Quando la forma prevale sulla sostanza
Se questo drama fosse uno dei tanti pacchetti esposti in una vetrina, allora sarebbe senza ombra di dubbio quello dall’incarto più scintillante, capace di distinguersi da tutti gli altri e attirare lo sguardo fin dal primo istante. Una confezione davvero spettacolare ma che, una volta rimossa e messi a nudo tutti i contenuti dei pacchetti sullo stesso scaffale, non si farebbe più riconoscere nettamente come prima.E’ così che “Pursuit of Jade” arriva sullo schermo: confezionato in un involucro che non può passare inosservato: Zhang Ling He e Tian Xi Wei come protagonisti, un budget consistente, una campagna marketing che dovrebbe essere presa ad esempio e che ne ha fatto uno dei drama più attesi dell’anno. Eppure, dopo averne seguito l'intero arco narrativo, ci si trova di fronte a un'opera che incarna perfettamente le contraddizioni di molte produzioni cinesi contemporanee: tecnicamente ineccepibile, visivamente sontuosa, ma narrativamente fragile, quasi titubante nel costruire qualcosa di davvero memorabile.
La prima metà del drama è sicuramente la migliore e porta le aspettative a livelli stratosferici. L'ambientazione iniziale nel villaggio di Lin'an ha un fascino autentico: Fan Changyu, una macellaia dal cuore generoso ma dalla mano ferma, salva dalla neve un uomo ferito che si rivelerà essere il marchese Xie Zheng, creduto morto. Mantenendo segreta l'identità di lui, ne nasce un matrimonio di convenienza che, anziché scivolare nei soliti cliché, regala momenti di genuina freschezza. La chimica tra i due protagonisti funziona, le scene di vita quotidiana sono permeate di calore, e la regia cesella ogni inquadratura con cura quasi maniacale. Tian Xi Wei, in particolare, restituisce una Changyu vivace e credibile, fresca e originale, capace di alternare la durezza della sua professione a una vulnerabilità mai sopra le righe. È proprio questo contrasto – la macellaia che diventa marchesa – a costituire il motore emotivo iniziale. Il dramma sembra voler raccontare una storia di crescita reciproca, di due persone che imparano a fidarsi l'una dell'altra al di là delle convenzioni sociali. E per un po' ci riesce. Tremendamente bene.
La seconda metà del drama è però caratterizzata da una leggera ma costante perdita di quota. Il passaggio all'arco militare segna l'inizio di un lento ma inesorabile declino. Changyu si arruola, e quella che poteva essere un'evoluzione organica del personaggio diventa improvvisamente una forzatura narrativa. La sua ascesa a generale – dopo appena due battaglie – sfida qualsiasi sospensione dell'incredulità. Non basta aver avuto un padre che l'ha addestrata da bambina per giustificare la capacità di uccidere generali esperti con due colpi di spada. La sceneggiatura sembra voler costruire a tutti i costi una "leggenda della donna generale", dimenticando che la forza del personaggio risiede altrove: nella sua intelligenza pratica, nella sua umanità, nella sua capacità di navigare le complessità della vita senza bisogno di impugnare una spada in prima linea.
Non passano anni che possano rendere credibile una tale trasformazione, e il breve lasso di tempo rende l’evoluzione ancor più precipitosa. L’affascinante, originale e singolare macellaia più che vedere la crescita del proprio personaggio sembra proprio evolvere in una figura completamente diversa, pur presa in prestito da vicende storiche realmente accadute. Rispetto al romance, ci si è un po’ dilungati su alcuni meccanismi: l’identità segreta di lui resta tale per una quantità impressionante di episodi e, una volta venuta a galla, occorre mettere in conto un’altra quantità di episodi dove lei porta avanti il cruccio della differente estrazione sociale. Tutti aspetti sensati e leciti, ma che andavano sviluppati nei giusti tempi e non trascinati all’infinito.
Ancora più problematico è il trattamento riservato a Xie Zheng. Il personaggio, presentato inizialmente come un generale temuto, un uomo dal passato oscuro e dalla ferocia repressa, viene progressivamente svuotato. Le sue reazioni diventano sproporzionatamente pacate, la sua autorità militare si dissolve in una serie di malattie improvvise che lo costringono a letto ogni pochi episodi, e il suo ruolo si riduce a quello di spettatore ammirato della moglie, dove ci si ricorda che è il famoso e temuto Marchese di Wu’ An solo nei brevi incontri notturni con i suoi sottoposti, durante i quali viene aggiornato sugli sviluppi della situazione (tolto questa sorta di “bollettino”, si limita a fare il convalescente e ad aspettare pazientemente di vedere cosa succede). Quando Changyu lo droga per partecipare a una battaglia al posto suo – un atto che in qualsiasi contesto militare comporterebbe conseguenze gravissime – la sua risposta è un silenzio complice. Non c'è conflitto, non c'è confronto, non c'è nemmeno un accenno di autorità ristabilita. Il paradosso è che proprio mentre la protagonista viene esaltata oltre ogni misura, la sua autonomia narrativa ne risente paradossalmente. Per farla brillare, il drama finisce per costruire intorno a lei un mondo troppo accomodante, dove le conseguenze delle sue azioni vengono sistematicamente rimosse e dove la sua ascesa avviene in un vuoto di ostacoli credibili.
Ad arricchire ulteriormente il quadro ci pensa la coppia secondaria. Qi Min e Yu Qianqian – quest'ultima tragicamente confinata in un finale che nega ogni possibilità di felicità – rappresentano di fatto il nucleo emotivo più interessante dell'intera opera. Le loro dinamiche, per quanto tossiche, hanno il coraggio di mostrare desiderio, conflitto, ambiguità morale. Deng Kai, splendido psicopatico dalla chioma argentata nel ruolo di Qi Min e indiscutibilmente il mio personaggio preferito, offre un'interpretazione di gran lunga più sfaccettata rispetto a quella dei protagonisti, e la sua chimica con l'attrice che interpreta Qianqian genera una tensione di gran lunga superiore a quella della coppia principale. È paradossale: la storia secondaria, quella destinata a rimanere nell'ombra, è quella che rivendica con più forza la complessità che il resto del drama sembra rifuggire. Ho apprezzato anche l’altro pairing secondario, più modesto e per certi versi goffo, ma al tempo stesso anche molto tenero.
Passando ai cattivi, il problema è molto semplice: sono troppi. Quattro fazioni nemiche creano una confusione politica che neppure la sceneggiatura sembra in grado di districare. Il risultato è che l'intreccio politico, anziché arricchire la narrazione, la appesantisce, costringendo il finale a precipitare in una ridda di rivelazioni accatastate l'una sull'altra senza il giusto respiro.
Negli ultimi dieci episodi, se possibile, la situazione peggiora ulteriormente: le scene sono giustapposte senza fluidità, le transizioni appaiono forzate, e alcune sequenze – come il combattimento uno contro uno nel bel mezzo di un colpo di stato – sfiorano il ridicolo. Soprattutto, il drama inizia a "raccontare" ciò che prima "mostrava": le motivazioni vengono spiegate a voce, i conflitti interni vengono dichiarati anziché messi in scena, e l'empatia che si era costruita nei primi venti episodi si disperde in un susseguirsi di dialoghi espositivi.
Il finale è piuttosto deludente: dopo un penultimo episodio dove vi è un caos narrativo in cui personaggi ben costruiti agiscono in modi non del tutto lineari, ecco che l’ultimo capitolo si chiude con uno "scenario alternativo" che sembra più un ripensamento dell'ultimo minuto che una scelta autoriale coerente. La sensazione è che la produzione, dopo aver speso tutte le energie per confezionare un prodotto visivamente impeccabile, si sia accorta all'ultimo momento di dover risolvere anche la storia.
E qui sta il punto. “Pursuit of Jade” è un drama che eccelle per molti versi: volti noti, paesaggi mozzafiato, fotografia curata, colonne sonore accattivanti, un filtro lattiginoso che rende ogni inquadratura simile a un dipinto. Ma tutto questo, da solo, non basta. Spettacolare – di quella bellezza straordinaria che però non può e non deve durare in eterno (i paesaggi innevati rischiarati dalla luce calda del sole sono tra i più belli mai visti, eppure a un certo punto il fascino è diventato quasi esasperazione, e i fiocchi di neve continuavano a volteggiare nell’aria come pulviscolo anche quando non avevano quasi più ragione di esserci).
I costumi risultano belli e curati: ho trovato inizialmente strambe le due “antenne” sul copricapo del Marchese, ma apprezzo il fatto che trovino un riscontro storico che non conoscevo. Rispetto alla protagonista, ho preferito di gran lunga gli abiti indossati nella prima parte, forse più inusuali del solito ma proprio per questo anche più distintivi e caratterizzanti.
In generale, la sceneggaitura sembra scritta con l’obiettivo di ammaliare e accontentare il pubblico: attori belli, sguardi languidi, baci appassionati, una protagonista che emerge senza troppe difficoltà. Su tutto questo si spende a mille, fornendo materiale in abbondanza. Ma nel farlo, rinuncia a qualsiasi ambizione di complessità. I personaggi vengono smussati per diventare più facilmente amabili, i conflitti vengono risolti senza lasciare cicatrici, la Storia viene ridotta a sfondo decorativo per storie d'amore patinate.
OST davvero belle e coinvolgenti, forse nella prima parte in certe scene un po’ predominanti sui dialoghi, ma non starei a cercare il pelo nell'uovo. Sigla iniziale particolarmente deludente: l’ho trovata insulsa e banale, davvero sottotono se si considera invece l’attenzione messa nell’impatto visivo delle diverse scene di ogni singolo episodio. Ci si poteva inventare qualcosa di meglio, di più originale, insomma.
Cast, già detto, sicuramente di prim’ordine: Tian Xi Wei è stata per me una scoperta che mi auguro di rivedere in futuro, con un carisma innato e una grande espressività. Zhang Ling He, con la sua bellezza elegante e composta, dimostra ancora una volta una presenza scenica che non necessita di parole. Riesce a riempire i momenti di silenzio con grande sicurezza, portando in scena un personaggio estremamente umano ed equilibrato. Un tipo di caratterizzazione che è nelle corde dell’attore, ma che mi chiedo se rappresenti anche un suo limite: spero di vederlo, in futuro, dare prova di una maggiore versatilità interpretando qualche personaggio un po’ più particolare.
Sia chiaro, non si tratta di un brutto drama, anzi, complessivamente merita, poco ma sicuro. La qualità della produzione è indiscutibile, e gli amanti del genere troveranno senz'altro molti momenti di soddisfazione. Ma rispetto a quanto promette, mantiene meno del previsto. È il prodotto perfetto per un mercato che premia il riconoscibile rispetto all'originale, la sicurezza rispetto al rischio.
Resta, alla fine, una sensazione di opportunità mancata. Perché il potenziale c'era: l'inizio era solido, i due protagonisti ben caratterizzati. Ma la seconda metà, frettolosa e confusa, tradisce quella promessa iniziale, lasciando lo spettatore con l'amaro in bocca di un'opera che avrebbe potuto essere memorabile e invece si è accontentata di essere, semplicemente, un altro prodotto di successo.
Consigliato? Direi tranquillamente di sì. Ma più per ammirare la tecnica che la storia in sé: chi cerca un drama visivamente appagante e non dà troppo peso alla coerenza narrativa ne rimarrà probabilmente molto soddisfatto.
Come molte altre commedie in tema "fake marriage", due sconosciuti decidono di fingere una relazione per benefici che nulla hanno a che fare con l'amore, salvo poi - nel corso della convivenza forzata - sviluppare un vero sentimento. Ripeto, niente di nuovo, ma è un genere che - se fatto bene - trovo sempre piacevole.
Pur essendo breve - 9 episodi in tutto - ha il pregio di sfruttare bene il tempo ed entrare subito nel vivo del rapporto. Poi, però, finisce alla deriva. Entrano in gioco gli amici storici di lui, dove uno s'innamora- ovviamente - della protagonista mentre l'altra viene vista dalla stessa come una potenziale rivale più che come una conoscenza di vecchia data.
Rispetto agli attori protagonisti, non mi hanno affatto convinta: lei sembrava un pulcino perennemente spaurito, lui davvero poco incisivo e dalla bellezza discutibile: lineamenti dolci, forse anche troppo, ma fascino e carisma proprio zero. La chimica tra i due si è notata solo nelle scene d'amore - punto a favore perchè sono un po' più accentuate rispetto ad altri drama simili - ma per il resto sembravano semplicemente coesistere nello stesso spazio (va bene il tema del disagio, imbarazzo, del non detto, del credere che all'altro non interessi, ecc... ma qui mancava proprio la connessione a livello di recitazione). Non ci sono grandi ostacoli alla storia tranne arrivare al punto in cui si confessano con chiarezza l'un l'altra. Punto che, dato lo sviluppo della trama, poteva essere piazzato in un episodio a caso dal quarto in avanti e si sarebbe ottenuto lo stesso, deludente, effetto finale. Questo perchè manca sostanzialmente uno sviluppo vero e proprio, formata la coppia e mostrata la quotidianità, oltre alle già citate vecchie amicizie, non c'è un ritmo che incalza, non c'è un filo conduttore che determina una direzione precisa. Sembra esserci solo il timer dei minuti complessivi che costituiscono gli episodi mancanti, l'onere di doverli riempire e arrivati all'ultima manciata infilarci l'happy ending, ovviamente scontato e insipido come ormai il tenore dell'intera serie.
Una delle pochissime note positive, la colonna sonora, in particolar modo la canzone con tutti i "La la la la...", abbastanza orecchiabile e simpatica.
Raramente seguo serie che non siano già concluse, aspettare l'episodio settimanale m'infastidisce, sia in caso il drama sia così valido da non vedere l'ora della nuova puntata, sia in casi come questo dove per coerenza ci si trascina fino alla fine, ma col desiderio di chiuderla nel più breve tempo possibile. E' stato quasi un sollievo poterla depennare dalla lista di quelle seguite.
Questa storia è tratta dal libro di Sang-young Park, edito in Italia per Rizzoli con il titolo Amore, Malboro e mirtilli, ma non è la sola trasposizione uscita nel 2024.
Sono due, infatti, gli adattamenti tratti da questo bellissimo romanzo e Love in the Big City è il titolo sia del drama da otto episodi (che potete trovare su Viki) sia del film.
I due hanno comunque delle differenze.
Se il drama riprende passo passo tutti e quattro gli archi narrativi del cartaceo, il film è un progetto nato precedentemente rispetto alla serie e racconta le vicende solo del primo capitolo del libro, che corrispondono ai primi due episodi del drama, ma con alcuni cambiamenti.
Il protagonista non è, infatti, solo Heung-su, ragazzo gay che vuole mantenere segreto il suo orientamento sessuale, ma, insieme a lui, lo è anche Jae-hui, uno spirito libero, una donna forte e audace.
La trama ruota attorno alla loro amicizia e, grazie ad essa, vengono affrontati tantissimi temi delicati e importanti che sicuramente non verranno tutti trattati in queste poche righe, soprattutto per non anticipare troppo riguardo alla storia.
Jae-hui si avvicina a Heung-su dopo averlo beccato a limonare con un ragazzo.
Pensando che lei abbia scoperto il suo punto debole e che prima o poi lo userà contro di lui, Jae-hui lo rassicura e, con la sua genuinità, afferma: “Come può risultare un punto debole essere se stessi?”
Questa frase risuona forte come il vero e unico messaggio del film.
Love in the Big City, infatti, racconta dei pregiudizi che devono affrontare chi viene ritenuto “diverso”.
E non ci si riferisce solo al protagonista che fa di tutto per nascondere la sua omosessualità per paura di essere etichettato, giudicato e non accettato, ma anche alla co-protagonista che affronta le critiche a testa alta: a lei piace divertirsi, bere e innamorarsi dei bei ragazzi e non c’è niente di sbagliato in tutto ciò.
Insieme al Heung-su, anche lei si dovrà scontrare più volte con un’opinione pubblica retrograda rappresentata durante il corso del film da varie figure, ma che trova la sua espressione massima nella dottoressa della clinica ginecologica alla quale Jae-hui si rivolge: il modellino dell’utero, che prende prima di scappare via correndo, diventa quasi il simbolo dell’orgoglio femminile; sembra quasi gridare che il corpo è di ogni donna e ogni donna ne fa quello che vuole.
Ed è così che il film Love in the Big City diventa portabandiera non solo della comunità LGBTQ, ma anche dei diritti delle donne.
La storia risulta essere molto realistica e quindi più vicina allo spettatore.
I due protagonisti, nel loro percorso di ricerca del vero amore e della felicità, agiscono in modo impulsivo e poco saggio, commettendo più volte lo stesso errore, come del resto può veramente succedere nella vita reale quando si tratta di sentimenti.
D’altronde, non importa in quale guaio Jae-hui e Heung-su si cacceranno: loro sanno che potranno sempre contare l’una sull’altro.
Viene descritta un’amicizia che va al di là del semplice affetto e che assomiglia più all’essere una vera e propria famiglia. E questo è dimostrato nei piccoli gesti quotidiani che intravediamo nella pellicola: Heung-su che posiziona nel congelatore le Malboro che lei ama fumare fredde e Jae-hui che compra i mirtilli che lui adora mangiare ancora surgelati; lui che usa la BB cream di Jae-hui e lei che utilizza il rasoio di Heung-su.
Come si può notare, i nomi dei personaggi non sono gli stessi del romanzo, come a voler sottolineare che questa non è la trasposizione fedele del cartaceo, ma ne è solo tratto.
Sono interessanti tutti i rimandi al mondo queer che possiamo scovare all’interno del film.
Primo fra tutti troviamo proprio l’autore Sang-young Park: il protagonista legge un articolo in cui si parla proprio di lui e della letteratura queer in Corea.
Meraviglioso anche il rimando al film hongkonghese Happy Together del 1997, famosa storia che parla di una relazione omosessuale; e non a caso un ragazzo che frequenta Heung-su gli dice di assomigliare proprio al personaggio interpretato da Tony Leung.
Possiamo, quindi, capire fin da subito che la sceneggiatura è curata nei minimi dettagli, così come del resto lo è la regia: in ogni scena c’è uno studio minuzioso della luce e dei colori, sia nelle parti di vita notturna sia nella vita di tutti i giorni.
Anche la musica risulta sempre impeccabile, riuscendo ad essere sempre il sottofondo ideale in ogni scena.
Eccezionali, sotto ogni punto di vista, sono stati i due attori protagonisti.
Go-eum Kim ha dato più volte prova di essere un’attrice straordinaria e sfaccettata che riesce sempre a immergersi nel proprio personaggio sia sul piccolo che sul grande schermo.
Ha dato vita a una Jae-hui forte e tenace, che sa esattamente quali sono i punti deboli del genere femminile e che non ha paura di affrontarli. Personalmente, l’ho preferita alla sua controparte nel drama. C’è da sottolineare, d’altronde, che ha avuto molto più spazio rispetto alla serie, potendo così caratterizzare al meglio il proprio personaggio.
Steve Noh è stato perfetto, tanto che sembrava uscito dalle pagine del romanzo stesso. Anzi, sia lui che Yoon-soo Nam, attore che interpreta il protagonista nella serie, sono stati impeccabili, rappresentando sfaccettature diverse dello stesso personaggio, ma, allo stesso tempo, assomigliandosi tantissimo. Ed è una cosa più unica che rara che due attori, con età diverse e trascorsi diversi, riescano entrambi a ricordare così tanto e in modo così simile il protagonista originale.
Nel film, il personaggio interpretato da Steve Noh è un ragazzo insicuro per quanto riguarda le storie d’amore. Non riesce a vivere spensieratamente le sue relazioni ed è proprio Jae-hui che gli insegna a buttarsi: d’altronde per chi altri, se non per la sua migliore amica, Heung-su avrebbe mai cantato e ballato Bad Girl, Good Girl delle miss A davanti a tutti gli invitati ad un matrimonio? E vi assicuro che questa scena vale da sola tutto il film!
Teen drama piacevole pur senza pretese ma con qualche cliché di troppo
Film giapponese gradevole, sebbene non rivoluzionario, che regala momenti teneri senza però raggiungere vette particolarmente alte.La trama risulta abbastanza familiare a chiunque abbia visto qualche drama romantico giapponese con target adolescenziale. Da una parte abbiamo Yuiji Kira, studente popolare e carismatico che nasconde un pesante segreto: una grave malattia cardiaca gli lascia un futuro incerto e limitato. Dall'altra Nino Okamura, ragazza timida e senza amici, quotidianamente vittima di bullismo, che preferisce la compagnia del suo pappagallo e sembra volersi mimetizzare con lo sfondo. Come prevedibile, i loro mondi si scontrano e da un'insolita amicizia nascerà poi l’amore.
Sebbene, complessivamente, la storia non sia niente di che, devo dire che la prova dei due attori protagonisti è senz’altro buona, così come la chimica di coppia: Nakagawa Taishi offre una performance convincente, catturando perfettamente la dualità di Kira: la patina superficiale di ragazzo "fastidiosamente spavaldo" che mostra al mondo, contrapposta alla solitudine, alla paura e alla "crudezza" di un ragazzo che sta facendo i conti con la propria mortalità. Le sue scene più emotive sono intense senza scadere nel melodrammatico. Al suo fianco, Marie Iitoyo incarna l'imbranataggine e la bassa autostima di Nino con una sincerità che evita la caricatura. Non è solo la "ragazza goffa": porta una vulnerabilità genuina nel ruolo, rendendo la sua silenziosa crescita interiore davvero gratificante da seguire. La loro relazione si sviluppa in modo naturale, costruita su momenti condivisi di solitudine e supporto silenzioso.
Tra i difetti c’è in primis l'abbondare di cliché già visti (dal il ragazzo popolare con un segreto, alla ragazza timida che sboccia grazie al protagonista, eccetra). Inoltre, il ritmo cala nella seconda metà e alcune scene sembrano poco credibili. In particolare il momento "nuziale" appare frettoloso e totalmente stridente. I personaggi secondari, come il migliore amico Yabe, assolvono al loro compito ma risultano unidimensionali. Tolta l’interpretazione dei protagonisti e alcuni passaggi particolarmente intensi, per il resto la sceneggiatura cade spesso nella mediocrità di errori già visti e rivisti.
La fotografia è invece buona: cattura con luminosità e colore la vivacità della giovinezza e crea quell'atmosfera romantica che fa da cornice alla storia. La colonna sonora è gradevole seppur non particolarmente memorabile.
In conclusione, "Today's Kira-kun" è un film piacevole, da tenere in considerazione per un momento di relax con una storia tenera, senza doversi immergere in qualcosa di più impegnativo. Non reinventa il genere, ma strappa un sorriso e forse qualche lacrima. Una visione confortevole, godibile finché dura.
Tra i Cdrama forse più attesi e chiacchierati dell'anno ma di certo non il più meritevole.
Il paragone inevitabile con il drama coreano DOTS (Descendants of the sun) nasce con l’immagine di anteprima (lui e lei accovacciati, lui in abiti militari e, alle loro spalle, uno scenario tragico) e termina col fatto che buona parte della storia è ambientata in un immaginario paese lontano travolto dalla guerra (qui si chiama Uglai, in DOTS era Urk), oltre ad avere un protagonista maschile in divisa e professioni che consentono una presenza sensata in un territorio flagellato da conflitti bellici/calamità naturali (soldato, volontario, medico, reporter).Ben presto cerca però di smarcarsi – in modo abbastanza efficace - dalla celebre ma altrettanto ingombrante DOTS, e la tendenza a fare paragoni viene meno.
Venendo al drama in sé, l’ho trovato un mix di pregi e difetti:
Punti di forza:
- La scenografia: soprattutto le riprese nel paese in guerra, un po’ diverse dal solito. Forse non davvero realistiche ma sicuramente di grande impatto. L’investimento economico – indubbiamente importante – ha dato i suoi frutti.
- Benjamin: il personaggio migliore dell’intera serie. Una figura che spicca, dalle molteplici sfaccettature.Un personaggio “vivo”, a differenza di tutti gli altri. Interessato alla dottoressa Pei – a parole, più che nei fatti - è tuttavia il suo rapporto con Si Xian che emoziona di più: trattandosi però di un drama cinese, la speranza di un pairing secondario sfuma a favore di una Bromance.
Punti deboli:
- La caratterizzazione del protagonista maschile: empatia zero, espressività anche. Volenteroso, intelligente e ben educato. Ma davvero privo di enfasi e totalmente incapace di bucare lo schermo, nonostante il bel faccino. Davvero troppo ingessato, quasi robotico – di una gentilezza “zerbinosa” - e per nulla carismatico.
- Il ritmo del romance: dire lento è dire poco. Uno sviluppo a velocità di bradipo, sia in zona di conflitto sia ritornati a casa.
- Gli episodi post-esplosione: realistico che a uscirne più distrutto di tutti – psicologicamente e fisicamente - sia proprio Zan. La sindrome PTSD tirata troppo per le lunghe e gestita in modo non credibile. Gli altri personaggi si eclissano e per tanti, troppi episodi tutto ruota attorno a loro due, noiosi come poche coppie dei drama hanno saputo essere. Quando poi tornano in zona di guerra si ripete un po’ l’iter della prima parte, solo più accentuato (più pericoli, più ferite, Li Zan che torna psicologicamente e fisicamente ancora più distrutto della prima volta). Seguono nuovamente una manciata di episodi dedicati alla sua fragile condizione psichica, anche qui tirata per le lunghe tanto che sembra voler essere l’unico interesse di questo drama.
- La chimica di coppia: di fatto inesistente. Sia nelle interazioni verbali sia nelle scene più intime (parola davvero grossa). Non c’è sintonia, lui alla stregua di un manichino.
- Gli altri personaggi femminili: tolta la protagonista le altre figure sono davvero senza senso, dalla sua rivale – nel lavoro e in amore – gestita in modo a dir poco banale e superficiale, alla dottoressa Pei, fugace apparizione e in teoria oggetto dell’interesse amoroso di Ben (in teoria, perché di fatto non ci sono scene dedicate, solo qualche frase che vorrebbe alludere a un qualcosa che non è mai pervenuto, al contrario dei momenti evidenti tra Ben e Sa Xin).
In conclusione, una serie annunciata a gran voce e che punta a un topic sempre molto quotato (grande storia d’amore in ambito militare - il fascino della divisa! – che supera i pericolosi ostacoli di un tragico scenario che fa da sfondo).
Nel concreto, la divisa – e il suo fascino – ci sono, così come lo scenario tragico, ma la grande storia d’amore è piuttosto una “tiepida storia d’amore”. Tra pregi e difetti, l’ago della bilancia pende verso questi ultimi.
Sarebbe stato un altro paio di maniche si si fosse osata una BL con Ben/Si Xian come pairing principale (le loro scene, davvero troppo poche, sono state sempre le migliori).
Di sicuro sarà tra le serie più attese e chiacchierate del 2025, ma non certo la più meritevole o indimenticabile.
Il centoventinovesimo…
Belli, brutti, lenti, spaventosi, scontati, commoventi, spiritosi, allegri, scoppiettanti, magici, insopportabili, inaspettati, noiosi, appassionanti…la lista degli aggettivi per descrivere i 128 drama visti finora potrebbe essere più lunga.Ma per questo drama, giustamente famoso, c’è un solo termine che mi sembra indicato per classificarlo, in senso assoluto, al di là dei miei gusti personali: un capolavoro emozionante.
Una categoria a parte nella quale sta insieme a (credo) una manciata di altri titoli molto celebrati, ma che ancora non ho visto come My mister, Mother e pochi altri.
La storia di un’epoca ( anni ‘80/90) e di un paese (la Corea del Sud), narrate attraverso le vicende fittizie di un gruppo di vicini che abitano tutti nello spazio angusto, ma solidale, di un vicolo cittadino.
La generazione degli adulti che si arrabatta per fare quadrare bilanci risicati o gestire improvvise, piccole fortune; la generazione dei figli che cresce nell’attenzione, nella cura e nell’amore incondizionato degli adulti, libera, anche se non senza ostacoli, di sperimentare percorsi di vita e di relazione nuovi, in un paese che cambia velocemente.
Credo di avere imparato di più sulla storia recente della Corea del Sud che da qualsiasi altro drama visto finora: i sentimenti universali sui quali si fonda riescono a parlare a tutti, al di là delle profonde differenze culturali.
Nel corso delle puntate non succedono fatti spettacolari: c’è solo la vita che scorre, con le sue vicende quotidiane, minute, qualche volta bizzarre o inaspettate.
Un tema molto evidente nella narrazione è la malinconia dolce - amara del tempo che passa e non torna. Molto vero.
Ma a me ha colpito di più il tema dell’amore tra le persone come disponibilità all’ascolto e al sostegno dell’altro: i piatti con le pietanze ( e i figli) che si spostano incessantemente e spontaneamente di casa in casa, le tre mamme che si consigliano, si consolano e si inorgogliscono dei successi dei figli; gli uomini che nei loro modi rudi e un po’ grezzi offrono sempre il conforto di un bicchiere bevuto in silenzio a lenire il dolore di uno di loro per una perdita, per una incomprensione con i figli, per una insufficienza di comportamento; i ragazzi che hanno tra loro un legame così aperto da comprendere ed accettare gli atteggiamenti degli altri anche contro i propri desideri. Forse è meno vero, nella realtà, ma tutto è narrato in modo così semplice e diretto, mai stucchevole, da fare bene al cuore.
La sceneggiatura è intelligente, coesa e realistica. Venti puntate senza neanche uno dei clichè ai quali siamo abituati. I dialoghi sono importanti ma, grazie alla straordinaria bravura di tutti gli attori principali, molta parte della vita del vicolo è narrata attraverso gli sguardi, i silenzi, i gesti.
I personaggi principali sono tanti: almeno undici e di tutti viene offerto un profilo composito, articolato, mutevole a seconda delle circostanze della vita, coerente. L’arco narrativo di ciascuno è ricco e sfaccettato, e i personaggi sullo schermo interagiscono con noi con i loro pregi e i loro difetti, come si conviene per ciascun essere reale. E anche noi siamo lì nel vicolo e ogni mattina, a turno, usciamo a spazzare la strada in attesa che passi l’uomo dei giornali o i ragazzi escano, di corsa per andare a scuola.
Le puntate sono molto lunghe (anche un’ora e mezza) e richiedono un po’ di pazienza. Ma quello che per me è un difetto è in realtà coerente con la vita che è più fatta di lenti tran tran che di “discese ardite e di risalite”.
Ultima osservazione (tanto per contenere un commento che vorrebbe debordare fuori da uno spazio ragionevole) riguarda la storia d’amore principale. C’è, è molto carina e può generare un’ansia da attesa per il suo scioglimento ritardato.
Non investire troppo su quella linea narrativa, aspettare pazientemente perché, comunque, non è la storia principale.
La storia principale è la vita. (ottobre 2025)
Quando la sceneggiatura va alla deriva e penalizza tutto ciò che di buono c'era...
La trama, non originalissima ma comunque interessante, e l'avvio con un buon primo episodio sembrano promettere un drama che sa il fatto suo. Dopo i primi episodi, scorrevoli e ben fatti, ci si impiglia però in uno schema di fatto ripetitivo: lui che non si fida di lei, lei che non si fida di lui, tra mosse e contromosse e strategie varie che sembrano più lo studio di un assetto di guerra che lo sviluppo di un romance.E' un peccato perchè ci sono davvero tanti aspetti che ho apprezzato di questa serie. Il nostro Cancelliere si presenta per davvero come un uomo freddo e spietato. Dimentichiamoci i protagonisti dallo sguardo gelido ma che dopo le prime scene rivelano un cuoricino di panna: Shen Zai Ye è un acuto e machiavellico stratega, già sposato e con tanto di concubine, pronto a far fuori l'ultima arrivata senza il minimo rimorso. E tale rimarrà per buona parte del drama, senza vedere il suo personaggio snaturarsi completamente, sebbene l'evoluzione del romance determinerà in lui un profondo cambiamento, di fatto però coerente e credibile. Lei appare fin da subito in una posizione tutt'altro che facile, praticamente sotto scacco, ma determinata a non arrendersi e a sfruttare al meglio ogni possibilità di sopravvivere, grazie soprattutto al suo incredibile acume. Due figure ben delineate, insomma, e soprattutto ben interpretate, già che la prova dei due attori è tra i punti di forza del drama.
Anche a livello di espressività l'intesa tra i due è davvero innegabile: sguardi che dicono davvero molto, dove si smascherano a vicenda all'insaputa del resto dei presenti. Un drama dove la comunicazione non verbale della coppia principale supera anche quella verbale, e non è cosa comune.
Gli intrighi inizialmente affascinano, le strategie incuriosiscono e l'evoluzione lenta del rapporto tra i due consentirebbe un vero sviluppo "enemies-to-lovers" (tema spesso promesso ma altrettanto spesso non di qualità). Poi, però, il drama entra in un circolo vizioso, un pantano dal quale sembra non riuscire più a riemergere: ed ecco quindi che la mancata trasparenza a turno dei due diventa ripetitiva, l'impressione è che non venga mai fatto un passo avanti, e per creare nuove situazioni gli intrighi sono costretti a infittirsi, troppo, in modo contorto, pesante e alla lunga anche confusionario.
La principessa ha più vite di un gatto, già che ne perde una un episodio sì e l'altro pure: mai vista una protagonista così massacrata, tra frecce, fruste, strangolamenti, lame, impiccagioni, avvelenamenti, cadute da precipizi e quant'altro. Ma eccola che puntualmente ricompare viva e vegeta, a volte un po' ammaccata, ma poi guarita in men che non si dica. Un po' "too much", insomma.
La trama si fa via via meno accattivante, vittima di dinamiche ormai avviate ma che nell'insieme si fanno pesanti e noiose, mentre il desiderio di ritagliare una fetta di episodi per il decollo del romance è continuamente posticipato. Uno sbilanciamento che si acuisce e che penalizza una premessa iniziale che appare sempre più lontana dal punto in cui si è ormai sopraggiunti. Nell'ultima parte a risentirne sono anche i protagonisti, meno brillanti e a tratti anche un po' OOC.
Il finale, inoltre, cala il sipario in modo un po' superficiale e poco soddisfacente.
Se la regia si è rivelata così così e la sceneggiatura decisamente debole, di contro musiche e costumi vanno sicuramente premiati. Attori validi e caratterizzazione di molti personaggi, non solo i protagonisti ma anche buona parte di quelli secondari, sicuramente ben riuscita.
Mi verrebbe da consigliarlo per via di alcuni elementi che ho davvero apprezzato, ma se penso al giudizio complessivo alla fine dei quasi quaranta episodi... Forse è un investimento che non merita.
Il mio Drama preferito di sempre
Prima esperienza con un cdrama, sotto consiglio di un'amica che mi ha detto che avrei dovuto assolutamente guardare questa serie e così ho finalmente deciso di iniziarla.Cosa posso dire se non che me ne sono completamente innamorata, la storia è perfetta, la chimica tra Chen Zheyuan e Zhao Lusi mi ha fatto sognare.
Ho riso, ho pianto, mi sono commossa come mai mi era successo prima.
Posso dire di aver visto molti drama, in particolare kdrama ma posso affermare con sicurezza che Hidden Love mi ha talmente toccato l'anima e il cuore, che è arrivata in cima alla classifica dei miei drama preferiti.
L'ho appena finito ma già non vedo l'ora di rivederlo, per questo spero che riuscirà presto ad essere inserito in piattaforme come Netflix e Viki, questo perchè tutti meritano di conoscere la storia di Sang Zhi e Dua Jia Xu.
Lo consiglio a tutti, immergetevi nella storia più dolce e pura che sia mai esistita.
Grazie a Chen Zheyuan e Zhao Lusi per il loro duro lavoro, per aver dato vita a questi due anime meravigliose e per avermi fatta commuovere.
Spero tanto di rivederli recitare in un altro drama insieme, li trovo perfetti!
Una serie che punta a essere una "buona" serie e raggiunge l'obiettivo che si pone
Mi sono approcciata a questa serie incuriosita dalla trama, preoccupata dalla bassa valutazione e rassicurata dalle recensioni che non ne condividevano lo scarso punteggio. L'ambientazione trova il mio favore, apprezzo le serie legate al tema della criminalità/gangster ai più svariati livelli di legalità. Solo, per favore, non chiamiamola mafia, la mafia è un'altra cosa e nemmeno la serie che più prova ad avvicinarsi, ovvero "Vincenzo", può dire di averci davvero a che fare. Diciamo che il termine - abusato - in realtà riconduce per lo più a serie incentrate su boss della malavita: se la vediamo in quest'ottica, allora mi sta bene.Abbiamo appunto un boss come protagonista, a capo di un modo in cui si muove conoscendone e dettandone le regole, e l'altro protagonista che si ritrova, impreparato, in questo contesto a lui del tutto nuovo. Anche qui, nulla che non si sia già visto, ma è una carta che, se la si gioca bene, ci può stare. L'altro aspetto che sembra voler caratterizzare - almeno all'inizio - la storia, è legato alle pratiche BDSM per le quali i protagonisti hanno un evidente interesse. Sottolineo "all'inizio", perchè la precisazione è di fatto anche la critica: non ha senso introdurre un elemento che poi, incoerentemente, si perde nel corso degli episodi. C'è davvero un divario tra il taglio del primo episodio e tutti i successivi, e non può essere motivato dall'evoluzione del rapporto tra i due e dalla nascita di sentimenti profondi. Quanto meno, rispetto ad altre serie nelle quali il protagonista di turno viene totalmente snaturato, trasformandosi da freddo cubetto di ghiaccio in una "panna cotta" solo perchè si è innamorato, in questo drama fin quasi alla fine Kim è rimasto sé stesso e anche Kamol, tutto sommato, ha mantenuto livelli ancora accettabili. Già che cito i loro nomi, un appunto fastidioso: in questa serie le K e le D spopolano alla grande. Sembra un dettaglio insignificante, ma io tra Kim, Kit, Khom, Kamol inizialmente sono andata davvero in tilt, così come Day, Danai e Daniel. Di nomi ne esistono un'infinità, variare un tantino male non sarebbe stato. Attori tutti bravi, devo dire. La coppia principale ben equilibrata, ho apprezzato anche il delicato avvicinarsi tra Khom e Baiboon, anche se è eccessivo definirli una coppia. Un grosso scivolone l'ho riscontrato nell'ultimo episodio, proprio nel finale, che è a dir poco da picco glicemico tra l'incontro dei genitori di Kim e, peggio ancora, il "white nightmare" (come l'ho soprannominato io) dell'happy ending da brividi con tutti riuniti attorno a un tavolo a festeggiare i due protagonisti, ridicoli nel bianco assoluto, tra mazzi di rose e dichiarazioni plateali sdolcinate. Concludo dicendo che è una serie che comunque ho apprezzato e alla quale non mi sento di dare una valutazione inferiore rispetto a drama più rinomati, come il celebre KinnPorsche, tanto per citarne uno a tema simile. Con la differenza che l'8 dato a KinnPorsche è il risultato di una media, perchè poteva aspirare a un 10 e lode ma gli innumerevoli difetti l'hanno trascinata a un 6 di sufficienza, mentre questa serie si è posta come obiettivo 8 e fin lì è arrivata: non c'è un cast stellare, non ci sono riprese di altissimo livello o una trama complessa e ricca...C'è una serie che aspira ad essere una buona serie, né più né meno, e tale si è rivelata.
La storia mi è piaciuta molto, nel complesso è infatti molto scorrevole e interessante. Mi sono immersa totalmente nella storia già dalla prima parte del primo episodio. Capire che cosa era successo a Korn e In, capire il perché hanno fatto un gesto così estremo, il tutto con l'incredibile recitazione di Earth. Sto consigliando questa serie a tutti quelli che possono essere interessati, merita davvero di essere vista.
Alcune parti però mi sono risultate troppo lente e pesanti, mentre altre invece troppo sbrigative, ma nonostante questo mi ha trattenuto davanti allo schermo.
Un'idea gradevole per un risultato che scivola nel banale e lascia un po' a desiderare...
Questo è uno di quei drama che si classificano perfettamente nella mediocrità: non abbastanza brutto da abbandonarlo con insofferenza, ma nemmeno abbastanza bello da consigliarlo con entusiasmo. Buoni gli spunti che fanno da premessa iniziale: un ambiente universitario nei primi anni 2000, un’atmosfera nostalgica, l'attesa dello slow burn e la promessa di un amore che sboccia tra due ragazzi apparentemente opposti. Purtroppo, la realizzazione si ferma costantemente a metà percorso, senza raggiungere mai il traguardo preventivato.Il punto di forza indiscusso è la chimica tra i due protagonisti, per cui si intravede quel potenziale capace di far scaldare il cuore agli spettatori più fedeli al genere . Tuttavia il copione non fornisce loro un supporto sufficiente: la storia, nella sua semplicità, scivola spesso verso luoghi comuni e banali. E finisce quindi che i due giovani sperimentano la confusione dei sentimenti in un clima fin troppo idilliaco, quasi asettico, che mal si sposa con l’epoca storica in cui è ambientato il drama, rendendo tutto innaturalmente semplice.
Il ritmo è un altro tasto dolente: si procede con una lentezza esasperante che rischia di far perdere la pazienza, per poi veder risolvere i nodi cruciali in modo affrettato e poco credibile negli episodi finali.
A ciò si aggiungono alcuni difetti tecnici che minano costantemente il coinvolgimento dello spettatore e la sua immersione nella storia: il doppiaggio, in particolare, è talvolta un elemento quasi di disturbo, con dialoghi che sembrano sussurrati e poco naturali. La colonna sonora è anonima, la cura per i dettagli non sempre all’altezza, i costumi spesso anacronistici. Il risultato è un prodotto che appare inferiore ad altre produzioni dello stesso genere, anche a budget simili.
Altra carta che ci si è giocati proprio male è quella dei personaggi secondari. Sebbene il pairing secondario doni una sferzata di energia, il suo sviluppo viene inspiegabilmente troncato, lasciando diversi fili narrativi in sospeso . Nel complesso, il drama guarda con insistenza al passato e alla purezza dei sentimenti adolescenziali, ma non ha la forza di essere veramente incisivo.
Verdetto: “Feel what you feel” si lascia guardare senza troppa fatica, e per chi è un amante incallito del genere può rappresentare una visione "passatempo", che può starci. Tuttavia non lascia davvero alcun segno. È un prodotto che esiste, si vede, ma di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno.
Storia (fantastica) di una seconda chance tra intrighi aziendali, potere e drammi famigliari
Questo drama coreano, conosciuto anche come “Reborn Rookie”, si presenta nell’ormai diffuso nuovo format da dodici episodi e punta a mescolare commedia e drammi famigliari, con l’aggiunta di una buona dose di mistero, giochi di potere e un pizzico di fantasia.Sarò sincera, a fronte di plurime esperienze passate il tag “Body swap” – scambio di corpi – mi rende ormai subito diffidente. Ma qui ad aspettarmi c’era invece una bella sorpresa, già che lo scambio non interessava la solita coppia principale, seguito dai soliti mille cliché che possiamo immaginare. Qui la questione segue le orme di un giovane aspirante calciatore bello e bravo che subisce un’ingiustizia dai vertici di una potente multinazionale, un colosso aziendale nato e cresciuto sotto la guida del capace, duro e intransigente presidente 72enne, Kang Yong Ho. Saranno proprio loro due a scambiarsi, per cui l’anima del giovane finirà confinata nel corpo del presidente Kang, incoscente in quanto in coma, mentre il vero Kang Yong Ho si ritroverà nei panni di Hwang Jun Hyeon e come tale cercherà giustizia in primis per sé stesso e – più avanti – anche per Jun Hyeon.
Lo spettatore si ritrova quindi a seguire le imprese di un presidente Kang che, abbandonato il bastone, si ritrova in un corpo sano e giovane, ma completamente privo di ogni potere. Sarà quindi costretto a ricominciare come semplice impiegato nella sua stessa azienda, osservando i suoi figli gemelli, Kang Jae-sung e Kang Jae-kyung, distruggere tutto ciò che ha costruito con avidità e incompetenza e contrastando le loro mosse grazie al suo bagaglio di esperienza e innegabili capacità. Non è il classico protagonista coraggioso che sfida il pericolo senza pensarci due volte…E’ molto di più. E’ una colonna portante, capace di afferrare i fili e muoverli come il più abile dei burattinai. Il suo obiettivo iniziale è ben chiaro: dare una lezione ai figli e riprendersi la sua azienda. Nel corso del drama, però, il quadro si farà via via più complesso, dal conoscere veramente i suoi figli e capirli – nel bene e nel male – fino a pesare le proprie responsabilità di padre e scoprire di avere ancora molto da imparare anche come uomo. Questa, per me, è la vera genialità della serie: non è la solita storia di vendetta fine a sé stessa, ma un percorso di riscoperta e di umanità.
Detto questo, la forza del drama risiede in gran parte nella straordinaria interpretazione di Lee Jun Young, attore che regala una prova davvero magistrale. E’ incredibile come riesca a incarnare perfettamente un uomo settantenne: la voce roca, lo sguardo severo e giudicante, il modo di muoversi e persino la tipica espressione corrucciata del vecchio presidente. Il tutto, con la consapevolezza di dover sembrare un giovane scaltro ma con un background completamente diverso. Questo recitare un personaggio che a sua volta recita una parte crea un contrasto che funziona e che rende il personaggio magnetico.
Altra scelta vincente è l’aver saputo porre domande profonde senza mai rendere pesante l’intero drama, grazie all’uso bilanciato dei tratti più leggeri di una commedia, capaci di sfiorare la simpatia e l’ilarità. Promuove riflessioni serie e interessanti senza trasformarsi in un mattone, né senza svilirle con un approccio grottesco. La giusta misura, insomma, per risultare sia piacevole da guardare sia interessante da seguire.
E’ dunque attraverso gli occhi del Presidente che osserva la sua azienda dal basso che la serie si interroga sul vero significato di successo e leadership. Cosa rende una persona degna di guidare? L'ambizione e l'astuzia politica, come mostrano i figli, o il giudizio, l'empatia e la capacità di guadagnarsi la fiducia degli altri? È un tema che viene esplorato con intelligenza, mostrando le crepe di un impero costruito su scelte a volte ciniche e su persone trascurate.
Tra i personaggi che ruotano attorno al presidente, notevole è il personaggio di Kang Bang Geul, interpretato da Lee Joo-myung: La figlia minore, tenuta nascosta per anni – mandata all’estero a studiare in realtà per il suo stesso bene – e che ricompare senza farsi riconoscere quale dipendente dell’azienda di famiglia si rivela un personaggio femminile complesso e completo . Non è la classica eroina in pericolo, ma una donna astuta e determinata a dimostrare il proprio valore alla famiglia, in primis al padre, di cui ha sempre sofferto l’assenza. Va da sé che la sua dinamica con il padre - che lei non riconosce nel corpo del giovane impiegato - diviene uno dei punti di forza della narrazione, capace di coinvolgere emotivamente più di molti romance in circolazione. Il Presidente, dal canto suo, si comporta esattamente come un padre premuroso e burbero, con uno sguardo incredibilmente carico di emozioni, che ovviamente la figlia non è in grado di leggere adeguatamente, mentre impara a sua volta a scoprire quella figlia amata da lontano e trasformatasi in una giovane e fiera donna di cui essere – silenziosamente - orgoglioso. Rispetto al loro rapporto ho apprezzato che non ci sia lasciati tentare da facili cliché, inserendo un romance inappropriato e da gestire o facendo capire a Bang Geul – o a uno degli altri famigliari – la propria identità, con riferimenti non voluti ma che casualmente portano l’ignaro di turno a fare due più due, scoprendo così l’arcano.
Un plauso va anche alla schiera dei cattivi, in particolar modo ai gemelli. Se il viscido e subdolo Na – al pari della figlia – rappresenta l’antagonista “classico”, ecco invece che i due aspiranti alla poltrona presidenziale – Kang Jae Seong e Kang Jae Gyeong – si rivelano figure tanto pessime quanto però complesse e multistratificate. Cresciuti da un padre severo, distaccato e perennemente mai soddisfatto del loro operato, sono due gemelli ambiziosi e frustrati disposti a sbranarsi a vicenda per sedersi sulla poltrona presidenziale, dopo aver tolto di mezzo l’ingombrante e irraggiungibile figura paterna. Jae Seong non vanta un acuto intelletto ma, quale figlio maschio, si sente in dovere di non apparire meno abile della sorella, e questo lo porta muoversi come uno sbruffone arrogante ma palesemente incapace. Lei fa venire voglia di prenderla a schiaffi, mossa da un’avida ambizione che la rende disposta a passare sopra tutto e tutti pur di raggiungere l’ambito obiettivo, per lei anche simbolo di rivalsa contro il padre. In questo senso i due attori centrano perfettamente i rispettivi personaggi: Jin Goo porta in scena un Kang Jae Sung che è detestabile ma al tempo stesso tragicomico e, un misto di sfumature di grigio – più tendenti al nero che al bianco – che mi ha ricordato molto anche un altro personaggio da lui interpretato nel drama “The Auditors”. Sulla gemella, interpretata da Jeon Hye Jin, c’è poco da dire: non si riesce proprio a non detestarla e, anche ripercorrendo la sua adolescenza, è ben chiara la sua subdola profondità.
Ho apprezzato la mancanza di una redenzione di massa. Certo il nostro presidente prende via via consapevolezza di come il suo modo di crescere i propri figli li abbia influenzati, per certi versi in modo negativo, ma a fronte delle sue colpe resta comunque la responsabilità delle decisioni del singolo, per cui abbiamo una Bang Geul che nonostante si sia sentita abbandonata ha sempre cercato l’affetto del padre, un Jae Sung debole che, dopo aver sbagliato in tutti i modi possibili, sembra riuscire a venire finalmente a patti con i suoi limiti, accettandoli così come le conseguenze delle proprie azioni e infine Jae Gyeong, che perservera invece sulla strada sbagliata fino alla fine.
Pur riconoscendogli diversi pregi, non è però un prodotto perfetto. E' un drama che riesce a bilanciare bene il thriller aziendale con la commedia d’ufficio, tenendo lo spettatore incollato allo schermo senza momenti morti, ma verso il decimo episodio le mosse e contromosse delle strategie studiate dal nostro apparentemente giovane protagonista diventano un po’ troppo ripetitive, mettendo quasi in stand-by l’avanzamento della trama dal punto di vista delle relazioni umane. Si riprende però bene nel finale, l’ultimo episodio riesce a chiudere in modo sensato tutte le questioni aperte.
INIZIO SPOILER!!!
In chiusura lo scambio che sistema tutto poteva essere gestito un po’ meglio, difficile credere che il vero Hwang Jun Hyeon possa confrontarsi con chi lo circonda senza tradirsi – al di là di un atteggiamento più educato e gentile – rispetto a tutto il pregresso di cui non ricorda assolutamente nulla. Bene la scelta di farne l’allenatore della squadra, e altrettanto bene che il presidente abbia lasciato la carica, atto giusto e doveroso con il quale dimostra di aver davvero imparato qualcosa. Che anche lui orbiti attorno alla squadra di calcio suona un po’ forzato, ma ci sta nell’ottica di richiamare un sodalizio tra i due. Prevedibile anche l’accenno al romance, mentre ho trovato davvero fuori luogo la chiusura degli ultimi minuti, con Hwang Jun Hyeon che si scambia nuovamente con una sconosciuta nella quale si imbatte. Non ha senso, non era necessario, rende il tutto solo spiacevolmente grottesco. Uno scivolone di una manciata di secondi o poco più, ma che lascia un po’ l’amaro in bocca.
FINE SPOILER!!!
In conclusione siamo davanti a un prodotto di intrattenimento sorprendentemente soddisfacente, un drama che parla di seconde possibilità, di come il potere possa isolare e di come, a volte, per capire veramente le persone, sia necessario camminare nei loro panni... o, meglio, nel loro corpo. Decisamente consigliato!
Il complesso e intenso linguaggio delle emozioni… Con qualche ambizione di troppo.
Ho iniziato la serie senza aver letto nemmeno una riga al riguardo, cosa per me piuttosto insolita. Per assurdo, mi sono ritrovata spiazzata quando l’inquadratura iniziale mi ha dato l’impressione di un luogo familiare. Quando pochi istanti dopo il ML si è espresso in italiano – pronuncia tra l’altro abbastanza buona, soprattutto rispetto alla prova di altri attori asiatici, vedi ad esempio Song Joong Ki in “Vincenzo” – tutto ha acquisito improvvisamente senso, e ho riconosciuto la Civita di Bagnoregio. Sorpresa inaspettata? Assolutamente sì. Sorpresa piacevole? Anche.Altra cosa che mi ha stupito – sempre in modo positivo – è stato il fatto che fosse lui a fare da interprete e non viceversa come mi sarei aspettata (luoghi comuni, che ci vogliamo fare). Il loro incontro è certamente singolare, una situazione sicuramente improbabile nella realtà ma portata in scena con estrema credibilità. Fin da subito trapela una grande sintonia tra i due personaggi, non sembrano due attori che recitano singolarmente, bensì danno prova di un’interpretazione che riesce a legare le due figure al pari di due metà complementari, indipendentemente che la scena sia ironica, triste, divertente o romantica.
Come drama si discosta bene dalla massa, offrendo spunti nuovi, sia su aspetti di un certo rilievo sia su piccoli dettagli, che saltano comunque all’occhio. Lavoro certamente ambizioso, forse un po’ troppo pretenzioso.
Tra i punti a favore:
- Ambientazioni diversificate e conseguente varietà linguistica: si spazia dal Giappone alla Corea, passando per il Canada e l’Italia. Occorre mettere in conto i soliti luoghi comuni (parlo per quanto riguarda l’Italia, immagino sia stato lo stesso anche per gli altri Paesi), ma ho comunque apprezzato l’alternarsi dei paesaggi e degli scenari.
- Riferimenti ricorrenti carini (l’aurora boreale, i quadrifogli, la cascata, il disco musicale) e dettagli quanto meno insoliti nel mondo dei kdrama (dalle parolacce – niente di eccessivo – al dito medio alzato più volte… Eh già, nella vita reale a quanto pare lo fanno anche lì!)
- Un buon equilibrio tra la parte drammatica (lei tradita dall’ex ragazzo, lui che non riesce a superare una vecchia infatuazione, il trauma infantile di lei) e quella ironica/divertente, dove le gaffe di lei davvero non si contano e i momenti di sano imbarazzo dopo aver detto/fatto la cavolata di turno ed essere stata colta in flagrante strappano numerosi sorrisi.
- Triangolo insolito (i protagonisti inizialmente si ritrovano uniti a promuovere un avvicinamento di lei con il terzo incomodo) che poi diventa una sorta di quadrato (la quasi-cognata di lui), quindi un inaspettato pentagono (la non-cognata con il manager amico della protagonista) e volendo anche un ipotetico esagono se contiamo Do Ra Mi come personaggio a sé stante, almeno per un breve periodo. Pur non amante dei poligoni vari devo dire che, stranamente, i vari intrecci sembrano funzionare senza cadere eccessivamente nei classici cliché.
- Il cast secondario: ricco e ben selezionato. Rivedo sempre con piacere Kim Won Hae (qui nei panni dell’anziano scrittore), attore veramente bravo e formidabile spalla di molti protagonisti in svariate serie di successo dell’ultima decade e oltre; Sung Joon (il fratello del protagonista) un po’ troppo defilato, ma del resto in questa serie non era lui il personaggi maschile principale; a me nuovo ma devo dire molto interessante Fukushi Sota (Hiro), credibile nel complesso ruolo assegnatogli.
- Gli attori protagonisti, semplicemente strepitosi ed azzeccati: non riesco a immaginare attore migliore di Kim Seon Ho per questo ruolo, già che si cala perfettamente nei panni dell’interprete tutto controllo e razionalità ma nel cui profondo si agitano un turbine di emozioni la cui gestione è per lui complessa. Tutto questo traspare splendidamente da quell’espressività che riesco a definire solo “composta”, ma non per questo di scarsa intensità, anzi: l’apparente imperturbabilità fa risaltare maggiormente lo sguardo incredibilmente empatico (gli occhi sembrano sorridere nel vero senso della parola quando la vede felice e, al contrario, si caricano di una preoccupazione quasi tangibile quando lei è in difficoltà). Possiede inoltre un timbro di voce affascinante, specialmente quando parla in coreano, e risulta piacevole anche quando si cimenta nelle lingue straniere. Go Yoon Jung è stata una bella scoperta, attrice a me nuova che mi ha ricordato moltissimo Kim Jin Won (specialmente il suo personaggio secondario ne “Descendants of the sun”): con grande naturalezza porta in scena una giovane impulsiva e spontanea, a tratti spudorata, spesso fuori luogo ma in un modo che suscita quasi tenerezza. Tra l’altro molto brava anche rispetto alla doppia interpretazione, già che il suo personaggio mostra diverse personalità: riesce a legarle profondamente tra loro pur mantenendole chiaramente distinte. Bravissimi entrambi, è stato un piacere continuo osservare la loro recitazione, così convincente e sentita.
- Do Ra-Mi: più che il suo status di allucinazione, ho apprezzato in particolar modo la sua connotazione horror (e da lì tutti i riferimenti nelle varie battute e considerazioni). Si fa sicuramente notare, non si limita a fare da “ombra” al personaggio principale.
- Sviluppo del romance: “sensato”. Aggettivo che mi ritrovo a poter utilizzare non di frequente, purtroppo. L’evoluzione dei reciproci sentimenti è perfettamente in linea con la caratterizzazione dei personaggi, senza fraintendimenti infiniti o affermazioni perennemente contrarie a ciò che si pensa. Cha Mu Hui è istintiva, disposta a fare la prima mossa, a incassare, a perseverare. Rimane affascinata da Ju Ho Jin praticamente da subito, perché bello, corretto e affidabile, pur con la sua mancanza di tatto verbale. Lui è estremamente fedele al suo personaggio: in lui le emozioni mettono radici lentamente e, una volta nate, ulteriormente filtrate dal suo controllo e dalla sua razionalità. Mentre lei ci prova più volte – più o meno spudoratamente – lui per davvero non è interessato. Certo la trova curiosa, certo gli salta all’occhio e, una volta entrati comunque in confidenza si ritrova a decidere di supportarla. Un primo accenno di coinvolgimento lo si nota quando si secca del fatto che alcuni membri della troupe si rivolgano a lei chiamandola “Do Ra Mi” invece che con il suo vero nome; è inizialmente infastidito dall’atteggiamento beffardo di Hiro nei confronti di lei, ma non è corretto definirla gelosia. La nascita di un sentimento romantico inizia a palesarsi più avanti, con l’aurora boreale: da quel momento lì scatta la gestione repressiva di tali sentimenti, che non sono liberi di venire a galla ma che vengono analizzati un poco per volta. A questo suo procedere caratterialmente a piccoli passi si aggiunge una difficoltà nel trovare la chiave di lettura di lei, aspetto che gioca molto sul tema dell’interprete di linguaggi – non solo lingue – diverse, nonché richiami al titolo del drama stesso. Le scene prettamente romantiche non sono molte, ma sicuramente emozionanti. In svariati passaggi il coinvolgimento dello spettatore è intenso anche senza nessun bacio nei paraggi.
A fronte di tanti pregi non mancano, purtroppo, anche alcuni difetti, quantitativamente minori ma decisamente impattanti, per lo più concentrati nella seconda parte del drama:
- La ricerca dell’effetto estetico supera spesso la linea sconfinando nell’eccesso: tanti, troppi riferimenti ad esempio ai brand dei capi di lusso. Anche i paesaggi, piacevolmente suggestivi, a volte lo sono fin troppo, dando un po’ l’impressione patinata tipica di una cartolina. Grande attenzione all’apparenza, e ci sta… Ma per certi versi, e in certi passaggi, decisamente esagerata.
- Le tematiche drammatiche vengono affrontate una per volta, ma sembrano al contempo creare dei tagli netti nella trama, nonostante gli sporadici richiami: all’inizio tutto sembra ruotare attorno all’ex traditore di lei, ma poi finisce velocemente nel dimenticatoio, lasciando spazio al sentimento di vecchia data e a lungo taciuto di lui nei confronti della imminente cognata, che passa anch’esso in sordina quando Do Ra-Mi irrompe a pieno titolo nella scena, passando da inquietante allucinazione a figura attiva e va a scoperchiare il vaso di Pandora dell’infanzia di Cha Mu Hui. Quest’ultima parte è davvero ambiziosa e impegnativa, forse un po’ troppo per le possibilità del drama e il tempo rimasto a disposizione. La doppia personalità è una bella idea, interpretata anche bene, ma la gestione generale della situazione e il suo inserimento nello sviluppo della trama scricchiola un po’ (che lui riesca a gestire una situazione improvvisa e di quella portata manco fosse il più esperto psichiatra, proprio non ci sta); anche sul finale, vengono aggiunti dei risvolti non necessari e un po’ privi di coerenza, che portano Cha Mu Hui a un allontanamento temporaneo ma così fondamentale… Che non si sprecherà poi mezza parola al riguardo. Una scelta, quella legata al discorso della madre nell’ultima parte dell’ultimo episodio, che davvero non ho capito. Messo lì tanto per, mi viene da dire.
- La storia, di conseguenza, ne esce un po’ troppo ricca. Solida, certo, ma un po’ troppo. Si è voluto sviluppare un numero eccessivo di idee e gli obiettivi non raggiunti pesano di più degli obiettivi che non ci si pone.
- Musiche belle (davanti a capolavori come “La Traviata” c’è poco di cui discutere) ma che peccano nell’originalità: bene qualche richiamo famoso e importante, un cavallo di battaglia certamente facile e ad effetto, ma apprezzo sempre di più una OST originale capace di rimanermi a lungo in mente dopo averla sentita per la prima volta in una manciata di episodi. E’ un valore aggiunto che nessuna musica, dalla classica alla lirica, passando per le hit internazionali dei decenni passati, può comunque vantare.
Che dire… Un drama inaspettato, al quale mi sono approcciata senza alcuna aspettativa e che si è rivelato davvero una bella sorpresa. Carico, emozionante, ben recitato, per molti versi insolito e capace di distinguersi dalla massa. L’unica sua pecca è stata quella di aver desiderato troppo: qualche ambizione in meno avrebbe probabilmente azzerato i difetti. L’ho seguito volentieri, non mi ha mai annoiata e mi è piaciuto molto (tanto che credo ci starà anche il rewatch): nonostante i sopracitati difetti, i pregi sono maggiori e per molti versi insoliti, aspetto che li fa valere il doppio: certamente consigliato!
Melodramma romantico vecchio stile, una comfort-zone nostalgica che non fa mai male...
Una bella commedia romantica vecchio stile (una decade fa), con i passaggi più divertenti e spensierati alternati alla componente melodrammatica, il tutto in un giusto equilibrio.E' stata bella la sensazione confortevole di essere incappata in un drama dalla struttura nota ma sempre piacevole, un visione non contorta, capace di strappare qualche sospiro, qualche lacrima e far perdere un battito o due. Niente di originale, non una pietra miliare, ma l'intrattenimento positivo e un po' nostalgico al quale cedere e lasciarsi coccolare un po'.
Rispetto alla trama, mi è piaciuto che la questione patrigno-figlia non abbia trascinato con sè risvolti morbosi o sia rimasta a lungo nell'equivoco. La storia tra i due protagonisti è carina, forse in certi tratti risente dell'appiattimento di meccanismi un po' troppo ripetuti, ma complessivamente i sedici episodi scorrono in modo tutto sommato fluido e senza particolari momenti di stallo.
Buono l'affiatamento tra i protagonisti, l'attrice è stata una piacevole scoperta mentre Kim Young Kwang è un attore che ho già avuto modo di apprezzare in altre serie e al quale riconosco un talento forse un po' troppo sottovalutato (l'avrei voluto protagonista di molti più drama, negli ultimi anni), un fascino e una statura che non passano inosservati e un carisma che per certi versi mi ricorda un po' Lee Seung Gi. Il pairing secondario avrebbe meritato uno sviluppo migliore, approfittando degli ultimi episodi che sono sì stati sfruttati ma non come avrebbero potuto essere: ha comunque regalato una singolare interpretazione di Jo Bo Ah, per una volta tanto nel ruolo di fastidiosa antagonista. Un maggiore investimento sarebbe stato gradito anche nei confronti di Deok Shim, particolare sorellina del rivale in amore del protagonista, che sembra mettere sul piatto la carta interessante del bullismo oltre a impostare le basi per un grazioso e fresco terzo pairing, ma finisce con l'essere messa un po' in disparte. Stesso discorso per il fratello adottivo di Go Nan Gil, dove i riferimenti al loro passato comune e al rapporto che avevano avuto torna ripetutamente con piccoli accenni ma non procede mai oltre e regala un momento finale davvero insipido.
Quanto al protagonista, se da una parte la figura del bello, agile, forte, coraggioso, intelligente e perseverante giovane estremamente determinato, con un passato difficile macchiato da scelte sbagliate e sensi di colpa vari e la dedizione assoluta a un primo amore mai dimenticato ha sempre il suo innegabile fascino, dall'altra quest'immagine dell'eroe perfetto suona un po' troppo perfetta. Anche rispetto alla schiera dei cattivi, c'è una profusione di buonismo diffuso, per certi versi un po' tipico di molti altri drama dello stesso periodo, dove sul finire viene dispensata a destra e a manca una sorta di redenzione generale.
In certi casi, suona un po' tirata: che la protagonista e la frivola collega hostess vadano un po' a ricucire il rapporto appare poco credibile (del resto c'è di mezzo un tradimento con un fidanzato storico, difficile metterci una pietra sopra), e anche il presidente Kwon, tra corruzione, riciclaggio e soprattutto la responsabilità di un evento passato costato la vita a tanti piccoli innocenti, sembra ricevere una insensata assoluzione nel finale, dove tutto si riduce alle diverse posizioni e relazioni tra i vari membri familiari. Il padre sparito nel nulla e opportunamente redivivo al momento giusto, così come lo zio debole e facile preda del gioco d'azzardo, sono un ennesimo esempio.
E questo è quanto. Tra tanti clichè, qualche spunto nuovo e molto di già visto, questo drama porta a casa una valutazione più che dignitosa, grazie a una nostalgica comfort-zone che - per chi ha ormai visto centinaia e centinaia di serie come me - è sempre più difficile ritrovare, ma della quale col passare del tempo capita di sentire la mancanza.


