro nel panorama del drama coreano — un personaggio che non conquista per nessuno degli attributi canonici (non ha una bellezza vistosa, non è ricco, non è geniale, non è potente) ma che conquista perché sembra una persona buona nel senso più semplice e radicale del termine, rare volte ho visto un ragazzo così autenticamente genuino e luminoso. La prima impressione che il personaggio genera è quella di un uomo lento, opaco, forse un po' spento, un ex talento che non ha realizzato le aspettative di nessuno e che si è adagiato su questa consapevolezza senza farne un dramma. Con il procedere degli episodi quella opacità si rivela come la crosta di qualcosa di più luminoso: dolcezza autentica, assenza totale di malizia, intelligenza emotiva di quelle che raramente si incontrano, innate abilità comunicative, a livello emotivo, è trasparente come un vetro. È assolutamente convincente sia come un'anima stanca e smarrita sia come un atleta intenso e concentrato, e questa capacità di abitare contemporaneamente la fragilità e la forza senza che l'una smentisca l'altra è la prova più precisa del talento di Jang Dong-yoon, che per questo ruolo ha trasformato non solo il proprio corpo ma l'intera gamma espressiva. Ed io che lo avevo sottostimato, conoscendolo nel drama : my man is cupid, mi sono dovuta ricredere per la splendida interpretazione, 8 ,5 per lui.
Il personaggio è anche l'incarnazione più riuscita del tema del titolo: un fiore che sboccia tardi, in un terreno che non sembra promettere molto, con una lentezza che chi lo osserva da fuori scambia per fallimento e che invece è semplicemente il suo tempo, il suo ritmo irriducibile (un po' come la ginestra tanto cara a Leopardi). Non esiste un'età giusta per trovare il proprio posto, dice la serie senza dirlo mai, e Baek-doo lo dice semplicemente esistendo sullo schermo con quella sua qualità di presenza calma e persistente. È probabilmente il miglior personaggio della serie, quello che rimane impresso più della trama, più del mistero, più dello sport, più di qualsiasi altra cosa. In una produzione che fatica a tenere insieme i propri fili, lui è il filo che regge.
Fiori nella sabbia è una serie piacevole, onesta, priva di cattiverie e di manipolazioni scadenti, costruita su un protagonista eccezionale che abita una storia soltanto parzialmente all'altezza di lui. Non merita i voti entusiasti che ho letto online, con toni da rivelazione, come sempre il riflesso di un affetto comprensibile per qualcosa che non fa del male, che scalda, che non manipola; e, in un panorama dove la manipolazione è tecnica corrente, quella assenza di tossicità viene scambiata per eccellenza. Non è eccellenza: è decenza narrativa!
La valutazione più onesta è un 7,7 che riconosce il calore, il personaggio, il gesto di raccontare una storia semplice con rispetto per chi la guarda, e insieme registra tutto ciò che la serie non è riuscita a diventare : il crime potente, il romance maturo, il villaggio come coro, la protagonista femminile davvero incisiva. Una buona serie, non una grande serie. Un protagonista straordinario dentro una narrazione che lo contiene a fatica.
Tragedia in scena: Bravissimi loro ma a Quale Prezzo... ???
Dovrei dare differenti voti perchè per la prima volta mi trovo perplessa , a fronte del fatto che per intensità e bravura recitativa gli attori meritano un 10 pieno, soprattutto il protagonista maschile che interpreta il doppio ruolo magistralmente, e credetemi per me che ho avuto a che fare con gente nella sua situazione posso dire che è incredibilmente credibile, come gestura, mimica, linguaggio. Qualcosa che davvero mi ha turbato.Come colonna sonora personalmente non ha brillato, non darei nemmeno la sufficienza.
Come combattimenti ed effetti scenografici e do un 7 , perché non ce ne sono moltissimi ma quelli che si vedono sono discreti, molto scenografici quelli delle ultime puntate.
Come scenografia, dialoghi e scelte narrative io mi trovo costretta a dare la sufficienza (6) perché pur iniziando in modo spensierato e leggero, anticonvenzionale, mi è piaciuta molto la scelta di caratterizzare in modo eroico e intraprendente la parte femminile proponendo di contro una controparte maschile intensa, profonda ma fragile (genialata), la serie , forse a causa della sua brevità (27 episodi contro i 40 minimo che hanno queste serie e gli episodi durano anche un 5 minuti in meno) ,dopo i primi 7 episodi, diventa un ecatombe tragica e senza un episodio di tregua o serenità, forse attimi. E' un continuo susseguirsi di tragedie e colpi bassi.
I dialoghi tra i due innamorati mancano di onestà reciproca, o di totale schiettezza per tutta la durata del drama per quel che riguarda il protagonista maschile, la protagonista femminile per disperazione si aprirà ma non cambierà nulla. Lui è totalmente perso per lei ma anche l'uomo più irragionevolmente testardo che io abbia mai visto, e questa ostinazione determinerà il finale che vedrete... .
La brevità della serie ci ha risparmiato molti dialoghi inutili e storie accessorie, riempitivi che spesso penalizzano appesantendo la visione.
Nonostante ci sia intensità , ottima recitazione, un amore pieno di tenerezze reciproche che in nessuno dei 50 drama finora visti (dimenticatevi della passione), ho ritrovato, personalmente ho trovato troppo pesante la visione e l'andazzo prosegue senza tregua. Il finale non è negativo né positivo, dura pochi secondi e per come finisce, per le conseguenze fatali e la condizioni in cui si trova la protagonista ti lascia insoddisfatto e con un grande senso di vuoto e pesantezza.
Peccato che attori così bravi abbiano preso parte a questa deprimente serie, senza gioie; solo pesante e struggente, seconda solo alla "Scelta di Sophie" (film terribile per chi lo conosca che viene da me menzionato per farvi capire a cosa andate incontro, il grado di drammaticità e tragedia continua), tanto che alla fine la sigla di ogni episodio ti evoca profonda angoscia perché capisci che ci sarà una nuova prova, un nuovo problema,un nuovo pericolo, forse fatale, una nuova separazione, senza fine. Così tante le tragedie che il finale non lo gusti a pieno, anzi ti sembra un contentino triste, messo lì per volere di qualcuno ma a cui nessuno crede fino in fondo, persino il regista!!! POCO CONVINCENTE!
Vi prego scrivete recensioni solo se finite la visione completa della serie, ho letto molte recensioni di chi ha visto solo i primi due capitoli, ebbene la serie dal 7 diventa completamente un altro genere, quindi non scrivete impressioni, perché fino a quando non si vede tutto si parla di impressioni non di una recensione fondata e completa!!! Leggi di più
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