Carino ma senza gridare al miracolo
Breve serie cinese romantico-culinaria con aneliti di femminismo in 16 episodi da 44 minuti, per la regia di Guo Hao.Ling Xiao Xiao è una bravissima cuoca, che aspira a diventare “il” miglior cuoco in un mondo dove tutti gli chef di una certa levatura sono maschi. Riesce conquistare il palato del principe ereditario Zhu Shou Kui, un giovane capriccioso ma di buon cuore, e si installa nelle sue cucine superando anche col suo aiuto via via tutte le difficoltà, mantenendo sempre bene in vista il suo obiettivo.
Ovviamente, fra i due nascerà un sentimento che, per una volta, non sarà osteggiato dalla famiglia reale di turno. No, quello che verrà proibito non sarà l’amore, ma il mestiere di Xiao Xiao: come futura moglie del principe ereditario e, in prospettiva, imperatrice, dovrà rinunciare completamente alle cucine, che sono la sua ragione di vita. O rinunciare al principe. Una scelta traumatica per tutti gli interessati.
Si tratta palesemente di un progetto a basso budget. Tutto, dai costumi alle ambientazioni, dal numero relativamente limitato dei personaggi alla realizzazione dei piatti, è decoroso ma certo non memorabile. Soprattutto, trattandosi di cucine imperiali, le ricette proposte sono apparentemente poco ricercate e raramente decorate.
Il commento musicale, invece, è piuttosto azzeccato e sicuramente contribuisce al successo dell’opera.
Gli attori, senza troppe eccezioni, hanno recitato ben sopra il minimo edittale. In particolare la coppia principale chef-principe, interpretata rispettivamente da He Rui Xian e Wang Xing Yue, ha saputo reggere la scena in modo ammirevole. Specialmente il giovanissimo Wang Xing Yue, classe 2002, pur con un’esperienza tutto sommato limitata, è già in grado di dare dei punti a tanti colleghi ben più navigati, ma che magari fondano la propria fama più sull’aspetto che sulla bravura.
La coppia principale funziona molto bene, sono entrambi inesperti e combinano tutti i pasticci del caso ma, quando finalmente arriva il momento di darsi un bacio, Wang Xing Yue non si tira certo indietro, pur tenendo a mente che il bacio alla francese è sconosciuto nei drama cinesi.
Lo svolgimento della vicenda è piuttosto semplice e lineare, affidando tra l’altro molto schermo alla preparazione dei cibi e al consumo degli stessi. E qui entrano probabilmente in campo le differenze culturali, visto che per il gusto occidentale è piuttosto disdicevole focalizzare l’attenzione in primissimo piano sull’atto del mangiare, specie perché, contrariamente a quanto si vede in buona parte dei drama asiatici, da noi parlare a bocca piena è un deciso no-no. Se ci aggiungiamo che, nel momento in cui si pone il cibo in bocca, la produzione ha pensato bene di aumentare gratuitamente il volume dei relativi suoni, si ottengono sequenze piuttosto sgradevoli, almeno ai nostri occhi e, soprattutto, alle nostre orecchie. Vogliamo dire che è [i]asmr[/i], come qualcuno ha suggerito? Ma se è così, su di me non funziona…
Il [i]polLiticamente[/i] corretto in Cina non è ancora arrivato e si vede: nel cast ci sono due donne sovrappeso e, delle due, una è inizialmente un personaggio negativo e l’altra è pure una povera di spirito. Ed entrambe non fanno altro che mangiare, anche se in questo stanno in buona compagnia. Io stessa sono in sovrappeso e questa cosa mi disturba sempre.
I personaggi soffrono di una caratterizzazione un po’ monodimensionale: la chef parla sempre solo di cibo, nelle cucine si pensa sempre solo a mangiare e il principe, per quanto di cuor gentile, è piuttosto egocentrico e non pare rendersi conto dell’importanza dei punti di vista diversi dal suo. Per contro, la famiglia imperiale è molto fuori dai cliché, molto alla buona, addirittura e, per quanto si parli tanto di regole, alla fine quella veramente importante pare essere che le principesse non devono stare in cucina (eppure nei primi episodi ce n’è una che cucina quando le pare).
Ad ogni modo, la serie si lascia guardare senza opporre troppa resistenza fino alle ultime puntate, quando la nostra Xiao Xiao viene messa di fronte a un aut aut: la cucina o l’amore. La scelta sarà molto sofferta sia per lei che per il principe e si protrarrà per un paio di episodi, fino ad un finale solo apparentemente insoddisfacente e confuso, che viene spiegato negli ultimi minuti.
Tutto sommato, una visione gradevole e di poco impegno, non stellare ma di onesto intrattenimento, da cui potremo trarre ispirazione per qualche ricetta, magari nell’attesa che vada in onda il prossimo kolossal che stiamo aspettando.
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The Trauma Code: Il Turno degli Eroi
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“Di turno per tutta la vita”
Recensito da: Effe IG: _Dramalia_Avete presente quelle pellicole o quelle serie tv che stuzzicano sapientemente il piccolo eroe che risiede in ognuno di noi? Quelle produzioni che parlano di supereroi, talvolta con e talvolta anche senza superpoteri, che si rendono artefici di azioni inimmaginabili, incredibili, quasi epiche. Leader carismatici, spesso sensuali, abili in troppe cose per essere veri; sicuri di sé, veri condottieri e risolutori assoluti. Ecco, “The Trauma Code” è esattamente quel tipo di drama, quello che ti fa pensare “ehi, perchè nella vita non sono diventata esattamente come il/la protagonista? Perchè non ho studiato medicina? Perchè non sono lui/lei?” E’ quel drama che suscita entusiasmo e ammirazione, che ti fa quasi piangere per l’emozione di un momento esaltante o terrificante che vivono i personaggi, è quella serie al cui interno si crea una squadra affiatata, coesa, invincibile, mai arrendevole. E’ anche quel tipo di drama che ti fa sperare che prima o poi una seconda stagione venga annunciata, perchè di quegli 8 miseri episodi non ne hai abbastanza, anzi, ne vorresti di più, molti di più. Vorresti più storie, più interventi al cardiopalma, più salvataggi eroici, e magari, perchè no, anche una storiella d’amore nel mezzo. Insomma, “The Trauma code” è esattamente la realizzazione di un prodotto estremamente esaltante. Un difetto purtroppo ce l’ha, ma, ad essere sincera, è qualcosa che viene sommerso da tutto il resto e, alla fine, non ha alcun peso: gli effetti speciali. Che i coreani abbiano bisogno di un corso intensivo di post produzione dagli americani, lo sappiamo da sempre, così come sappiamo che anche gli americani (e molti, molti altri) avrebbero bisogno di una full immersion nel sentimentalismo coreano, ma questa è una storia troppo lunga per parlarne qui. In ogni caso, alcune scene hanno degli effetti speciali di bassa qualità, ma il bello è che non solo la trama cardine li lascia passare sostanzialmente inosservati, ma chi ha creato questo drama ha avuto l’abilità di rendere quelle scene divertenti. Sì perché questo drama fa ridere. Così come esalta il nostro animo da eroi mancati, così come ci strappa qualche lacrima, così come ci fa tremare di angoscia, ci fa anche ridere da matti. Joo Ji-hoon ci regala un personaggio strepitoso, un eroe a pieno titolo, Baek Gang-hyeok, un traumatologo di enorme esperienza che ha servito nelle zone di guerra più difficili del mondo, sia come membro dei corpi di pace, sia come black wings, ovvero il più grande esercito privato esistente al mondo di mercenari strapagati che in zone di guerra vantano attrezzature avanguardistiche e professionisti di tutti i tipi estremamente preparati ad affrontare ogni situazione. E Gang-hyeok è esattamente quel tipo di persona: la sua esperienza sul campo l’ha reso abile in ogni cosa mentre la sua genialità incontrollata interviene laddove i mezzi mancano. Novello MacGyver della medicina, è quel genere di medico che davanti ad una lesione cardiaca, nel mezzo di un intervento a cuore aperto, sutura lo squarcio con un guanto di lattice, che poi rimuove con un endoscopio una volta sistemata correttamente la ferita. E noi lì, incollati a guardarlo manovrare guanti, forbici e filo da sutura come se fossimo esattamente accanto a lui in quel momento. Ed è questo il potere di questa serie, quello di trascinarti al suo interno. Ma torniamo alla trama: dopo un incipit iniziale dove vediamo Gang-hyeok scorrazzare in mezzo ad un bombardamento con la sua motocicletta, il nostro impavido eroe viene chiamato personalmente dalla ministra del welfare e della salute coreana a prendere le redini dell’unico reparto di traumatologia presente in km e km di territorio, ovvero presso l'ospedale universitario di Hankuk. Peccato che il reparto sia allo sbando, senza fondi e soprattutto senza personale: i turni vengono infatti coperti a rotazione da specializzandi completamente impreparati ad affrontare vere emergenze. E’ così che il nostro super dottore incontra per la prima volta il dottor Yang Jae-won, uno specializzando in proctologia che corre disperatamente da un corridoio all’altro per provare a salvare la vita di un uomo in condizioni critiche, pur non avendone chiaramente le capacità data la sua inesperienza. Fortunatamente però Gang-hyeok lo segue e riesce a intervenire per tempo. Il loro approccio iniziale è abbastanza comico ma il dottor Baek comprende subito che Jae-won, sebbene abbia molto da imparare, ha quella scintilla che serve per essere un vero, buon traumatologo e Jae-won, dal canto suo, non riesce a non rimanere affascinato dalla maestria di Baek. E’ così che decide di cambiare improvvisamente specializzazione e votarsi ad una branchia della medicina che, nonostante sia fondamentale, è snobbata da tutti e fortemente in crisi. La traumatologia infatti può contare solo su loro due e su una infermiera, Jang-mi, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Una follia per chiunque, ma non per chi, come Baek Gang-hyeok ha una missione di vita: non lasciare mai nulla di intentato, fino all’ultima possibilità. Iniziamo dunque a vedere i due correre a perdifiato per corridoi, scale e padiglioni, caso dopo caso, imbrattati di sangue, vestiti eleganti, appena usciti da un altro intervento, Baek e Yang corrono per salvare vite, e ci riescono fin troppo bene. La sanità coreana infatti è al collasso, i primari sono costretti a fare più attenzione al budget che ai pazienti, spinti dai piani alti che parlano continuamente di numeri e bilanci, mentre i feriti gravi finiscono per essere rifiutati ospedale dopo ospedale finché la morte rimane l'ultimo passo dovuto. Baek scombina chiaramente tutte le carte, ben appoggiato dalla ministra, usa ogni mezzo a sua disposizione, che sia un elicottero, un’ambulanza o un’eliambulanza, portando il bilancio tanto amato dal direttore in rosso. Chiaramente chi di dovere prova di tutto per boicottarlo, da accuse di negligenza al fermo dell’elicottero che costa la vita ad un paziente, ma la squadra di Baek, grazie al suo fascino incontrastabile, diviene giorno dopo giorno più salda, con l’aggiunta dell’anestesista Park Gyeong-won e del primario di medicina generale Han Yu-rim che deve la vita della propria figlia proprio a Baek. Insomma 8 episodi da 50 minuti circa ciascuno che vedono una vera e propria squadra affrontare la morte e l’avidità umana accendendo una fiamma di orgoglio ed esaltazione dentro di noi puntata dopo puntata. Devo essere onesta, non sono una grande amante dei medical, la mia ipocondria mi precede, ma ci sono delle serie, come questa, che vanno oltre. Il senso di squadra, l’eroismo, il sacrificio, la volontà primeggiano e incantano. Se siete facilmente impressionabili, non posso mentirvi dicendo che non vedrete organi maneggiati a destra e a sinistra, crani bucati o petti squarciati, ma posso garantirvi che nell’insieme non sono così fastidiosi come in altri prodotti televisivi, sarete distratti da ben altro e finirete per rimanere incollati allo schermo. Qualora invece cerchiate una storia d’amore in stile Dr Romantic, fermatevi subito. Secondo me ci sono delle scintille, ma la trama, almeno per questa prima (e speriamo non unica) stagione, non prevede alcun tipo di romance. Ne ho sentito la mancanza? Assolutamente no!
Serie strepitosa, assolutamente imperdibile!
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Un drama Cult che va visto per comprendere l’evoluzione che ha fatto la korea.
Winter sonata è un melodramma molto diverso da quelli a cui siamo abituati perché mostra un periodo che sembra lontanissimo anche se non lo è veramente. Un melodramma che anche se complesso non perde mai la bussola raccontando una toccante love story che dura 20anni ricca di colpi di scena.- La regia è molto semplice e ricorda le prime serie in stile fotoromanzo.
- La sceneggiatura è, per un certo verso, più originale di tanti drama. Il tutto è sempre velato da una sofferenza che esplode nell’anima dei personaggi provocando crisi esistenziali e dilemmi.
- I dialoghi sono molto lenti e melodrammatici che rendono tutto molto sofferente e mancano di ritmo.
- Gli attori non sono stati presi per la loro fisicità ma sono attori veri che fanno trasparire i loro sentimenti anche se a volte esagerano con le lacrime.
- I personaggi sono gli antenati dei personaggi di oggi. Ho scoperto che la tipologia amica stordita esisteva fin dai primi drama e non è una creazione recente. Come in ogni buon kdrama esiste anche una madre che arriva a livelli di crudeltà impossibili da concepire e manipola fatti e persone per egoismo fine a se stesso.
- Lo styling ricorda più i nostri anni 80 soprattutto il protagonista che ha i capelli con i colpi di sole in stile Duran Duran, anche un po’ alla kiss me Licia ma in versione ragioniere o Albano da giovane.
- La colonna sonora è composta da brani internazionali famosi tipici di quegli anni e non gruppi autoctoni se non per le parti cantate con significati inerenti alle scene.
- Le location sono molto diverse da quelli a cui ci siamo abituati ora e sicuramente interessanti come le montagne innevate piene di sciatori e i laghi vicino a Seoul.
- Il make-up molto naturale che rende veri i personaggi e che non fanno una skincare la mattina.
Lo consiglio soprattutto a chi è curioso di conoscere le origini dei drama koreani e a chi ama i melodrammi pieni di sentimento e problemi ma anche a chi vuole scoprire uno spaccato di korea che oggi è molto difficile trovare nei lavori contemporanei pieni di colori e modernità.
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L'avevo in lista da parecchio tempo, sempre rimandata poiché non così semplice da reperire e per via del fatto che non stravedo particolarmente per Lee Min Ho, attore - soprattutto in quella decade - tra le star di Hallyu. Scovata di recente la serie sottotitolata in italiano e rivalutato Lee Min Ho per via della sua recente performance in Pachinko, mi sono infine decisa. Il drama si presenta come un misto tra romance e azione, con un protagonista che ricalca l'idea dell'eroe un po' anche antieroe: bello ed elegante, capace sia a livello di intelligenza/intuito sia nel combattimento fisico, con un passato di segreti alle spalle, una vita che non ha mai incrociato l'amore, e un presente in cui si muove da stratega senza mai palesare appieno le sue grandi doti. In questo mi ha ricordato tanto Healer, e gli anni di quel genere - appunto - sono gli stessi. Spina dorsale della trama è il proposito di vendetta del suo padre "adottivo", Lee Jin Pyo, rispetto a un tragico e vile evento che ha avuto importanti conseguenze anche sulla vita dello stesso Lee Yoon Sung. Il ragazzo viene cresciuto sotto ferrea disciplina militare, quasi a diventare un'arma per saldare, in età adulta, quei conti lasciati in sospeso. Singolare il rapporto tra i due, dove se da una parte Jin Pyo sembra sfruttarlo egoisticamente, crescendolo alla pari di un mezzo per raggiungere il suo obiettivo, dall'altra ci sono momenti in cui sembra emergere un reale affetto per il ragazzo, che lo portano a sacrificare tanto per il bene di Yoon Sung. Insolita e apprezzabile tutta la parte che si svolge in Thailandia. Quando il piano di vendetta però entra nella fase attiva, padre e figlio si troveranno su fronti diversi, pur con obiettivo comune: a dividerli le modalità, perchè dove Jin Pyo è pronto a spargere sangue senza farsi troppo problemi, oltre a coinvolgere e ferire innocenti - paradossalmente al pari di quanto accaduto a lui - al contrario il Yoon Sung persegue una giustizia che va oltre la morte, che chiede di pagare un prezzo meno tragico della morte ma per certi versi più pesante, quale il convivere dovendosi assumere le responsabilità delle proprie azioni. Un meccanismo che non è il semplice occhio per occhio, dente per dente, ma che, suo padre, segnato indelebilmente e accecato dal desiderio di vendetta, sembra non trovare soddisfacente. Mentre padre e figlio si fronteggiano in una corsa contro il tempo volta a risolvere - a uno a uno - tutti i conti in sospeso con i cinque responsabili dell'accaduto di molti anni prima, ecco che il tema romance si intreccia alla trama nei panni di una Park Min Young che interpreta una sorta di guardia del corpo della figlia del Presidente.
Cosa mi è piaciuto?
- il genere azione+ romance
- la caratterizzazione del protagonista maschile, che mescola l'eroe solitario dal passato difficile (Healer), ai giochi di potere ai piani più alti della politica (The King 2 hearts), al vissuto in un contesto a tratti violento (Vincenzo, anche se lì il codice etico comprendeva l'omicidio mentre in questo caso l'obiettivo di Yoon Sung è proprio quello di vendicarsi senza diventare un assassino)
- la trama non piatta, carica di eventi che si intrecciano tra presente e passato
- lo sviluppo dei personaggi, secondari compresi
- l'importante tematica del rapporto tra padre e figlio, che a livello emotivo coinvolge al pari della storia d'amore. Soprattutto la scena finale tra i due, l'ho trovata davvero profonda e significativa.
Cosa non mi è piaciuto?
-la protagonista femminile, giusto accettabile: l'attrice ha collaborato con vari partner di prestigio nei drama di quegli anni, pur non essendo lei all'altezza ma, evidentemente, era il meglio che all'epoca offriva il mercato. Una recitazione, la sua, che sembra sempre un po' la stessa, indipendentemente dalla serie in oggetto. A questo, si aggiunge la caratterizzazione poco credibile di un personaggio che passa da lavori qualunque a niente di meno che guardia del corpo della famiglia del Presidente, lavoro che svolge in modo piuttosto ridicolo, quasi senza preparazione, buttando a caso un occhio qua e là.
- il meccanismo dei "segreti nei segreti", dove anche le verità svelate poi vengono rimesse in gioco a favore di altre verità ancora. Sulla questione della relazione padre-figlio è stata forse un po' troppo macchinosa ed eccessiva.
- il finale - parlo proprio delle ultimissime scene - non dei più chiari in assoluto.
- la quantità di scene romantiche, che si riducono sostanzialmente a un paio di baci (di cui uno nemmeno da considerare). Apprezzabili alcuni momenti e interazioni verbali tra i due, ma qualcosina in più sul piatto del romance si poteva mettere.
Concludendo, un drama che appartiene al filone dei miei preferiti - come tipologia - e del quale mi son piaciuti molti aspetti ma che, contemporaneamente, ha mostrato anche diversi punti deboli che potevano essere gestiti meglio. Resta però una visione che mi sento comunque di consigliare e che ho indubbiamente apprezzato.
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Un buon drama, con una trama realistica e senza risvolti inverosimili
La credibilità è il punto di forza di questa serie. Non ci sono drammi spettacolari, eventi eclatanti, la pretesa di stupire con colpi di scena importanti e, spesso, anche altrettanto assurdi. Non ci sono triangoli banali o altri quadrilateri che calano come una poco perspicace benda sugli occhi dei protagonisti per tre quarti della serie.Ci sono le relazioni umane, nei loro limiti e difetti, ma anche nella loro bellezza intrinseca. Ci sono sentimenti di vita quotidiana, scogli personali, speranze future, sogni e rimpianti e desideri. E non solo rispetto ai protagonisti. In questa serie, tutti i personaggi sono, a turno, un po' protagonisti. C'è spazio per la famiglia, più quella di lei che di lui, entrambe con un passato/presente difficile: il rapporto con i rispettivi genitori - e nel caso di lei anche col patrigno - costituisce una sequenza di passaggi e momenti fondamentali per la caratterizzazione dei protagonisti e della serie stessa. C'è il rapporto di lei con il fratello gemello, che - unitamente alla sua migliore amica - va a costituire un secondo pairing interessante e diverso dal principale, arricchendo la trama invece di sembrare il doppione della love story principale. Curiosa la caratterizzazione dei protagonisti, così diversi da loro ma pur complementari, complice la stitichezza verbale di lui come in pochi altri ML ho visto e la capacità di lei di gestire il particolare carattere di lui, comprendendolo e animando il rapporto con un tocco deciso di brio. Forse l'aspetto che ho apprezzato di meno è stato il portare avanti la storia su tre diversi assi temporali, che si intersecano di frequente e che personalmente mi confondono un po'. Singolare la scelta di mostrare la situazione finale subito nei primi attimi: inizialmente ne sono stata infastidita, mi sembrava l'effetto spoiler sgradito, al pari di leggere l'ultima pagina di un giallo prima ancora di aver iniziato la lettura. Devo però dire che la storia che accompagna via via a quel punto finale mostrato all'inizio si arricchisce di senso, tant'è che quando sono tornata poi indietro a rivedere quelle scene iniziali avevano acquisito un peso e di un significato che all'inizio non c'era modo di percepire. Scelta discutibili, forse non la mia preferita, insomma, ma che ha comunque funzionato.
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Un ottimo cast e una bella scenografia sprecati per una sceneggiatura commerciale e incompleta
Drama corposo, con i classici 16 episodi coreani in questo caso da un'ora abbondante l'uno e un ritmo tale da rendere ciascuno veramente denso di avvenimenti. Di certo i tempi morti latitano.Serie che in quanto a genere spazia dall'azione al thriller e si da principalmente allo spionaggio, aspetto che predomina un po' su tutto: intrighi di governo, giochi di potere, servizi segreti, lobbismo e dinamiche politiche sono di fatto il pane quotidiano.
Forse anche troppo, e questa è la prima delle tre pecche che ho riscontrato nella serie. Davanti a un drama di questo tipo si mette subito in conto che tutto non sarà come inizialmente sembra: un personaggio apparentemente positivo può poi rivelarsi un criminale e chi sembrava invece sospetto può sorprendentemente finire nella schiera dei buoni. E' un meccanismo che può avere senso vedere una, due, anche tre volte... Ma poi basta. In "Vagabond" c'è davvero una quantità infinita di personaggi che a turno appaiono decisamente ambigui, dai vari direttori e comandanti dei servizi segreti alle figure più vicine al Presidente, passando per mercenari nordcoreani e assassini professionisti, includendo anche agenti speciali, giornalisti e figure ai vertici di importanti aziende. C'è davvero da fare la fila, insomma. Questo aspetto fa sì che i cambi di rotta - di pari passo con le verità via via svelate - siano praticamente continui, senza riuscire a vedere mai l'orizzonte ma con una sempre maggior impressione di aver perso la bussola e di girare all'infinito senza destinazione alcuna.
In questo contesto si inserisce la figura e la storia del protagonista: è chiaro fin da subito che il ritratto vuole essere quello dell'eroe e bisogna quindi accettare di buon grado alcune licenze poco realistiche ma tipiche delle imprese epiche: il nostro giovane stuntman, grazie a una buona conoscenza delle arti marziali e spinto dal dolore a un'inarrestabile ricerca di giustizia, si trasforma di punto in bianco in un esperto di lotte e inseguimenti, con un formidabile talento investigativo e capacità tali da diventare una seria minaccia per qualsiasi ordine o grado di potere (aboliamo i servizi segreti e diamo a lui l'incarico, mi verrebbe da dire, già che sembra possa da solo tenere sotto scacco tutti quanti). Tolti questi tratti volutamente esagerati, ciò che resta è un personaggio magistralmente interpretato da un sempre fantastico Lee Seung Gi: la sua capacità di farmi dimenticare che stia recitando mi affascina sempre, non so se dipenda da anni e anni di studio o da un talento innato. Probabilmente entrambe le cose. Sicuramente, oltre ad essere un cantante con una voce spettacolare, possiede anche un carisma che trapela non solo nelle seire ma anche nei programmi TV piuttosto che nelle interviste. Mostra delle emozioni così vivide da sembrare incredibilmente reali, che sia il senso di impotenza nell'essere un giovane zio che fatica a occuparsi del nipote come vorrebbe, piuttosto che la frustrazione nel dover abbandonare i sogni di gioventù, il dolore e la disperazione più profonda, lo sconforto, la rabbia, l'indignazione, ma anche il ritrovarsi di punto in bianco impacciato, quasi in imbarazzo. Tantissime situazioni, tutte diverse, ma che riesce a riportare in modo netto e credibile, grazie a un'espressività che difficilmente ho trovato altrove.
Al suo fianco troviamo la simpatica e sempre affascinante Suzy Bae, quale giovane agente dei servizi segreti. Un duo che si ritrova dopo il ben riuscito "Gu Family Book" di qualche anno prima e che mostra ancora una volta una grande sintonia di coppia, nonostante il romance sia talmente poco accennato da non poterlo nemmeno considerare tale. Il suo è un personaggio in bilico tra un'ottima prova recitativa e una caratterizzazione poco credibile, complice una sceneggiatura che affronta la questione dei servizi segreti con un approccio più da prodotto commerciale che da trasposizione reale. Ed eccoci quindi al secondo evidente difetto, ovvero la superficialità con la quale viene affrontato il contesto. Agenti dediti al pettegolezzo, la protagonista che si autoannuncia di continuo davanti ad estranei - quando va bene tira fuori anche il tesserino, manco fosse la carta fedeltà del supermercato, - conversazioni super segrete che avvengono nel bel mezzo di un affollato volo di linea, telefonate e invio di documenti digitali che anche un bambino saprebbe scovare o rintracciare, e via dicendo. Diciamo che agli sceneggiatori piaceva l'idea del fascino dei servizi segreti, che però nella realtà è ben altra cosa. Ci può stare se lo consideriamo un prodotto commerciale, con un investimento in termini di budget e di cast importanti, ma dove l'obiettivo non è sostanzialmente quello di offrire un vero spaccato credibili e realistico.
L'ultima pecca, quella che mi è andata davvero di traverso, riguarda il finale. Non mi si dica che è un finale aperto, non è un finale punto e basta. Mi pare evidente fosse stato pensato per avere una seconda stagione, davvero imprescindibile perchè altrimenti di fatto risulta palesemente incompleto. Non so cosa sia andato storto (mi viene da pensare al Covid, che può aver allungato i tempi, e poi ancora all'attore protagonista, sparito un po' dal panorama dei drama negli ultimi anni a seguito di alcune vicende personali, piuttosto che a un budget insostenibile o un riscontro sotto le aspettative), ma resta il fatto che è una cosa davvero spiacevole e ,a meno di un ostacolo seriamente insormontabile, sicuramente anche poco rispettosa. La maggior parte dei drama asiatici conta un'unica stagione e, date le circostanze, mi viene da dire che è forse un bene. A distanza ormai di otto anni dall'uscita di "Vagabond" la speranza di vederne una degna conclusione credo sia ormai effimera, ed è un vero peccato. Un dispiacere che avevo messo comunque in conto in partenza e che non mi porta a consigliarne la visione a meno che non si sia - come la sottoscritta - grandi fan di Lee Seung Gi.
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Derailment, in questo senso, è l'esempio perfetto: fin dall'inizio è evidente l'intenzione porre le basi per una relazione tra i due protagonisti, però questa va per le lunghe e non decolla mai. Certo, sul finale trova la sua conclusione - nessun bacio all'orizzonte, sia chiaro - ma è una modalità che trovo davvero insoddisfacente. A quel punto tanto vale dedicarsi ad altri generi, che non siano quello romantico/sentimentale. Effettivamente in Derailment c'è anche il tema misterioso-fantasy del mondo parallelo, con svariati colpi di scena che rendono lo sviluppo decisamente imprevedibile, così come la sua risoluzione. Se devo valutare la serie da quel punto di vista, sicuramente guadagna qualche punto in più. Ma anche lì, una trama così contorta non è forse ciò che andavo cercando, o meglio, la serie non mi ha catturata abbastanza per indurmi a seguire con interesse l'evoluzione complessa della questione del mondo parallelo.
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Sono coì combattuta...
Mi sento divisa in due: da una parte la me che ha amato i personaggi, alcune vicende e non riesce a scollarsi di dosso tutto ciò; dall'altra c'è la parte razionale che mi fa rendere conto di tutti i difetti del drama.La storia ha un forte cuore sorretto da tutto quello che accade dall'inizio fino a metà, poi da questo centro si diramano tanti personaggi quante sono le sotto trame che ,purtroppo, alcune cadono lasciando evidenti buchi di trama, mentre altre riappaiono o cambiano versione più avanti. Poi come se non bastasse tutto questo squilibrio, ci si mettono pure le stesse vicissitudini che da una certa si ripetono a ciclo continuo ininterrottamente. Tutto è focalizzato su FL (povera crista, cosa vi avrà mai fatto) e i vari figuri che cercano di salvarla, anche se a volte si salva da sola.
Altra nota dolente secondo me è da imputare al "fantasy". Così come ci è stato proposto il drama e per come è andato avanti per diverso tempo, lo avrei definito uno low fantasy, ma più si va avanti e più questo elemento diventa fondamentale, fino ad essere usato in battaglia. Ma prima cos'era, eravate scemi a non usare "i poteri"? C'è stato un solo figuro che non si è mai nascosto da tutto, un personaggio strano ma cmq amabile. Diciamo che nel complesso, per me, questo fattore non è stato sviluppato al meglio.
ML è un bellissimo personaggio e ho davvero apprezzato che non fosse totalmente devoto al bene, ma che faccia vedere di essere un uomo come molti altri nonostante la sua posizione. Anche FL si difende bene. Ho apprezzato anche con un po' di curiosità quello che a me è sembrato bromance, ma non vorrei aver shippato un falso! XD
Ammetto di aver skippato un po' verso gli ultimi episodi perchè volevo con tutto il cuore capire come mi avrebbe lasciata, e... sono divisa.
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Sono sincera: lo avevo droppato al quinto episodio ma, in generale, dopo la visione della prima stagione che mi era piaciuta moltissimo questa l'avevo trascinata fin dalla prima puntata: tutta la diatriba tra procura e polizia che ha dominato le prime cinque puntate l'ho trovata decisamente noiosa.Poi una sera, dopo un mese, mi sono detta: "riproviamoci".
E ho fatto bene! Dal sesto episodio, in cui viene rapito il procuratore Seo, finalmente le cose si sono fatte adrenaliniche.
Mi è piaciuto in particolare la scena di (unica, in tutta la serie) debolezza di FL nell'ultimo episodio: chi non ha mai provato l'esperienza del "non devo piangere-non-devo-piangere" mentre le lacrime decidono di fare di testa loro e contunuano ad andare giú mentre tu cerchi di fermarle perché non vuoi farti vedere piangere e non vuoi darla vinta a chi te le fa versare?
Certo, si rimane col dubbio: il procuratore Seo avrà rivelato il legame tra la Hanjo e il procuratore morto?
E se ML non avesse avuto i problemi di relazioni ed emozioni legati al suo intervento chirurgico da ragazzo, cosa sarebbe accaduto con la procuratrice uccisa della prima serie e che lui sogna nell'ultima episodio della seconda?
Certo che, comunque, gli attori qui non sono stati scelti per la nellezza...😅
Bellissima la scena conclusiva: il primo sorriso di ML!! Dopo 16 episodi ce lo meritavamo, ed ammetto di aver alzato di mezzo punto il voto generale solo per questo.
Va a segno anche la frase che chiude la serie: "Cercare ostinatamente la verità e marciare verso ció che é giusto é un processo infinito. Fermarsi, anche solo per un attimo, significa fallire. Con la convinzione che un po' di speranza sia meglio di un'immensa disperazione, andiamo avanti con costante determinazione ancora una volta".
Amen!!!! 🤣
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Recensione di Hit the spot
Hit the Spot è un k-drama diverso dal solito, audace ed esplicito ma mai volgare. Le scene di sesso non sono fini a se stesse: fanno parte della narrazione e contribuiscono allo storytelling in modo coerente. Mi è piaciuta molto l’idea del podcast e le due protagoniste sono davvero carine e naturali nei loro ruoli. La parte romantica resta marginale e devo dire che i classici drama con sguardi, tocchi sfiorati e baci solo al settimo episodio mi fanno sospirare di più. Condivido il consiglio letto in alcune recensioni ossia di guardarlo con le cuffie: alcune scene sono soft porn e... si sente 🙉🙊🙈Questa recensione ti è stata utile?
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Short drama BL eccessivamente breve e un po' troppo ambizioso, ben riuscito ma non eccellente
Short drama BL interessante ma non eccellente. Con una durata così breve - è praticamente ridotta all'osso, quattro puntate di una decina di minuti l'una - riuscire a raccontare una storia che porti in sè un significato importante è davvero un'impresa ardua. In questo caso direi che l'obiettivo è riuscito solo in parte, il che comporta comunque un merito perchè come dicevo non è cosa facile.ASPETTI POSITIVI:
- L'ambientazione: il Giappone sembra una scelta totalmente casuale, ma così non è. Le scene si svolgo quasi interamente al chiuso, nell'appartamento (con l 'eccezione della spiaggia e di quando escono a comprare l'acqua), per cui in teoria un Paese valeva l'altro. Invece la scelta dell'estero permette di sottolineare ulteriormente il senso di solitudine e di abbandono, uno stato di sofferente infelicità che li porterà a convergere l'uno verso l'altro.
- Gli attori protagonisti: poco conosciuti e senza grandi prove alle spalle, ma devo dire molto bravi, soprattutto Qin Jia Lin. Hanno fatto un buon lavoro a livello di espressività e hanno saputo catturare il senso di ogni momento e a trasmetterlo allo spettatore, alternando sguardi ironici, sorrisi divertiti, smorfie di disappunto, atteggiamenti di menefreghismo e provocatori, espressioni di dolore pur mascherato ma sincero.
- Bello il significato dietro alla sequenza delle scene. Un giovane disilluso, senza più ragione di vivere, che incontra uno strozzino che tutto sembra fuorché quello e dall'improbabile confronto, oltre al tempo trascorso insieme - per quanto breve - nasce un tenue raggio di luce che si fa lentamente strada in un mondo che sembrava ormai destinato alle tenebre. Processo comunque difficile, perchè per avere anche solo un bagliore di futuro occorre prima passare attraverso l'accettazione, passaggio tanto doloroso da spingere inizialmente Chen Xi a rifiutarlo e rifuggirlo, crogiolandosi nell'attesa di una morte risolutiva a tutte le sue sofferenze. Solo grazie alla presenza di Hao Yu troverà la forza per affrontare quella fase così dura ma così necessaria, e passare finalmente oltre.
ASPETTI NEGATIVI:
- La durata: esistono short drama ben più lunghi di 40 minuti complessivi. In questo senso si è puntato forse un po' troppo in alto: serve una regia, una sceneggiatura, una scenografia e un cast d'eccellenza per un progetto così ambizioso. Va da sè che se molte scene sono singolarmente ben fatte, nell'insieme qualche intoppo alla fluidità del racconto c'è, ed è anche piuttosto evidente. Tutto troppo precipitoso, in certi momenti al limite del surreale.
- La caratterizzazione di Hao Yu: bene la figura di uno strozzino che tale non è, ma si è un po' calcata la mano e finiti per esagerare, passando da lui che minaccia e urina provocatoriamente nel salotto ma che rivediamo, il giorno successivo, tutto buoni consigli e cuore aperto, con tanto di maglioncino bianco di lana e collanina di perle al collo. Va bene mostrare due spaccati diversi - ciò che sembra e ciò che è - ma tanti accenti non erano davvero necessari a sottolineare ciò che, se fatto bene, sarebbe già stato tranquillamente ovvio.
-Il finale: capisco che la trama non punti a raccontare una storia vera e propria ma a portare in scena un messaggio, ma si scade un po' nel banale e nella faciloneria.
Tirando le somme, per i 40 minuti che richiede è in ogni caso una visione che mi sento di consigliare. Particolare, di cui si comprende il senso, ma al cui risultato manca probabilmente qualcosa.
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Here is My Exclusive Indulge
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storia veloce e molto carina.
un drama cortissimo sono 34 puntate ma cortissime meno di cinque minuti ogniuna però nonostante questo la storia è carina,leggera,abbastanza spensierata e molto dolce.lui un bellissimo uomo disabile e ricchissimo si innamora di una ragazzina buffa ma tosta.Nei pochi minuti che raccontano questa storia ce un po' di tutto da tradimenti,matrimoni per convenienza,bullismo ma sopratutto loro due così dolci,nonostante la storia ci mette un po' a decolare.Per una visione velocissima e senza troppo impegno e un drama perfetto.
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My Roommate is a Gumiho
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Rimane fedele a se stesso
Dopo Goblin, in molti hanno cercato di superare o almeno eguagliare il suo successo ma la maggior parte (o almeno quelli che ho visto io) ha fallito. Questo drama non gli arriva nemmeno lontanamente vicino ma ha giocato bene le sue carte. Nonostante ci troviamo davanti ad un fantasy sembra tutto così veritiero che non si percepisce il taglio netto tra la realtà e la storia di fantasia. Questo lo dobbiamo principalmente a due fattori: la protagonista e la storia lineare. Il drama fa un ottimo lavoro rimanendo fedele a se stesso: non hanno cercato di infarcirlo con picchi di trash o con la sopraggiunta di tante creature fantasy (vedi Tale of the Nine Tales) che disturbano alla fine la visione e soprattutto non c'è NULLA che lega i due protagonisti nel passato. EVVAI!La storia rimane appunto lineare senza troppi scombussolamenti, ma è un continuo crescendo di maturazione e consapevolezza e qui torniamo a prima. La protagonista gioca un ruolo fondamentale. E' riuscita a spiazzarmi. Questa ragazza un po' sbadata e un po' sfortunata in realtà è una di noi. Il suo personaggio è talmente ben costruito che sembra la nostra vicina di banco o un'amica con cui chiacchierare. Avete presente una classica scena di un qualsiasi drama romantico in cui la protagonista è in difficoltà? Ecco, lei non reagirà come tutte le altre. Vi sorprenderà!
E' quella che spinge in avanti la storia, è per lei che succede quel che succede ed è tutto veramente ben costruito. Anche il resto mi è piaciuto, soprattutto i migliori amici di entrambi le parti (già visti ambedue in Start Up). Adorati.
Se pensate di star per vedere una storia comica, cambiate registro Niente di troppo drammatico o che, ma un buon lavoro.
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Bromance o Boys Love? “Soul Mate” resta sospeso tra coraggio e prudenza
"Soul Mate", serie giapponese approdata su Netflix il 14 maggio 2026, è stata accolta con molta curiosità, soprattutto da chi si aspettava un Boys Love tradizionale o almeno un bromance più esplicito. In realtà non è né l’uno né l’altro, e proprio questa sua natura sospesa la rende particolare. La storia segue Ryu, un giovane giapponese che lascia il suo Paese per allontanarsi da una situazione emotiva che non riesce a gestire, e Johan, un pugile coreano segnato da un passato difficile e da responsabilità che lo hanno costretto a crescere troppo in fretta. Il loro incontro a Berlino dà vita a un legame che attraversa dieci anni e tre città, costruito più sugli sguardi, sui gesti e sulla presenza reciproca che su parole o dichiarazioni esplicite.È evidente fin da subito che tra i due c’è qualcosa che supera la semplice amicizia, anche se la serie sceglie deliberatamente di non definirlo mai. Questa scelta narrativa crea un’atmosfera fatta di intuizioni e sottintesi, che può affascinare chi ama le storie raccontate per sottrazione. Allo stesso tempo, però, questa reticenza rischia di indebolire alcuni momenti chiave: ci sono passaggi emotivi che avrebbero avuto un impatto più forte se prima fosse stato chiarito, anche solo con un dialogo minimo, cosa provano davvero l’uno per l’altro. È come se la serie chiedesse a noi spettatori di colmare da soli un vuoto che, in certi frangenti, diventa troppo ampio.
Uno degli aspetti più riusciti è il modo in cui la serie gestisce il tempo nella prima parte. Si percepisce la crescita dei personaggi, il loro cambiare città, affrontare nuove fasi della vita, costruire relazioni e routine. È un ritmo che ci permette di accompagnarli passo dopo passo, quasi come se si vivesse insieme a loro. Più avanti, però, la narrazione compie un salto temporale molto ampio, concentrato tutto nell’ultimo episodio. È un balzo che fa capire che sono passati molti anni, ma senza mostrare davvero come i personaggi abbiano attraversato quel periodo. Dopo aver seguito così da vicino le loro difficoltà e le loro rinascite, questo tratto lasciato nell’ombra crea un senso di distanza e toglie un po’ di peso emotivo a ciò che accade nel finale. Non è un vero difetto strutturale, ma una scelta che lascia la sensazione di qualcosa di non del tutto esplorato.
A rendere più ricca la narrazione contribuiscono i personaggi secondari, dalla sorella di Johan all’amica d’infanzia di Ryu, figure che non restano mai sullo sfondo ma che partecipano attivamente alla crescita dei protagonisti. Anche le ambientazioni giocano un ruolo importante: Berlino, Seul e Tokyo non sono solo scenari, ma luoghi che riflettono i cambiamenti interiori dei personaggi. La scelta di mantenere le lingue originali — giapponese e coreano — aggiunge autenticità e profondità, e vale davvero la pena rinunciare al doppiaggio italiano per cogliere tutte le sfumature emotive.
Nonostante questi punti di forza, la serie presenta alcune fragilità. Una delle più evidenti è l’accumulo di eventi drammatici, che si susseguono con un ritmo talmente serrato da lasciare poco spazio alla loro elaborazione. La storia affronta temi pesanti e complessi, ma lo fa senza concedersi il tempo necessario per farli respirare. Il risultato è che alcune svolte narrative, soprattutto verso la fine, arrivano improvvise e vengono risolte troppo rapidamente, quasi come se la serie avesse più materiale emotivo di quanto gli otto episodi potessero contenere. È un peccato, perché con qualche episodio in più certe tematiche avrebbero potuto trovare una collocazione più equilibrata e un impatto più profondo.
Dal punto di vista visivo, la serie è curata con grande sensibilità. La regia utilizza i colori in modo narrativo: toni cupi accompagnano i momenti più duri, colori più tenui emergono nelle scene emotive e delicate, mentre tonalità calde avvolgono la quotidianità domestica, prima a due e poi a quattro, quando la vita dei protagonisti si intreccia con quella di altri personaggi importanti. Alcune scene colpiscono per intensità non tanto per ciò che mostrano, quanto per come lo mostrano: movimenti, luci, silenzi e piccoli gesti che raccontano più di mille parole. Sono momenti che non hanno bisogno di spiegazioni, perché parlano da soli.
Un altro elemento che merita di essere sottolineato è la recitazione, soprattutto quella dell’attore coreano che interpreta Johan. Per gran parte della serie recita in giapponese, e lo fa con una naturalezza sorprendente; ma è quando torna alla sua lingua madre, il coreano, che la sua emotività esplode davvero. Le scene in cui si riappropria della propria lingua sono anche quelle in cui il personaggio è più scosso, più fragile, più autentico. È un dettaglio che arricchisce moltissimo la percezione del suo percorso interiore e che rende il personaggio ancora più credibile.
Il finale arriva forse con un po’ di fretta, e alcune scelte narrative possono sembrare legate a un modo di raccontare che appartiene a un’altra epoca. Eppure, nonostante questo, la conclusione riesce comunque a emozionare. La forza del legame tra i protagonisti emerge con chiarezza, e la scelta di affrontare insieme ciò che resta è rappresentata con delicatezza e dignità. È un finale che, pur con qualche riserva, lascia un senso di compiutezza e chiude la storia in modo coerente con il tono emotivo della serie.
“Soul Mate” emoziona, ma lascia anche la sensazione di un freno tirato: avrebbe potuto osare di più.
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Questa recensione può contenere spoiler
Quando la pace costa più dell'amore..
“Tempest” è uno di quei drama che non si limitano a raccontare una storia, ma ti trascinano dentro un vortice di emozioni contrastanti: guerra e amore, dovere e desiderio, speranza e perdita. È un viaggio attraverso il dolore e la passione, dove la pace sembra sempre un sogno troppo lontano.Ciò che rende questa serie così potente è senza dubbio la chimica tra i due protagonisti. Ogni sguardo, ogni gesto, ogni silenzio tra loro trasmette una connessione profonda e viscerale, capace di oltrepassare la barriera della guerra e dell’odio tra le loro nazioni. In un contesto dove tutto parla di distruzione e rancore, loro due rappresentano un fragile ma luminoso spiraglio di umanità e amore.
È raro vedere una coppia recitare con tanta naturalezza e intensità: non servono grandi dichiarazioni, basta un momento condiviso per far capire quanto profondo sia quel legame.
La regia accompagna bene questa tensione emotiva, anche se in alcuni momenti avrebbe potuto essere più incisiva e coerente nei toni. Alcune scelte visive e di ritmo, soprattutto nelle sequenze di guerra, sembrano non rendere pienamente giustizia alla forza della storia e al talento del cast. Tuttavia, la colonna sonora — discreta ma evocativa — amplifica ogni emozione senza mai sovrastarla.
Se dovessi trovare una nota amara, sarebbe il finale. Non perché non sia coerente con la narrazione — anzi, è perfettamente in linea con il messaggio di sacrificio e realtà che “Tempest” vuole trasmettere — ma perché lascia un senso profondo di vuoto e malinconia.
Vedere i protagonisti dividersi per un bene più grande, rinunciando al loro amore, è straziante ma anche estremamente umano. È un finale che non regala consolazione, ma lascia riflessioni. Ti costringe a pensare che, in certi contesti, l’amore più puro è proprio quello che sceglie di lasciar andare.
“Tempest” non è solo una storia d’amore sullo sfondo della guerra — è una riflessione sul prezzo della pace, sui confini invisibili tra giustizia e sacrificio, e sulla forza silenziosa dei sentimenti che resistono anche quando tutto il resto crolla.
Un drama intenso, maturo e profondamente toccante, capace di restare nel cuore anche molto dopo i titoli di coda.
⭐ Voto personale: 8/10
Per la chimica perfetta tra i protagonisti e le emozioni autentiche che trasmettono. Qualche imperfezione nella regia non ne compromette il valore complessivo, ma le impedisce di raggiungere la perfezione che meritava.
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